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Testo del sermone che Stefano Meloni ha pronunciato il 3 Febbraio 2008


Nel V libro del celebre “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo c’è un episodio che ha per protagonista il celebre personaggio dell’arcidiacono della cattedrale Frollo. Gli fanno visita un amico medico ed uno studioso che vuole conoscere i segreti della sua conoscenza e sapienza. L’arcidiacono contesta loro che né la medicina né l’astrologia siano scienze. La vostra scienza dell’uomo è nulla! La vostra scienza del cielo è nulla!, dice e solo l’alchimia (ma intende le scienze fisiche e chimiche) è cosa vera e certa. La discussione si accende e lo studioso chiede di poter studiare sui libri dell’arcidiacono. Venite quando volete, gli risponde Frollo, ma sappiate che il viaggio attraverso le cose misteriose è lungo e difficile. Per prima cosa vi farò leggere le lettere di marmo dell’alfabeto, le pagine di granito del libro. Vi porterò a vedere i portoni della Santa Cappella, i geroglifici che rivestono i catenacci dell’ospedale di San Gervasio, compiteremo le facciate delle grandi cattedrali di Parigi, e

Lo studioso sembrava non capire più cosa gli stesse dicendo Frollo.

L’arcidiacono, infatti, gli stava elencando i grandi monumenti di Parigi.

Ma che libri sono mai questi?, chiese.

Eccone uno – dice l’arcidiacono, e aprendo la finestra indica l’immensa chiesa di Notre Dame con le sue torri possenti, la sua sagoma, che al chiaro di luna la faceva sembrare una sfinge. Poi, dopo aver osservato in silenzio la chiesa, sospirò, e indicò un libro stampato che stava sul tavolo. Ahimè, disse, questo ucciderà quello. Il libro di carta ucciderà l’edificio.

Il libro stampato era un commento alle epistole dell’apostolo Paolo.

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È interessante il seguito della storia, e sorprendentemente ci riguarda. Si, perché l’arcidiacono aveva una visione, una paura: in quegli anni, a metà del 1500, cominciavano a circolare libri stampati e uno di questi libri era proprio la Bibbia.

L’alto prelato esprimeva dunque il timore che la stampa a caratteri mobili, inventata da Gutenbergh e la traduzione in lingua volgare del testo biblico, avrebbero minato dalle fondamenta la costruzione millenaria che la Chiesa aveva eretto e che, era rappresentata e simboleggiata efficacemente per mezzo della pietra, degli archi, delle costruzioni ardite, nelle cattedrali sparse qua e là nel mondo occidentale.

La Bibbia di carta stava per uccidere la Bibbia di pietra.

Era la paura di un prete, dice Hugo, che temeva l’impatto rivoluzionario e devastante della diffusione della Bibbia tra il popolo, della possibilità di leggerla e interpretarla senza mediazione, era il timore che il potere elitario, clericale, istituzionale, potesse venir meno. E di tutto ciò, Gutenbergh e Lutero erano i maggiori responsabili.

Ma ad uno sguardo più approfondito un’altra lettura era possibile. In quella frase non c’era solo lo scontro fra Chiesa e popolo, tra potere ecclesiastico e cristianesimo radicale, tra mediazione sacerdotale e “sola scriptura”; lì si rappresentava sinteticamente uno scontro epocale fra tecnologie. Si richiamava l’attenzione, su come, nella storia del mondo, ci si fosse serviti di diversi strumenti, di differenti supporti, per conservare la memoria degli eventi, dei concetti, delle idee, che l’uomo aveva voluto tramandare di generazione in generazione, .. quando la memoria delle prime razze si sentì sovraccarica, quando il bagaglio di ricordi del genere umano divenne così pesante e così confuso che la parola nuda e instabile, rischiò di perderne lungo il cammino, si pensò di iscriverli nel suolo nel modo più duraturo e nello stesso tempo più naturale. Ogni tradizione venne suggellata con un monumento. Così l’architettura, dalle origini al secolo XV dell’era cristiana, è il gran libro dell’umanità.

Si raccontava di come fosse stato necessario fermare da qualche parte e su qualcosa di duraturo l’idea del mondo, la sua comprensione, la sua visione.

E così in avanti, dalla parola trasmessa, al segno, al simbolo, alla scrittura. E dagli oggetti alle rappresentazioni sui muri, e poi i muri e le grandi costruzioni, dove fermare per sempre la raffigurazione della realtà, sempre più complessa e articolata. Allora l’architettura si sviluppò di pari passo con il pensiero umano; diventò un gigante con mille teste e mille braccia, e fissò in una forma visibile, palpabile, tutto quel simbolismo fluttuante. L’idea madre, il verbo, non era solo nascosto in questi edifici, ma appariva anche nella sua forma. Il tempio di Salomone, per esempio, non era semplicemente la rilegatura del libro santo, era lui stesso il libro. Su ognuna delle sue cinte concentriche, i sacerdoti potevano leggere il verbo tradotto e reso manifesto allo sguardo, e ne seguivano così le trasformazioni di santuario in santuario fino ad impadronirsene nell’ultimo tabernacolo sotto la sua forma più concreta che era anch’essa un architettura: un’arca.

Così, durante i primi seimila anni del mondo, l’architettura era stata la grande scrittura del genere umano, e per la cristianità, luogo e forma sublime per esprimere il pensiero, per affermare la verità, per dire Dio.

Ecco la Bibbia di pietra. La cattedrale, la chiesa, e tutte le costruzioni poste a baluardo della testimonianza cristiana, veri compendi della legge e della morale, vera espressione artistica e spirituale, vero ed efficace segno di presenza, di presenza stabile, di fermezza, di continuità del regime di verità, testimoniata nei secoli.

Nel XV secolo tutto cambia. Poteva tutto ciò essere messo in discussione da un libro?

Il libro stava per uccidere l’edificio.

Così come la facciata della cattedrale aveva resistito alle intemperie, al vento, alla pioggia, così ora pericolosamente, il vento avrebbe trasportato quei fogli. E tutto ciò non sarebbe stato più controllabile.

Sotto forma di stampa, il pensiero è più imperituro che mai: è volatile, inafferrabile, indistruttibile. Si fonde con l’aria. Mentre all’epoca dell’architettura si faceva montagna e s’impadroniva prepotentemente di un secolo e di un luogo, ora si fa stormo di uccelli, si sparge ai quattro venti, occupa a un tempo tutti i punti dell’aria e dello spazio.

Come meravigliarsi che la mente umana abbia abbandonato l’architettura per la stampa?

In tal modo il sistema culturale e sociale rappresentato dalla cattedrale era destinato a soccombere davanti alle nuove forme di produzione e diffusione della cultura rese possibili dall’invenzione della stampa. E il dono della Bibbia in lingua volgare, che Lutero fece al popolo tedesco (nel 1522 il NT e poi 12 anni dopo anche l’Antico), può degnamente e simbolicamente rappresentare l’inizio di questa storia.

I luoghi generano identità?

È andata proprio così? Certamente nella storia europea, dal XVI secolo in poi, le chiese protestanti nel Nord Europa strappate al cattolicesimo e trasformate, magari eliminando statue e immagini, sono un segno permanente di una storia passata, la storia del cristianesimo figlio della Riforma. Esse rappresentano materialmente ciò che è stato, testimoniano di un conflitto di proporzioni epocali, restano lì a ricordare tratti di strada percorsa da uomini e donne del loro tempo. Sono, perciò, un racconto, una testimonianza ricevuta che vuole essere conservata e, poi, raccontata a sua volta.

Quelle chiese raccontano la nostra storia di cristiani evangelici.

Sono perciò così importanti per noi i luoghi, i templi, le costruzioni?

La Bibbia di carta li ha distrutti?

Se volessimo applicare questa chiave di lettura alla nostra piccola storia di chiese protestanti in Italia, se volessimo chiederci che ruolo e che peso hanno avuto le nostre costruzioni, i nostri templi, i nostri centri, nella nostra storia di comunità e popolo di credenti ancorati con forza al valore della scrittura, quali considerazioni potremmo fare?

Possiamo dire che i nostri luoghi fisici (chiese, centri giovanili, villaggi, cimiteri, strutture) hanno contribuito in maniera significativa alla costruzione della nostra identità?

Che la nostra storia, di comunità e singoli credenti, è passata attraverso ed è vissuta nelle nostre costruzioni di pietra?

Il nostro attaccamento alla Parola detta, raccontata e testimoniata, ha avuto bisogno di strade calpestate, di spazi di culto, di centri diaconali, nei quali vivere materialmente la fede cristiana?

Per la chiesa-popolo valdese la risposta non può che essere affermativa. Vista dal di fuori, quella storia racconta di fughe, persecuzioni, battaglie e rimpatri, vissuti alla luce dell’Evangelo e della scrittura, e per questo decisamente ancorata a territori, paesi di montagna, cittadine in cui si respira un’aria protestante. Per chi è cresciuto nella diaspora evangelica italiana da non valdese, non è strano ma anzi eccitante trovarsi nei luoghi fisici dai quali traspira un senso di appartenenza, un’appartenenza scandita, rappresentata e conservata, in quei templi, in quelle montagne, in quelle pietre.

Viceversa, non avere luoghi a cui ancorare una storia che si tramanda nel tempo non genera, forse, uno spaesamento, una indeterminatezza, una leggerezza della presenza sul territorio? Non abbiamo forse anche noi l’esigenza di fissare in modo duraturo e sulla pietra il nostro “esserci stati”?

Il battismo in Italia ha costruito pochi edifici che non fossero locali di culto e in massima parte agli albori della nostra presenza, nei primi del Novecento: per citarne alcuni, la scuola teologica di Rivoli (To), l’orfanotrofio G.B. Taylor a Roma, la casa di riposo ad Avigliana, i centri giovanili di S.Severa e Rocca di Papa, Villa Betania a Roma. Per noi battisti sardi il Campo Sardegna.

È chiaro che chi ha frequentato quei posti li ricorda come luoghi dove si è costruita la propria identità, la propria storia.

Chi ha studiato a Rivoli, chi è cresciuto all’ist. Taylor o ha vissuto un periodo nella casa di riposo, chi ha trascorso lunghi periodi nei centri giovanili, chi è stato al Campo Sardegna, vi dirà che quei tempi non sono trascorsi senza conseguenze nel proprio percorso di crescita personale. In certi casi anche di fede. Sì, anche di fede. Ma di più, partecipare alla vita di questi luoghi ha regalato la sensazione e la consapevolezza di appartenere ad una storia più grande (quella dei battisti in Italia, o ancora dei protestanti nella nostra terra) che non quella della piccola realtà locale, incardinata nella chiesa della propria città.

Un tempio mai costruito

Un episodio lontano nel tempo può aiutare a farci un’idea di quanto incisiva e anche problematica potesse essere la presenza di un tempio evangelico, nell’Italia del primo dopoguerra.

Sul finire degli anni ’30, a Cagliari, il pastore Carmelo Inguanti lancia la sottoscrizione per la costruzione del nuovo tempio battista in città. La comunità, nei primi sessanta anni di vita, aveva occupato alcuni modesti locali, e desiderava affermare la sua presenza per mezzo di un tempio adeguato. La raccolta dei fondi continuò negli anni e riprese nel primissimo dopoguerra grazie anche ai contributi monetari dei militari americani di fede evangelica presenti in città dal 1943. Fu finalmente definito un progetto e si ebbe una approvazione dell’ufficio tecnico comunale datata 30 aprile 1945. I soldi, naturalmente, non bastavano ancora, ma la voce si sparse in città e nella regione sarda. Alcuni mesi dopo, precisamente il 13 agosto del ‘45, in una pubblicazione edita a Sassari , l’archeologo sardo più famoso e ancora oggi vivente Giovanni Lilliu, in un suo articolo titolato “Divagazioni sull’urbanistica cagliaritana”, dove descriveva lo stato desolante in cui si trovava il capoluogo dopo le devastazioni belliche, scrisse così: … ma l’ampia finestra naturale sul mare che vedesi dal Buon Cammino sembra destinata ad essere murata se, come corre voce, in una parte imprecisata dell’area dovrà sorgere, secondo un progetto già approvato dalla Commissione Edilizia, una Chiesa di rito non cattolico. L’uomo della strada, a cui di solito si nasconde ogni determinazione superiore ma non si può togliere l’uso del giudizio, si domanda quale opportunità tecnica muova la costruzione del nuovo edificio in una parte della città che un gusto, anche non affinato, indica tutt’altro che adatta ad accogliere una fabbrica tanto diversa così dal paesaggio architettonico circostante come dall’aspetto dell’edilizia cittadina in generale. E aggiunge la considerazione che la solitaria ed anacronistica linea d’un aguzzo e agghindato prospetto gotico tipicamente nordico (contrastante sia con i piani coronamenti delle moderne fabbriche sia collo stesso misurato e succinto profilo degli edifici gotico-catalani di Cagliari) altro non produrrà che una nuova artificiosa e nociva inserzione esotica nel già tanto frammentario eclettismo formale dell’architettura del declinante ottocento e del primo trentennio dell’attuale secolo nella capitale sarda.

L’archeologo Lilliu, come vedete, era contrario, quasi scandalizzato, dalla possibilità che si potesse costruire un tempio evangelico in Via Tigellio!

Potremmo, a posteriori, dire due cose: la prima, che oggi la linea tanto decantata che si vede oggi dal Buon Cammino, vede sovrapposte tutte le differenti tipologie edilizie frutto della edificazione del dopoguerra, e appare, questa si, artificiosa, posticcia e confusa. Ma la seconda considerazione non può che sollevare il dubbio che la critica “urbanistica” mal celasse il fastidio di dare diritto di suolo, di stabilità, di edificio, infine di esistenza, all’espressione della fede diversa da quella maggioritaria cattolica, che si sarebbe manifestata duratura nel tempo (qui Hugo ha pienamente ragione) per mezzo di un locale di culto evangelico che avesse la forma di un tempio fatto di pietra.

È, dunque, di rimando che viene rilevata l’importanza della costruzione di un edificio che testimoniasse una differente espressione religiosa. Quel tempio significava che qualcosa di diverso, in termini di testimonianza, presenza, identità religiosa, rivendicava il diritto ad esistere. Non stupisce, perciò, la reazione scomposta e il bisogno di rivestirla di una critica che prende le forme del discorso sull’arte, sul gusto, sull’opportunità architettonica.

Quel tempio non fu mai costruito, e rimane per noi soltanto quel progetto approvato e quei disegni conservati nei nostri archivi.

Ma il locale di culto della Chiesa Battista di Cagliari, di tutt’altra forma (certo meno bella) e in un’altra zona della città, però, ebbe la luce nel maggio del 1955: è questo locale dove ora state seduti. Che resta, ancora oggi, pur nella sua dimensione certamente meno invasiva e appariscente, un segno che quel diritto ad esistere delle fedi diverse dalla cattolica ha trovato luogo e forma per essere tracciato.

Si, il luogo ha memoria e racconta storie che vogliono essere tramandate

Possiamo dunque dire che il luogo, l’edificio, dicono qualcosa e portano con sé elementi di continuità, di durata, che vanno oltre il momento storico (ricordo che il pastore Marziale diceva che mai si dovesse vendere questo locale di culto! Perché negli anni si sarebbe potuto dire più facilmente che ci siamo stati e dove eravamo stati). Un luogo che conserva un significato che passa di mano in mano, di generazione in generazione, mantenendo il ricordo di chi c’è stato, di chi ha calpestato quei luoghi, di chi li ha resi vivi. I nomi sono scritti da qualche parte, nei nostri documenti e nella nostra memoria. Dobbiamo averne cura.

Per il popolo di Israele il tempio di pietra, dove Dio poteva stare, era importante. Davide pensava che la costruzione di una casa al Signore l’avrebbe fatto abitare stabilmente. Il tempio di Salomone, costruito vicino al palazzo del re, per gli ebrei tornati dall’esilio babilonese, significava allo stesso tempo il ricordo dell’antico splendore e la nuova fede nel Dio che non gli aveva abbandonati. Ma c’era un rischio: che la fede diventasse rituale e il culto un atto formale.

Con il NT si fa strada un nuovo concetto. Il culto mosaico fa spazio all’incarnazione di Dio in Gesù, il Cristo. Non bastano più i templi di pietra, anche se raccontano qualcosa sulla nostra storia di credenti.

In Gesù si realizza, per i cristiani, l’abitare di Dio nei fedeli.

Il nuovo tempio di Dio si concretizza nel corpo di Cristo, nell’insieme dei fratelli e delle sorelle, nella loro unità. La presenza di Dio si percepisce nella conoscenza e nell’amore reciproco. Una presenza spirituale che testimoniamo nella assemblea, nella santa cena, nel legame d’amore che siamo chiamati a vivere reciprocamente.

Solo così si potrà ancora parlare di Dio e di ciò che Gesù significa per noi.

Se i templi di pietra, se le nostre costruzioni vogliono ancora significare qualcosa e raccontare una storia che merita di essere tramandata di generazione in generazione, se la Bibbia di pietra e quella di carta non vogliono essere in conflitto tra loro, tutto sta nella possibilità di accogliere l’azione dello Spirito di Dio nei nostri cuori e nelle nostre menti, e nel far diventare il nostro corpo il nuovo tempio di Dio.

Stefano Meloni

 

Note:

E’ del 1455 la prima versione a stampa della Bibbia in latino

Non si conosce, allo stato delle ricerche, dove si trovassero il past. Angelo Cossu e i primi 6 battezzati il 10/5/1877, giorno dei battesimi e della fondazione della Chiesa Battista di Cagliari. Si parla di un locale in Via Sassari, ma non esistono documenti che lo attestino. Successivamente la comunità si riunì in Piazza Yenne, 6, come afferma la Guida Di Cagliari di Francesco Corona del 1894, nel Corso Vittorio Emanuele, come riporta il Testimonio, mensile battista, dal 1930, per poi trasferirsi nella attuale sede di Viale R. Margherita, 54 nel maggio 1955.

    La Parola e l'edificio

Possiamo dire che i nostri luoghi fisici (chiese, centri giovanili, villaggi, cimiteri, strutture) hanno contribuito in maniera significativa alla costruzione della nostra identità?

Che la nostra storia, di comunità e singoli credenti, è passata attraverso ed è vissuta nelle nostre costruzioni di pietra?

Il nostro attaccamento alla Parola detta, raccontata e testimoniata, ha avuto bisogno di strade calpestate, di spazi di culto, di centri diaconali, nei quali vivere materialmente la fede cristiana?