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Il Decalogo, il perdono e l'amore
I Giovani
Esodo 20, 1-1
Matteo 22, 34-40
"IL TESTAMENTO DI TITO" (Fabrizio de Andrè)
"Non avrai altro Dio all'infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall'est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.
Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quanto a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Il quinto dice non devi rubare
e forse io l'ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:
ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami
così sarai uomo di fede:
Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore:
ma non ho creato dolore.
Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:
guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino,
e scordano sempre il perdono:
ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Non desiderare la roba degli altri
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri già caldi d'amore
non ho provato dolore.
L'invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.
Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l'amore".
Questa canzone di Fabrizio de Andrè sembra andare contro la visione religiosa della vita, contro i dieci comandamenti o comunque contro chi li interpreta in maniera stretta e rigida.
Ma è questa la realtà delle cose? E' questo l'intento con il quale l'autore ha composto questo testo?
Per comporre in maniera più completa il quadro riguardante questo testo va detto che la religiosità di de Andrè è sempre stata controversa. Da una parte si dichiarava un cattolico, dall'altra non ha mai negato critiche, talvolta aspre, alla sua chiesa. Tornando alle domande che ho posto prima di questa puntualizzazione, vale a dire se il testo fosse realmente contro i dieci comandamenti, le risposte possono ovviamente essere diverse a seconda dei punti di vista.
Leggendo il testo può sembrare che questo descriva la realtà delle cose.
Può altresì sembrare che voglia essere un modo di interpretare gli stessi comandamenti.
Vi sono però alcuni momenti in cui queste tre visioni, quella di critica, quella di descrizione della realtà e quella di interpretazione dei comandamenti, sembrano coincidere. Ad esempio quando il testo recita: "Il quinto dice non devi rubare, e forse io l'ho rispettato. Vuotando in silenzio le tasche gia gonfie di quelli che avevan rubato".
In questo spezzone di testo sembra che de Andrè critichi il comandamento come sbagliato, sembra che descriva ciò che accade nella realtà e sembra che dica anche che il modo di interpretare il comandamento è un'altro rispetto a quello canonico.
Personalmente mi sembra che voglia intendere che rubare a chi è ricco perchè ha già rubato non è un "peccato", ma mi rendo poi conto che questa interpretazione crea una specie di circolo vizioso simile a un cane che si morde la coda.
La canzone è senza ombra di dubbio costituita di diversi aspetti e contiene molteplici spunti.
Un'altro di questi spunti riguarda la falsa testimonianza che può, secondo de Andrè essere messa in pratica in casi estremi come quelli della salvezza della vita di un uomo.
Il passo recita: "Non dire falsa testimonianza, e aiutali ad uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono"
Qui si può leggere anche una critica agli esseri umani che con la pena di morte puniscono gli errori degli altri uomini, credendo di agire secondo il volere di Dio, scordando però, come dice lo stesso de Andrè, che Cristo ci ha insegnato a perdonare.
Ma allora il testo cosa ci vuole in realtà comunicare? E soprattutto, come vanno visti veramente i dieci comandamenti? A questo proposito Martin Lutero diceva: "i comandamenti sono preordinati solo affinchè l'uomo riconosca da essi la propria impotenza al bene e da essi impari a disperare".
Quest'ultima interpretazione getta quasi nello sconforto. L'uomo non può rispettare i 10 comandamenti per via della sua tendenza naturale al peccato e deve disperare della salvezza. Ma ci stiamo dimenticando una cosa fondamentale. L'amore di Dio, che Gesù cristo ci ha annunciato.
Lettura di Matteo 22, 34-40
C'è dunque un comandamento che li accomuna tutti e dieci. In questa lettura se ne identificano due, ma il tema centrale è uno solo: l'amore.
Amare il prossimo come se stesso. Vuol dire immedesimarsi, divenire noi, per un istante, il nostro prossimo; in questo modo nessun comandamento può essere violato, infranto: se riserviamo al prossimo lo stesso amore che abbiamo nei nostri confronti, non potremo mai ucciderlo o ci uccideremo noi stessi; non ruberemo mai dalle sue tasche, o le nostre saranno svuotate.
Amare significa, in fondo, vestire per un attimo i panni nostri e del nostro prossimo insieme; si diventa una persona unica, una persona che amandosi non può che amare. La bestemmia non ha luogo: dal momento stesso in cui Dio stesso diventa il nostro prossimo, l'uomo e Dio divengono una cosa sola; tutto questo con l'amore.
Ma ciò non è possibile! De Andrè ci trasmette un primo messaggio: siamo umani, deboli, peccatori, e il rispetto dei comandamenti è un'utopia. Di conseguenza l'amore cos'è? Noi non lo conosciamo. Non ne sappiamo il significato, eppure abbiamo fame e sete d'amore, accusiamo il vuoto nel nostro animo, non sappiamo da cosa dipende ma lo intuiamo. Quella parola incomprensibile, quella è la risposta, quella è il nostro pane, la nostra chiave. Il secondo messaggio è nell'ultima parte del testo. Ci vengono aperti gli occhi, perchè, nel vedere quest'uomo, morente sulla croce,proviamo dolore,e vedendo la pietà tener testa al rancore, ecco che ci dona un regalo inestimabile: la conoscenza dell'amore. Ora conosciamo il significato di questo vocabolo, prima incomprensibile.
Ora possiamo esercitare l'amore contro quel limite che prima ci appariva insormontabile, quel muro che ci bloccava ad ogni nostro tentativo di aderire ai comandamenti. Ma ora no, ora è apparsa una porta. Varchiamola.
AMEN!
7-giu-05
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