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Sermone del 24 novembre 2013


Giudici 4,1-16
1 Morto Eud, i figli d'Israele continuarono a fare ciò che è male agli occhi del SIGNORE. 2 Il SIGNORE li diede nelle mani di Iabin, re di Canaan, che regnava ad Asor. Il capo del suo esercito era Sisera, che abitava ad Aroset-Goim.
3 I figli d'Israele gridarono al SIGNORE, perché Iabin aveva novecento carri di ferro e già da vent'anni opprimeva con violenza i figli d'Israele.
4 In quel tempo era giudice d'Israele una profetessa, Debora, moglie di Lappidot. 5 Lei sedeva sotto la palma di Debora, fra Rama e Betel, nella regione montuosa di Efraim, e i figli d'Israele salivano da lei per le controversie giudiziarie. 6 Debora mandò a chiamare Barac, figlio di Abinoam, da Cades di Neftali, e gli disse: «Il SIGNORE, Dio d'Israele, non ti ha forse dato quest'ordine: "Va', raduna sul monte Tabor e prendi con te diecimila uomini dei figli di Neftali e dei figli di Zabulon. 7 Io attirerò verso di te, al torrente Chison, Sisera, capo dell'esercito di Iabin, con i suoi carri e la sua numerosa gente, e lo darò nelle tue mani"?» 8 Barac le rispose: «Se vieni con me, andrò; ma se non vieni con me, non andrò». 9 Debora disse: «Certamente, verrò con te; però, la via per cui cammini non ti porterà onori; perché il SIGNORE darà Sisera in mano a una donna». E Debora si alzò e andò con Barac a Cades.
10 Barac convocò Zabulon e Neftali a Cades; diecimila uomini si misero al suo seguito e Debora salì con lui.
11 Ora Eber, il Cheneo, si era separato dai Chenei, discendenti di Obab, suocero di Mosè, e aveva piantato le sue tende fino al querceto di Saannaim, che è vicino a Cades.
12 Fu riferito a Sisera che Barac, figlio di Abinoam, era salito sul monte Tabor. 13 Sisera adunò tutti i suoi carri, novecento carri di ferro, e tutta la gente che era con lui, da Aroset-Goim fino al torrente Chison.
14 Allora Debora disse a Barac: «Àlzati, poiché questo è il giorno in cui il SIGNORE ha dato Sisera nelle tue mani. Il SIGNORE non va forse davanti a te?» Allora Barac scese dal monte Tabor, seguito da diecimila uomini. 15 Il SIGNORE mise in rotta, davanti a Barac, Sisera con tutti i suoi carri e con tutto il suo esercito, che fu passato a fil di spada; e Sisera, sceso dal carro, si diede alla fuga a piedi. 16 Ma Barac inseguì i carri e l'esercito fino ad Aroset-Goim; e tutto l'esercito di Sisera cadde sotto i colpi della spada e non scampò neppure un uomo.

I momenti di crisi possono diventare possibilità. Forse è un modo per vedere il bicchiere mezzo pieno invece di mezzo vuoto, ma è anche un'esperienza personale il fatto che le difficoltà abbiano anche la caratteristica di aiutare a ridefinire, ridisegnare il nostro modo di stare al mondo, scoprendo possibilità che prima non potevamo riconoscere.
Il libro dei Giudici è un libro “di mezzo”, situato tra la conquista della terra promessa e la monarchia, un tempo tra Giosuè e Samuele. Un momento di declino che potrebbe far leggere il libro dei Giudici come una “terra di nessuno”, dove “ciascuno faceva ciò che era buono ai propri occhi”: ma il libro dei Giudici offre anche il tentativo di vivere altrimenti nella terra di conquista rispetto a una storia già costruita dalla conquista stessa e poi dalla monarchia.
Oggi, giornata in cui vogliamo celebrare la vita in pienezza che Dio dona all'umanità in Cristo, in cui vogliamo impegnarci per vincere la violenza, e in particolare la violenza contro le donne, abbiamo bisogno di metterci in ascolto anche del libro dei Giudici.            
                  Vissuta l’esperienza inebriante dell’esodo da Egitto, sopravvissuto nel deserto sotto la guida di Mosé, entrato finalmente nella terra promessa condotto da Giosué, è come se il popolo non riesca a reggere la tensione, lo sforzo e soprattutto la fedeltà che questo momento richiede. Morti i grandi leader, Israele si vede alle prese con conflitti sia  tra le sue tribù sia  con i popoli che abitavano il paese. E’ in uno stato di stallo, i suoi punti di riferimento sono morti, le generazioni che avevano vissuto momenti emozionanti sono scomparse. Anzi, addirittura si legge che “non conosceva il Signore, né le opere che aveva compiute in favore d’Israele. Così “fecero ciò che è male agli occhi del Signore e servirono gli idoli di Baal . Poiché avevano  abbandonato il Signore questi “li diede in mano ai predoni, che li spogliarono”.  Così Israele popolo agricolo non riesce a competere con le città stato dei cananei molto più organizzate ed è costretto a ritirarsi nelle regioni montuose del paese. Per farla breve,  il popolo non riesce a rendere concreto il progetto che Dio aveva su di loro, anzi  sta quasi per scomparire, non funziona più niente, “le strade erano abbandonate e i viandanti seguivano sentieri tortuosi e la guerra era alle porte”. Vi è, inoltre, un ulteriore problema:
                  “I capi mancavano in Israele”.  Sì, perché ogni volta che la sopravvivenza di Israele era minacciata, Dio aveva compassione e faceva sorgere dei giudici e “il Signore era col giudice e li liberava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice; poiché il Signore aveva compassione dei loro gemiti a causa di quelli che li opprimevano e li angariavano”. Ogni volta che Israele rischia di soccombere e di scomparire Dio fa sorgere un leader e compie un altro esodo dall’oppressione. Uno di questi leader è Debora.“I capi mancavano in Israele, mancavano finché non venni io” dice Debora.
                  Non possiamo che meravigliarci che mille anni prima della nascita di Cristo, uno di questi capi sia una donna, profetessa, Debora moglie di Lappidot. I capi mancavano in Israele finché non venni io, canta Debora in uno dei poemi più antichi della Bibbia. Trovo straordinario questo personaggio. Perché? Vediamo innanzitutto che cosa fa.
                  Debora risponde a una chiamata da parte del Signore. I testi non raccontano la sua vocazione ma è evidente  che a fare sorgere i giudici, e questa giudice, è il Signore. Il suo canto, infatti è rivolto a Dio: “Ascoltate o re! porgete orecchio o principi! Al Signore, sì canterò, salmeggerò al Signore, al Dio d’Israele” . Debora, quindi, chiamata da Dio a guidare il popolo in un momento di crisi non si tira indietro, risponde alla chiamata, si desta. Possiamo dire che Debora rispondendo alla chiamata che Dio le rivolge, assume le sue responsabilità.
                  In che cosa consistono le responsabilità di Debora? La vediamo alle prese con le difficoltà interne: ella è infatti, forse unico esempio nello stesso libro dei giudici, giudice nell'accezione che noi conosciamo, procaccia la giustizia, procaccia la giustizia che Dio vuole sia messa in pratica dal suo popolo. Si sedeva sotto la palma, fra Rama e Betel, e i figli d’Israele salivano da lei per le controversie giudiziarie. Debora, quindi, è un magistrato ante litteram. Ma non ci sono solo i problemi interni da risolvere, ci sono anche gli attacchi da parte dei cananei. Infatti, è lei a convocare uno dei generali “Barac, figlio di Abinoam” e riportarlo al suo dovere “Il Signore, Dio d’Israele, non ti ha forse dato questo ordine “Va’, raduna sul monte Tabor e prendi con te diecimila uomini dei figli di Neftali e dei figli di Zabulon?”. Inoltre, quando Barac dice che senza di lei lui non si muove, Debora gli risponde “certamente verrò con te”. Vale la pena vedere in che cosa consiste la capacità di guida di Debora, che tipo di capo è.
                  Ciò che mi ha colpito è che la  guida di Debora sta nella sua capacità di mobilitare altri. E’ in grado di ispirare altri. E’ in grado di fare in modo che altri assumano le loro responsabilità e rispondano alla loro vocazione. Non solo incoraggia Barac nella sua impresa,  “alzati Barac”, ma mobilita tutto il popolo nella lotta per la sua sopravvivenza,  i nobili, i condottieri mal equipaggiati com’erano, tutti coloro che si offrivano, il popolo che scese alle porte, il residuo che alla voce dei nobili scese.
                  Infine, vedete che nel suo  essere leader, ruolo accettato e assunto, non ci sono interessi personali. Lei sa che alla guida del popolo è Dio, “allora scese un residuo, alla voce dei nobili scese un popolo, il Signore scese con me fra i prodi”. Infatti a Barac aveva detto “Alzati, poiché questo è il giorno in cui il Signore ha dato Sisera nelle tue mani. Il Signore non va forse davanti a te?”. Tuttavia sa che Dio non opera senza di lei e le altre persone che lei riesce a mobilitare per il bene comune. Non c'entrano ambizioni personali e voglia di carriera. Debora si spende semplicemente  a favore  di un popolo su cui Dio aveva un progetto.
                  Israele stenta a sopravvivere, le infrastrutture sono in uno stato di degrado, l’economia non parte e la guerra è addirittura alle porte. Leggendo questi capitoli, non è difficile pensare all’Europa, al nostro paese e a questa chiesa che ne fa parte. Come il paese anche le chiese, le chiese battiste la cui storia abbiamo da poco ricordato, celebrato, sono in uno stato di declino. Bisogna guardare in faccia la realtà. E quindi anche noi ci troviamo a fare fronte, come paese, come chiesa a difficoltà interne e esterne. Allora una conseguenza di questo declino, del mortorio culturale in cui viviamo è l’incapacità di immaginare un futuro diverso, e agire per recare dei cambiamenti. E’ come se fossimo in una situazione di stallo ed è subentrato in noi tutti un senso di impotenza, di inutilità. I giovani, che sarebbero la speranza del futuro sono essi stessi privi di speranza e se possono fanno i bagagli e se ne vanno. Allora che cosa possiamo imparare da questa storia?
                  Innanzitutto che Dio non abbandona il suo popolo. Anche se noi siamo infedeli come fu infedele l’antico Israele, egli rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso. “Sion ha detto Il Signore mi ha abbandonata, Il Signore mi ha dimenticata. Una donna può forse dimenticare il bimbo che allatta, smettere di aver pietà del frutto delle sue viscere? Anche se le madri dimenticassero non io dimenticherò te”. Dio non ha abbandonato il suo popolo ogni volta che esso è stato in difficoltà, fino ad aver mandato Gesù, a insegnare con la propria esistenza una vita secondo la volontà di Dio: Gesù ha portato certamente scandalo. Ha portato scandalo mangiando e bevendo con chi non doveva, ha portato scandalo rovesciando i tavoli per i sacrifici nel tempio e affermando che il tempio era una casa di preghiera. Affermando dunque che posso invocare il Signore che mi libera senza istituzione religiosa, nella preghiera. Ha portato scandalo non sottraendosi alla croce, predicando fino alla fine il Regno di Dio fatto di giustizia, pace e gioia nello Spirito santo.
E lo scandalo di Gesù non depotenzia l'azione umana, anzi, le rende un senso nuovo, una direzione di vita.
Dio non abbandona il suo popolo ma a questo punto subentriamo noi.
                  “I capi mancavano in Israele; mancavano finché non venni io, Debora”. Per non abbandonare il suo popolo Dio ha bisogno di persone pronte a rispondere alla sua chiamata e ad assumere le loro responsabilità. Ed è questo la cosa più difficile nei tempi che corrono. Lo vediamo nella politica, lo vediamo nell’associazionismo, lo vediamo nelle chiese. Siamo restii a metterci in gioco, siamo restii a veramente assumere le nostre responsabilità, responsabilità che non hanno a che fare con interessi personali o ambizioni di vita ma con la stessa sopravvivenza della testimonianza evangelica. Ecco la grandezza di Debora, donna che non si tira indietro ma assumendo le sue responsabilità è in grado di rendere responsabili altri, Barak, i principi, il popolo.
                  “Destati destati, Debora!” Ecco ciò che dobbiamo fare, destarci, essere coraggiosi e non aver paura di assumere le nostre responsabilità. Nell'aiuto a chi è stato colpito dall'alluvione, nel non smettere di vegliare e di denunciare le ingiustizie, nel tentativo di costruire relazioni accoglienti della differenza, non come qualcosa da armonizzare, ma come qualcosa che fa crescere insieme.  Non tutti rispondevano alla sua chiamata, non tutti ebbero il coraggio, Dan per esempio, si è tenuto sulle sue navi e Galaad non ha lasciato la sua dimora oltre il Giordano ma noi vogliamo lasciarci interrogare da Debora, personaggio straordinario. Questa donna vissuta tremila anni fa è un modello  per noi tutti, donne e uomini. del secondo millennio, persone del mondo post moderno e del tardo capitalismo una lezione, lezione di coraggio e serietà. Vogliamo destarci insieme a lei.
“Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, dice Gesù, io ho vinto il mondo”.

Cristina Arcidiacono