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culti sabbatici


   

 

 
 

 

La scienza e la fede
Gigi Leurini

 

Gen 2, 1-10
Matt. 28, 19
Tito 3, 4-6
I Pietro 1, 2

Permettetemi di proporvi alcune riflessioni, per quanto disordinate e sommarie, sul tema del rapporto scienza - fede, o, semplificando, sulla opposizione scienza = oggettività = certezza = verità contro fede, o teologia, = soggettività = incertezza = falsità e di allargare questi pensieri sino a sfiorare una problematica sulla quale si è soffermata due domeniche fa Marcella Tagliasacchi nella meditazione che ci ha proposto, e cioè il problema di un Dio che non interviene nelle faccende dell’uomo e sembra permettere che accadano, con impressionante frequenza, guerre luttuose, disastri naturali, genocidi di massa.

Su una parete della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Università di Cagliari - per intenderci l’edificio che conosciamo come il Palazzo delle Scienze - fa bella mostra di sé una frase lapidaria e severa, ma allo stesso tempo pomposa e presuntuosa, che suona all’incirca “Lo scienziato non fa nessuna affermazione che non sia in grado di dimostrare”. Questo è precisamente uno dei fondamenti delle Scienze così dette “esatte”, appunto la Matematica, la Fisica, la Chimica, le Scienze biologiche, e così di seguito fino ad arrivare alla Medicina, nel cui ambito, tuttavia, abbiamo assistito nel passato, e assistiamo ogni giorno, certo a innumerevoli interventi risolutivi e miracolosi, ma anche alla impossibilità di agire da parte degli operatori e a tali e a tanti insuccessi e fallimenti, che dovrebbero costituire altrettanti inviti a evitare il trionfalismo di certe espressioni e di certi atteggiamenti.

In effetti, l’essere in grado di dimostrare qualcosa è un fatto strettamente correlato non solo con l’osservazione, ma soprattutto con la sperimentazione da un lato e con la riproducibilità dell’esperimento dall’altro. Questi due requisiti - che dovrebbero permettere una verifica continua e diffusa - sembrano sottrarre un determinato “atto” o “dato” a ogni elemento di casualità e soprattutto di soggettività e quindi,conferendo a quell’atto o a quel dato una sostanza di oggettività, collocano quell’atto o quel dato nel campo della Scienza.

A questo tipo di verifiche non è invece possibile sottoporre le discipline che riguardano l’uomo e la natura considerati non nella loro “materialità” ma, per così dire, nella loro “spiritualità”. Nei campi delle discipline umanistiche, l’Arte, la Letteratura, la Storia, la Filosofia, la Teologia, le ipotesi e le teorie che vengono formulate, le asserzioni che vengono enunciate, per quanto possano essere documentate con rigore e proposte con conseguenzialità, per quanto possano essere accattivanti e convincenti, si sottraggono tuttavia a ogni tentativo di dimostrazione: infatti, si riferiscono a atti o a dati che non possono essere sottoposti a sperimentazione perché non possono essere riprodotti.

Qualunque interpretazione o qualunque ragionamento noi formuliamo su un evento storico, su un fatto artistico o letterario, su uno sviluppo di pensiero, su una dottrina religiosa, noi non possiamo affidarci a una verifica sperimentale di quella interpretazione o di quell’analisi, e tanto meno di quel fatto artistico o di quella dottrina religiosa, semplicemente perché ci riferiamo a eventi o a accadimenti che non possono essere riprodotti e replicati nella stessa esatta maniera in cui si sono svolti nel momento in cui sono avvenuti.

Per quanto milioni di nostri fratelli subiscano ogni giorno sofferenze come di una croce e dunque noi abbiamo sotto i nostri occhi giorno dopo giorno un patire come sulla croce, tuttavia in nessun caso saremo in grado di sottoporre le nostre considerazioni, il nostro credo sul sacrificio della croce e sull’opera salvifica di quel dramma alla verifica di una riproduzione di quella crocifissione e di quella resurrezione. Allo stesso modo, non saremo mai in grado di conoscere tra due o più interpretazioni differenti di uno stesso avvenimento storico quale sia la più autentica proprio perché non è concesso sperimentare in un laboratorio su un modello dato (l’avvenimento che stiamo esaminando) gli effetti che realmente potrebbero essere provocati dalla introduzione di varianti (le nostre interpretazioni o i nostri ragionamenti).

Da tutto questo deriva una pretesa supremazia delle Scienze empiriche, basate sull’osservazione e sulla sperimentazione, sulle discipline umanistiche, nelle quali si suppone, anche se non è così, vi sia la più ampia libertà di esprimere opinioni, pensieri, giudizi che comunque non possono essere sperimentati e verificati.

Questo stato di cose si è imposto, prima nel mondo occidentale e successivamente a quelle altre civiltà che ne hanno seguito il passo, a partire dalle esperienze di Galileo Galilei (1564-1642) e di Isaac Newton (1642-1727), i cui sistemi di pensiero e i cui modelli sperimentali hanno ricevuto una consacrazione di adeguatezza, anzi di certezza di risultati e sono stati adottati dai ricercatori in quelle discipline.

Ma se riflettiamo su tale sequenza di accadimenti, ci accorgiamo che questo modo di operare e queste modalità di pensiero sono relativamente giovani, perché, a voler essere generosi, si tratta di modelli di ricerca che sono stati introdotti da non più di cinque secoli. E nei secoli precedenti, in quei 1500 anni che sono trascorsi dalla nascita di Cristo a quella di Galileo Galilei, per non parlare dei millenni di civiltà egiziana, indiana, mesopotamica, israelitica e greca anteriori a Gesù Cristo, come si rapportava il modo di pensare dell’uomo a modelli interpretativi dai quali erano del tutto assenti concetti quali quello della sperimentazione o quello della riproducibilità dell’esperimento?

In realtà, il pensiero del mondo cristianizzato, cresciuto sulla spinta delle concezioni filosofiche di Platone e delle categorie interpretative della Logica aristotelica, ha trovato nella riflessione sul Nuovo e sul Vecchio Testamento un fertile terreno di discussione e di sviluppo dei fondamenti della dottrina del cristianesimo e solo apparentemente ha trascurato gli aspetti “materiali” delle dinamiche della società: infatti la dottrina cristiana è stata sempre vista come un tutto che permette di trovare al suo interno le vie e i modi di sviluppo della vita dell’uomo.

Dovremmo tuttavia parlare di dottrine cristiane e non di una sola dottrina cristiana. Per fare un solo esempio: fin dagli inizi della riflessione dei padri della Chiesa sui contenuti e sulle modalità di una Teologia cristiana si impone il problema trinitario, che non trovò allora, ma non trova neppure oggi nell’ambito delle chiese sia di Oriente sia di Occidente, una medesima interpretazione. Per quanto nell’intera Bibbia siano molto pochi i versetti che possano essere letti in senso trinitario (Mt. 28, 19; II Cor. 13, 13), tuttavia il modello diffuso dell’attività divina di cui è testimone il N.T. è quello del Padre che è rivelato nel Figlio mediante lo Spirito, e appare con evidenza che la totalità della presenza e della potenza salvifiche di Dio si possa esplicare solo nel coinvolgimento di tutti e tre gli elementi (I Cor. 12, 4-6; II Cor. 1, 21-22; Galat. 4,6; Efes. 2, 20-22; II Tessalon. 2, 13-14; Tito 3, 4-6; I Pietro 1, 2). Questa stessa struttura trinitaria si riscontra anche nell’A.T., dove Dio si personifica come “Sapienza”, che agisce nel momento della creazione e modella il mondo con la sua impronta (Provv. 1, 20-23; 9, 1-6; Giobbe 28; Eccles. 24), come “Parola”, che viene inviata nel mondo per produrre guida, giudizio e salvezza (Salmo 119, 89; 147, 15-20; Is. 55, 10-11), infine come “Spirito”, che viene indicato come presente nel Messia che si attende e come agente di una nuova creazione (Is. 42, 1-3; Ezech. 36, 26; 37, 1-14).

Una volta riconosciuto che i fondamenti per una dottrina trinitaria si trovano nella Bibbia e una volta che la cristianità trovò chiaro consenso sul fatto che Gesù è della stessa sostanza di Dio, dunque Gesù è Dio, bisognava chiarire le conseguenze che da ciò derivano, se siamo cioè di fronte a una pluralità di divinità o è invece necessario definire i rapporti che legano Padre Figlio e Spirito. Tertulliano (155-dopo 222)diede alla teologia della Trinità una terminologia specifica: Dio è uno, ma non può essere visto come isolato nell’intero processo della creazione; il fatto che questo processo sia ancora in svolgimento e preveda una azione di salvezza indica invece che Dio è attivo in forme diverse e questa sua azione mostra allo stesso tempo unità, peculiarità e differenze. Tertulliano ritiene che sia la sostanza l’elemento che unisce i tre aspetti della divinità, mentre la persona sia ciò che li distingue: le tre persone sono distinte, ma non divise; diverse, ma non separate o indipendenti. A partire dalla metà del IV secolo, liquidata l’eresia ariana (Concilio di Nicea, 325 d.), si trovò consenso sulla considerazione che Padre e Figlio sono un unico essere e successivamente, con Basilio di Cesarea (260-340), la difesa della divinità dello spirito porta al riconoscimento della divinità e co-uguaglianza di Padre Figlio e Spirito. I modelli di visualizzazione, e di interpretazione, di questa divinità sono invece numerosi e sostanzialmente diversi per la chiesa orientale e per quella occidentale: la prima sottolinea la individualità delle tre persone e salvaguarda la loro unità precisando che Figlio e Spirito derivano dal Padre; l’approccio occidentale parte invece dalla unità e interpreta il rapporto tra le persone come reciproca comunione.

Questa sommaria esposizione lascia intravedere quali difficoltà produca in noi, anche credenti, una visione deistica del mondo, specialmente una visione come quella cristiana che tiene pienamente conto della dottrina dell’incarnazione e la propone come un modo convincente e efficace di capire la realtà. L’esistenza del dolore e della sofferenza nel mondo rimane un rebus, una anomalia che turba; ma i cristiani restano attaccati alla loro fede, convinti che la sua capacità di spiegare le cose e la sua coerenza bastino a giustificarla: e comunque, in qualche modo, quella difficoltà un giorno sarà risolta.

E torniamo alle teorie scientifiche, soffermandoci, per semplificare, solo sulla teoria della relatività generale di Einstein e su quella dell’origine delle specie di Darwin. Attraverso la teoria della relatività generale Einstein spiegava le anomalie, già note, della precessione di Mercurio e anticipava invece il fenomeno della curvatura gravitazionale della luce e soprattutto lo spostamento gravitazionale della luce verso il rosso. Quest’ultimo fenomeno, tuttavia, fu osservato solo nel 1960, quando la teoria di Einstein era ormai pienamente accettata e l’impossibilità di osservare un fenomeno previsto era considerata un rebus, una anomalia che si poteva tollerare nella convinzione che nel futuro vi sarebbe stata una chiarificazione. Allo stesso modo, i darwiniani ritengono che la teoria dell’evoluzionismo fornisca una spiegazione eccellente della diversità delle forme di vita sulla terra. Tuttavia, la formazione di nuove specie attraverso l’accumulo di mutazioni non è mai stata dimostrata neppure negli esperimenti di laboratorio. Ma i darwiniani sono convinti che la coerenza della teoria e la capacità di spiegazione che ha in sé la giustifichino pienamente, e quel rebus, quella anomalia, con il tempo si risolverà.

Dunque, almeno questi tre esempi, la teoria di Einstein, quella di Darwin e la visione cristiana del mondo, come sottolinea il teologo Alister McGrath, si equivalgono quanto a non dimostrabilità immediata di talune affermazioni, si equivalgono quanto a una fideistica disponibilità ad aspettare il tempo in cui le anomalie e le difficoltà, della scienza come della teologia, si risolveranno.

Voglio concludere tornando su quella che è la difficoltà principale della visione deistica del mondo propria dei cristiani, quella costituita dall’esistenza del dolore e della sofferenza nella nostra esperienza di vita. Non insisterò su quanto ci ha indicato Marcella sulla libertà dell’uomo e sull’impossibilità di Dio a intervenire, sulla necessità di cercare Dio dentro di noi, né sulla contraddizione tra un ordine generale che impone un decalogo e le difficoltà di conciliare quel decalogo con la realtà dell’esperienza quotidiana, argomento sul quale ci hanno fatto riflettere in maniera eccellente i nostri giovani domenica scorsa.

Ragionare su questo fatto e trovare una spiegazione all’impassibilità di Dio è una di quelle anomalie per le quali dobbiamo pensare che prima o poi troveranno una loro spiegazione. Del resto, sono convinto che un intervento diretto di Dio sulle azioni dell’uomo sarebbe sicuramente visto secondo ideologie di parte e strumentali, credo che in un qualsiasi giudizio sia il giudice che l’accusato pregherebbero Dio di intervenire a proprio favore. Per fare un esempio concreto, vorrei che volgiamo per un poco indietro il nostro pensiero su una delle possibili implicazioni dell’intervento di Dio sulla nostra vita, con un momento della storia di Bisanzio, un momento che credo mostri come l’uomo sia pronto a interpretare un presunto intervento di Dio in maniera fortemente di parte e strumentale e di segno contrario a una corretta considerazione delle strade indicateci dal Vangelo di Cristo.

Nel corso delle lotte sanguinarie, vere e proprie stragi di massa, che segnarono la controversia iconoclasta nei circa cento anni della storia bizantina tra il 726 e il 843, le ripetute vittorie sugli Arabi da parte dell’imperatore Leone III isaurico, il primo degli iconoclasti, furono interpretate da lui e dal suo successore Costantino IV come un chiaro segno del favore di Dio che così sanciva e benediva la politica iconoclasta dell’imperatore; ma in seguito, quando le vittorie sugli Arabi vennero meno e anzi vi fu una serie catastrofica di rovesci militari a danno dell’Impero, la politica iconoclasta, pur con fasi alterne, scemò di vigore e rigore, sino a che, sotto l’incalzare delle sconfitte da parte di Bulgari e Arabi, venne definitivamente abbandonata: si tornava a confidare nelle virtù miracolose delle immagini.

 

15-giu-05