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culti sabbatici


   

 

 
 

 

La casa di Dio in noi
Elisabetta Meloni e Marcella Tagliasacchi

 

INTRODUZIONE

Spesso di fronte a eventi catastrofici,a morti tragiche, a sofferenze che riguardano la nostra o la vita altrui , ci sorgono spontanei alcuni interrogativi :

Dov’è Dio? Perché Dio ha permesso che succedesse? Perché Dio non ha risposto alle mie preghiere?

Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi”, dice il salmista (Salmo 22:2);

Dio, non restare in silenzio! Non tacere, non rimanere inerte, o Dio!” (Salmo83:1);

E Gesù stesso (Matteo 27:46) : “ Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Alcuni ci hanno spiegato che il silenzio di Dio è frutto della sua non-onnipotenza, della sua debolezza di fronte al male;secondo Sergio Quinzio, già nell’atto della creazione Egli ha posto un limite a se stesso creando l’uomo libero ed esponendosi al rischio della disobbedienza alla sua legge. Il male viene quindi dall’uomo e Dio non può nulla contro di esso.

E allora,se questa ci sembra una buona spiegazione ,come dobbiamo comportarci noi credenti di fronte al male rappresentato da eventi che ci lacerano e ci prostrano, a disgrazie che ci colpiscono in modo diretto o indiretto?

Una strada possibile ci sembra quella indicata da Etty Hillesum una giovane ebrea che morì a ventinove anni nel campo di sterminio di Auschwitz il 30 novembre del 1943.

"Mio Dio sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani - ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. Forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati degli altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa fare molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: (…) tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio.” (Etty Hillesum, Diario 1941-43, Adelphi, pp.169-170).

I diari e le lettere di Etty Hillesum sono testimoni del suo percorso interiore che avviene contemporaneamente aifatti che coinvolsero via via gli ebrei in modo sempre più tragico. Di fronte a questo dramma Etty si sente spinta alla ricerca di un atteggiamento che la ridefinisca davanti alla propria storia individuale e alla grande storia; così in lei si afferma un atteggiamento sempre più benevolo e fiducioso nei confronti della vita-“(…) sono pronta in ogni situazione e nella morte a testimoniare che la vita è bella e piena di significato (…)”– e a trovare le ragioni dell’orrore lontano da Dio, anzi a vivere Dio come l’àncora interiore su cui saldarsi e sentirsi pienamente pacificata.

Il Dio cui si rivolge infatti Etty, è il Dio che ciascuno porta dentro di sé, dentro la propria anima.

Così scrive:

“Dentro di me c’è una sorgente molto profonda e in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta di pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo”.

Dissotterrare Dio dall’ interiorità inaridita , questo è l’impegno che Etty si assume. L’immagine molto suggestiva del Dio sepolto , del Dio coperto di pietre e di sabbia richiama l’immagine del campo cosparso di ossa che abbiamo trovato nelle parole del profeta Ezechiele (37:1,14), quelle ossa sparse, quella desolazione non possono non richiamare alla nostra mente le immagini tragiche della SHOAH. “ Queste ossa potranno rivivere?” : la domanda trova una risposta che sembra dire che anche nel profondo della desolazione , anche nel luogo più arido, ci può essere la Vita.

Una attenta studiosa di Etty Hillesum, Maria Giovanna Noccelli, dai cui scritti ho trovato alcuni spunti per questa riflessione, sostiene che “ La vita di Etty, la sua reazione al dolore e alla morte, il suo grande amore a oltranza per la vita appaiono come la manifestazione della profezia di Isaia” (Is 58:11 “Il Signore ti guiderà sempre, ti sazierà nei luoghi aridi, darà vigore alle tue ossa; TU SARAI COME UN GIARDINO BEN ANNAFFIATO, COME UNA SORGENTE LA CUI ACQUA NON MANCA MAI”).

In un momento storico così tragico in cui più che mai il silenzio e l’impotenza o la responsabilità di Dio potevano spingere verso una negazione della sua stessa esistenza, e ad un rifiuto della fede, così come è poi successo in alcuni, Etty“scagiona Dio” dalla responsabilità dell’orrore a cui assiste e di cui rimarrà vittima ed è convinta che dentro di noi si trovi “un piccolo pezzo” di Dio che occorre preservare e custodire.

Accettando il suo silenzio e la sua apparente assenza, anzi avvertendo chespetta a lei fare qualcosa per Dio giacché è lui ora che soffre e che ha bisogno d’aiuto e di rassicurazioni, intraprende un dialogo con lui.

“ … Discorrerò con te , molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio”.(pag.170)

Ma come fa Etty a tenere viva la casa di Dio dentro di lei?

Nei suoi scritti spesso la troviamo intenta a lottare contro la tristezza o contro le preoccupazioni chel’affliggono, non si permette però di indugiare in melanconiche descrizioni dei suoi disagi come potremmo aspettarci nei diari di una giovane donna, no, lei lotta strenuamente contro questa tentazione:

Cercherò di non appesantire l’oggi con il peso delle mie preoccupazioni per il domani”(pag.169);

Per il dolore grande ed eroico ho abbastanza forza, mio Dio, ma sono piuttosto le mille piccole preoccupazioni quotidiane a saltarmi addosso e a mordermi come altrettanti parassiti. Bé, allora mi gratto disperatamente per un po’ e ripeto ogni giorno: per oggi sei a posto, le pareti protettive di una casa ospitale ti scivolano sulle spalle come un abito che hai portato spesso, e che ti è diventato familiare, anche di cibo ce n’è a sufficienza per oggi, e il tuo letto con le sue bianche lenzuolae con le sue calde coperte è ancora lì pronto per la notte – e dunque, oggi non hai diritto di perdere neanche un atomo della tua energia in piccole preoccupazioni materiali”( pag. 170).

E non si permette nemmeno, anche qui come ci si aspetterebbe, di rinchiudersi in se stessa, di concentrarsi unicamente sulla sua vicenda personale, dimenticandosi, come succederebbe ai più , degli altri, diventando sorda alle loro sofferenze.

Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te ,mio Dio.Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio”.(pag. 194)

«Quanto sono grandi le necessità delle tue creature terrestri, mio Dio. Ti ringrazio perché lasci che tante persone vengano a me con le loro pene. Parlano tranquille e senza sospetti, e d'un tratto viene fuori tutta la loro pena, e si scopre una povera creatura disperata che non sa come vivere. E a quel punto cominciano i miei problemi. Non basta predicarti, mio Dio, non basta disseppellirti dai cuori altrui. Bisogna aprirti la via, mio Dio, e per far questo bisogna essere un gran conoscitore dell'animo umano, un esperto psicologo: rapporti con padre e madre, ricordi giovanili, sogni, sensi di colpa, complessi d'inferiorità, insomma tutto quanto. In ogni persona che viene da me io mi metto a esplorare, con cautela. I miei strumenti per aprirti la strada negli altri sono ancora ben limitati. Ma esistono già, in qualche misura: li migliorerò pian piano e con molta pazienza. E ti ringrazio per questo dono di poter leggere negli altri. A volta le persone sono per me come case con la porta aperta. Io entro e giro per corridoi e stanze, ogni casa è arredata in modo un po' diverso, ma in fondo è uguale alle altre. Di ognuna si dovrebbe fare una dimora consacrata a te, mio Dio. Ti prometto, ti prometto che cercherò sempre di trovarti una casa e un ricovero. In fondo è una buffa immagine: io mi metto in cammino e cerco un tetto per te. Ci sono così tante case vuote, te le offro come all'ospite più importante».(pag. 202)

Le parole di Etty possono esserci allora di insegnamento di fronte a fatti tragici che sconvolgono la nostra vita che ci lasciano lacerati e affranti, e anche di fronte a momenti in cui ci sentiamo sommersi da preoccupazioni per il domani o per l’oggi:

come Etty dobbiamo trovare la forza per guardare alla vita come a un dono meraviglioso che ci viene offerto e per il quale dobbiamo innalzare una preghiera di ringraziamento ogni giorno.

E il modo perché ciò sia possibile, la strada da percorrere perché questa preghiera ci sgorghi autentica dal più profondo della nostra anima, anche questo Etty ci trasmette: CURARE LA CASA DI DIO DENTRO DI NOI e se pensiamo che questo sia difficile, immaginiamo a come spesso curiamo le nostre case, specialmente noi donne, come le puliamo con cura a volte quasimaniacale, o come le rendiamo graziose con oggetti che amiamo o fiori profumati,a come questa cura spesso venga prima di ogni altra cosa; ancora , pensiamo alle cure che riserviamo alle persone di cui siamo innamorati, nel momento magico dell’innamoramento, quando tutte le primizie sono per l’altro, tutte le attenzioni sono rivolte all’altro ; oppure immaginiamo un giardino tutto nostro, o un giardino che ci è stato affidato e che amiamo: conosciamo ciascuna pianta, la guardiamo riposare d’inverno e fiorire in primavera, la innaffiamo con regolarità, le diamo il nutrimento quando è nel periodo vegetativo, la curiamo quando qualche parassita la infesta: ogni giorno curiamo il nostro giardino e qualcuno di noi ha imparato anche a rivolgergli parole di ammirazione, di conforto, di tenerezza perché sembra non rimanerne indifferente …così dobbiamo fare per il “pezzetto” di Dio che c’è in ciascuno di noi. Coltivarlo come un giardino che ogni giorno ha bisogno della nostra cura: dell’acqua, del concime, delle parole , delle carezze. Se noi parliamo con lui ogni giorno, se noi ci prendiamo cura di lui ogni giorno lui non ci abbandonerà e riusciremo a ringraziare ogni giorno del dono della vita che viviamo. Impariamo da Etty a donare a Dio, anche nelle situazioni più difficili, in quelle che ci fanno sentirequasi senza speranza, ciò che di bello la vita comunque ci regala.Un bel tramonto, un successo nel lavoro, la prima manifestazione di autonomia di nostra figlia,un gelsomino profumato in un giorno di tempesta…

Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre,e spande il suo profumo tutto intorno alla tua casa,mio Dio,. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino, e sono veramente tanti. Voglio che tu stia bene con me.”(pag. 170/171)

 

 

 

 

 

2-giu-05