Comunità e immunità

Testo del sermone di Fabrizio Oppo di domenica 21 giugno 2009


Atti 2:42
Ed erano perseveranti nell'ascoltare l'insegnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nel rompere il pane e nelle preghiere.
2 Cor. 9
6 Ora dico questo: chi semina scarsamente mieterà altresì scarsamente; e chi semina abbondantemente mieterà altresì abbondantemente. 7 Dia ciascuno come ha deliberato in cuor suo; non di mala voglia, né per forza, perché Dio ama un donatore gioioso. 8 Dio è potente da far abbondare su di voi ogni grazia, affinché, avendo sempre in ogni cosa tutto quel che vi è necessario, abbondiate per ogni opera buona; 9 come sta scritto:
«Egli ha profuso, egli ha dato ai poveri,
la sua giustizia dura in eterno».
10 Colui che fornisce al seminatore la semenza e il pane da mangiare, fornirà e moltiplicherà la semenza vostra e accrescerà i frutti della vostra giustizia. 11 Così, arricchiti in ogni cosa, potrete esercitare una larga generosità, la quale produrrà rendimento di grazie a Dio per mezzo di noi. 12 Perché l'adempimento di questo servizio sacro non solo supplisce ai bisogni dei santi ma più ancora produce abbondanza di ringraziamenti a Dio; 13 perché la prova pratica fornita da questa sovvenzione li porta a glorificare Dio per l'ubbidienza con cui professate il vangelo di Cristo e per la generosità della vostra comunione con loro e con tutti. 14 Essi pregano per voi, perché vi amano a causa della grazia sovrabbondante che Dio vi ha concessa. 15 Ringraziato sia Dio per il suo dono ineffabile!
1 Cor. 4: 7
Che cosa ti fa pensare di essere superiore ad un altro? Se hai qualche cosa, non è forse Dio che te l’ha data?E se è Dio che te l’ha data perché te ne vanti come se fossi stato tu a conquistarla?

Nella nostra bibbia il messaggio che è espresso riguardo alla società formata dal popolo di Dio non è uniforme e non ha lo stesso significato.  Si confrontano su questo tema due tradizioni molto diverse. Alcuni testi sono basati su una concezione esclusivista del popolo. Il popolo, qui, costituisce una società fortemente identitaria, che deve curare il suo “proprio”, il patrimonio di usi e di culti che la caratterizzano e che non deve mescolare con tradizioni diverse. Divieti e indicazioni contrassegnano, in questi passi biblici, la paura per le contaminazioni che potrebbero venire dai popoli vicini e che guasterebbero l’integrità del popolo di Dio. Io spero che voi leggiate anche i passi durissimi contenuti nei libri del Levitico, del Deuteronomio o del libro di Giosuè. Leggiamoli, perché, insieme a passi bellissimi e che di solito scegliamo per le nostre predicazioni, ci sono i passi su cui non predichiamo, e che non vorremmo nemmeno leggere. Passi di violenza indicibile, passi orrendi, che parlano di legge religiosa dello sterminio e della sua pratica. Leggiamo questi libri, perché con la bibbia, se siamo fedeli, dobbiamo anche combattere, come il fedele servo Giobbe, che discuteva con impeto con il suo Dio chiamandolo a giudizio.
Un’altra tradizione biblica è invece rintracciabile in quei brani più coraggiosi, più aperti e più universali, presenti soprattutto in molti profeti. Come in quello straordinario passaggio del profeta Amos che fa pronunciare a Dio: Israeliti, voi siete per me come qualsiasi altro popolo, anche lontano. Ho fatto uscire voi dall’Egitto così come ho fatto uscire il Filistei da Creta e gli Aramei da Kir (Amos 9: 7). In questo passaggio il profeta Amos fa capire che non c’è un unico esodo, un’unica redenzione un unico momento di liberazione per tutto il genere umano. Ogni popolo ha la sua liberazione(1). La liberazione dei popoli non deve seguire le stesse forme che ha seguito per Israele. È da questa concezione che deriva la giusta affermazione che l’universalismo moderno ha origine nella cultura biblica. L’universalismo, cioè l’attenzione verso ciò che accomuna gli esseri umani conservando la loro differenza.Per il suo carattere di apertura e di coraggio intellettuale, questa tradizione universalista è giudicata più importante e più decisiva storicamente e teologicamente della tradizione tribale ed esclusivista.
I passi biblici che insistono sull’ossessione dell’identità, sulla difesa delle contaminazioni di altri popoli, sono infatti spiegabili come fatti culturali di un mondo antico, tipici di gruppi umani tribali organizzati in parentele; meccanismi diffusi un po’ dappertutto nel mondo di allora.
Questi antichi passi non sono confrontabili con le parole dei profeti, parole ampie, larghe, piene di speranza. Parole universali di accoglienza. Parole di rimprovero verso le vedute ristrette del popolo d’Israele.
È possibile esprimere con due parole diverse queste due diverse posizioni. La prima concezione, quella antica e tribale della società, possiamo indicarla sotto il segno della parola immunitas. La seconda concezione sotto il segno della parola communitas.
Immunitas, immunità, una parola di cui ci è familiare l’uso biologico o medico. Immunità contro le malattie. Difesa del corpo sano contro le aggressioni dell’esterno. Ma che non è usata solo in ambito scientifico, ma anche in ambito sociale e politico. E con lo stesso significato generale: difesa del gruppo contro il pericolo che viene dall’esterno, sua coesione intorno a valori forti, che ne rinsaldino l’unità. Avere, possedere qualcosa di proprio, qualcosa che per la sua importanza va difeso e non deve essere mai perso o ceduto. Custodia del deposito, attenzione guardinga perché non si disperda. Questa è l’immunità. Di cui vorrei sottolineare l’aspetto del possesso: avere, avere, possedere, difendere il tesoro.
L’altra parola, comunità, indica qualcosa di diverso che cercheremo qui di capire con l’aiuto dei passi biblici appena letti. Ma intanto un’importante osservazione preliminare: immunità e comunità contengono al loro interno una parola comune. Entrambe ruotano intorno alla parola munus, dono. Non dono che si riceve, ma dono che si fa, come quando nella parola munificenza vogliamo esprimere l’abbondanza nobile del donare, il carattere di chi dona.
Solo che, anche se le due parole hanno radici comuni, il loro significato è molto diverso. Chi gode dell’immunità è esentato dal donare, è libero da doveri, si sottrae agli obblighi. Nel medioevo i sovrani concedevano l’immunità a signori, a vescovi o a monasteri che così erano liberi di conservare il proprio patrimonio. Nessuno poteva chieder nulla a loro. L’immunità è un privilegio.
Per comunità s’intende invece quel gruppo sociale che è unito, e la cui unità non è data dall’avere, cioè dall’avere qualcosa in comune, un tesoro, un’identità, un grande valore. Nella comunità non siamo uniti da qualcosa, ma da una relazione reciproca. Ciò che ci unisce è il dovere, un incarico da eseguire, un servizio da realizzare, un dono da offrire. Nello spazio dell’immunità noi acquisiamo qualcosa, nello spazio della comunità noi perdiamo qualcosa. Con l’immunità ci facciamo forti e ci arricchiamo, con la comunità veniamo meno.
È ben strano che due visioni così diverse del dono, un dono che si conserva da un lato e, invece un dono che si dona dall’altro, non siano sempre tenute distinte, ma siano spesso confuse. E questo capita, in campo civile, quando si vuole difendere il “carattere essenziale” di un popolo o di una nazione e la comunità diventa una trincea assediata, sempre in stato di emergenza contro il pericolo che naturalmente è rappresentato dallo straniero, sempre nemico ostile, mai ospite. Ma capita anche in campo religioso quando pensiamo alla chiesa come comunità dei puri che deve rinsaldare il proprio senso di appartenenza, per evitare deviazioni o contaminazioni.
Sembrano discorsi del passato, che abbiamo fatto tante volte e che ormai abbiamo imparato. Eppure forse anche noi, appartenenti alla nostra avanzata comunità, abbiamo qualche problema quando si avvicina a noi lo straniero. Che non è solo lo straniero geografico, anche se sicuramente è anche quello, ma lo straniero morale; colui che ha un modo di vita e di comportamento ispirati a valori diversi dai nostri. Non è vero che in tali casi il desiderio di difendere la nostra identità comincia a diventare più forte?
È verissimo che la nostra comunità deve essere una comunità di santi, ed è una comunità di santi. Tutti noi siamo santi. Ma non certo perché abbiamo smesso di essere peccatori, o perché ci siamo arricchiti di virtù morali.
La santità è una cosa troppo importante per essere ridotta alla vita riuscita ed esemplare di qualche individuo speciale e posto davanti alla venerazione di tutti. I santi in genere sono nascosti, non esposti, e sono tantissimi: sono quelli che vivono nella mancanza e nel bisogno, sono quelli che non hanno alcun tesoro da difendere. Sono assetati come la cerva che desidera l’acqua del ruscello. Sono quelli che sanno che la santità è un dono di Dio, non un loro possesso. Proviamo a interpretare Paolo usando le stesse parole che rivolgeva ai corinzi: se hai la santità, non è forse Dio che te l’ha data? E se è Dio che te l’ha data perché te ne vanti come se fossi stato tu a conquistarla?
La santità è di chi viene meno, di chi si svuota. Non è una cosa per ricchi o per campioni religiosi, per i grandi esempi di morale o di virtù. La santità è la santità dei senza speranza, di quelli che chiedono perdono perché sono miseri e bisognosi.La comunità è di questi santi.
La comunità cristiana è nata, anche nella storia, in questo modo. Ricordiamo il brano di Atti che abbiamo letto: essi ascoltavano con assiduità l’insegnamento degli apostoli, vivevano insieme fraternamente, partecipavano alla Cena del Signore e pregavano insieme.
Questa è la comunità cristiana. Vivere fraternamente e partecipare alla cena del Signore. La comunità è fratellanza, ma non semplice fratellanza orizzontale. I fratelli celebrano la Cena, il ricordo del dono della vita di Gesù. Questo ricordo, essere fratelli in Cristo, dà alla fratellanza un elemento verticale indispensabile. La nostra fratellanza non è solo una fratellanza come tra compagni che condividono le stesse convinzioni, le stesse emozioni in atmosfera di cameratismo. Questi gruppi spontanei di amicizia sono molto naturali. E sono molto belli, perché sono spontanei gruppi d’amicizia. Aggregano e solidificano la nostra identità e danno gioia. Ma il riferimento a Cristo dà altre cose: introduce una differenza e introduce anche uno scompiglio. Il ricordo di Cristo è il ricordo di colui che ha abbandonato se stesso, che si è svuotato di sé. Cristo non è colui che ci innalza, che rende più ricco il nostro patrimonio religioso, che rende perfetta la nostra spiritualità. Il ricordo del suo sacrificio è il ricordo del suo abbassamento. Questo abbassamento è il suo dono. È il suo dono per noi. E noi, se siamo una comunità in lui, se siamo fratelli in Cristo, non possiamo tenere come un tesoro geloso questo dono, perché umiliazione e abbassamento non sono una ricchezza che si possa tesaurizzare. Non sono un qualcosa, sono un gesto. Non sono un avere, ma un non avere. Noi dobbiamo a nostra volta essere noi stessi un dono, quel dono.
Paolo lo dice in splendida semplicità: arricchiti di ogni cosa (quindi avendo ricevuto un dono, un dono di ricchezza) possiamo esercitare una grande generosità. Abbiamo ricevuto per essere generosi. I doni, in noi, diventano servizi. I doni sono incarichi, doveri, debiti. Questa rete di servizio e non di potere è ciò che ci unisce in una comunità.


(1) Michael Walzer, Pensare politicamente, Laterza, 2009, p. 145.

 

     Comunità e immunità

L’inizio dell’estate evoca in noi, abitatori di un’isola in mezzo al Mediterraneo, gli ampi spazi del nostro mare, sempre attraversato da viaggiatori, mercanti, missionari. Oggi solcato da carrette di disperati in cerca di una speranza di cui forse conoscono solo il nome.
Eppure qui, nel nostro Mediterraneo, culture antiche avevano visto nello straniero l’ospite, da accogliere con dignità perché offendere l’ospite e lo straniero è colpa paragonabile a non curarsi degli dei.
Perché, oggi, lo straniero, da ospite è diventato nemico?
Perché di fronte a lui nascono paure?
E perché per affrontare queste paure da tante parti si parla di rendere più solide le nostre comunità, più impenetrabili le nostre città, più superba e orgogliosa l’appartenenza alla comunità nazionale?
Che cos’ha la comunità, quali sono i suoi anticorpi, che possono renderci salvi, immuni, contro il pericolo rappresentato dallo straniero?
Possiamo noi, comunità figlia della Parola, uomini e donne che pregano con le parole della Bibbia, pensare che la parola comunità abbia a che fare con i recinti, con le garanzie di sicurezza, con le strategie immunitarie?
Perché, in breve, le parole che sono assonanti, ma diverse, di immunità e di comunità, non sono sempre distinte con chiarezza e anzi si tende a fare della comunità un luogo di rifugio sicuro, il luogo della salute, del corpo e dell’anima immuni dai pericoli che vengono dall’esterno?
In questo giorno, inizio dell’estate, in questa nostra isola circondata dal mare, con le nostre bibbie, cercheremo di interrogarci ancora sul senso della comunità di fronte a queste nuove paure.