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Culto di Natale 2013

Di Stefano Meloni


SALUTO DI BENVENUTO
APERTURA
lettura Salmo 95,6-8

lettura Luca 2,8-20 (La nascita di Gesù)
inno 73 VENITE FEDELI

PRIMO MOVIMENTO - Ogni mattino splende la luce della resurrezione
lettura Colossesi 3,16 (La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali)

Il teologo Dietrich Bonhoeffer, nel suo libro “La vita comune” ci ricorda che, per il credente, ogni mattino splende la luce della resurrezione.
Ogni volta che passiamo dalla notte al giorno, dal buio alla luce, ci viene offerta una nuova partenza, un’opportunità, un nuovo inizio.
E il nostro primo sentire mattutino dovrebbe essere un sentimento di gratitudine.

Per la comunità cristiana che si riunisce, il sorgere del sole, l’alba di un nuovo giorno, sono il richiamo, il simbolo concreto, l’immagine più limpida del tempo della resurrezione.

Se la Parola di Cristo, come scrive e suggerisce Paolo ai Colossesi, abitasse in noi abbondantemente, dovremmo festeggiare ogni nuovo giorno come un dono che ci è offerto, come un’altra possibilità e ringraziare del mattino che abbiamo davanti.
Il nostro primo atto o pensiero, appena alzati, dovrebbe essere un grazie per la nuova nascita che ci è donata.
Così è per questa mattina, per questo nuovo giorno che ci è donato, in cui ricordiamo la nascita di Gesù.

Ma noi, uomini e donne del tempo moderno, non conosciamo più il timore e il rispetto per la notte. E non sappiamo quale potesse essere la gioia dei nostri padri e dei primi cristiani per il ritorno della luce del mattino, come tutti gli esseri viventi d’altronde, timorosi del buio che avanza, o come tutti i bambini che oppongono resistenza all’addormentarsi, perché non sono sicuri che l’indomani il sole si presenterà puntuale per offrire il suo calore alla nostra vita.
Non conosciamo più la notte, poiché le nostre notti, infatti, sono sempre artificialmente illuminate e neutralizzate dal nostro agire che costruisce costantemente una cintura di protezione intorno a noi e alle nostre cose.
Non riusciamo dunque più a lodare il giorno che ancora, ogni volta, ci è dato.

La comunità della Riforma cantava inni che recitavano il superamento delle tenebre, della notte, il ritorno della vita. Un nostro inno recita “ci avvolge d’intorno di tenebre un velo, ma già un nuovo giorno si annuncia dal cielo”.
Se ci pensate, numerosi sono gli inni che invitano la comunità cristiana a cantare il mattino che sorge. Dice il Salmo 3,5 “O Eterno, al mattino ti offrirò la mia preghiera”.
Il pensiero di Bonhoeffer, che porto alla nostra attenzione in questa mattina di Natale, è che l’inizio del giorno non deve essere gravato e incalzato dalle molteplici attività della giornata di lavoro che ci attende. Ma la mattina presto, ci suggerisce il teologo, tacciano i pensieri e le molte e inutili parole. Il primo pensiero sia rivolto al Signore.
Così, e per questo, abbiamo lasciato le nostre case stamattina.
In questa giornata di Natale, siamo qui forse per consuetudine, per abitudine.
Ma pure, credo, siamo venute e venuti qui per un desiderio concreto di rendimento di grazie e una disposizione all’ascolto.
In questa mattina di Natale, questo è lo scopo della nostra presenza qui, al culto.
Fermare le molte e inutili parole che affollano la nostra mente. Fare un pò di spazio alla Parola di speranza, fare un pò di spazio alla buona notizia dell’Evangelo.

Il piccolo Gesù nacque nella notte, una luce nelle tenebre, e quando morì in croce il mezzogiorno divenne notte.
Ma la mattina di Pasqua Gesù il Cristo uscì vincitore dal sepolcro.
Di questa storia, che inizia in una mangiatoia, noi siamo testimoni.
Verrà il giorno, dice il Signore per bocca del profeta Malachia, che spunterà il sole della giustizia.
Per noi cristiani, Gesù di Nazareth, nato oggi a Betlemme, è il sole di giustizia.

inno 221 O SOL DI GIUSTIZIA

SECONDO MOVIMENTO - Oltre la morte c’è la vita
lettura Matteo, 18,3 (In verità, vi dico: se non cambiare e diventate come i bambini non entrerete nel regno dei cieli)

Il secondo pensiero che vorrei condividere con voi, questa mattina, nasce dall’episodio che ha segnato la vita della nostra comunità e della famiglia della nostra pastora poco più di una settimana fa: la scomparsa di sua sorella Viviana.
Molto è stato già detto e non indugerò ancora, se non per esprimere il cordoglio e la vicinanza ai familiari, ma anche per manifestare la consolazione per la conclusione di sofferenze insulse quanto atroci. 
Ma c’è un episodio importante che vorrei portare alla vostra attenzione e mi permette di chiarire il concetto che desidero condividere con voi: oltre la morte c’è la vita.
Dopo il funerale, racconta Cristina, al richiamo della Madre: “Greta vieni, dobbiamo andare a casa della zia perché il nonno ci deve dare la valigia”, la bambina risponde: “Perché parli di casa della zia, se è morta?”.
Nella semplicità e nell’ingenuità disarmante di Greta, (dei bambini che ci fanno capire, in questo modo, se vogliamo, perché è loro il Regno dei cieli), troviamo un messaggio chiaro, che la nostra società però rigetta: la morte fa parte della vita.
Ma c’è immediatamente un oltre, un adesso, un domani che ci chiama.
Terribile insegnamento per chi non accetta una dipartita, per chi conserva gelosamente come reliquie oggetti, quando non resti, del caro scomparso.
Bellissimo invito, viceversa, a lasciar andare i morti nel loro riposo (sopratutto dopo sofferenze insignificanti e inutili accanimenti), Invito a volgere il proprio sguardo ai vivi.

Alfredino Rampi e l’alba. C’è un altro episodio che mi è tornato alla mente, quando riflettevo e preparavo questi pensieri per oggi. Verso le 19 di mercoledì 10 giugno 1981, mentre studiavo a casa di compagni, apprendemmo della scomparsa di un bambino, Alfredino Rampi, che era caduto (si seppe verso mezzanotte) in un pozzo artesiano. Ricorderete tutti il dramma del tentativo di recupero che durò tre giorni. All’alba del terzo giorno, il bimbo - che aveva resistito con tutte le sue forze in quel buco ed era progressivamente scivolato giù fino a 63 metri di profondità - non diede più segni di vita.
Seguimmo tutti con il fiato sospeso questo dramma, questa tragedia interminabile, questo inseguimento, questo salvataggio disperato, con la televisione che ci mostrò in diretta come si può morire lentamente e nonostante tutti gli sforzi che l’essere umano può mettere in atto.
Stavo lì, davanti alla TV per tutta la notte del 13 giugno, quando mi apparve chiaro che la morte aveva avuto il sopravvento. Non c’era più niente da fare.
Mi voltai allora verso la finestra di cucina. Il sole era sorto, nessuna nuvola in cielo. Si preparava una mattina radiosa. Il contrasto fu fortissimo e straniante: la morte aveva appena vinto una battaglia personale e tutte le creature erano chiamate immediatamente e con insistenza alla vita e alla vita piena.
Così, la legge della morte e della vita, la legge della morte che dà la vita, la legge della creatura che si dà, come un chicco di grano per far nascere la spiga o un corpo che si disfa e dona sè stesso alla terra, così la legge della creazione di cui facciamo parte, ancora una volta disse la sua parola.
E consolandoci, disse: “Non temete”.

inno 77 SOTTO SPLENDIDO STELLATO

TERZO MOVIMENTO - Festeggiamo il Natale perché il Signore è venuto per gli ultimi
lettura Salmo 98,2 (Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, ha manifestato la sua giustizia davanti alle nazioni)

La domanda a cui dobbiamo rispondere stamattina è: cosa festeggiamo il giorno di Natale? E’ sempre stato così? Quale è il motivo particolare di festa per noi?
Sappiamo che in origine il Natale era la festa del sole invitto, invincibile.
Fu l’imperatore Lucio Domizio Aureliano a instaurarne il culto il 25 dicembre del 274 d.c., con una festa chiamata Dies Natalis Solis Invicti, "Giorno di nascita del Sole Invitto", facendo del dio-sole la principale divinità del suo impero.
La festa, come in altre culture, era associata alla ricorrenza al solstizio di inverno e veniva celebrata quando il sole, dopo aver toccato il punto più basso del suo percorso e aver segnato con il tramonto più veloce dell’anno la giornata luminosa più breve, dopo tre giorni in cui sembra fermo (solstizio significa appunto sole fermo), riprende a salire sull’orizzonte. Il sole, quindi, nel solstizio di inverno giunge nella sua fase più debole quanto a luce e calore, e pare precipitare nell’oscurità, ma poi dopo tre giorni torna vitale e invincibile sulle stesse tenebre e il 25 dicembre festeggia il suo nuovo Natale.
Fu nel 350 che il Papa Giulio I, sotto il quale entrò in vigore il catalogo dei giorni di festa dedicati ai santi, scelse il 25 dicembre come Natale di Gesù, collegando così la sua nascita al sole. I romani credevano che i cristiani adorassero il sole, perché essi, poiché Gesù era risorto il primo giorno della settimana, quello dedicato al sole, avevano l’abitudine di festeggiare proprio quel giorno (la domenica - dies dominica - giorno del Signore, come fin dal primo secolo cioè ben prima degli editti dell’imperatore Aureliano, veniva chiamata).


« Nel giorno detto del Sole si radunano in uno stesso luogo tutti coloro che abitano nelle città o in campagna, si leggono le memorie degli apostoli o le scritture dei profeti, per quanto il tempo lo consenta; poi, quando il lettore ha terminato, il presidente istruisce a parole ed esorta all'imitazione di quei buoni esempi. Poi ci alziamo tutti e preghiamo e, come detto poco prima, quando le preghiere hanno termine, viene portato pane, vino e acqua, e il presidente offre preghiere e ringraziamenti, secondo la sua capacità, e il popolo da il suo assenso, dicendo Amen. Poi viene la distribuzione e la partecipazione a ciò che è stato dato con azioni di grazie, e a coloro che sono assenti viene portata una parte dai diaconi. Coloro che possono, e vogliono, danno quanto ritengono possa servire: la colletta è depositata al presidente, che la usa per gli orfani e le vedove e per quelli che, per malattia o altre cause, sono in necessità, e per quelli che sono in catene e per gli stranieri che abitano presso di noi, in breve per tutti quelli che ne hanno bisogno. »

(Giustino martire, II secolo d.C.)

E’ da tempo immemore, dunque, che si festeggia il Natale e per noi il Natale di Gesù.

Ma ripeto la domanda di oggi.
Perché festeggiamo questo giorno? Perché ha senso festeggiare, oggi?
Tralasciamo ovviamente l’aspetto consumistico e commerciale, perché come tutte le festività comandate, i negozi aperti 24 su 24 sono solo il segno più evidente e deleterio del nostro insulso modo di vivere occidentale.
Con il Natale cristiano tutto questo non ha niente a che fare.
E dunque le risposte possibili sono altre.

E il primo motivo per cui festeggiare è che la buona notizia della nascita di un Salvatore è data per primi ai pastori. Che di notte facevano la guardia alle greggi. La buona notizia di una grande gioia è data prima a coloro che più ne hanno bisogno.
L’Evangelo è annunciato ai minimi e non ai potenti di turno.
E il secondo motivo è che il segno di riconoscimento sarebbe stato un bambino avvolto in fasce e coricato in una mangiatoia. Un bambino coricato in una mangiatoia? Una mangiatoia per animali? Il segno di riconoscimento di  una notizia cha darà gioia a tutto il popolo è un bambino avvolto in poveri panni e messo a dormire nel fieno di una mangiatoia e non un principino che dorme nel suo letto, in una stanza regale.
Si comincia quindi già da subito a capire che in questa storia c’è qualcosa che non va.
E infatti i pastori vanno a vedere se è vero, perché, intimoriti, non hanno creduto fino in fondo alle parole dell’angelo.
Ecco dunque le prime buone ragioni per festeggiare, oggi come allora.      
La buona novella che ci raggiunge, con la nascita e la vita di Gesù, è che il Dio di Gesù Cristo sta dalla parte dei mansueti, dei poveri, degli orfani e delle vedove.
Vorrei citare il bellissimo brano di Isaia 1,10-18.
E’ quello stesso Signore che intima di smettere di fare sacrifici rituali, che non gradisce olocausti di animali, che rigetta le offerte inutili, gli incensi, le feste stabilite, che non ascolta le preghiere stanco delle malvagità del popolo di Israele, cioè della malvagità umana.
Lavatevi, purificatevi, smettete di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, rialzate l’oppresso, fate giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Poi venite e discutiamo assieme. E se anche i vostri peccati fossero come scarlatto diventeranno bianchi come la neve.
Ecco quindi il messaggio che ci raggiunge.   
Possiamo festeggiare perché nel bambino la cui nascita è annunciata per primi ai pastori,
per le fede, come abbiamo cantato, scorgiamo il Cristo.
Possiamo festeggiare perché il Dio di Gesù Cristo, nato in una mangiatoia e non in una reggia, in Lui ci ha mostrato da che parte sta. Perché sono i deboli e i minimi della società di allora e di oggi a essere destinatari dell’Evangelo.
E dunque anche noi, nella nostra modestia, nei nostri limiti, nelle nostre sofferenze, siamo tra coloro ai quali è dato ricevere questo dono.
Ma la nostra festa natalizia, se non vuole diventare come quelle feste comandate che il Signore rifiuta, sarà tale se oggi e tutti i giorni della nostra vita quotidiana saremo schierati a nostra volta dalla parte dei destinatari dell’Evangelo: i minimi, l’oppresso, l’orfano, la vedova.
Coloro per i quali il Signore Gesù è nato.

inno 137 INNALZATE IL VESSIL DELLA CROCE
Momento di raccoglimento e preghiere

CENA DEL SIGNORE
lettura I Corinzi 11, 23-26
inno 214 ALLA TUA MENSA O CRISTO (strofe 1-2)
distribuzione del pane e del vino
inno 214 ALLA TUA MENSA O CRISTO (strofa 4)

colletta
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CONCLUSIONE
inno 304 CHI POTRA’ DIR QUAL SIA LA GIOIA (strofe 1-2)

Benedizione
lettura Giovanni 3,16