ancora le indulgenze?

Fabrizio Oppo

 

Si riapre una discussione antica dopo l’annuncio del papa della concessione dell’indulgenza plenaria per i giovani che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia. La vendita delle indulgenze fu infatti una delle cause che scatenarono tra l’altro la rivolta di Lutero contro la chiesa di Roma nel 1517.
Ma i termini della discussione sono sempre quelli di cinque secoli fa?
In realtà la chiesa cattolica ha approfondito questo tema legato al peccato e al perdono pervenendo, soprattutto con la Costituzione apostolica Indulgentiarum doctrina, 1967, di papa Paolo VI, ad una visione più complessa. Tale concezione si fonda su argomenti di tipo psicologico e antropologico, oltre che teologico, intorno alla natura del peccato e del perdono. Su una analisi a tutto tondo del cuore della persona umana e della struttura della colpa. Qualcosa di complesso dunque, e non liquidabile con sufficienza. Vediamo perché.

Anzitutto è opportuna una precisazione terminologica. Anche se nel linguaggio comunesi parla di indulgenza come “remissione dei peccati” la definizione non è precisa. Per la dottrina cattolica il peccato è rimesso attraverso il sacramento della Riconciliazione o Penitenza (la Confessione). La Riconciliazione ristabilisce il rapporto con Dio ed elimina la “pena eterna” ossia la mancanza di quel rapporto vitale.

Ma se la colpa è già cancellata dal perdono, perché sono necessarie le indulgenze?

È qui che, soprattutto, la chiesa cattolica sostanzia la riflessione teologica con quella antropologica e psicologica. Per chiarezza esemplifichiamo. Prendiamo il caso di un criminale che chieda il perdono delle sue colpe. La chiesa lo perdona, ma le conseguenze dei suoi gesti perdurano. E non solo nella società, ma anche nell’interiorità del criminale pentito , che probabilmente avvertirà un bisogno di espiazione,forse anche un desiderio di sofferenza riparatrice. Questa sofferenza e questa pena sono un’altra conseguenza del peccato.
Il peccato genera certamente la “pena eterna” ossia la rottura della relazione con Dio, ma anche le “pene temporali”, come il sofferente bisogno di purificazione che spinge ad un esercizio di carità in vista del raggiungimento dello stato di “uomo nuovo”. Con la Confessione il rapporto con Dio è ristabilito, e quindi la “pena eterna” è cancellata; permane però la “pena temporale”, quel garbuglio affannoso e intricato di rimorso, di desiderio di espiazione, di consapevolezza di non essere del tutto liberi dai legami con la malvagità.
L’indulgenza interviene qui. Essa infatti è la remissione, davanti a Dio, della “pena temporale”. Non è quindi la remissione del peccato ( che è stato già perdonato) ma di una delle sue conseguenze.

È chiaro che resta difficile capire come si possano eliminare con un atto ecclesiastico le tensioni irrisolte che stanno dietro le “pene temporali”. E infatti sembra che il linguaggio della chiesa cattolica qui inclini all’incoraggiamento, al rafforzamento spirituale della persona indebolita. Nella Costituzione di Paolo VI sopra citata, è evidenziato il legame tra la concessione dell’indulgenza e l’incoraggiamento allo sforzo e alla fatica necessari a compiere opere buone. L’indulgenza non può essere disgiunta dal concreto esercizio della carità. In questo sforzo il credente non è solo; vengono in suo aiuto le “riserve di bene” accumulate dai meriti di Cristo e di tutti i giusti. La chiesa, che custodisce il deposito di queste “riserve di bene”, può concedere le indulgenze.

Questo, in sintesi, è il senso della questione secondo il cattolicesimo. È auspicabile che da parte protestante si intervenga, ancora una volta, su questi temi di confine e di divisione. L’importante è che non si semplifichi il discorso con critiche facili e scontate.

Io credo che da parte protestante si possa affrontare il tema ribadendo e approfondendo quella teologia della croce che anche su questo punto segna il discrimine davvero forte tra noi e il cattolicesimo. Questa teologia che è confessione di povertà e di mancanza di possesso, nello specifico dovrebbe portarci ad affermare che se è vero che esistono i meriti dei giusti e i meriti di Cristo, non è vero che siano racchiusi in un deposito custodito dalle chiese e che queste possano gestire. La grazia e il perdono sono libera azione dello Spirito, indisponibile per qualunque autorità ecclesiastica. L’oggetto principale della dottrina cattolica delle indulgenze, quello delle “pene temporali”, è di grande rilievo perché tocca corde universali: la consapevolezza di se stessi, il proprio fallimento umano, la delusione e il rancore, lo sforzo di purificazione e di perfezionamento. Temi umanissimi, che riguardano la profondità della natura umana. L’intervento della teologia in questo campo è certo inevitabile. Ma non può essere che un intervento discreto, che indichi la presenza del Signore nella ricerca sofferta e sincera del cuore del credente. Dopo questa indicazione la teologia dovrebbe rispettare il silenzio in cui questa ricerca avviene. Ma è difficile in un contesto di organizzazione simbolica, liturgica e ritualizzata in cui avviene la proclamazione delle indulgenze .

 

11-Ago-2005