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Venerdì santo 2005
Stefano Meloni
Saluto e benvenuto ai partecipanti
L’avvenimento del giorno : il venerdì della crocifissione di Gesù
Interludio musicale
Lettura biblica del testo della passione e morte di Gesù , redatto componendo in ordine cronologico i brani dei 4 evangelisti.
Canto dell’inno : O Volto insanguinato
Questo inno della passione, molto famoso, non solo nelle chiese evangeliche, ha una storia interessante e complessa. Ed ha un'origine un po' stravagante.
La musica, scritta da un importante musicista della Riforma, Hans Leo Hassler, si ispirava ad un canto d'amore popolare tedesco che così recitava: “il mio cuore è distratto da una gentile fanciulla”.
Il testo era stato elaborato da Paul Gerhardt, 1607-1676, famosissimo innologo, teologo del tempo, un testo ispiratosi ad un poema latino medioevale sottotitolato con questa frase: una preghiera in forma cadenzata per i vari membri del corpo di Cristo sofferente ed appeso sulla Croce.
Johann Cruger, un altro grande innologo e teologo del tempo, pubblicò per la prima volta questo canto di Hassler con il testo elaborato da Paul Gerhardt. Nasce così l'inno.
Fu trasformato in seguito, ancora dal punto di vista musicale, dalla mano di J. S. Bach,
Nonostante tutto, la melodia ed il testo postumo del canto sono riusciti a superare le origini “profane” ribadendo un principio fondante: la musica va al di là dei suoi significati, anche quelli stabiliti dall'autore stesso. Forse lo stesso Hassler avrebbe mai pensato che la sua composizione sarebbe diventata, appunto, una melodia senza tempo, utile all’annuncio evangelico.
Sermone
In che modo la passione e la morte di Gesù ci riguardano ?
Cosa hanno a che fare con noi?
Ne abbiamo una percezione solo intellettuale o anche emotiva ?
Quali emozioni suscita in noi l’ascolto delle narrazioni della passione di Gesù? Un’atmosfera grigia, oscura, di penombra. L’offesa reiterata, continua, quella subita da Gesù, come quella del più forte sul più debole. Un’offesa che il giorno di oggi ci mostra in presa diretta con i giornali, con le notizie della televisione, con ciò che ci circonda. Quelle figure, poi, di Pilato, di Erode, dei sacerdoti, dei potenti che si rimbalzano il peso e la responsabilità di decidere, per poi incaricare i soldati, braccio terminale della condanna, all’azione! Tutti costoro non assomigliano, forse, ai governanti che, dietro le loro scrivanie, mandano i propri soldati alla guerra, e questi soldati non sono, nella gran parte dei casi, i figli delle famiglie disagiate, i meno abbienti, i più deboli della società, quando non addirittura bambini e adolescenti senza scelta? C’è un quadro ben noto in queste parole che abbiamo ascoltate, un quadro più simile ai giorni nostri di quanto non sembri. Potremmo pensare la passione e la morte di Gesù come una fotografia istantanea, attuale, delle peggiori miserie umane. Davanti a ciò, di fronte a tale infamia, la consapevolezza di Gesù, il suo raccomandare la madre al discepolo e a lei stessa lui. Poi nell’oscurità cupa e violenta (come violenta può essere una crocifissione frettolosa e a furor di popolo, con un processo farsa), i frutti velenosi come l’ironia, lo scherno, la curiosità. E ancora, la più crudele di tutte le sofferenze :il silenzio di Dio.
Ma oltre tutto questo sopravvive la tenerezza e la consolazione. Dei suoi, di Giuseppe d’Arimatea, di Nicodemo, di alcuni tra i soldati. C’è un velo di tristezza e di malinconia che durerà per alcuni giorni. Ma c’è già, pure, in questi gesti composti e dignitosi, un segno amorevole che vuole resistere e sopravvivere come pegno di un riscatto, come ultima resistenza al male, come una pianta in terra arida che darà frutto.
Il lenzuolo, la pietosa sepoltura, il profumo.
Già ora, nel momento più cupo, possiamo scorgere un segno d’amore che vuole avere l’ultima parola.
Dice un personaggio di “Come in uno specchio” di Ingmar Bergman : “che Dio esista o che l’amore sia la dimostrazione dell’esistenza di Dio non lo so. Ma questo è l’unico conforto alla mia miseria e alla mia disperazione. Come una grazia in punto di morte.”
Un segno, una grazia, un conforto, una parola e un gesto di consolazione e di speranza.
Chi di voi ha visto il film Jesus Christ Superstar cerchi di ricordare.
Alla fine del film, gli attori ormai senza più costumi di scena risalivano sul bus che li portava via dal luogo della fiction, dal deserto in cui era stato girato il film.
C’era Maria Maddalena con i capelli sciolti, Caifa imponente anche senza abito sacerdotale, c’era perfino Giuda (cioè l’attore che lo impersonava) che prima di salire sul bus si volta e guarda indietro con uno sguardo che fa trasparire dolore, rincrescimento, forse speranza. Il bus parte, ma l’attore che interpretava il ruolo di Gesù non c’è e non sale con loro. Non tornerà con gli altri. Essi sono soli, soli come i discepoli. L’assenza di Gesù si sente ed è pesante. Sui loro volti si legge un velo appunto di malinconia, di tristezza, che esprime bene, molto bene, se vogliamo, la sensazione della solitudine, di qualcosa che manca, che non c’è più.
Se abbiamo provato, qualche volta nella vita, una lacerazione, una separazione, un lutto, sappiamo, in qualche modo (anche se il lutto e il dolore sono di ciascuno e sono sempre personali e diversi) , sappiamo o possiamo immaginare la sofferenza degli uomini e delle donne che erano con lui. Gesù, per loro, rappresentava la possibilità di riscatto, di salvezza, di affrancamento da una condizione di alienazione e disagio. Gesù era l’occasione della loro vita, per cambiare la loro vita. E aveva parole che volevano essere ascoltate “ a chi ce ne andremo noi, Signore, tu solo hai parole di vita eterna..”, cioè parole di senso, che davano prospettiva, che indicavano una strada.
E chi di noi non ha bisogno di una indicazione di percorso, di strada, chi non ha bisogno di speranza?
Così i discepoli, gli attori, i credenti di questi duemila anni, noi.
C’è dunque un intreccio di sensazioni e sentimenti di fronte alla croce. C’è sorpresa, stupore, poi malinconia e tristezza, e c’è avversione, rifiuto verso quel legno. Poi, scandalo, lo scandalo della predicazione che non rassicura e tranquillizza. La predicazione del Cristo crocifisso, cioè la predicazione che davanti al gesto più offensivo – il dare la morte all’essere umano- e al silenzio di Dio che ci lascia liberi di sbagliare e atterriti dal suo non intervenire contro la nostra libertà assoluta, anche quella di uccidere, risponde con la pazzia della resurrezione.
La passione e la morte di Gesù, in un mezzogiorno oscurato e tenebroso, vinte e superate però dalla sua resurrezione, sono un passaggio cruciale per la fede cristiana.
Su questi tre giorni di attesa che culminano nella domenica pasquale, nel mattino al levar del sole, con il mirabile racconto della tomba vuota, l’umanità si è interrogata e continua a farlo.
Questa interrogazione giunge fino a noi, ancora oggi.
Rendiamoci conto di quanto, questo racconto tramandato per 2000 anni, abbia influenzato, colpito, scioccato e scandalizzato l’umanità intera.
Ispirando pittori, scultori, letterati, poeti, mettendo in crisi tutti e tutte coloro che l’hanno preso sul serio. Imponendosi nel pensiero e nelle riflessioni di teologi, e filosofi. Ponendoci le domande a cui, talvolta, non sappiamo come rispondere.
Ho raccolto alcuni brani che vorrei leggervi per accompagnare la nostra riflessione e meditazione individuale e comunitaria.
Perché, una volta tornati alle nostre faccende quotidiane, rimanga qualcosa per noi.
Scrive Martin Lutero : “ l’utilità della passione di Cristo consiste in questo, che l’uomo venga alla conoscenza di sé e sia atterrito di sé e abbattuto. Poiché l’opera della passione è di render l’uomo conforme a Cristo, perciò come Cristo è dolorosamente tormentato nel corpo e nell’anima per i nostri peccati, anche noi dobbiamo essere tormentati così a sua imitazione, nella coscienza dei nostri peccati.
Dice Dietrich Bonhoeffer
D. Bonhoeffer, Sequela, Queriniana, Brescia 1971, pp. 67-75 ; testo: Marco 8,31-38]
La croce non è disagio e duro destino, ma il dolore che ci colpisce solo per il nostro attaccamento a Gesù Cristo. La croce non è un dolore a caso, ma è necessario. La croce non è il dolore insito nella nostra normale esistenza, ma dolore che dipende dal fatto di essere cristiani. La croce in genere non è solo essenzialmente dolore, ma soffrire ed essere respinti; e anche qui nel vero senso di essere respinti per Gesù Cristo, non per un qualche altro comportamento o un’altra fede.(pp. 69-70) […]
Solo chi è legato a Cristo , come accade per chi lo segue, si trova sul serio sotto la croce. (p. 70)
Scrive Karl Barth
«Chi è disposto a fare oggi qualche offerta al Signore?» (I Cronache 29,5b)
È la proposta di Davide ai capi e al popolo di Israele di offrire oro e argento per ornare il tempio.
Sappiamo che offrirono generosamente e con gioia; non manca neppure la spiegazione di questo avvenimento.
«Tutto deriva da te, e quello che ti abbiamo dato lo abbiamo ricevuto dalle tue mani.»
Non è racchiuso, qui, il mistero del Venerdì santo?
Siamo chiamati anche noi, con questi uomini, a offrire al Signore, non l’oro e l’argento, ma un cuore bruciante d’amore e tutta la nostra esistenza, allo scopo di accrescere il suo onore e la sua gloria. È un invito difficile? Dovremo esitare dinnanzi a tale invito, per il fatto che, di fronte alla legge di Dio che reclama il nostro cuore e la nostra vita, noi rispondiamo sovente col rifiuto? Oppure non risponderemo all’invito, perché il debole calore del nostro amore è senza paragone rispetto a quello voluto da Dio? O è il caso di parlare onestamente della nostra incapacità di compiere il bene? Assomiglieremmo, in tal caso, al servo pigro che andò a nascondere il talento ricevuto.
No, ci dice il Venerdì santo: non può più trattarsi di questo. Cristo è stato abbandonato da Dio a causa dei nostri peccati, perciò non puoi più attaccarti a essi.
Distaccati una buona volta anche dalla tua onestà e dalla tua impotenza.
Non capisci che proprio questo uomo onesto e impotente, morì sulla croce con Cristo?
Rivolto verso il crocifisso, verso colui che ha preso sopra di sé i peccati del mondo, ascolta ancora una volta l’invito e la proposta di Davide: «Chi è disposto a fare oggi qualche offerta al Signore?».
Obietti: ma io sono sempre povero, disorientato, abbandonato a me stesso, reticente. D’accordo, e come potresti non esserlo? In tal caso offrigli la tua povertà, il tuo smarrimento, la tua miseria, le tue reticenze: proprio questo costituisce la tua vita, il tuo cuore; ed è appunto questo ciò che Dio vuole da te. Offrigli quello che hai, niente altro, niente di meglio, ma offriglielo di buon grado. Questo è il dono che Dio desidera, perché proprio attraverso offerte simili la sua gloria si manifesta in mezzo al suo popolo.
Un popolo che si dà in questa misura a Dio, deve subito dire: «Tutto deriva da te, e quello che ti abbiamo offerto l’abbiamo ricevuto dalle tue mani».
Benedetto da Mantova
Dal Beneficio di Cristo (attribuito a don Benedetto da Mantova, Riforma italiana [1542];
[…] il cristiano deve regolare tutta la vita sua all’esempio di Cristo conformandosi con lui in tutti i pensieri, le parole, e le opere, lasciando la mala vita passata, e vestendosi della nuova […] Onde il vero cristiano innamorato di Cristo dice fra sé e sé, poiché Cristo non avendo bisogno di me, mi ha recuperato col suo proprio sangue, ed è divenuto povero per arricchire me; altrettanto io voglio dare la roba e la vita propria per amore e salute del prossimo; [..] perciocché non bisogna che alcuno dica” io amo Cristo”, se non ama i membri e i fratelli di Cristo. (pp. 47-48)
Oh felice colui che chiude gli occhi a tutti gli altri spettacoli, né vuole vedere, né intendere altro, che Gesù Cristo crocifisso, nel quale tutte le grazie e tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono riposti. Felice dico colui, che sempre pasce la mente di sì divino cibo, e con sì dolce e salutifero liquore inebria l’anima sua dell’amor di Dio. (p. 59)
Da questi testi ci vengono incontro parole e concetti che possiamo fare nostri.
Da Lutero la consapevolezza dei nostri limiti, delle nostre debolezze.
La passione di Gesù ci fa conoscere per quelli che siamo in realtà.
Da Bonhoeffer riconosciamo che il dolore della croce non è solo la sofferenza fisica, della quale spesso non capiamo il senso, ma pure la sofferenza di chi è respinto, rifiutato. E rappresenta tutti i NO che diciamo (e che talvolta subiamo) a chi ci chiede. Pensiamo a tutte le richieste legittime, a tutti gli aiuti negati, a tutte le volte che abbiamo voltato o ci hanno voltato le spalle. La croce ci riguarda, ci riguarda se siamo discepoli di Gesù. Altrimenti è un simbolo come tanti altri.
Da Barth sappiamo che i nostri peccati, i nostri limiti non possono essere una scusante per rispondere di NO all’invito che il Signore ci rivolge. È proprio per quest’uomo impotente e minimo, disorientato e reticente che avviene l’epilogo della vita di Gesù. A quest’uomo, a noi, viene chiesto se abbiamo qualcosa da offrire al Signore, pur se fosse la nostra debolezza, la nostra reticenza, la nostra miseria.
Proprio qui, ora, così come siamo, possiamo dire SI all’invito salvifico di Dio.
Dall’autore del beneficio di Cristo troviamo spunto per assegnare al Cristo crocifisso tutti i significati della sapienza e della conoscenza : che chi ama Cristo, così come lui ci ha amati, non può non amare di conseguenza il proprio prossimo. L’amore verso il prossimo, dunque, come la chiave per aprire le porte di una esistenza sensata, che valga la pena di vivere.
Dal mezzogiorno tenebroso della croce, che fa scandalo e pazzia, al levar delle luci del sole nel mattino di Pasqua, che apre uno spiraglio alla speranza e all’esistenza.
In questi tre giorni, in cui si passa nell’abisso delle miserie umane, in cui all’umanità viene svelata la sua essenza più scura, giorni nei quali siamo lasciati soli, in questi tre giorni sta o cade la nostra fede.
Dice l’apostolo Paolo che se Cristo non è crocifisso vana è la nostra fede.
Ma se lui è stato risuscitato possiamo sperare che il futuro sia nelle mani del Signore.
E avere fede che la morte è vinta e la luce di Dio illuminerà i nostri passi. AMEN.
Canto dell’innoCome a fiume che impetuoso
Inno cantato ancora oggi da alcune chiese evangeliche, soprattutto nel periodo della passione.
Sulla sua origine sappiamo che proviene dal Galles ed è un adattamento ad un canto religioso popolare, di stile processionale. Il testo di Falchi è postumo e anche l'armonizzazione musicale a quattro voci in stile corale.
Il corale è il canto per eccellenza della Riforma protestante, come il gregoriano lo è per la chiesa cattolica romana dopo il Concilio di Trento
Il periodo nel quale questo canto è stato adottato è quello del Risveglio, la metà dell’ottocento, un periodo complesso per le chiesa evangeliche in Inghilterra. Infatti le chiese sembravano essersi un po' addormentate o assuefatte al vivere quotidiano, dimenticando che l'Evangelo è invece una parola di azione e di movimento.
Tutti i canti che appartengono al periodo del Risveglio, come anche Come afiume che impetuoso, utilizzano melodie struggenti, che colpiscono i sentimenti nel profondo. Anche i testi sviluppano delle immagini molto forti come: il sangue versato per noi, i chiodi della croce conficcati nella carne, il nostro più intimo peccato, l'immensa angoscia umana, il morso acuto del peccato e molte altre espressioni che tendono a coinvolgere la persona in un modo molto passionale . Tutti gli inni del Risveglio sono dunque inni molto intimisti che vogliono parlare prima di tutto al cuore degli uomini e delle donne, e solo dopo anche alla loro ragione, per far sì che, appunto, si risveglino e si alzino dal letto del loro torpore
preghiera di conclusionedi Agostino, Confessioni, X,27.38:
“Mi hai chiamato, e il tuo grido ha lacerato la mia sordità; hai lanciato segnali di luce e il tuo splendore ha fugato la mia cecità; ti sei effuso in essenza fragrante e ti ho aspirato e mi manca il respiro se mi manchi; ho conosciuto il tuo sapore, e ora ho fame e sete; mi hai sfiorato e mi sono incendiato per la tua pace.”
(i testi degli autori letti durante il sermone sono stati suggeriti da Sergio Ronchi)
Stefano Meloni
30-Mar-2005
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