Predicazione di domenica 16 dicembre 2012

Filippesi 3,1b-14

1b Io non mi stanco di scrivervi le stesse cose, e ciò è garanzia di sicurezza per voi.
2 Guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno mutilare; 3 perché i veri circoncisi siamo noi, che offriamo il nostro culto per mezzo dello Spirito di Dio, che ci vantiamo in Cristo Gesù, e non mettiamo la nostra fiducia nella carne; 4 benché io avessi motivo di confidarmi anche nella carne. Se qualcun altro pensa di aver motivo di confidarsi nella carne, io posso farlo molto di più; 5 io, circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'Ebrei; quanto alla legge, fariseo; 6 quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia che è nella legge, irreprensibile. 7 Ma ciò che per me era un guadagno, l'ho considerato come un danno, a causa di Cristo. 8 Anzi, a dire il vero, ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo 9 e di essere trovato in lui non con una giustizia mia, derivante dalla legge, ma con quella che si ha mediante la fede in Cristo: la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. 10 Tutto questo allo scopo di conoscere Cristo, la potenza della sua risurrezione, la comunione delle sue sofferenze, divenendo conforme a lui nella sua morte, 11 per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti.
12 Non che io abbia già ottenuto tutto questo o sia già arrivato alla perfezione; ma proseguo il cammino per cercare di afferrare ciò per cui sono anche stato afferrato da Cristo Gesù. 13 Fratelli, io non ritengo di averlo già afferrato; ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che stanno davanti, 14 corro verso la mèta per ottenere il premio della celeste vocazione di Dio in Cristo Gesù.



Una perdita vantaggiosa per un guadagno sovrabbondante
Care sorelle e cari fratelli,
c'è una brutta notizia stamattina: il mio passato, tutto ciò che costituisce la mia identità, le mie buone qualità, le mie buone intenzioni non mi aiutano ad avere fede, anzi ne sono un impedimento.
Ma c'è anche una buona notizia, stamattina: ciò che io sono, chi io sono, chi noi siamo è frutto esclusivamente dell'amore di Dio in Gesù Cristo, è dono immeritato, grazia sovrabbondante che porta ciascuno e ciascuno nella realtà della risurrezione di Cristo attraverso la sua vita e la sua morte in croce.

Questo l'annuncio con cui l'apostolo Paolo ci sveglia questa domenica e che porta anche ai Filippesi, in un testo che inizia polemicamente e che va al cuore della fede, per aiutare i Filippesi e con loro tutti i credenti e le credenti a “non oscillare”, a stare saldi e salde.
In gioco c'è la salvezza, il rapporto con Dio in Cristo, la nostra fede, insomma.
L'argomentazione di Paolo va al nocciolo delle cose, è radicale per due motivi principali: il primo è che Paolo parte da sé, dalla propria esperienza. Non possiamo parlare di fede senza toccare la nostra vita: Non stiamo parlando di dottrina, non dobbiamo mostrare la nostra sapienza in storia della chiesa, ma siamo chiamate e chiamati ad annunciare chi è colui in cui crediamo. Gesù si fa trovare secondo modi diversi, i vangeli narrano proprio questa diversità, ma nel momento in cui ci incontra è alla nostra vita, tutta intera che parla e non a una parte marginale di essa.
Paolo dunque  scrive sotto un'ondata emotiva, è toccato dall'argomento.
Di fronte a degli oppositori che rivendicano l'appartenenza religiosa come determinante anche del rapporto con Cristo ( da notare il termine dispregiativo con cui Paolo parla di “mutilazione” per indicare la circoncisione) afferma“ i veri circoncisi siamo noi”. Paolo supera l'idea della circoncisione come caratteristica di un popolo e la estende anche ai Gentili, “Siamo noi che prestiamo servizio grazie allo Spirito Santo e che ci vantiamo in Gesù Cristo e non di noi stessi. Questa tesi è il centro della predicazione paolina e viene sviluppata nel seguito a partire appunto dalla storia dell'apostolo. Paolo ha tutte le carte in regola e anche di più per essere un giusto, un uomo realizzato secondo la giustizia di Israele. Giustizia non solo come rettitudine, ma anche santità, rapporto con Dio, coincidenza e messa a fuoco della propria vita con la volontà di Dio. Se vogliamo parlare di meriti personali, Paolo è il nostro campione. “Circonciso l'ottavo giorno, Ebreo figlio di ebrei, fariseo, zelante, irreprensibile quanto alla legge.
Qui si innesta il secondo motivo che rende l'annuncio dell'evangelo oggi così radicale.
L'argomentazione che usa Paolo tocca degli ambiti che oggi ci stanno particolarmente a cuore: il perdere e il guadagnare. La crisi economica costringe a rivedere i propri progetti, la riflessione e la pratica rispetto ad una giustizia economica che smaschera lo strapotere delle banche sulla vita dei cittadini e delle cittadine costringe ciascuno e ciascuna a fare i conti con sempre più mancanze e questo angoscia. Angoscia e indigna giustamente. Ma ecco che oggi l'evangelo tocca una parte di questa angoscia costringendoci a fare i conti con la nostra vera identità.  
C'è un ma nel nostro testo. Ma. Ma, dice Paolo, tutto ciò che è giusto e rispettabile, un curriculum vitae meritorio, tutto questo è danno, perdita. Ciò che era guadagno, ciò che può essere considerato guadagno, che potrebbe mettere al riparo dalla crisi è danno. La categoria del guadagno viene deprezzata a tal punto da essere sostituita da quella del danno.  Ci sono dei guadagni che sono in realtà svantaggi.  Paolo invita a vedere il danno positivamente, inserendosi forse nella scia del pensiero stoico di Epitteto: è più dannoso perdere denaro o perdere l'onestà? É più dannoso perdere il proprio potere o perdere la forza d'animo, la speranza? Per Paolo c'è una perdita vantaggiosa, che ha ricadute positive su di sé e sugli altri. La sua presa di posizione è netta; questo è possibile perché entra in gioco un altro criterio: al guadagno della carne, al guadagno del “So tutto, posso tutto o quasi” si inserisce la persona di Cristo. Cristo è il fattore scatenante che sovverte il sistema dei valori. “Ogni cosa è danno di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore”. Si tratta di una vera e propria rivoluzione. La mia identità si fonda non su tutto ciò che ho costruito, sul mio passato, le mie origini, la memoria, ma sull'incontro personale con Cristo.
La “conoscenza di Cristo mio Signore” non è qualcosa di meramente teorico: l'idea biblica di conoscenza, implica la dimensione dell'esperienza viva e personale. (Osea 6,6: “Voglio amore e non sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” : amore e conoscenza stanno in perfetto parallelismo). Per le Scritture stesse la conoscenza di Dio è osservare e ubbidire ai comandamenti. E sappiamo che il comandamento dei comandamenti ha a che vedere con l'amore di Dio e l'amore per il prossimo.  Paolo compie un'operazione radicale: sostituisce all'attuazione della Legge la persona di Cristo. Cristo che non è un'idea, un valore, un comandamento, non é una ripetizione di Mosé.  E'  il Cristo che mi ha amato e ha dato se stesso per me  ( Gal 2,20): è proprio l'accoglienza di questo Amore che sostituisce tutte le possibili opere comandate dalla Legge. Non ci può essere conoscenza senza amore e l'oggetto della nostra conoscenza non è altro che l'amore con cui Cristo ci ha amati. Come precisa l'epistola agli Efesini 3,19 “ Conoscere l'amore di Cristo che oltrepassa ogni conoscenza”. E la conoscenza di Cristo Gesù è la conoscenza del mio Signore. “mio Signore”. Esperienza personalissima. E' inutile parlare di Cristo Signore di tutti se non è prima il mio Signore, se non ho sperimentato il suo amore, la sua grazia, sulle mie deficienze, sui miei tentativi mancati, sui miei fallimenti.
Al concetto di danno Paolo aggiunge quello di spazzatura. “Tutte queste considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo”.  L'essenziale è Cristo, il suo amore, il suo agape, il resto è superfluo.
Esistono due modi di vivere: uno a partire da sé e uno a partire da Cristo. La storia di Paolo può essere la mia, quella di molti e molte di noi. Battista, figlia di battisti, nipote e pronipote di pastori battisti: membro di chiesa da 40-50-60 anni, diacono, anziano. Non solo: i miei studi, il mio lavoro, i miei interessi, la mia rispettabilità: ma anche la solidarietà che ho verso le creature più deboli, il mio impegno politico, i miei sforzi per un mondo più giusto. Tutto questo, ai fini della salvezza è spazzatura, non vale niente, si accumula sulla montagna di rifiuti che ammasso nel corso della vita: il mio impegno politico, la mia erudizione, la mia pietà religiosa. Spazzatura.
Voglio prendere ad esempio la testimonianza di Tullio Vinay, pastore valdese, fu un “Giusto” di Israele, per aver salvato la vita di tante persone ebree a Firenze, costruì di Agape, centro giovanile costruito dopo la guerra da quei giovani che avevano combattuto gli uni contro gli altri, andò in Sicilia e fondò a Riesi il Servizio Cristiano, in terra di povertà e di mafia, nel 1973 andò in sud Vietnam travestito da prete, perché solo così lo avrebbero fatto passare e raccolte documenti e testimonianze sulle torture che avvenivano sotto il regime di Thieu. Senatore della Repubblica per due legislature, accusato più volte di ingenuità politica, fu l'unico contrario ad una votazione per il riammodernamento dell'aeronautica militare; proponeva di istituire un Ministero per la Pace, non smise mai di predicare e testimoniare sempre la stessa cosa, l’Agape, l'amore di Dio per il mondo in Gesù Cristo. Nel 1990, 6 anni prima di morire, in uno scritto sulla chiesa, in cui invita a riflettere sulle divisioni e sulle reciproche critiche in quanto il giudizio non spetta a noi ma al Signore, scrive

“ Guardando retrospettivamente la nostra vita, la nostra condotta passata e quella attuale, tutte le nostre opere di ieri e di oggi, la nostra sola vera preghiera è che Iddio annulli quello che abbiamo fatto per essere liberati da esso dinanzi a lui e lasciati a confidare soltanto nella sua grazia. Tutte le nostre azioni, sì, anche tutta la nostra fatica, sono nulla. Il solo che rimane è l'amore.”

Care sorelle e cari fratelli,
ecco la buona notizia. Perdere noi stessi e noi stesse significa guadagnare Cristo! E guadagnare Cristo è
“Essere trovato in lui”. Essere cristiani, cristiane è essere in Cristo. Eureka! Per Paolo aver trovato Cristo è aver trovato la sua vita, anche se è invero stato trovato. Essere trovato in Cristo vuol dire essere trovato dove normalmente non siamo o non vogliano essere.  Nella nostra piccolezza e nelle nostre miserie. E' lì che Dio ci cerca. E Dio stesso si fa trovare laddove non lo cercheremmo, cioè in Cristo, nella croce.
La croce e la resurrezione di Cristo diventano le caratteristiche fondanti l'identità dell'uomo e della donna che accettano di perdersi per essere trovati e trovate in lui. Paolo le vive nella sua carne e ricorda a ciascuno e a ciascuna il battesimo, quel gesto volontario, quella scelta che ha fatto dire sì a questo tipo di economia di Dio, dove la perdita di se stessi è guadagno di Cristo. Dove morire a se stessi è nascere con Cristo. Dove alla mia giustizia si sostituisce il dono della grazia immeritata. Dove la potenza della resurrezione è da un lato quella di Dio che resuscita Gesù, ma dall'altro quella della resurrezione stessa sulla vita dei credenti, che mette sì in azione, che fa sì agire per la pace, i diritti, a favore delle altre creature.
E la potenza della resurrezione fa sì che la chiesa, di cui facciamo parte, sia luogo non di potere, ma di servizio, luogo dove il primo posto è dato all'amore di Dio che fa nuove tutte le cose e tutte le persone. E a partire dall'essere trovate e trovati in Cristo inizia una nuova vita, fatta di annuncio e di servizio, ma soprattutto di amore. La fede ci rende giuste e giusti, la speranza ci rende certi, ma l'amore fa vivere Cristo in noi. Ecco la buona notizia: L'economia di Dio è economia dell'amore, del dono, e ci chiama ad essere uomini e donne al suo servizio. Per l'annuncio del Regno di Dio.