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Sermone di domenica 10 novembre 2013


Luca 14,26-33
26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo. 27 E chi non porta la sua croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
28 Chi di voi, infatti, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolare la spesa per vedere se ha abbastanza per poterla finire? 29 Perché non succeda che, quando ne abbia posto le fondamenta e non la possa finire, tutti quelli che la vedranno comincino a beffarsi di lui, dicendo: 30 "Quest'uomo ha cominciato a costruire e non ha potuto terminare".
31 Oppure, qual è il re che, partendo per muovere guerra a un altro re, non si sieda prima a esaminare se con diecimila uomini può affrontare colui che gli viene contro con ventimila? 32 Se no, mentre quello è ancora lontano, gli manda un'ambasciata e chiede di trattare la pace.
33 Così dunque ognuno di voi, che non rinuncia a tutto quello che ha, non può essere mio discepolo.

            Essere discepoli è seguire Gesù. Imparare a seguirlo. L'apprendistato dei discepoli è narrato nei vangeli come un percorso fatto di sprazzi di entusiasmo e di ritirate, di fraintendimenti e di rimproveri. “Se uno vuole venire dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua”, dice Gesù in un passo simile del vangelo di Marco.
Care sorelle, cari fratelli,
le parole di Gesù che udiamo oggi, mettono il credente e la credente di fronte ad una scelta grave: essere folla o essere discepolo e discepola.
Essere folla, come quella che segue Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme, un viaggio che nel vangelo di Luca prende 10 capitoli, di insegnamenti, miracoli, controversie, che segnano le tappe di un cammino che solo a Gesù sembra chiaro. Per chi lo segue, questo viaggio assomiglia un po' ad una parata, un corteo gioioso che segue il proprio campione. Non vi è nessun pensiero sul prezzo da pagare, sulla croce da portare. Le parole di Gesù scoraggiano questo modo di pensare e agire. Se uno non odia la propria famiglia, se uno non odia se stessa, se uno non lascia tutto ciò che ha, se uno non porta la propria croce, non può essere mio discepolo.
Odiare. Troviamo lo stesso termine nel vangelo di Giovanni” Chi ama la sua vita, la perde, e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna”. Odiare è un'espressione semitica che vuol dire “volgersi da un'altra parte”, distaccarsi. Non ha niente a che vedere con una vocazione all'autoripugnanza, al gettare noi stessi nella discarica esistenziale del mondo. Il fatto è che nella complessità e nell'intreccio di tutte le lealtà che viviamo, essere  leali e degni con noi stesse, leali nei confronti del mondo in cui siamo, l'esigenza di Cristo non solo vuole la precedenza, ma ridefinisce il ruolo di tutte le altre. Il teologo Paul Tillich parlava di cose ultime e cose penultime: molto della nostra vita lo trattiamo come se fosse realtà ultima, il lavoro, la famiglia e invece è penultima. L'ultimità è di Dio. Seguire Gesù è assumere il conflitto con tutto ciò che vuole essere ultimo o primo nella vita. Il giovane ricco non ce l’ha fatta. Quando Gesù gli ha detto: “Una cosa ti manca, va’ vendi tutto ciò che hai e dàllo ai poveri; poi vieni e seguimi” il giovane ricco se ne “andò  dolente perché aveva molti beni”. Pietro, come al solito non perde l’occasione di ricordare al Signore che lui insieme agli altri, invece,  “avevano lasciato ogni cosa e lo avevano seguito” . Gesù gli risponde: 29 -30. A coloro che hanno rinunciato a loro stessi ai loro affetti alla loro famiglia, alle terre e via dicendo per diventare discepoli di Cristo, Gesù promette qui, e ora in questo tempo “cento volte tanto” – case, fratelli, sorelle, madri, figli e campi. In che modo si adempie questa promessa?
            Stamattina vorrei suggerirvi che questa promessa si adempie attraverso la chiesa. La parola chiesa proviene dal greco ekklesia che vuole dire “chiamati fuori”. La chiesa, infatti, è composta di quelle persone le quali hanno risposto in modo positivo al Gesù che le ha chiamate fuori - fuori dalla loro vita precedente con i suoi beni, i suoi affetti, le sue idee e ideologie - a seguirlo. Esattamente come fuori d’Egitto Dio aveva chiamato Israele. Solo una parte di Israele partì, la maggioranza preferendo la schiavitù con carne alla libertà con il servizio.
 Nei vangeli, i discepoli poi sono sempre insieme, o in un piccolo gruppo di tre, o come i dodici, o come settanta, o come un gruppo più ampio. Il cristianesimo non è una fede né solitaria né individualista ma la si vive insieme ad altri che ascoltano e mettono in pratica la parola di Gesù: Girando lo sguardo su coloro che gli sedevano intorno, Gesù disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chiunque avrà fatto la volontà di Dio mi è fratello, sorella e madre”. Teniamo in mente questa immagine, un gruppo di uomini e donne, ragazzi e ragazze seduti intorno a Gesù – è la chiesa.
            La chiesa, l’insieme di persone chiamate fuori a seguire Gesù non prende – badate bene - il posto di Cristo. Non “amministra la salvezza”. Quando un cardinale dice che papa Francesco è il volto di Dio non possiamo che rabbrividire, Cristo è il volto di Dio e è attorno a lui che si raccoglie la chiesa. La chiesa, dunque, è composta di persone che chiamate fuori, hanno lasciato come Pietro e gli altri ogni cosa per seguire Gesù.
Quell’essere chiamati fuori - abbiamo visto - è anche un essere chiamati insieme perché la chiesa significa anche assembramento, assemblea. Esattamente come gli israeliti  chiamati fuori dall’Egitto, convocati davanti a Dio diventarono un’assemblea.
            E’ nella chiesa che noi riceviamo, qui e ora i fratelli e sorelle, madri e figli che Gesù promette ai suoi seguaci. Ma a che cosa serve una chiesa, questo gruppo di discepoli chiamato in un certo luogo a seguire Cristo? Fondamentalmente a due cose,  aiuta  ognuno e ognuna di noi a camminare sulla via percorsa da Gesù, ci aiuta a crescere nella fede. L’essere umano è un’essere relazionale e abbiamo bisogno gli uni degli altri per crescere, per imparare, per incoraggiarci, per sollevarci, per aiutarci a vicenda, per discernere insieme la volontà di Dio. Attraverso l’ascolto della parola, attraverso la preghiera, attraverso la comunione fraterna e il servizio reciproco. La chiesa ha una funzione al suo interno ma anche  al suo esterno. Testimoniare l’amore  di Dio nel mondo, servire la comunità in cui essa si trova, annunciare  in parole e azioni il vangelo la buona notizia, chiamare altri alla sequela di Gesù.
Per fare ciò la chiesa, questo gruppo di discepole e discepoli chiamati  da Cristo, per stare insieme  si organizza, o meglio viene organizzata dallo Spirito il quale dà doni ad ogni singolo membro: “ora, scrive Paolo, a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune”. Ogni chiesa, l’insieme di discepoli e discepole raccolto in un certo luogo, ha tutto ciò che gli serve per adempiere la sua vocazione. Ad una condizione. A condizione che ognuno e ognuna metta in pratica il suo dono, ponendo al servizio dei fratelli e delle sorelle il dono che il Signore gli ha dato se stesso, se stessa. E’ semplice! Questa è la chiesa. Insieme cerchiamo di discernere la via di Gesù, insieme cerchiamo di camminare in essa, insieme cerchiamo di testimoniare la nostra fede aiutati, appoggiati, sostenuti incoraggiati gli uni dagli altri. Il senso delle due parabole raccontate da Gesù è mettere di fronte la razionalità umana, il “non fare il passo più lungo della gamba”,per salvare la propria reputazione e la logica di Gesù, la follia della croce. Gesù cerca di dire alla folla che essere discepola, essere discepolo non è qualcosa di immediato, ma  è un percorso, la costruzione di una torre, il tempo di un tempo di guerra o di un tempo di pace. Al primo passo ne seguono altri. Ma c'è ancora dell'altro. Nella logica di Gesù, nel tornaconto del discepolato c'è la follia. Proprio la follia della croce. Devo fare bene i miei conti, perché altrimenti sarò deriso. Ma non è stato deriso Gesù a Gerusalemme, travestito da re, spogliato, malmenato, insultato? Deridere. Lo stesso termine della croce. “Ha salvato altri e non salva se stesso”. Non aveva fatto bene i conti Cristo?
Ecco l'altra logica, la razionalità della fede in Gesù Cristo. Gesù non vuole che a seguirlo sia la folla, cuori pronti a entusiasmarsi, senza individualità, senza libertà di decidere davvero, ma vuole che la sua follia diventi la mia sapienza. Se ho paura di perdere i miei affetti, il mio tempo libero, il mio tempo occupato, il mio tempo per i miei hobby, la mia libertà, perderò anche Cristo: se è Cristo che voglio seguire, troverò sorelle e fratelli, amiche e amici, tempo pieno. Troverò la mia libertà. Questo è quello che conta. Su questo mi fermo a riflettere, a ponderare, prima di decidere come impiegare la  mia vita.
Ma la grande forza di questo esperimento, la grande forza della chiesa, l'essere insieme però, è anche la sua debolezza perché basta che uno di noi fa venire meno il suo sostegno, la sua preghiera, la sua presenza, il suo dono, la sua offerta, che tutto l’insieme soffre, è menomato, zoppica, viene meno alla sua chiamata.
Lo Spirito organizza la chiesa dando ad ogni membro dei doni  in modo che la chiesa possa svolgere il suo compito. Inoltre, lo Spirito guida la chiesa attraverso le decisioni prese insieme. Nel mondo grecoromano la parola ekklesia indicava un’assemblea democratica alla quale partecipavano però solo i cittadini, ovvero solo gli uomini di un certo rango. La chiesa delle origini rompe con questo schema discriminatorio per operare una vera e propria democratizzazione. Ascoltate che cosa  scrive Paolo “Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù. Infatti, voi tutti che siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è qui né Giudeo, né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; Perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”. In altre parole, nella chiesa le discriminazioni che caratterizzano il nostro mondo cessano di esistere, ogni singolo membro, ogni singolo discepolo o discepola partecipa a tutti gli effetti all’assemblea, prendendo le decisioni e portandone la responsabilità.
Ancora oggi Gesù ci chiama fuori in modo che possiamo dire come Pietro “Ecco noi abbiamo lasciato ogni cosa e ti abbiamo seguito”. Oggi vorrei lanciarvi un ulteriore invito, che quell’essere chiamati fuori diventi un’essere chiamati insieme. In altre parole, vi invito a vivere il vostro discepolato insieme a questa chiesa, in questa comunità. Vi invito a testimoniare la vostra fede insieme a questo gruppo di fratelli e sorelle radunati in  questo tempo e questo luogo. Vi invito a seguire Gesù assieme a noi con la tua presenza e la tua preghiera impegnando il dono che lo Spirito ti ha dato per il bene comune,  versando le offerte che servono per adempiere la nostra missione. A chi ha rinunciato a tutto, persino alla propria famiglia, Gesù dice vv. 29-30 ed è attraverso la chiesa che in prima istanza quella promessa si adempire, qui ora in questo tempo.
Vi è, però, un post scriptum. Il giovane ricco al quale fu detto di vendere tutto ciò che aveva e di darlo ai poveri se ne andò dolente. Il prezzo da pagare gli sembrava troppo alto. Eppure se rinunciamo a tutto anche ai nostri familiari Gesù ci offre altri fratelli, sorelle, figli e figlie cento volte tanto; ci offre la nostra vita qui e ora insieme, però a persecuzioni. Le scelte controcorrenti, le scelte che non si conformano al quieto vivere, alla maggioranza si pagano, d’altronde la via sulla quale Gesù ci invita a seguirlo passa ancora oggi dalla croce.
 Signore, sono pronta a seguirti. Tu separi i miei pensieri superficiali dal loro senso più profondo. Tu sai che la tua logica è follia, la tua gratuità non ha prezzo, non fa calcoli. Ma mi chiami a farli, mi chiami a dire a me stessa quali sono e dove sono le mie priorità. Vuoi che mi conosca meglio, che conosca i miei limiti. Tu hai camminato fino alla croce. E io? Saprò venirti dietro? Saprò stare davanti a te? Saprò essere folle e non folla?
Signore, fa che il sale che è la tua chiesa possa rendersi conto quando sta per diventare sciapo, quando  cade nella tentazione di tornare folla, dimenticando che con il battesimo si è fatta discepola. Non è una strada facile. Ma tu l'hai percorsa prima di noi. A te ci affidiamo.
Amen.

Cristina Arcidiacono