Predicazione di domenica 9 dicembre 2012

42 Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere. 43 Ognuno era preso da timore; e molti prodigi e segni erano fatti dagli apostoli. 44 Tutti quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; 45 vendevano le proprietà e i beni, e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. 46 E ogni giorno andavano assidui e concordi al tempio, rompevano il pane nelle case e prendevano il loro cibo insieme, con gioia e semplicità di cuore, 47 lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati.

Atti 2,42-47

 

L'essenziale per crescere

Nel  libro degli Atti degli apostoli Luca fa seguire al suo vangelo la storia di ciò che segue: possiamo dire che Luca sia il primo storico del cristianesimo. La sua esigenza è mettere ordine in un periodo di crisi, per aiutare la sua comunità a ritrovare le proprie origini e a partire da queste orientare il presente e il futuro. Spesso è proprio questa l'esigenza di quanti e quante sono chiamate a scrivere una storia. E' anche quello che stiamo cercando di fare come chiese battiste in Italia, con l'occasione dei 150 anni di presenza battista in Italia: memoria e missione. Partire da una storia condivisa per procedere uniti e unite con fedeltà alla chiamata che ci è stata rivolta.
La crisi che vive Luca e la comunità alla quale si rivolge è la caduta del Tempio di Gerusalemme nel 70 da parte dei Romani, la distruzione dell'elemento unificante dell'identità giudaica all'interno della quale si situava anche il primo cristianesimo, il Tempio, luogo in cui la sfera divina e quella umana si uniscono. Con la caduta del tempio, Israele è costretto ad un enorme lavoro di ricostruzione, lavoro che sarà compiuto grazie ai farisei e ala loro conoscenza della legge. Per le prime comunità cristiane la caduta del tempio ha significato anche la separazione dall'ebraismo: la ricostruzione dell'identità attorno alla Legge, ovvero attorno alla Parola di Dio, fece sì che ci fosse un irrigidimento laddove c'era un panorama multiforme. Alla varietà e complessità delle esperienze delle comunità cristiane in seno all'ebraismo si sostituì l'esigenza di limiti rigidi che causarono la fuoriuscita e dunque la separazione. Questo “divorzio”, che la comunità cristiana a cui scrive Luca vive, anche se ancora non con i toni irrimediabilmente aspri del vangelo di Giovanni, ad esempio, rende la chiesa fragile e  fare memoria vuol dire affrontare questo smarrimento identitario dicendo alla chiesa: ecco da dove veniamo, che cosa crediamo, ecco qual è il nostro avvenire.

Che cosa ha lasciato Gesù ai suoi discepoli e alle sue discepole? Lo Spirito. Lo Spirito che a Pentecoste si manifesta come parola di lode al Signore comprensibile a tutti. Tutti parlano e tutti vengono compresi. Lo Spirito è per molti il protagonista del libro degli Atti, anche se esso è sempre al servizio di qualcos'altro. Della Parola. Il libro degli Atti sembra voler mostrare come sia la Parola di Dio a crescere, agire, essere testimoniata e come siano le parole degli apostoli a essere al suo servizio. Per questo ci sono tanti discorsi, tanti sermoni nel libro degli Atti, perché le parole sono importanti, e attraverso le parole umane può essere annunciata la Parola, che è la vera protagonista del libro degli Atti. Parola intesa non tanto come il Logos eterno del vangelo di Giovanni, ma come discorso incarnato nella storia che si nutre della vita di chi annuncia, parola gravida di senso che non torna a vuoto.
E' questo primato della Parola che fa sì che la prima caratteristica della comunità narrata da Luca sia l'ascolto.
Le caratteristiche della chiesa:

  • l'ascolto. “Erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli”. La chiesa si riunisce attorno alla Parola, essa è annunciata dalla predicazione, dall'insegnamento. La fede è costanza di ascolto. Priorità di quella che oggi chiamiamo formazione al discepolato, l'apprendistato del credente e della credente. La chiesa è tenuta unita dalla comune pratica della Parola di Dio, dall'annuncio del suo Regno. Nel suo discorso subito dopo la Pentecoste Pietro esplicita questo annuncio: Lo Spirito, profetizzato dai profeti,lo spirito che fa sognare i vecchi, profetizzare le figlie e i figli, avere le visioni ai giovani ( At. 2,17ss), è lo stesso Spirito sparso dal Cristo crocifisso e risorto. Quello stesso Gesù Cristo ucciso è il Signore di tutti, così come il suo Spirito è sparso su tutti e su tutte, e, come dirà l'apostolo Paolo, ci permette di chiamare Dio, Padre, e di essere riconosciuti come sue figlie e suoi figli. La chiesa è in ascolto e la Parola che ascolta è parola senza confini.
  • La comunione fraterna. La chiesa è in comunione, in koinonia. Una comunione costosa, perché prevede che questa comunione sia visibile: stare insieme e mettere tutto in comune. Fin dall'inizio, dopo la Pentecoste la comunione è sia spirituale che materiale. Il fatto che oggi si dica che questa è probabilmente un'esagerazione o un'idealizzazione di Luca svela la nostra autoindulgenza, l'incapacità tutta nostra di essere pronti a perdere la nostra autosufficienza. Soprattutto svela la sfiducia rispetto al fatto che essere chiesa possa scardinare i sistemi dominanti, rovesciare gli ordinamenti materiali fondati sull'ingiustizia e la disuguaglianza. La comunione costa la perdita del mio ego, dell'esclusività del mio denaro. Colui o colei che vuole mettere il proprio portafoglio al riparo dalla chiamata dell'Evangelo non può affrontare la lettura del libro degli Atti! Anche a questo si è pensato quando l'Ucebi ha concepito il “piano di cooperazione” delle chiese: La contribuzione mensile di ciascuno è messa in comune, in modo che il denaro di tutti sia utilizzato per il bene comune, per il sostentamento dei ministri  e delle ministre, per la missione, per la solidarietà.
  • Rompere il pane. La chiesa si impegna a condividere il cibo. L'espressione “Rompere il pane” certo ci rimanda alla Cena del Signore, ma dobbiamo avere bene in mente che nella prima chiesa questa avveniva al termine del pasto comune. Il vangelo di Luca insiste molto su Gesù a tavola: Gesù non sapeva ben distinguere le persone con cui sedersi, anzi era accusato di essere un mangione e un beone. Mangiare insieme è segno di unità, di amicizia, segno che le barriere sociali sono state abbattute. Secondo la tradizione ebraica, dopo aver pronunciato la benedizione a tavola, la tavola stessa diventa un luogo santo e il mangiare insieme un'attività santa. La chiesa è luogo in cui si mangia insieme, condividendo il pane. E' significativo che noi chiamiamo questi momenti Agapi, luoghi in cui si vive l'amore di Dio, ed è significativo che sia anche così difficile farle.
  • Pregare. La chiesa prega. Inizialmente prega secondo le ore della preghiera liturgica ebraica. Luca sottolinea anche come i credenti andassero regolarmente al tempio, in continuità con la tradizione di Israele. I credenti e le credenti pregano ciascuno nella sua stanzetta, e pregano insieme.

In realtà queste quattro caratteristiche della chiesa sono tutte in continuità con la fede di Israele. E si rivolgono alla chiesa di oggi con la loro disarmante radicalità, segni dell'incarnazione dello Spirito nella vita della comunità, diventando criterio per valutare l'attività della chiesa odierna.
La chiesa cresce dove si ascolta la Parola e la si medita, dove si sta insieme alle sorelle e ai fratelli, si mangia insieme, si prega insieme. Con il timore che è consapevolezza di essere sotto lo sguardo di Dio. Questo è l'essenziale. L'essenziale per crescere. Ciò su cui va posta una cura particolare, che non deve essere dato per scontato, messo in secondo piano rispetto al resto.
La chiesa non cresce da sola. “Il Signore aggiungeva ogni giorno alla loro comunità quelli che venivano salvati”. La crescita è dono. Cristo non è solo assente perché è stato elevato in cielo, ma la sua risurrezione dà una luce nuova alla nostra vita, chiamando alla vita e alla fecondità il deserto, facendo fiorire la solitudine, come dice Isaia 35.
Questo dice Luca alla sua comunità in crisi e questo dice anche a noi. 
Se pensassimo di avere noi i requisiti per crescere saremmo oltremodo delusi. Ci ritroveremmo, come ci ritroviamo in chiese che non sono altro rispetto al mondo, dove è difficile essere spontanei, se stesse, e se stessi, dove gli occhi sono ciechi, le orecchie chiuse, le lingue legate, dove la crisi, oltre che esterna è interiore. Ma è in queste situazioni, care sorelle e cari fratelli, che Dio interviene, con la sua Parola e il suo Spirito. Laddove il peccato abbonda la grazia sovrabbonda. La chiesa che nasce all'indomani della Pentecoste si trova volta per volta di fronte a problemi e conflitti: Luca narra queste difficoltà e mostra come proprio nelle difficoltà e nelle sofferenze, anche, sia all'opera la potenza di Dio. La missione ha successo proprio laddove  la chiesa viene osteggiata. In un momento di fragilità Luca ricorda alla sua comunità, di ieri, come di oggi, che alla chiesa è richiesto di rimanere fedele: in ascolto della Parola di Dio, insieme, nella preghiera e nella condivisione. E fedele non significa chiusa su stessa, ripiegata. Alla rigidità identitaria che separerà le chiese cristiane dall'ebraismo, il libro degli Atti propone l'universalità della Resurrezione, la caduta di ogni muro di separazione e l'apertura del messaggio di salvezza a tutti e a tutte. La chiesa è chiamata a essere fedele per poter essere riconosciuta da chi il Signore aggiunge da fuori. Alla chiesa è richiesto di essere chiesa, comunità aperta di quanti e quante hanno incontrato il Risorto e vivono  all'ombra della sua luce. Riceviamo e pratichiamo questa chiamata a essere chiesa, a rimanere fedeli, insomma, facciamo almeno quello che va fatto, e il Signore aggiungerà, il Signore farà crescere, il Signore raccoglierà.
Amen