Le origini del battismo in Sardegna

Conferenza di Massimiliano Pani
Eben Ezer, 15 Ottobre 2006


 

Protestantesimo e Risorgimento

 

Questo breve intervento illustrerà le origini del battismo in Sardegna, con specifico riferimento alla comunità di Cagliari. Le origini di questa – come quelle di tutto il battismo italiano - si innestano all’interno dello sviluppo che tutto l’evangelismo nostrano ebbe nella seconda metà dell’800, nel periodo fondamentale del Risorgimento italiano, dal 1848 in poi.

Non che nel periodo precedente non ci fossero tracce di protestantesimo in Italia: intanto, già da tempo esistevano i valdesi, sebbene confinati nelle loro valli. Poi esistevano le chiese riformate per stranieri - permesse per “diritto di cappella” nelle ambasciate e nei consolati – che man mano si interessarono anche degli italiani. All’estero nacquero associazioni, gruppi e attività di vario tipo, a volte per iniziativa di esuli italiani, che propugnavano la causa dell’evangelismo in Italia, anche con la pubblicazione di scritti che fortemente aiutarono lo sviluppo della confessione nella Penisola. Le prime comunità strutturate di questo tipo di cui abbiano notizia sono:

  • Torino (Chiesa Riformata per stranieri; poi aderì al valdismo nel 1849: prima comunità fuori dalle valli)
  • Genova
  • Alessandria
  • Livorno
  • Napoli
  • Milano

Ma si trattava veramente di realtà estremamente esigue ed isolate. Dalla metà del XIX secolo le cose cambiano un po’, e si assiste – se non ad un’esplosione – ad uno sviluppo e una crescita dell’evangelismo italiano. Questo si ebbe fondamentalmente per due fattori:

1) Fattore esterno: già gli inizi del XIX secolo predicatori evangelici di varia denominazione giravano il mondo anche in conseguenza più o meno diretta del Great Awekening (un movimento nato a metà del sec. XVIII nella Nuova Inghilterra che richiamava i cristiani ad una energica e personale presa di coscienza dei propri doveri di credenti, portandoli ad essere pionieri ed evangelizzatori). In Europa il Risveglio si fece sentire soprattutto in Gran Bretagna, Svizzera, Francia, Germania, Olanda, e nei Paesi Scandinavi. L’Italia era meta ambita di questi missionari, i quali arrivarono nella Penisola dalla metà del XIX secolo in poi.

Che situazione trovarono?

2) Fattore interno: Gli anni successivi al 1848 erano quelli in cui nello stato sabaudo veniva messo alla prova lo Statuto Albertino e, più in generale, un’esperienza politica di carattere liberale che permise anche una maggiore libertà di espressione religiosa. Altro discorso per il resto d’Italia, dove i fallimenti dei moti del 1848-49 e il ritorno dei legittimi sovrani – la “seconda Restaurazione” – segnò la fine di qualsiasi esperimento riformatore. L’egemonia austriaca si fece sentire ancora di più e i governi si chiusero in un cupo conservatorismo. Ma proprio in virtù della relativa libertà di espressione religiosa garantita nel Regno di Sardegna, l’evangelismo italiano poté crescere e svilupparsi.

Inizialmente, queste comunità evangeliche non valdesi erano fondamentalmente esperienze spontanee collegate tra loro, senza troppi accenti denominazionali – cioè senza troppe sottolineature delle eventuali distinzioni teologico-dottrinarie -, figlie del Risveglio d’oltre frontiera (in particolare franco-svizzero) e dell’ardente clima del Risorgimento. Una parte di questo variegato movimento era poi stata assorbita dalla più strutturata Chiesa valdese. Ma la maggioranza di queste comunità – genericamente evangeliche -preferì rimanere autonoma, cercando col tempo di organizzarsi nelle Chiese Cristiane Libere.

Le due realtà protestanti inizialmente coabitarono e collaborarono, ma il loro rapporto nel 1854 si guastò e si giunse alla rottura. A parte il motivo occasionale del diverbio, le differenze riguardavano vari elementi. Ma, divergenze a parte, l’opera delle due chiese era sostanzialmente uguale, e operò per consolidare in Italia un vivace movimento evangelico che si irrobustì ad Unità avvenuta. Si trattava di “una novità sconvolgente in un’Italia che di protestanti, salvo l’eccezione dei valdesi, non ne aveva più visti dal Sacro Macello di Valtellina del 1620 in poi”1.

 

Il legame con il Risorgimento

Come dice lo storico protestante Giorgio Spini, il protestantesimo italiano nacque (rinacque) in un medesimo parto col Risorgimento, e quindi non fu un prodotto di importazione – o meglio, non fu solo un prodotto di importazione – ma faceva parte del variegato sentimento popolare del tempo.

Ci furono dei contatti tra i protagonisti del Risorgimento e il protestantesimo.

Finché la Questione Romana rimase aperta, tutti gli evangelici europei continuarono simpatizzare sia verso personaggi come Garibaldi, ritenuti paladini dell’antipapalismo, sia verso Cavour, visto quale garantite della libertà di espressione religiosa. Ma tale libertà – fa notare Spini – era nei fatti tutt’altro che garantita. Il problema stava nel fatto che per lo Statuto Albertino il cattolicesimo era la "sola religione dello Stato" e le altre confessioni erano ammesse. Ma era vietato il proselitismo non cattolico e un po’ dappertutto quando nasceva una comunità evangelica si verificavano scontri, sassaiole e quant’altro, con le autorità che spesso non intervenivano in difesa degli aggrediti.

 

L’Italia Unita

L’Italia unita venne governata dalla Destra – la quale perse subito Cavour, morto proprio nel 1861 –, fronteggiata da una Sinistra figlia delle rivendicazioni della democrazia risorgimentale. Nel Paese mancava una vera industria, l’agricoltura risultava molto debole e in generale si segnalava una forte arretratezza. Un grave problema sociale da affrontare fu quello dello sviluppo del brigantaggio nel Mezzogiorno, sconfitto infine grazie all’esercito, ma lasciando ancora intatte sul tavolo le questioni sociali del Meridione, prima tra tutte la riforma agraria

 

In qualche modo nell’Italia Unita era presente una realtà evangelica, che inizialmente si basò su due gambe: valdesi e Chiese cristiane libere. Certo, si trattava di una crescita relativa, che nella pratica si traduceva nella nascita di gruppi abbastanza esigui: il censimento del 1861 segnalava 32.684 protestanti in Italia (di cui quasi ventottomila in Piemonte e Toscana) su una popolazione complessiva di circa 20 milioni di persone, per una percentuale intorno all’0,15%.

Progressivamente, nei decenni successivi a Porta Pia, sia i moderati come Cavour, sia i democratici come Garibaldi, non ritennero più così importanti i buoni rapporti col protestantesimo. Nonostante la “disaffezione” dei protagonisti del Risorgimento e una libertà di culto più teorica che pratica, il Protestantesimo in Italia andò avanti e crebbe anche negli ultimi decenni dell’Ottocento.

 

 

Il battismo italiano agli esordi

 

Nei primi anni dell’unità, i i battisti, soprattutto inglesi ed americani, - così come altre denominazioni, ad esempio i metodisti - riconobbero nell’Italia un paese da evangelizzare. Questi, dopo una prima fase di approvazione e condivisione dell’operato delle già esistenti comunità evangeliche nella Penisola, ritennero necessario intervenire in prima persona. Fu in questa atmosfera che nel maggio del 1862, con un articolo sul giornale battista inglese “The Freeman” il pastore John Berg sensibilizzò i battisti inglesi sulla necessità di evangelizzare l’Italia2.

 

Edward Clarke e James Wall

Coloro che per primi raccolsero l’appello di Berg furono Edward Clarke e James Wall, coloro che a buon titolo possono definirsi i fondatori del battismo italiano.

Erano due pastori battisti dell’Inghilterra meridionale, e insieme nel 1863 decisero di fondare la Gospel Mission to the Italians (Missione dell’Evangelo agli Italiani). Questa Missione non si appoggiava a nessuna istituzione ecclesiastica ufficiale, era stata fondata su base volontaria e si basava solo su finanziamenti di provati cittadini.

Wall si stabilì a Bologna, dove arrivò il primo novembre 1863. Non si perse d’animo e, tra le fortissime opposizioni clericali, riuscì a formare nella tarda primavera dell’anno successivo (1864) una piccola comunità a Bologna, verosimilmente la prima di tipo battista nel suolo italiano.

Edward Clarke partì verso l’Italia nel 1866. Prima fece una tappa a Livorno, poi si trasferì a La Spezia. Qui anche la sua attività, come quella di Wall a Bologna, inizialmente fu fortemente condizionata dalla penuria di soldi e aspramente osteggiata dalla chiesa cattolica del posto. Ma prese forma lo stesso una comunità.

Quindi, nel corso degli anni sessanta del XIX secolo, a ridosso della caduta del potere temporale dei Papi, erano dunque sorte due basi del battismo in Italia, una a Bologna con Wall, l’altra a La Spezia con Clarke.

 

Le Missioni e lo sviluppo del battismo italiano

La breccia di Porta Pia cambiò molte cose in Italia e significò un importante punto di svolta anche per l’evangelizzazione nel Paese, non ultimo quella di matrice battista. Infatti dopo il 1870 fu possibile pensare di predicare anche a Roma. E le varie denominazioni fecero a gara per essere presenti nella nuova capitale:

  • James Wall (da Bologna. Radicò definitivamente la missione battista inglese in Italia dandole il nome di Chiesa cristiana apostolica d’Italia )
  • Southern Baptist Convention: Wilfred Nelson Cote (novembre 1870)

(i due, insieme all’evangelista italiano Gaetano Giannini, fondarono il 30 gennaio 1871 la prima chiesa battista romana) George Boardman Taylor sostiuisce Cote sul finire degli anni ’70.

  • Nothern Baptist Convention: William C. Van Meter (1871. Fino all’81, poi fine della missione NBC in Italia)
  • Nathaniel Herbert Shaw (missionario battista inglese – ma non particular come Wall e Clarke, bensì general. Collaborò con Wall)

Rimaneva il fatto, però, che le varie Missioni battiste operavano a volte in sinergia, ma non erano di certo una realtà unica.

Il battismo italiano così composto si caratterizzò per una forte e vivace predicazione, in qualsiasi ambiente o contesto fosse possibile, per un impegno forte nella diffusione della Bibbia e per l’istituzione di scuole.

E pochi anni dopo, approdò anche in Sardegna ad opera di Angelo Cossu, pastore battista sardo di origine che nel maggio 1876 venne mandato ad evangelizzare l’Isola, in particolare Cagliari.

 

 

Il protestantesimo in Sardegna

 

Ma esistevano altre realtà protestanti nell’isola all’epoca?

A prescindere dal battismo, si possono individuare delle “tracce” di protestantesimo nella Sardegna di fine Ottocento.

La prima ce la fornisce Sanfilippo, il quale asserisce che a La Maddalena l’evangelismo era presente almeno dal 1867, perché in tale data Garibaldi fu aiutato a fuggire da Caprera da un marinaio protestante di nome Cuneo della Maddalena. Ma se una Chiesa vera e propria pare non abbia mai preso piede, nella cittadina furono però fondate da evangelici delle scuole elementari, all’interno di quella pratica che voleva il movimento protestante italiano intrecciato con l’aumento della scolarizzazione. Queste scuole furono istituite nel 1868 aLa Maddalena e a Santa Teresa di Gallura, su iniziativa di non meglio precisate “signore evangeliche inglesi” per onorare Giuseppe Garibaldi, il quale “aveva a cuore lo stato culturale e spirituale dei piccoli che gli stavano attorno nell’esilio”. Vennero chiamate dalla Penisola delle maestre di estrazione protestante, tra queste ci fu Giuseppina Lippi, la quale diventerà moglie di uno dei futuri pastori della chiesa battista di Cagliari. Ad ogni modo, pare che le scuole fossero ben avviate, quando dopo il 1870 le sovvenzionatrici preferirono destinare i loro soldi all’evangelizzazione a Roma.

Un’altra traccia è segnalata dallo storico protestante Spini, che parla della presenza in Sardegna della Chiesa cristiana libera intorno al 1880-81, con una piccola comunità a Sassari. Questa era nata per opera di John Evans Thomas, pastore presbiteriano inglese, in un secondo momento aiutato dall’evangelista Augusto Lenzi. L’esperienza non ebbe molto successo e si spense intorno al 1884, senza avere seguito nel futuro.

Anche i valdesi provarono a mettere radici nell’Isola: la prima visita in Sardegna ebbe luogo verso il 1881. Presso Iglesias a c’erano delle miniere di proprietà inglese nelle quali aveva un posto di fiducia un valdese, il signor Benech. Qui fiorì per un tempo una scuola e nel 1883 si contavano in quella località 10 comunicanti e 5 catecumeni. Negli anni seguenti essi furono frequentemente visitati dal pastore di Livorno G. Quattrini, il quale estendeva le sue visite anche al nord dell’isola, fermandosi specialmente a La Maddalena. L’opera ad Iglesias non continuò per molto dopo la partenza della numerosa famiglia Benech. A La Maddalena invece il gruppo si rafforzò tanto che nel 1900.

Questi episodi, se da un lato evidenziano come l’evangelismo pionieristico di quegli anni si spinse fin dentro l’Isola, dall’altro dimostrano, con la loro breve esperienza che il protestantesimo “risvegliato” non attecchì in Sardegna, se non – appunto – nell’esperienza battista. Per quanto è stato possibile appurare, è probabile che prima della nascita di tale comunità a Cagliari (1877) non fosse presente in Sardegna alcun tipo di Chiesa protestante, “risvegliata” o meno. Sotto questo punto di vista, agli occhi dei missionari l’Isola si proponeva – al netto di singole adesioni e di “sensibilità” a vario titolo anticlericali - come una terra “vergine”, completamente da evangelizzare. Così la pensarono anche i vertici dal battismo italiano.

 

 

Angelo Cossu

 

La Sardegna del Periodo

Torniamo a Cossu: Il 31 maggio 1876 il pastore protestante partì da Civitavecchia verso l’Isola.

Che Sardegna trovava?

La patria italiana nasceva con una connotazione sabauda e per l’Isola le cose non parevano cambiare di molto. Anzi, essa venne posta in una condizione di subordinazione se possibile ancora maggiore di quella che tradizionalmente le era stata imposta dal piccolo Stato sabaudo. La politica del nuovo Regno d’Italia si instradò verso un sostanziale disimpegno rispetto alla Sardegna, abbandonando qualsiasi velleità riformistica. La cosiddetta Questione sarda era parte della più ampia Questione meridionale.

Nell’Isola - specie nelle campagne, dove la giustizia piemontese penetrò solo relativamente - si conobbe una crescita del disordine sociale, dei delitti e dei soprusi e si delinearono allora i tratti essenziali di quel tipo di delinquenza che sarebbe stato a lungo caratteristica del banditismo sardo. In generale, lo sviluppo della Sardegna post-unitaria era compromesso in partenza da un livello di istruzione pubblico bassissimo: nel 1871 gli analfabeti in Sardegna erano l’87,98% rispetto alla popolazione complessiva, nel resto del Paese la percentuale si assestava sul 73,27%.

La tematica sociale era fatalmente legata a quella economica. Sotto questo punto di vista, l’agricoltura e l’allevamento erano ancora le attività produttive principali, spesso però messe in crisi da gelate, alluvioni, invasioni di cavallette o periodi di siccità. A queste carenze e difficoltà si aggiungeva il fatto che nell’Isola la pressione fiscale più forte che nelle altre regioni italiane.Ma nonostante ciò, l’Isola di quegli anni - seppur lentamente e tra mille travagli - era in qualche modo in cammino verso il progresso.

 

La Chiesa cattolica sarda

In Sardegna già da qualche anno i rapporti tra Chiesa Cattolica e istituzioni erano di forte contrasto. Tra 1850 e 1867 non furono permesse elezioni di canonici e vescovi, e nel 1866 in Sardegna restava solo un vescovo, quello di Iglesias. Più in generale, i cattolici respiravano un’aria di diffusa insofferenza, se non proprio di ostilità.

In questa situazione difficile per il cattolicesimo sardo (Turtas arriva a chiamarla “il dramma della Chiesa sarda negli ultimi tre decenni dell’Ottocento”) viene però segnalata una sostanziale tenuta della pratica religiosa, ossia del riconoscimento dell’autorità del vescovo, dell’adempimento dei sacramenti, ecc.

 

Da prete cattolico a pastore protestante

Per Cossu si trattava in effetti di un ritorno. Nato a Tresnuraghes (vicino Bosa) nel 1832, figlio di un servo-fattore, poté frequentare il seminario e diventare sacerdote. Nel 1854 prese anche il brevetto di maestro e dal 1861 insegnò a Guamaggiore, nel cagliaritano.

Gli anni immediatamente successivi furono molto importanti per la sua esperienza personale. Purtroppo mancano fonti. Di questo rocambolesco periodo sappiamo però le cose principali: uscì dal clero cattolico, si sposò, si trasferì nella penisola e aderì al movimento evangelico. Non sono chiare le dinamiche che lo portarono a questo cambiamento di fede, ma secondo Bensi la sua conversione fu del tutto autonoma e precedente alla partenza. Questa avvenne prima del 1867, perché tra questa data e il 1870 frequentò a Milano una scuola per evangelisti - che poi si chiamò “Istituto Superiore Evangelico di Milano”. Successivamente partecipò all’assemblea della Chiesa cristiana libera in Italianel 1870.

Cossu per conto di queste comunità operò inizialmente ad Edolo (vicino Brescia), allargandosi in Valtellena e Valcamonica, sempre scontrandosi fortemente con il clero locale e anche con il primo cittadino di Edolo, che gli impedì di aprire una scuola nella cittadina. Il sindaco organizzò una vera “crociata” contro di lui, arrivando a sporcare di sterco il locale di culto per ben otto volte, minacciando e prendendosela anche con altri partecipanti alle riunioni del Cossu. Questi nel 1873 diede il cambio ad un altro pastore a Portoferraio, in provincia di Livorno. Qui non rimase molto, perché già dall’anno successivo il suo nome scompare degli elenchi delle Chiese libere. Infatti nel 1874 questo movimento evangelico viene colpito da una grave crisi economica, che costrinse a vari licenziamenti e al ritiro da molti luoghi dove si operava.

Non è chiaro se Cossu sia stato licenziato o se abbia lasciato di sua spontanea volontà, comunque come altri predicatori di questa denominazione, passò nelle fila battiste.

 

Il passaggio al battismo e il ritorno in Sardegna

Possiamo dedurre che il battesimo del Cossu, e quindi la sua adesione ufficiale al battismo sia da datare intorno all’agosto 1874, o comunque tra agosto e ottobre. Pochi mesi dopo doveva già avere avuto il suo primo incarico a Civitavecchia. Qui stava svolgendo la sua opera da circa un anno, quando gli si prospettò la possibilità di tornare nella sua terra (verosimilmente fu proprio lui a chiederlo), e il 31 maggio 1876 si imbarcò per la Sardegna.

Il sardo di Tresnuraghes nel suo viaggio di ritorno nell’Isola non trovò eccessiva diffidenza ed ostilità. Come da mandato, l’attività di Cossu venne impostata fin dall’inizio per estendersi anche oltre Cagliari, dedicandosi anche ad altre città sarde.

 

La predicazione a Cagliari e i primi battesimi

A Cagliari Cossu trovò “persone convertite al Vangelo, alcune delle quali comprendevano pure la dottrina del battesimo dei credenti”.

 

Nella seconda metà dell’Ottocento, Cagliari crebbe costantemente confermandosi come la importante dell’isola: furono costruite nuove strade, sviluppate le ferrovie, prodotto e distribuito il gas per l’illuminazione cittadina, ecc. Anche se mancava soprattutto il lavoro, e la povertà era gravemente diffusa, in quegli anni si assistette al tentativo della città di diventare moderna e borghese. Era il periodo in cui Cagliari cambiava faccia, perdendo gran parte delle sue fortificazioni

Nella sua azione a Cagliari, Cossu si mosse all’interno di quattro linee di conduzione:

  • conversazione privata
  • predicazione del vangelo in un piccolo locale
  • conferenze pubbliche in genere su argomenti di polemica nei confronti della chiesa cattolica
  • distribuzione di opuscoli da lui stampati

Le conferenze pubbliche vennero inaugurate domenica 15 ottobre 1876. Il locale viene definito come “umile” e la partecipazione fu modesta, ma nonostante ciò l’attività di Cossu non passò inosservata se il giornale cattolico “La voce della Sardegna” scrisse:

Se non siamo male informati questo disgraziato apostata, intenderebbe aprire nella nostra città una scuola di protestantesimo. Sappia costui che la nostra popolazione ha abbastanza buon senso, e quindi vi troverà ben pochi proseliti; anzi sarà fortunato se giungerà a salvare le spalle, come a stento le salvò un suo predecessore.3

Cossu, incurante, mise in piedi alcune conferenze, che ebbero i seguenti titoli:

  • La ricerca della Verità religiosa e la prova della medesima, ossia la realtà della Risurrezione di Cristo
  • Il secondo comandamento
  • Invocazione dei Santi
  • Feste sulla settimana
  • Cristo unico mediatore
  • Transustanziazione
  • Purgatorio

Dopo le due prime sere, non parteciparono mai meno di 60 persone (in maggioranza si trattava di cattolici interessati all’argomento), nonostante Cossu riporti gli strali del “Giornale di Sardegna” e i tentativi di disturbo da parte del Circolo di San Saturnino. Quest’ultimo fu un circolo giovanile cattolico molto attivo ed influente nella città.

Tra la fine del 1876 e l’inizio del 1877 la partecipazione continuò ad aumentare, primi germogli di una vera è propria comunità battista cagliaritana che sarebbe nata di lì a poco.

 

La data ufficiale della nascita della chiesa evangelica battista di Cagliari si può indicare con certezza: il 10 maggio 1877. Infatti nel quaderno contenente la Lista dei membri di chiesa, vergata a mano verosimilmente da Cossu, in questa data compaiono i primi battezzati, così come anche riportato nel resoconto dello stesso pastore a Il Seminatore. I battezzati furono cinque:

  • Antonio Fiori (in seguito poi nuovo pastore della chiesa),
  • Maria Detoto Fiori (in altro elenco indicata come Maria Careddu Fiori),
  • Pirisi Salvatore (in seguito cancellato dall’elenco dei membri per motivi sconosciuti)
  • Mette Giovanni
  • Pietro Orlando

In realtà i battezzati dovevano essere sei, ma “una delle donne ne fu impedita, perché febbricitante e consigliata dal medico di aspettare qualche giorno”4. Ad ogni modo questi neo-battezzati - insieme al pastore e a sua moglie (Savina Fumagalli), per un totale di sette persone - formarono la prima comunità evangelica battista dell’isola.

Altri tre battesimi seguirono nel 1878 e due nel 1879. Cossu non era molto contento di questa tendenza a diminuire dei battesimi, così come segnala i continui disturbi nei suoi incontri, dovette proseguire i suoi incontri in privato e non più pubblicamente. Ma tutto ciò non lo fece demordere. L’anno dopo (1880) diede inizio alla Scuola Domenicale. Sempre in quell’anno, il giorno di Natale, prese corpo la Festa dell’Albero.

Nonostante le difficoltà, nel 1881 i battezzati erano arrivati a 15, e agli incontri l’uditorio era sempre di almeno una quarantina di persone. In quell’anno sarebbero accadute altre due cose notevoli per il battismo isolano, ossia si ebbe il primo matrimonio in una chiesa battista in Sardegna e la prima presentazione di una bambino alla comunità: gli sposi furono Pietro Orlando e Margherita Meloni, e il bambino presentato fu il loro primogenito Oscar.

 

La polemica con Eugenio Cano e gli altri scritti di Cossu

Cossu era un tenace scrittore di opuscoli e materiale vario di evangelizzazione Già, prima di rientrare in Sardegna, aveva già nel 1870 (data incerta) pubblicato un opuscolo da titolo Il Giubileo cattolico e la sua origine5. Molto più risalto ebbe nell’Isola la sua opera del 1876, l’anno del rientro, dal titolo Anatomia del battesimo nella chiesa romana6. L’argomentazione svolte dall’ex prete di Tresnuraghes per fare l’anatomia del battesimo nella chiesa romana, ossia una disamina della validità o meno di questo sacramento conferito ai bambini, è – seppure qui svolto in un tono causticamente polemico, tipico dei rapporti tra protestanti e clero cattolico del tempo – un classico del battismo di tutti i tempi:

Il Battesimo non può conciliarsi o ammettersi se non intendendolo secondo l’ordinamento di Cristo, e la pratica apostolica primitiva (…), cioè come una mera testimonianza individuale volontaria del credente (Marco XVI, 16) e in pari tempo una professione della fede, e una solenne promessa della sua vita cristiana secondo il puro Evangelo dinanzi alla chiesa e dinanzi al mondo (Romani, VI). Epperò non risulta ragionevole prima di aver potuto conoscere e praticare il peccato, e avere imparato ed accettato Cristo qual vero ed unico Salvatore. Quindi affatto assurdo il Battesimo o segni di Battesimo ai bambini (per quanto in quello stadio debbano considerarsi salvi) perché non possono ancora essere entrati in conoscenza, ne in relazione con Cristo Salvatore.

Una risposta non solo gli sarebbe arrivata, ma che la fonte sarebbe stata addirittura tra le più autorevoli della Sardegna, ossia quella del vescovo di Bosa monsignor Eugenio Cano. Questi pubblicò due omelie sul tema del battesimo, nelle quali certo non nascondeva l’oggetto delle sue polemiche:

Si è fatto circolare in mezzo al popolo un libricciattolo, infelice nella sostanza e nella forma, e mancante di ogni qualunque prestigio di attraente novità, come sarebbesi potuto aspettare in chi dice di misconoscere l’importanza del battesimo negli infanti, in mezzo a un secolo che, in un certo modo, usa battezzare solennemente per fin le navi, e le locomotive.

Egli è ben vero che per un uomo serio non vale la pena di confutare ex professo libercoli ad errori che in se stessi recano la loro confutazione per le contraddizioni palmari che vi si leggono. (…) Per cui possiam dire che nessuna traccia abbia lasciato il passaggio di uno sventurato apostata, il quale altro non eccitò nei fedeli che la indignazione da una parte, e la compassione dall’altra. Preghiamo piuttosto per la conversione di un nostro fratello traviato.7

Ma la polemica non si esaurì qui. Nello stesso anno Cossu diede alle stampe un altro scritto in risposta polemica al vescovo. Anatomia del battesimo nella chiesa romana. Nel 1879 il vescovo tornò ancora due volte sull’ex prete.

Col tempo la polemica tra i due si stemperò, ma la critica del pastore alla Chiesa romana continuò imperterrita, aggressiva e militante come sempre. Così egli nel 1885 pubblicò un altro libro, intitolato questa volta Il Padre Nostro Celeste e il “Santissimo Padre” il Papa, che nelle sue intenzioni voleva marcare la distanza tra il cattolicesimo e il vero spirito cristiano. L’opera successiva si presentava con l’esplicito titolo Se il papa abbia ragione di essere8. Qui, in maniera molto più estesa ed articolata degli altri brevi trattati, polemizza con Clemente VIII e il suo divieto di leggere la Bibbia se non in latino, per arrivare a dimostrare che, appunto, la figura del Pontefice non ha reale riscontro nell’Evangelo.

L’ultima sua fatica Cossu la scrisse nel 1897, quando già non era più pastore della Chiesa di Cagliari. Si trattava di un ulteriore polemica, dal titolo Della padronanza in religione, che si scagliava contro la corrotta Chiesa dei Papi, e più in generale con chi vuole esercitare autorità in materia di fede.

 

 

 

Quadro storico e battismo italiano negli anni '80

 

Il battismo italiano dal 1884 agli inizi del Novecento

Nel primi anni ’80 del XIX secolo il movimento evangelico italiano aveva visto tramontare il sogno di rendere l’Italia un paese protestante, almeno per quanti l’avevano creduto possibile.

I battisti, come altri, durante gli anni Ottanta si impegnarono nel tentativo di unificare l’evangelismo italiano. Si arrivò anche ad un’assemblea per arrivare allo scopo, ma l’idea di un’unione non piacque a molti e non se ne fece niente. Tramontata la prospettiva di unire tutto il protestantesimo italiano, abbiamo visto che nel 1884 i vari battisti presenti nel Paese decisero di unirsi nell’Unione Cristiana Apostolica Battista d’Italia (UCAB), a cui non aderì la Missione di La Spezia. Venne deciso anche di pubblicare un mensile, chiamato “Il Testimonio”, in sostituzione del dismesso “Il Seminatore”.

In generale, negli ultimi due decenni dell’Ottocento il battismo in Italia progredì costantemente, seppur lentamente. Il motivo di questa crescita, peraltro comune a quasi tutto il protestantesimo italiano, ha - secondo Maselli - una triplice spiegazione.

  • In primo luogo, una maggiore strutturazione delle Missioni battiste (più pastori ed evangelisti, nascita di una società per le pubblicazioni, ecc.)
  • il ritorno in Italia dagli Stati Uniti di emigrati diventati protestanti che evangelizzarono parenti ed amici - soprattutto nel Mezzogiorno e in particolare in Irpinia
  • la saldatura tra movimento religioso protestante e rivolta sociale, anche in questo caso, soprattutto nel Sud.

Nel 1901 arrivò a Roma Dexter G. Whittinghill, che risulterà essere una figura fondamentale per il battismo italiano, oltre che docente della scuola teologica Battista che si aprì a Roma per incarico della Southern Baptist Convention.

I mutamenti del nuovo secolo furono affrontati dal battismo italiano con dei protagonisti in parte nuovi. Agli inizi del Novecento la morte di vari pionieri, missionari e ministri di culto - molti dei quali erano dei veri e propri “padri spirituali” del battismo in Italia - crearono le condizioni di un forte, e forzato, ricambio generazionale: entro il 1907 morirono personaggi titanici per il movimento quali James Wall e G. B. Taylor, nonché – come vedremo – le figure fondamentali del battismo sardo Angelo Cossu e Pietro Arbanasich.

 

La Sardegna dalla fine dell’Ottocento ai primi anni del nuovo secolo

Il quadro socio-economico tra gli ultimi decenni del XIX secolo e i primi del secolo successivo raffigura una Sardegna in crisi. In questo quadro così difficile, poi, a partire dal 1887 la Sardegna sarà vittima di una serie di tracolli bancari. L’emergenza continuava a riguardare soprattutto la questione della sicurezza pubblica.

Nonostante ciò, la Sardegna continuava comunque a sviluppare nuovi centri abitati. Così come aumentava la popolazione stessa. Ma è proprio sullo scorcio del XIX secolo si può datare l’inizio dell’emigrazione sarda. D’altra parte, come il resto del Meridione, la Sardegna non beneficiava dell’accelerazione del comparto industriale italico, e l’isola rimane ancorata ad un’economia pastorale e agricola.

La crisi sociale e d economica si coagulò in alcuni episodi tristemente famosi. Non solo in Sardegna, ma in tutta l’Italia, ci fu sgomento per i fatti di Buggerru, quando nel 1904 alcuni minatori in sciopero da cinque giorni persero la vita a causa dell’intervento di due compagnie di soldati.

 

Cagliari

Riguardo Cagliari, con le elezioni comunali del 1889 finisce l’età di Francesco Cocco Ortu e inizia quella di Ottone Bacaredda, il quale rimarrà primo cittadino, seppur con qualche interruzione, fino al 1921. Nei suoi anni Cagliari sarà alle prese con uno sviluppo impetuoso soprattutto a livello demografico. Ciò però non avvenne senza ripercussioni, come le manifestazioni che nel 1906 scoppiarono nella città e si estesero a tutta l’isola, che mettevano l’accento sulle condizioni di vita sempre più precarie di grandi strati della popolazione, saldando i gravi problemi del proletariato urbano, a quelli dei minatori, a quelli dei contadini e dei pastori.

 

La Chiesa cattolica sarda

In tale periodo la Chiesa cattolica doveva fronteggiare una diminuzione della pratica religiosa, causata anche dalla propaganda socialista e dall’atteggiamento di chi aveva svolto il servizio militare nella penisola e tornava in Sardegna con propositi anticlericali. Anche per questo, gli interessi vescovili puntavano molto sull’organizzazione del movimento cattolico, Ma nonostante questa situazione del clero e di tutta la disagiata società sarda, salvo qualche eccezione, i vescovi in questi anni non si occuparono in modo importante di temi sociali ed economici. Sembrava quasi che non si accorgessero di quanto stava avvenendo nella loro stressa isola.

 

 

 

Il battismo sardo oltre Cagliari

 

Nel 1885 la direzione della chiesa battista di Cagliari passò da Angelo Cossu a Pietro Arbanasich. I motivi di questo cambio di guardia non sono noti, ma potrebbero riferirsi ad un semplice avvicendamento. Certo i vertici del battismo avevano mostrato soddisfazione per l’opera dell’ex prete, tanto che in uno dei suoi Report all’International Mission Board della Southern Convention, G. B. Taylor arrivava scrivere “He is the right man in the right place”, elogiando lo spirito di testimonianza e di evangelizzazione sul territorio di Cossu, le sue pubblicazioni e i suoi battesimi. Questi continuarono, scarni ma costanti, fino a raggiungere quota 23 nel 1885, ultimo anno di Cossu alla Chiesa di Cagliari.

Ad ogni modo, dopo questa data egli non lasciò l’isola e proseguì la sua opera nel resto della Sardegna. Egli già durante i primi anni del suo pastorato cagliaritano, per la precisione a partire dal 1880, veniva considerato missionario per tutta la Sardegna e non solo per Cagliari come all’inizio. Nel 1886 fu trasferito a Tempio, dove predicò in un piccolo locale non sufficiente ad accogliere tutte le persone che volevano assistere. Qui rimase poco, visto che nel maggio 1889 è segnalato come operativo ad Iglesias, e dall’anno successivo evangelizzò anche a Domusnovas, la quale diventerà sua unica postazione di lavoro nel 1892, mentre ad Iglesias fece la sua comparsa Giancarlo Tortonese, il quale aveva fondato lì una comunità l’anno prima.

Il movimento battista in Sardegna, quindi si presentava in quegli anni a più voci. Nell’Assemblea delle Chiese battiste svoltasi a Roma nel 1893, Cossu annunciò che l’annuncio dell’Evangelo in Sardegna non riguardava solo Cagliari, ma bensì essa si era esteso anche a Tempio, Iglesias, Domusnovas, Cuglieri, Angius, Calangianus, Carloforte, Sant’Antioco, Suras, Nuches e Oristano. Era chiaro il forte spirito missionario e pionieristico che caratterizzava questi battisti, che ancora l’anno dopo erano stabilmente tre: Cossu a Domusnovas, Tortonese ad Iglesias e – ovviamente – Arbanasich a Cagliari. Avere tre pastori era un’eccezione rispetto al resto dell’Italia, una sorta di privilegio che veniva concesso ad una terra che probabilmente veniva recepita come particolarmente ricettiva rispetto al messaggio evangelico. Per fare un confronto col resto del Paese, nella relazione del maggio 1895 di Taylor vengono indicati per tutta l’Italia solo 19 pastori, di cui ben 3, appunto, nella sola Sardegna.

Nel 1895 il pastore americano dà una notizia importante, annunciando la formazione di una comunità battista a Sassari. Purtroppo non viene esplicitato come questa comunità sia nata e da chi sia seguita. Si parla solo di un “colportore-evangelista” già alle dipendenze della l’Unione delle Chiese Apostoliche Battiste. Dando questo annuncio, Taylor non si trattiene dal sottolineare un fatto: “this interesting island has been left exclusively to Baptists, it seems our duty, as far as possible, to occupy it”9. Ciò, a parte il tono campanilistico, conferma in via indiretta come il protestantesimo nella Sardegna di quegli anni fosse principalmente di matrice battista.

Tornando a Cossu, nel 1895, viene dato operativo a Cuglieri, altra tappa della sua instancabile opera. Degli ultimi suoi anni non si hanno praticamente notizie, tranne che – come detto - nel 1897 diede alle stampe la sua ultima fatica, Della padronanza in religione, e che fino al 1902 altri Reports lo indicano sempre a Cuglieri. Il pastore morì a Macomer nel 1904, dopo avervi verosimilmente trascorso l’ultimo scorcio della sua vita10. Così, a 72 anni, si spegneva l’ex prete di Tresnuraghes.

 

 

Pietro Arbanasich

 

Ma facciamo di nuovo un passo indietro.

Pietro Arbanasich arrivò a Cagliari il 23 novembre 1885. Il nuovo pastore era un profugo triestino nato nel 1841. Fuggito dal dominio Borbonico d’Austria nel 1860, si rifugiò a Milano e l’anno dopo si era arruolato come volontario nell’esercito italiano, 1° Reggimento granatieri. Pare che non avesse nessuna conoscenza della fede riformata, ma per non essere obbligato ad andare a messa, si proclamò calvinista, ottenendo di poter frequentare la chiesa evangelica del posto (allora si trovava a Pisa). Il testo biblico e il protestantesimo lo catturarono. Nel 1866 divenne garibaldino, partecipando alla Battaglia di Bezzecca dello stesso anno, e l’anno dopo rispose di nuovo all’appello di Garibaldi a partecipò nel 1867 all’impresa di Mentana, nella quale fu ferito. In seguito si convertì all’evangelismo – probabilmente tra il 1869 e il 1870 - e frequentò a Milano il Collegio Teologico della Chiese Libere, diventando prima colportore e poi andando ad insegnare a Genova. Fu pastore della Chiesa libera di Pietra Ligure nel 1872. Due anni dopo, a causa della crisi economica che colpì questa denominazione, molti evangelisti (tra cui, come abbiamo visto, Angelo Cossu) lasciarono le Chiese libere. Il triestino resistette, insieme ad altri, fino al 1876, anno in dopo il quale lui e vari altri scompaiono dalle liste di questa denominazione, spesso confluendo in altre. Nel 1881, infatti, troviamo Arbanasich pastore battista a Roma. Lì venne notato da Taylor, che lo accolse nell’Opera battista e lo mandò a Cagliari come pastore.

Uomo di cultura – aveva un diploma da maestro -, appassionato di storia e di mineralogia, Arbanasich dedicò molte delle sue energie alla lotta contro l’analfabetismo, e in questo venne aiutato molto dalla moglie Giuseppina Lippi, che quando venne a Cagliari col marito fece ritorno in un’Isola in cui era già stata e in cui aveva operato. Infatti -come già accennato - era stata in Sardegna 25 anni prima, nel 1860, arrivando da Firenze, insieme ad altre maestre elementari di fede evangelica, chiamate a lavorare nelle scuole aperte nel nord Sardegna. L’esperienza sarda di allora durò solo un paio d’anni, poi tornò a Firenze, dove avrebbe incontrato il suo futuro marito.

All’arrivo del pastore triestino e di sua moglie a Cagliari, la comunità battista si riuniva verosimilmente in un locale in piazza Yenne numero 6, all’angolo con il Corso Vittorio Emanuele, che verrà poi cambiato agli inizi del nuovo secolo (quando non ci sarà più Arbanasich) in favore di uno sito in Corso Vittorio Emanuele11. Secondo il Report del 1887, la sua attività fu subito frenetica e proficua, con folte partecipazioni ai suoi incontri, tanto che la sala a volte non risultava sufficiente. Buoni risultati ottennero anche gli incontri sulla Bibbia (Bibble class, oggi chiamato “studio biblico”) e la scuola domenicale (Sunday school), mentre addirittura l’annuale Festa dell’albero (Christmas Festival) era frequentata “by some of the best people of the place”.

Anche Arbanasich, come Cossu prima di lui, si mosse per tutta l’isola per testimoniare il credo protestante, muovendosi soprattutto nella Sardegna meridionale. E fu proprio lui a sottolineare a Taylor (che poi portò questa istanza presso la Southern Baptist Convention) l’importanza di avere un missionario a lavoro presso Iglesias, e forse proprio in virtù delle sue insistenze furono mandati nella cittadina – come abbiamo visto - prima Cossu e poi Tortonese. E sempre come l’ex prete di Tresnuraghes anche l’ex garibaldino ebbe vari problemi a causa della testimonianza, tanto che segnala, addirittura, anche una sassaiola.

Nella seconda metà degli anni ’90 la comunità evangelica di Cagliari sviluppò il desiderio di avere un locale di culto più adeguato alle proprie necessità. Taylor segnala che nella città sarda si stanno raccogliendo finanziamenti – ovviamente tra i soli membri della chiesa stessa – per raggiungere questo scopo e si lascia scappare anche una promessa: “Se loro provvedono al terreno, la Missione può pensare alla struttura”12. Per l’anno 1896 le statistiche riportano 26 membri, un battezzato durante l’anno, e un contributo di 108 dollari.

 

L’impegno politico e il ritorno a Firenze

Sempre nell’ultimo decennio del secolo, il pastore diede spazio alla propria tensione politica e civile. Egli, infatti, fu tra gli esponenti di spicco del repubblicanesimo cagliaritano. Non può certo sorprendere l’inclinazione politica del triestino, visto che fu tra i garibaldini a Bezzecca e Mentana e che non nascose mai la sua passione per Mazzini. Questa sua predisposizione personale ben si accordava con l’associazionismo e il movimento di carattere democratico-repubblicano, che proprio a cavallo fra Otto e Novecento – il periodo del suo pastorato nella chiesa battista - visse in Sardegna un periodo di rilancio. Ciò avvenne sulla scia della formazione nel 1895 del Partito Repubblicano Italiano. Così nell’Isola si formarono associazioni, circoli e sezioni repubblicane, e in particolare a Cagliari nel 1896 nacque l’Associazione Repubblicana. Arbanasich fece il discorso commemorativo su Garibaldi a nome dell’Associazione, il 2 giugno dello stesso anno.

Sempre la passione politica e civile – e forse anche quella per la storia - lo spinse a far sentire la voce sua e della comunità tutta presso una persone più importanti e potenti del periodo, quale era William Gladstone13, famosissimo uomo politico inglese:

Onorevole signore, i fratelli della piccola e unica Chiesa evangelica battista in Cagliari, radunati nel nome del Signore la sera del 4 febbraio 1889, mi davano l’onorevole e dolce incarico di parteciparvi la seguente deliberazione:

“I componenti la Congregazione evangelica battista mandano all’onorevole Gladstone, loro fratello in Cristo, un fraterno saluto, e lo assicurano che, se non dimenticheranno mai di raccomandarlo nelle loro preghiere all’Eterno, ricorderanno ancora ch’egli è sempre stato sincero e costante amico d’Italia.”

Onorevole signore, ai sentimenti delle sorelle e dei fratelli della chiesa unisco i voti del bambini della scuola domenicale, affinché il Dio di ogni bene vi liberi da ogni insidia che i nemici dell’evangelo, dell’umanità e della nostra patria tendono, se non alla vostra persona, alla vostra fama.

Egli è scritto: ‘L’empio è stato allacciato per opera delle sua proprie mani’ (Salmo IX, 16); che ‘il desiderio degli empi perirà’ (Salmo CXII, 10); e che per volontà di Dio ‘gli empi caggiano nelle loro reti tutti quanti, mentre il giusto passa oltre’ (Salmo XLI, 10). Ora, fedele è colui che ha fatto queste promesse.”14

Questa lettera di omaggio indirizzata a Gladstone non è possibile – allo stato delle conoscenze attuali – ricondurla ad un fatto specifico. Si può forse spiegare con un insieme di fattori fra loro connessi, Intanto per gli evangelici italiani di quegli anni l’Inghilterra era una sorta di “modello di fede e virtù”, perché da quelle parti il Great awakening aveva creato un paese largamente pervaso da uno spirito religioso, che ai protestanti nostrani – figli più del “Risveglio” che della Riforma vera e propria, non poteva non entusiasmare. Nello specifico, poi, Gladstone era ricco di ardore di fede personale e si sforzava di tenere insieme moralità e politica. Inoltre, non mancava di polemizzare sull’infallibilità del Papa o contro altri decreti del Concilio Vaticano I, cosa quanto mai gradita ad un protestante italiano.

Comunque, altro fattore di decifrazione del comportamento di Arbanasich è che egli ci tenesse a creare dei legami tra la sua chiesa e il movimento protestante internazionale, distante e frammentato che potesse essere. Così l’episodio della lettera a Gladstone si somma con quanto avvenne nell’aprile dello stesso anno (1889). Alle sei del pomeriggio del 30 aprile con un culto – e relativi canti, immancabili nella liturgia battista – il pastore e la comunità si unirono alle contemporanee funzioni dei fratelli statunitensi che festeggiavano il centenario dell’elezione di George Washington alla presidenza della Confederazione americana.

Senza mai rinunciare alla sua tensione politica e civile, negli ultimi anni della sua permanenza a Cagliari, Pietro Arbanasich si spese soprattutto per la raccolta fondi per un nuovo locale di culto e per l’evangelizzazione nella Sardegna meridionale. In questo fu aiutato, oltre che da colportori mandati dalla Missione e da vari fratelli di chiesa -, soprattutto dalla moglie e dal figlio Giovanni. A sua volta, quest’ultimo diverrà ministro evangelico, dopo essersi laureato in Lettere a Firenze, e purtroppo morirà durante la Prima guerra mondiale. Il suo legame forte con la Sardegna è testimoniato dalla traduzione in sardo campidanese, direttamente dal greco, del Vangelo di Luca15. L’amore per l’Isola e la passione per la scrittura gli derivavano dal padre Pietro, il quale a sua volta dedicò alla Terra Sarda il suo racconto Adelina di Sant’Arega (pubblicato sotto il nome di Fra Piero). Oltre al romanzo scrisse anche due trattati: Dio e patria del 1890 e Perché ho detto addio al papa del 1904. È suo anche il trattato scientifico La enumerazione dei molluschi della Sardegna, opera pare molto apprezzata dal mondo accademico cagliaritano16.

Nel 1903 Pietro Arbanasich fu richiamato a Firenze per dirigere la Chiesa del Lung’Arno Guicciardini. Qui morì due anni dopo.

Con la partenza di Arbanasich si chiudeva un’epoca per la Chiesa evangelica battista di Cagliari, che passava da una fase pionieristica a quella della consolidazione. Lasciava un comunità non numerosa ma ormai costantemente presente in città da più di quattro lustri. Al suo posto subentrò Antonio Fiori, di nuovo un sardo d’origine, come Cossu. E, soprattutto, si trattava di uno dei cinque battezzati nel maggio 1877 da Angelo Cossu, così come la moglie Maria.

 

 

Conclusioni

 

Una realtà protestante – una Chiesa battista – è quindi nata a Cagliari nella seconda metà degli anni Settanta del XIX secolo, frutto di un movimento evangelico più ampio di livello nazionale che vedeva il periodo risorgimentale, e poi quello post-unitario, ricco di esperienze di questo tipo in tutto il Paese. Il battismo sardo si è poi sedimentato grazie ai due pionieri Angelo Cossu e Pietro Arbanasich, che hanno portato la loro evangelizzazione in molte altre parti della Sardegna, sebbene quella di Cagliari rimanesse sempre la più importante delle località.

Nel corso degli anni, lo sviluppo e la stabilizzazione del battismo sardo andò di pari passo con quello nazionale e non venne mai meno. Fatto, quest’ultimo, ancora più importante, perché negli anni in cui Cossu poneva le basi del suo lavoro pionieristico, nessun altra chiesa cristiana acattolica era presente nell’Isola, almeno sulla base dei documenti per ora disponibili.

Le esperienze umane e – per così dire – professionali dei due pastori-pionieri Cossu e Arbanasich ci mostrano anche come l’evangelismo a Cagliari, e in tutta la Sardegna, si sia man mano sempre più integrato nel tessuto sociale, seppure nelle piccoli dosi nelle quali ciò poteva realmente accadere. Infatti, se l’ex prete di Tresnuraghes dovette combattere soprattutto per poter portare avanti la sua testimonianza e dovette avere a che fare addirittura con le più alte cariche del clero sardo, Pietro Arbanasich - non senza incontrare anche lui difficoltà ed ostacoli durissimi nella sua evangelizzazione, basti ricordare la sassaiola di cui fu vittima - poté comunque anche dedicarsi ad attività politica. Frutto, questo, certamente di una diversa predisposizione personale – il triestino era un fan di Mazzini e Garibaldi -, ma anche di come un pastore protestante potesse essere, sullo scorcio del secolo, un cittadino a tutti gli effetti e come tale fosse considerato da tutti, come del resto avveniva – tra limiti, frenate e passi indietro – in tutta l’Italia.

Anche la Sardegna, insomma, ha la sua storia protestante. E se questo studio non ha la pretesa di essere un quadro storico dell’evangelismo sardo, il quale dovrebbe partire dal XVI secolo - e neppure una storia di tutto il battismo sardo, che richiederebbe approfondimenti sulle comunità di Iglesias, di Carbonia, di Olbia, di quella un po’ misteriosa di Sassari, ecc. e l’analisi delle cosiddette diaspore17 -, si può dire che la storia recente del Protestantesimo nell’Isola, quella che parte dalla fine dell’Ottocento, abbia radici battiste. Così, come dopo il 1848 l’evangelismo si riaffacciò corposamente lungo tutto la Penisola, sempre più col passare degli anni, questo stesso movimento arrivò nell’Isola, dove si radicò in Sardegna nella chiesa di Cagliari.

Di questa comunità, ovviamente resta ancora molto da raccontare. Il periodo del fascismo, per esempio, con i pastori della chiesa controllati dalle Prefetture in quanto persone sospette, come molti ministri di culto evangelici. E poi il rapporto con la Massoneria, la tragedia dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, che colpì ma non annientò la Chiesa e i suoi membri, che anzi nel secondo dopoguerra raddoppiarono. E ancora la nuova era che iniziò con l’acquisto nel 1954 di un nuovo locale di culto (quello attuale), in viale Regina Margherita, al centro della città, e una struttura per evangelizzazione e campeggi (il “Campo Sardegna”) che si dimostrò avamposto per la testimonianza battista nell’isola. Fino al convinto percorso ecumenico ed interreligioso che l’ha guidata in questi ultimi anni e alla nuova sfida della gestione della Casa Evangelica Eben Ezer, 130 dopo l’arrivo del primo battista nell’isola.

 

 

 

1Il nome “Sacro Macello di Valtellina” è stato coniato dallo storico del XIX secolo Cesare Cantù per descrivere gli avvenimenti del 1620 nella vallata della Lombardia settentrionale, quando bande armate cattoliche fecero strage di centinaia protestanti.

2 Sulla data di nascita del battismo italiano e sulla storia dei battisti italiani in genere, cfr. D.MASELLI, Storia dei battisti italiani, op. cit. Qui Maselli (riportando S.S. CORDA, Baptist Beginnings in Italy, saggio presentato alla facoltà del Seminario teologico di Ruschlicon, Zurigo, 1964) indica la data dell’articolo di Berg come quella del concepimento del battismo italiano.

3 “La voce della Sardegna” si autodefiniva “giornale religioso-politico-letterario”. Di matrice fortemente cattolica, iniziò le sue pubblicazioni nell’ottobre 1876.

4 “Il seminatore”, II, n. 6, giugno 1877, p. 191. Questo ha creato in parte un equivoco per il quale molti riportano sei battesimi in quella data. Ma non c’è dubbio che furono cinque, come riportato nel manoscritto originale della Lista dei membri.

5 A. COSSU, Il Giubileo cattolico e la sua origine, Roma, Tipografia A. Chiera, 1870. Ma la data è dubbia.

6 A. COSSU, Anatomia del battesimo nella chiesa romana, in risposta alla 1a lezione sull’Adamo data nel dì 18 giugno, del sig. canonico teologo della cattedrale di Cagliari, Poggibonsi, Tipografia Federigo Bassi, 1876

7E. CANO, Due omilie intorno al sacramento del battesimo che si amministra agli infanti dette nella chiesa cattedrale da mons. Eugenio Cano vescovo di Bosa, Bosa, Tipografia Vescovile, 1878, p. 7. MURONI in Gente di Planargia, op. cit., p. 143 scrive che Cano attraverso il sindaco di Tresnuraghes tentò di organizzare un incontro con Cossu, ma che quest’ultimo non si presentò così il vescovo scrisse le due omelie. Eugenio Cano resse la diocesi di Bosa dal 1872 al 1905.

8A. COSSU, Se il papa abbia ragione di essere, 1888. Il testo, per quanto è stato possibile, accertare esiste solo nell’archivio della Chiesa battista di Cagliari. Manca però il frontespizio e non è dunque possibile risalire ad alcune informazioni, come per esempio l’editore e il luogo di pubblicazione.

9 “Questa interessante isola è stata lasciata esclusivamente ai battisti, pare nostro dovere, il più che ci è possibile, occuparci di essa”

10

11 L’indirizzo di piazza Yenne è riportato in F. CORONA, Guida di Cagliari e suoi dintorni, Bergamo, Istituto Italiano d’arti grafiche, 1894, p. 197.

12If they provide the ground, the Board should give the house.”

13 William Ewart Galdstone: uomo politico britannico, ricoprì per quattro volte la carica di primo ministro (1868-1874, 1880-1885, 1886, 1892-1894). Comprese la necessità della libertà religiosa e, di ritorno da un viaggio in Italia (1851), criticò aspramente il regime borbonico, divenendo un sostenitore dell'unità italiana.

14 Riportato da G. MURTAS, Cagliari 1889: Chiesa, Politica, Società all’esordio dell’Unione Sarda, Cagliari, Alternos, 1889, pp. 307-8.

15Una copia de Su Santu Evangeliu de Nostru Signori Gesù Cristo segundu Santu Luca tradussiu in su dialettu sardu meridionali, Tip. Firenze, 1900, è presente nell’archivio della Chiesa battista di Cagliari. Giovanni Arbanasich è anche stato autore di alcuni inni ecclesiastici

16P. ARBANASICH, La enumerazione dei molluschi della Sardegna, Società tipografica antica tipografia Soliani, 1895 (Estratto da: Bollettino della società malacologica italiana, vol. 19)

17 Diaspora, termine greco che significa “dispersione”, viene utilizzato per indicare i membri di una comunità che vivono distanti dal luogo di culto a dal centro delle attività religiose e che comunque mantengono forti collegamenti. Per esempio, gli “ebrei della diaspora"” sono gli appartenenti alle comunità che vivono fuori da Israele