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Sermone del 2 giugno 2013

Rut, 1,1-7; 16-17
1 Al tempo dei giudici ci fu nel paese una carestia, e un uomo di Betlemme di Giuda andò a stare nelle campagne di Moab con la moglie e i suoi due figli. 2 Quest'uomo si chiamava Elimelec, sua moglie, Naomi, e i suoi due figli, Malon e Chilion; erano efratei, di Betlemme di Giuda. Giunsero nelle campagne di Moab e si stabilirono là.
3 Elimelec, marito di Naomi, morì, e lei rimase con i suoi due figli. 4 Questi sposarono delle moabite, delle quali una si chiamava Orpa, e l'altra Rut; e abitarono là per circa dieci anni. 5 Poi Malon e Chilion morirono anch'essi, e la donna restò priva dei suoi due figli e del marito.
6 Allora si alzò con le sue nuore per tornarsene dalle campagne di Moab, perché nelle campagne di Moab aveva sentito dire che il SIGNORE aveva visitato il suo popolo, dandogli del pane. 7 Partì dunque con le sue due nuore dal luogo dov'era stata, e si mise in cammino per tornare nel paese di Giuda.


16 Ma Rut rispose: «Non pregarmi di lasciarti, per andarmene via da te; perché dove andrai tu, andrò anch'io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio; 17 dove morirai tu, morirò anch'io, e là sarò sepolta. Il SIGNORE mi tratti con il massimo rigore, se altra cosa che la morte mi separerà da te!»


In apparenza Rut è una donna privilegiata: è una delle poche donne a dare il suo nome a un libro biblico, è una delle quattro donne che compare nella genealogia di Gesù in Matteo 1,5. Rut è una di quelle donne sulle quali Dio ha scommesso: povera, straniera, vedova. Il libro di Ruth racconta anche la storia di un'altra donna, Noemi. La sorte delle due donne si intreccia come si intrecciano in un gioco di trasformazioni le loro storie con il divino.
Il libro di Ruth è uno dei cinque rotoli, Megillot, che vengono letti pubblicamente nella liturgia. In particolare a Ruth è legata Shavuot, la festa delle settimane, la festa che celebra il primo raccolto, in corrispondenza con la mietitura dell'orzo, poi del grano.  E' importante soffermarsi un attimo su questo punto. La festa biblica delle settimane segue Pesah, la Pasqua, in quanto si celebra esattamente sette settimane dopo  il primo giorno di Pesah: essa era la festa delle primizie.  In origine una festa agricola, come altre feste bibliche, anche Shavuot ha una dimensione storico-salvifica che poi prevale. Essa è la festa del dono della Torah, della rivelazione. Shavuot diventa la festa della rivelazione: é interessante per i cristiani notare che Pentecoste è proprio la festa delle settimane.
Già nel libro dei Giubilei del II secolo a.c. si legge che la festa delle settimane deve celebrarsi come ricordo dell'alleanza di Dio con Noè. Quindi non si tratta solo di un'alleanza di Dio con Israele al Sinai, ma di un'alleanza ancora più antica, con l'umanità intera. Già nel II secolo a. c. si conosceva la festa delle settimane come festa dell'alleanza e un'alleanza con Dio è sempre una rivelazione.

Questa introduzione mi sembra importante perché nel libro di Rut leggiamo non solo la storia di due donne in un mondo maschile, ma assistiamo anche alla rivelazione del Dio di queste due donne, che da Dio onnipotente che produce amarezza, accompagnerà alla fecondità e all'abbondanza.

Il mondo di Rut e di Noemi continua a essere maschile anche quando gli uomini non ci sono: il primo capitolo è segnato da questa assenza di uomini che pure determina la vita delle donne presenti.
Se una carestia aveva condotto Elimelec e la sua famiglia negli inospitali e stranieri territori di Moab, è la fame che porta Noemi a tornare a Giuda. Se la terra dei padri, la patria sembra poter risolvere il problema della suocera, non così per le nuore. Noemi è preoccupata per il loro futuro senza marito e le invita a tornare dalle madri, per trovare marito. Noemi sa che in un mondo di uomini, l'unico modo di sopravvivere è averne uno.
Ruth rifiuta questo modo di ragionare della suocera. Non dà ragione al senso comune femminile nutrito dal patriarcato, schierandosi contro la donna che non vede oltre le regole maschili e nello stesso tempo si mette dalla parte di una donna, anziana sola, amareggiata, Noemi. Schierandosi contro il pensiero di Noemi Ruth dice qualcosa anche nei confronti di quel Dio onnipotente che aveva reso infelice Noemi. Ruth e Orpa avevano invece mostrato a Noemi un altro volto di Dio “Il Signore sia buono con voi come voi lo siete state con me e con i miei morti”.
Ruth qui fa una confessione di amore e di vicinanza alla suocera che la tradizione rabbinica ha letto come il desiderio di servire il Signore e di diventare una proselita. L'espressione di Ruth è ridondante e i rabbini la inseriscono all'interno di una liturgia, un dialogo in cui Noemi istruisce Rut sui principi del giudaismo e lei dà il suo assenso. Dunque anche all'interno della narrazione di Ruth, la storia dell'interpretazione ci suggerisce che in gioco c'è la relazione con Dio e non soltanto la relazione con gli uomini e le donne, o forse, ancora, che la relazione tra le donne, in questo caso è specchio della relazione con Dio.

L'arrivo nella terra dei padri sembra non determinare un miglioramento della loro situazione. La presenza delle donne fa sì che Noemi prenda la parola confessando la sua terribile situazione: “ Io partii nell'abbondanza e il Signore mi riconduce spoglia di tutto. Perché chiamarmi Naomi, quando il Signore ha testimoniato contro di me e l'Onnipotente mi rende infelice?”

Ruth non è tornata in patria a cercare un uomo, ma ha preferito accompagnare una donna e rimane coerente con la sua scelta: al secondo capitolo è lei che procura il pane alla piccola famiglia.

Come vedova e residente straniera Ruth aveva il diritto di spigolare ovunque volesse, tuttavia lei chiederà il permesso. Ma nel suo cercare di portare a casa le spighe Ruth deve fare i conti con la sessualità, avrà bisogno di protezione. Ecco che Boaz viene presentato come protettore: é il “patriarcalismo d'amore”, come lo chiama Elizabeth Green nel suo libro Dal silenzio alla parola. Il capitolo 2 va avanti con questa scena bucolica della spigolatura: eppure dietro l'idealità c'è un uomo, Boaz, che, pur sapendolo, non parla del diritto di riscatto: preferisce praticare la carità piuttosto che la responsabilità?

Quando il tempo della mietitura termina Noemi è preoccupata per il futuro della nuora e per il suo. Una volta terminata la protezione di Boaz chi avrebbe dato loro da mangiare? Così Noemi nel capitolo 3 escogita un piano per far prendere una posizione pubblica a Boaz e inchiodarlo alla sua responsabilità. E come? Noemi sa che per obbligare Boaz a regolarizzare il suo aiuto economico a Noemi e a Ruth e a collocare il suo rapporto con loro nella sfera pubblica, bisogna utilizzare il privato. Nella patria, il privato è la sfera privilegiata delle donne e la sessualità è quel lato che ora bisogna tirar fuori, quella sessualità per quale fino ad ora si aveva avuto bisogno di protezione. Si tratta di un potere parallelo, ambiguo, confinato nel privato e obbligato a cercare uno sbocco pubblico attraverso il maschio, al quale resta sottomesso.
Con una differenza. Rut non si limita a suggerire a Boaz il suo compito, non esercita su di lui un potere indiretto, ma gli dice esplicitamente “Stendi la tua ala sulla tua serva perché hai diritto di riscatto ( 3,9) con lo stesso termine di 2,12. Boaz è chiamato a essere lui stesso lo strumento di Dio al quale si era rivolto nella sua preghiera: ancora una volta una donna straniera rivela a un uomo del popolo di Israele, il Signore Dio.
Ma per chi è davvero la storia? La fine suggerisce che il libro di Rut narri in realtà della trasformazione della storia di Noemi, operata da Rut, Noemi che senza famiglia, sostegno e presenza divina riceve figli, pane e Dio. E' la storia di come Dio, in una trasformazione operata da Rut trae fuori Noemi dall'amarezza per riempirla di nuovo di delizia. “La tua nuora ti ama e vale più di sette figli”. Ed è anche una storia di trasformazione teologica in cui il Dio onnipotente sul quale Rut ha scommesso, è il Dio che dimorava in lei:“dove andrai tu andrò anch'io, dove abiterai tu abiterò anch'io”. In questa alchimia tra una donna e Dio, il Signore onnipotente si trasforma in Dio amico ( del resto il nome di Rut significa “amica”); il Signore della penuria in Dio dell'abbondanza ; il Signore della solitudine in Dio della comunione; il Signore della morte in Dio della vita. 

Cristina Arcidiacono