viale Regina Margherita, 54- via Stromboli, 9 tel. 070 371608
   
 

 

   
 

culti sabbatici


   

 

 
 

 

Relativismo dei valori
Fabrizio Oppo

Is. 42
Is. 53
Rut 1, 15-22

 

Ho riletto recentemente gli ultimi sermoni pronunciati in questa chiesa durante il periodo sabbatico d’assenza del nostro pastore e anche se ciascuno è diverso dall’altro per la scelta del tema e dei passi biblici, oltre che per lo stile d’intervento, mi è parso possibile notare una tonalità e una sensibilità comuni.
I giovani della nostra comunità, nel loro importante culto del 5 giugno, hanno posto l’accento sui precetti della religione e sulla loro lontananza dalla vita delle persone concrete: le chiese cristiane proclamano alte verità morali, ma poi non mostrano sollecitudine a chinarsi sul debole, sulla creatura che non può arrivare tanto in alto. Chiese e pastori conoscono la legge, ma non la pietà, sanno a memoria il diritto divino e scordano sempre il perdono.
Marcella Tagliasacchi ed Elisabetta Meloni, nel loro culto del 29 maggio, hanno riflettuto su un Dio che sembra non rispondere ai problemi drammatici dell’umanità. Attraverso la riflessione di Etty Hillesum ci hanno fatto capire che Dio ha bisogno della tenerezza umana per poter vivere: Mio Dio, cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me … tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.
Gigi Leurini, domenica scorsa, si dichiarava convinto che un intervento di Dio sulle azioni dell’uomo sarebbe strumentalizzato da ideologie di parte.
In tutti questi contributi, tra loro certamente diversi, mi è sembrato di scorgere una preoccupazione per il problema della debolezza della creatura umana. O del disorientamento dell’individuo soprattutto in un periodo d’intensa massificazione e globalizzazione mediatica. Questo problema sembra essere avvertito con drammaticità impellente visti i tentativi sempre più frequenti di cercare una soluzione alla debolezza e fragilità umane nella proposta di costruzione di identità collettive forti. Grandi chiese, con una dottrina solida e chiara che superi il relativismo culturale e morale che indebolisce l’identità degli individui.
Vorrei riflettere su questo tema della debolezza (debolezza umana ma anche debolezza divina) non tanto a partire dall’immagine simbolo, per noi, di tale situazione, cioè l’immagine di Gesù sulla croce che urla disperatamente l’abbandono di Dio, quanto seguendo, nell’antico testamento, la sublime storia di Rut, e la figura del servo sofferente del Signore come è raccontata nel secondo Isaia.

La datazione della redazione della storia di Rut è controversa, ed è importante per i contenuti che il libro esprime, che in ogni modo sono conosciuti e che quindi posso riassumere con brevità. Rut la moabita, appartenente quindi al popolo di Moab, popolo maledetto e nemico di Israele, sposa un israelita. Ma rimane presto vedova e dimostra un amore straordinario ed assoluto per sua suocera Naomi, vedova anche lei e ormai senza figli. Naomi cerca di convincere Rut a ritornare al proprio paese e là ricostruire la propria esistenza; dimenticando lei, anziana , senza speranze, abbandonata dal Signore. Ma Rut rispose: non pregarmi di lasciarti, per andarmene via da te;perché dove andrai tu, andrò anch’io; e dove starai tu, io pure starò; il tuo popolo sarà il mio popolo, e il tuo Dio sarà il mio Dio.
Si tratta quindi di una conversione. Ma è una conversione straordinaria. Rut non si converte a un dio astratto. La sua conversione è frutto dell’amore, forte, concreto, fedele, per una donna, per Naomi. Non c’è una conversione alla divinità potente e forte, non c’è Dio in generale. Parlando a Naomi Rut dice: il tuo Dio sarà il mio Dio. Non è un Dio impersonale ma sempre il Dio di qualcuno. Dio che entra in relazione con il credente. Dio che non sta per sé ma che è conosciuto perché è accolto da una vita umana individuale. Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe. Dio di Gesù Cristo. Dio di Naomi. E già sappiamo che dire Dio di Abramo ecc. non significa che Dio appartenga ad Abramo come un ricco possesso, come una garanzia di verità o di forte identità perché anzi è un Dio che garantisce nomadismo, perdita di identità o, come nel caso di Naomi, abbandono e amarezza, come lei stessa afferma: Non mi chiamate Naomi (che significa”mia dolcezza”); chiamatemi Mara ( che significa “triste”), poiché l’Onnipotente mi ha riempito d’amarezza. Io partii nell’abbondanza, e il Signore mi riconduce spoglia di tutto. Perché chiamarmi Naomi, quando il Signore ha testimoniato contro di me, e l’Onnipotente m’ha resa infelice?
Ecco il secondo aspetto della straordinarietà della conversione di Rut: non solo la moabita si converte a un Dio personale e concreto, ma si converte a un Dio che non è forte, e che non dà garanzie di vittoria. Non è certo il Dio degli eserciti, il Dio di questa conversione. Qui abbiamo due donne povere, che nella loro povertà e solitudine non cercano nella fede il riscatto, ma restano fedeli a un Dio che abbandona, che ha già tolto loro tutto quello che costituiva la loro felicità. Questa conversione è assolutamente gratuita, frutto solo di puro amore e di testarda vicinanza di una donna verso un’altra donna sola e povera.
Se è vera l’ipotesi della datazione del libro di Rut al V secolo ( ipotesi che, come ho detto non trova concordi gli studiosi, ma che continua ad essere considerata) il suo significato diventa anche storicamente interessante. Il quinto secolo avanti Cristo è un’epoca di restaurazione religiosa per l’Israele dopo l’Esilio. Epoca in cui si costruiscono forme religiose con forte carattere identitario e legalistico. Ma il messaggio del libro contesta questa forte costruzione d’identità basata sulla fede e sull’appartenenza, perché indica come modello l’amore e la fede che non identifica, ma disperde: puro dispendio e gratuità. Amore e fede di una straniera in Israele.

In questo versante di riflessione teologica degli scritti biblici sembra situarsi anche la figura del Servo del Signore descritto da Isaia. Ricordiamone i tratti: non ha forma né bellezza da attirare i nostri sguardi, né aspetto tale da piacerci, abbandonato dagli uomini, uomo di dolore, familiare con la sofferenza; davanti a lui ciascuno nasconde la faccia.
Ma ecco il risultato di tale abbandono: egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante.
In altre parole, secondo un’interpretazione della tradizione giudaica (Targum di Isaia, scritti che attraversano un tempo lungo, dal II secolo a. C. al V secolo d. C.), non spezzerà gli umili che appaiono come una canna infranta e non estinguerà i poveri che sono come lucignoli in via di spegnimento.
Il risultato dell’abbandono e della sofferenza del servo del Signore (il frutto fecondo di quest’abbandono) è la pazienza, l’umiltà, la capacità d’ascolto, la vicinanza e la cura verso chi è debole. La canna incrinata non sarà spezzata e la luce flebile e tremolante non sarà spenta.
Educazione all’ascolto e all’attenzione verso chi non ha la forza di farsi sentire.

Purtroppo è questa cura e attenzione per la diversità dell’altro ciò che manca ai progetti d’adesione a valori forti e a forti identità che oggi, e in forma sempre più aggressiva, ci sono proposti.
La cura e l’attenzione per chi è diverso da noi possono nascere solo in un atteggiamento di disponibilità verso la relazione. E relazione vuol dire capacità di mettersi in questione di fronte all’altro, capacità di ritrarsi, di indebolirsi anche, per costruitre una struttura sociale e morale più forte perché più varia. Questo sbilanciarsi, questo spostarci più in là dai tradizionali fondamenti delle nostre certezze, è ciò che è stato chiamato relativismo. E che in realtà significa meravigliosa apertura, solidarietà, ricerca appassionata di legami forti e di impegni di responsabilità: grandi impegni etici. L’etica e la morale, infatti, si esprimono certamente in norme condivise che possono anche assumere l’aspetto di norme giuridiche vincolanti per tutti: ma questo accade dopo una discussione e un confronto dialogico, in cui i partecipanti portano, ciascuno, il suo mondo di valori perché venga messo in relazione con quello degli altri; perché è il concreto scambio delle esperienze ciò che apre a quella fusione di orizzonti che potrà portare all’accordo e al consenso. Di fronte al mutare sempre imprevedibile della realtà, di fronte a individui diversi da me che condividono i miei spazi di vita, io continuamente devo rispondere, devo essere responsabile, devo fare scelte e assumere impegni. Perché c’è l’altro io sono un essere morale.
Quando a questa strategia dell’ascolto, che intesse e costruisce discorsi, dialoghi e solidarietà si vuole sostituire una verità solida e già fatta, certamente il relativismo è sconfitto, ma sono sconfitti e spezzati anche quei legami forti che sono il frutto del dialogo, della ricerca della solidarietà e della responsabilità della scelta.
È possibile che in nome di alti valori e di alte morali si distrugga ciò che fa nascere la morale stessa?

Il breve percorso biblico che abbiamo seguito sembra suggerirci che è nella situazione di abbandonoche nascono le relazioni feconde e le vicinanze creatrici di vita. Il deserto è fecondo. Certo, ormai abbiamo imparato che la bibbia è spesso paradossale. Ma qui si tratta dell’abbandono di Dio inteso come sicurezza, trionfo, gloria e identità forte ed esclusiva. Non dobbiamo avere paura. Il Dio che ci abbandona è il Dio di potenza, che ci lascia soli perché vuole essere scoperto come Dio della debolezza in tutti i deboli che ci circondano, nelle canne incrinate e nelle luci tremolanti che non dobbiamo spezzare e non dobbiamo spegnere con i nostri proclami di forza. Tutti i poveri che fanno appello alla nostra povertà per instaurare legami con noi.

 

 

24-Giu-2005