CULTODEL24/04/2005
(Alberto Farci)
EFESINI 4,1 – 7
GIOVANNI 10,14 – 17
ATTI 2,41 – 47
1^ CORINZI 1,10 – 19 1^ CORINZI 3,4 - 13
Quando ho accettato di celebrare questo culto pensavo di cavarmela con un sermone nell’ambito della norma, anche se di normale quando si predica la parola del Signore non c’è mai niente. Mi sono orientato verso un argomento, l’ecumenismo, di grande attualità ma anche poco dibattuto al nostro interno, forse per timore di scontentare i nostri fratelli delle altre confessioni o forse perché le nostre idee non sono ancora molto chiare sul come intendere e vivere l’ecumenismo. L’elezione del nuovo Papa Benedetto XVI, che ha dedicato a questo argomento una parte significativa della sua prima omelia, ha rafforzato in me la convinzione che questo argomento merita qualche riflessione in più e qualche discussione più approfondita. Sinceramente devo dirvi che anche io non ho le idee chiare, come forse nessuno, su che cosa ci riserva il futuro sull’ecumenismo e quello che mi accingo a fare è presentarvi tutta una serie di dubbi, di situazioni, di movimenti e di incontri che tra enormi difficoltà continuano.
Già nel luglio del 1999 il presidente dell’UCEBI Renato Maiocchi in una lettera inviata a tutte le chiese battiste, in previsione dell’assemblea nazionale, scriveva “(…) le attuali spinte ecumeniche hanno spesso condotto ad un certo disorientamento rispetto alla tradizionale proposta di “venire a vivere la propria fede cristiana con noi”. Nei circoli ecumenici si è spesso operata una colpevole confusione fra evangelizzazione e proselitismo, condannando la prima con la seconda, salvo il diritto di evangelizzare all’interno stesso delle proprie confessioni “.
Ma per le nostre chiese, che sono tradizionalmente chiese che evangelizzano, questo probabilmente ha significato la perdita di entusiasmo e di motivazione. Perdita di entusiasmo e motivazione che abbiamo potuto constatare nell’ultimo culto ecumenico, ormai tradizionale, celebrato nella nostra chiesa che ha visto la presenza di soli 10 battisti. Indubbiamente stiamo vivendo una fase di stanca di cui non si conoscono le motivazioni ma che di fatto pone grossi interrogativi.
Nel contempo però il discorso sull’ecumenismo va avanti; alcuni sacerdoti cattolici sono più aperti al dialogo e la liturgia della messa è meno rigidamente ortodossa, come nell’ultimo matrimonio interconfessionale che abbiamo celebrato.
Il 7 e 8 marzo la diocesi di Cagliari ha organizzato un corso di aggiornamento su “Cristianesimo ed ecumenismo“ per circa 200 insegnanti di religione cattolica delle scuole secondarie, medie e superiori, che ha visto,tra gli altri, la presenza del reverendo J. Flack, anglicano, del prof. Paolo Naso, protestante ,un ortodosso, don Mario Farci e il prof. Don Giovanni Cereti, in rappresentanza della chiesa Cattolica, il nostro pastore e il pastore della chiesa Avventista. Da questo corso, che è stato veramente ben organizzato e che ha avuto un ottimo riscontro tra i docenti, sono venute alla luce, secondo me, alcune tendenze :la prima è che la chiesa cattolica ufficiale quando parla di ecumenismo si orienta principalmente verso la chiesa Ortodossa e la chiesa Anglicana, chiese con cui condivide numerose affinità e con cui può dialogare forse con più semplicità. Quando raramente parla di chiese protestanti si indirizza principalmente verso i Luterani e i Valdesi con cui condivide il pedobattismo. Prova ne sia che con i Luterani e i Valdesi la chiesa Cattolica ha stipulato un accordo per i matrimoni interconfessionali per il riconoscimento reciproco del battesimo. Questo non vuol dire che noi siamo emarginati, anzi a livello locale siamo molto presenti e ancor più considerati. Ma che qualche cosa non vada per la direzione verso cui pensavamo si dovesse andare ce lo fa capire anche l’esternazione del parroco di S.Elia che si chiede e ci chiede se l’ecumenismo vuole rimanere su un livello di belle celebrazioni liturgiche o se la nostra solidarietà e condivisione della fede non debba avere anche una dimensione concreta nei confronti della società.
La confessione di fede dei battisti italiani pone all’art. 17 proprio l’ecumenismo e cosi vi è scritto: “La chiesa è una in Cristo. Il Signore ci chiama a realizzare in modo visibile questa unità. Pertanto siamo chiamati a lavorare perché le divisioni che permangono tra le chiese siano abolite in spirito di preghiera, nell’ascolto comune della parola del Signore, mediante il confronto fraterno. Confidiamo che l’impegno ecumenico che si produce tra le chiese evangeliche affini, lungi dall’escludere rapporti più problematici con altre chiese,prepara la strada al pieno riconoscimento reciproco fra le chiese che è a tempo stesso salvaguardia delle specificità di ciascuno e cammino verso il giorno in cui Dio sarà tutto e in tutti”.
Parole di grande apertura religiosa che fanno intravedere uno scenario di forte sviluppo dell’ecumenismo non già perché lo sentiamo come necessità impellente ma perché la divisione dei cristiani ci pone oggi di fronte a molti problemi anche di evangelizzazione. Quello che oggi viene definito lo scandalo della divisione è dinnanzi a tutti noi, le grandi contrapposizioni del passato sembrano per lo più cessate o molto ridotte. Possiamo dire che nell’Europa occidentale è in calo la cristianità mentre è in ascesa la sua componente ecumenica come tendenza ideologica e teologica. L’ecumenismo vanta una storia lunga e complessa che riguarda soprattutto le chiese protestanti ma che comprende anche i primi contatti congli ortodossi e i cattolici. Il Concilio Ecumenico delle Chiese fu indetto nel 1948 ed era costituito prevalentemente da chiese protestanti. Dopo il Concilio Vaticano II la chiesa cattolica ha istituito il segretariato per l’unità dei cristiani, che divenne un organo permanente della curia, che partecipa al concilio ecumenico delle chiese come osservatore e ai lavori di alcune commissioni. Il numero delle chiese, che provengono da oltre 100 nazioni, ha superato le 500 unità. Ormai gli acronimi sono molto numerosi possiamo ricordare il CEC o Concilio Ecumenico delle Chiese, il KEK Conferenza delle Chiese d’Europa, la FCEI o Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia. Tra Valdesi, Metodisti e Battisti il riconoscimento reciproco come chiese del Signore è avvenuto nel 1990 e ha inaugurato nuove forme di lavoro congiunto in vari settori della vita delle chiese.
Nel corso di questi anni si è arrivati a determinare alcuni criteri fondamentali per il dialogo ecumenico che sono la parità e la reciprocità. Questo comporta il riconoscimento reciproco delle chiese e il coinvolgimento parallelo degli interlocutori nel preparare e predisporre in comune occasioni di incontro o manifestazioni ecumeniche. Qui a Cagliari funziona il GEL, Gruppo Ecumenico di Lavoro.
Il secondo criterio comporta che si faccia solo ciò che anche l’altro può condividere e accettare. Ciò significa che ci si deve astenere dal proporre celebrazioni che escludono gli altri fedeli ecumenici.
Uno dei problemi ecumenici nasce appunto dalla divisione fra le chiese e dalla diversità fra le chiese evangeliche. Siamo tanto abituati alle nostre divisioni che ci sembrano del tutto normali, mentre ci sembra impensabile una unità delle chiese. Però in quanto Dio è uno anche la sua chiesa deve essere una, questo dato teologico deve trovare la sua concretezza storica e la sua visibilità senza che questo significhi l’appiattimento. L’assimilazione e l’uniformità di tutte le diversità tra le chiese.
L’ obiettivo non è una integrazione tra le chiese per formarne una sola ma preparare la strada al pieno riconoscimento reciproco che è anche la salvaguardia delle specificità di ciascuno. Forse qualche comunità ecclesiale o qualche chiesa storica crede che ci si debba uniformare in una sorta di liturgia unica. Ma questo ci pone dinnanzi al nuovo testamento in cui non esiste un modello unico ecclesiale, mentre esiste una pluralità di chiese segnate dalla contingenza storica tanto che una trasposizione risulta impossibile.
Una comunità ecclesiale è quella giudeo-cristiana di Matteo dominata dalla preoccupazione della retta interpretazione della legge, altra è la comunità ecclesiale paolina in cui campeggia la figura dell’apostolo e nell’ordinata varietà dei carismi,altra ancora è la comunità ecclesiale giovannea dei discepoli. Dalla lettura emerge il divario che separa la costituzione attuale delle chiese dall’immagine neotestamentaria.
Purtroppo non abbiamo,per quanto riguarda lo sviluppo della comunità primitiva, delle testimonianze attendibili dal punto di vista storico e la tesi che sia esistita fin dall’inizio una successione apostolica fondamentale per la comunità non è sostenibile neppure dal punto di vista storico, così come sembra non esistere una trasmissione dei pieni poteri apostolici.
Ma le strade dell’ecumenismo non si fermano in quanto esso si può articolare in diverse forme: come unione spirituale,come comunione nel dialogo,come unità di azione e come intercomunione o ospitalità eucaristica.
E i modelli di unità nel mondo ecumenico possono essere diversi come: l’ unione organica, le chiese formano un unico organismo retto da un governo centrale; una comunione conciliare dove le chiese si incontrano mediante le loro rappresentanza;una alleanza o patto tra le chiese, dove le chiese stabiliscono un patto e si impegnano ad osservarlo. E non possiamo dimenticare che la chiesa cattolica ha intrapreso tutta una serie di attività e di riflessioni sull’ecumenismo come l’enciclica “Ut unum sint” o quanto è emerso nella Conferenza sul 40° anniversario del decreto conciliare “ Unitatis redintegratio “ tenutasi a Rocca di papa nel novembre 2004, in cui il cardinale Murphy O’ Connor arcivescovo di Westminster ha affermato “ La parola chiave alla base della rinnovata amicizia e collaborazione con gli altri cristiani è la parola Koinonia. Ogni attività ecumenica, ivi compreso l’ecumenismo di vita, dovrebbe basarsi su ciò che condividiamo, che è un dono dello Spirito. L’ecumenismo di vita è il nostro modo di esprimere in termini concreti la comunione reale, sebbene imperfetta, che ci unisce. Questo ecumenismo di vita ci aiuta a vincere i tre nemici dell’ecumenismo: il sospetto, l’inerzia e l’impazienza.”
Naturalmente permangono ancora molti problemitra i quali il pedobattismo , il sacerdozio delle donne, i sacramenti, ecc, ecc. E non possiamo neanche ignorare che la geografia della presenza cristiana sta rapidamente mutando. L’occidente cristiano è sempre meno cristiano mentre aumenta il numero dei cristiani latino americani, africani e asiatici. In Italia in molte chiese battiste sono sempre più numerosi i battisti non italiani come coreani, sudamericani o dell’est europeo e quasi a sorpresa la seconda comunità cristiana più numerosa, naturalmente dopo quella cattolica, è la comunità ortodossa. Tutto ciò non mancherà di far sentire il suo peso sul futuro dell’ecumenismo. Gli effetti di questo enorme mutamento nella distribuzione geografica delle popolazioni cristiane traspaiono già dall’idea che le chiese hanno di se stesse.
Uno dei primi sintomi è stato l’enorme impatto negli anni settanta della teologia della liberazione nell’america latina.
Giovanni Paolo II affrontò il problema dichiarando che la teologia della liberazione per certi versi era “ non solo opportuna ma necessaria “. In America Latina questa visione venne probabilmente attuata tramite la comunità di base che in effetti sono parrocchie senza parroco.
Si tratta di una sorta di compromesso tra la comunità cattolica e la tendenza verso il protestantesimo evangelico dilagata in quelle zone.
Mentre la base demografica del cristianesimo si orienta verso il mondo extra europeo le principali confessioni cristiane sono destinate a recepire questo fenomeno sia nelle loro organizzazioni sia nelle loro prospettive.
Non possiamo certo ignorare il richiamo all’ecumenismo fatto dal nuovo papa Benedetto XVI nella prima omelia davanti al collegio cardinalizio. Cito testualmente “ Con piena consapevolezza pertanto all’inizio del suo ministerio nella Chiesa di Roma (…) l’attuale suo successore si assume come impegno primario quello di lavorare senza risparmio di energie alla ricostituzione della piena e visibile unità di tutti i seguaci di Cristo. Egli è cosciente che per questo non bastano le manifestazioni di buoni sentimenti. Occorrono gesti concreti che entrino negli animi e smuovano le coscienze, sollecitando ciascuno a quella conversione interiore che è il presupposto di ogni progresso sulla via dell’ecumenismo. (… ) Sulla scia dei suoi predecessori, egli è pienamentedeterminato a coltivare ogni iniziativa che possa apparire opportuna per promuovere i contatti e l’intesa con i rappresentanti delle diverse chiese e comunità ecclesiali. Ad essi anzi invia anche in questa occasione il più cordiale saluto in Cristo unico Signore di tutti “.
Sono parole che impegnano non solo la chiesa Cattolica ma anche noi, non possiamo lasciarci sfuggire l’occasione di continuare ad evangelizzare perché evangelizzare non significa solo fare nuovi adepti ma principalmente annunciare le verità evangeliche. Ricordo con grande gioia quando Giovanni Paolo II, una decina di anni fa, ricordava ai cittadini italiani che andavano in ferie di portarsi appresso la Bibbia e di leggerla. La Bibbia sessanta anni fa era messa all’indice dalla chiesa Cattolica, cioè i credenti non dovevano leggerla.
Se ben guardiamo possiamo scorgere di aver percorso un buon tratto di strada, ma il cammino della realizzazione dell’ecumenismo è ancora molto lungo e i tempi sono decisi dallo Spirito Santo e non da noi. Vi è la necessità di una crescita della fraternità e del riconoscimento reciproco come discepoli di Cristo a livello di popolo cristiano. Noi dobbiamo armarci di pazienza e di fede per continuare ad operare lasciando al Signore ogni decisione.
AMEN
25-Apr-2005
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