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Evangelici in Kenya
Paolo Meloni
STAI BEN SALDO SUI TUOI PIEDI, PROTEGGITI, LA PAROLA DEL SIGNORE E’ FORTE , VIGILA OGNI GIORNO, PREGA ESTARAI SEMPRE IN PIEDI.
Simama imara jilinde nemo lake buana, imara,kesha kila siku, uombe ,utasimama.
Questo canto da noi ben conosciuto, grazie al coro ecumenico, con mia grande gioia, è stato cantato nella messa domenicale, in una chiesa ricavata nella savana a circa 5 km. dalla missione, Chiesa polivalente che funge anche da scuola, dispensa, cucina, per la tribù che vive nei pressi della chiesa.
Dopo il sermone, il missionario ha chiesto a noi ospiti se volevamo dire qualcosa e mi sono offerto volontario. Mentre mi recavo vicino all’altare, Dario mi “incoraggiava” dicendomi: Paolo cantagli qualcosa; (figurarsi se non approfittavo dell’occasione).Primadelmessaggio per rompere il ghiaccioho esordito dicendo checonoscevo un canto in lingua SUAILI e che iniziava con la parola SIMAMA e nel pronunciare questa parola l’ho fatto con l’intonazione e come d’incanto il coro ,anzi direi tutta la chiesa formata da molti bambini, donne, anziani e un pò meno uomini, di cui uno fungeva da capo coro,hanno iniziato a cantare e si leggeva la loro felicità nei loro occhi, quasi volessero dire: siamo orgogliosi che un nostro canto abbia oltrepassato il nostro Continente e sia arrivato addirittura in Italia.
La traduzione delle strofe di questo inno dal SUAILI all’ ITALIANO continua così: ogni strofa e intercalata dal ritornello che ho letto prima
I MONTI TUTTI, LE VALLI, SI SCIOGLIERANNO, MA LA PAROLA DEL SIGNORE E’ FORTE E TU STARAI IN PIEDI.
SIAMO PIENI DELL’AMORE DI DIO, SPIRITO DI VERITA’ LA NOSTRA FORZA E’ IN ESSO,SII IL SIGILLO.
I GIORNI DI LAVORO SONO POCHI, SIAMO CORAGGIOSI E LO SPIRITO DI GESU SIA CON NOI FINO ALLA FINE.
UNITI VINCEREMO CON LA SUA FORZA, CHI CI POTRA’ SEPARARARE DAL SUO AMORE ?
BEATO CHI SEGUE LA PAROLA DEL FIGLIO DI DIO, VENGO SUBITO. AMEN. VIENI SIGNORE GESU’.
QUANDO ARRIVA LO SPOSO, PREPARA LA LAMPADA, VAGLI INCONTRO CON GIOIA, LUI STA ENTRANDO.
E’ facile intuire che questi versi sono stati presi dalla Bibbia, per la cronaca, ho chiesto la traduzione a padre Joseph (per gli amici Pepuccio), che mi ha accontentato.Il dialetto SUAILI non ha apostrofi ne articoli ma ha solo parole ben definite: io una l’ho imparata “ABARI,” che non significasolo buongiorno, ma è come un saluto molto più confidenziale che va oltre lo stesso buongiorno.es. in qualche paese della Sardegna ci si saluta così”. E ITA NOASA”, invece a Santulussurgiu mia madre diceva che quando due persone si incontravano si salutavano dicendo“ITA SES FAGHINNE”, e l’altro rispondevaEA, che non saprei tradurre.
L’altra parola che conosciamo bene , è“BWANA” che la usano sia per il Signore, inteso come figlio di Dio,oppure anche come forma di rispetto verso un forestiero comunque adulto; se poi ci aggiungiamo anche la parola SIMAMAche significa “stai ben saldo”, logicamente riferito alla fede. Direi che con 3 parole all’anno, fra 50 vi farò il sermone direttamente in SUAILI .
Il piccolo messaggio che ho portato loro, oltre che ringraziarli, diceva che la fatica relativa al viaggio era stata ampiamente ripagata dall’ospitalità e dalla calorosa accoglienza a noi riservata, eniente in confronto al sacrificio immenso di nostro Signore Gesù che è morto in croce per salvarci dal peccato ( parole che sono state tradotte da Don Pepuccio).
Nonostante l’omelia fosse in linguaSUAILI, i canti di lode in lingua SUAILI, alternati da letture di salmi sempre in Suaili, ci ha emozionato lo stesso; il sermone prendeva spunto da Matteo cap. 19v24 : E’ più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio. Credo proprio che i Keniani presenti entreranno in Paradiso. NDR.
Stavamo seguendo una messa ma in realtà ci siamo resi conto che eravamo in una chiesa Cattolica, solo al momento dell’Eucarestia, quando padre Josephha alzato l’ostia.
Già! non ci avevo pensato prima, ma cosa ci fanno due Battisti in una missione Cattolica? Non mi ero ancora posto questa domanda, ma forse la risposta è più semplice di quanto possa sembrare, e la troviamo in Luca al cap:10 dove si racconta che un Samaritano scendeva da Gerico e visto che un uomo aveva bisogno d’aiuto, lo aiuta e basta a prescindere da quale tribù o a quale religione appartenga, ma anzi rivolto all’oste gli dice, curalo, nutrilo, e quando ripasso mi dirai se devo aggiungere dei soldi. Fame, sete, sofferenza, ritengo che non abbiano diverso credo religioso.
Mi ha colpito, all’uscita, la spontaneità dei fedeli che frequentano la chiesa, dopo la messa in piena Savana, hanno ripreso a cantare con entusiasmo SIMAMA battendo le mani; mi sono venute in mente le gite e il dopo culto ai tempi di Inguanti dove si cantavacon fervore anche per la strada.
E’ trascorso circa 1 mese dalla conclusione della mia esperienza di lavoro volontario presso la missione Cattolica S.Antioco, denominata CAMP GARBA, che probabilmente sono le iniziali dei cognomi dei due missionari che l’hanno fondata,Don Garau e don Ballocco, originari del basso Sulcis, come anche don Giuseppe Zusa (quando parli con lui, devi usare obbligatoriamente il tu) che attualmente dirige tutta la missione da solo ed è,il prete officiante anche di altre missioni dislocate nei dintorni, gestite da vari ordini di suore tant’è che ogni giorno ha una messa.
La missione è situata in piena savana a 280 km dalla Capitale NAIROBI e a10 KM da Isiolo, che definirlo paese è assolutamente fuori luogo, almeno per la nostra mentalità di concetto di paese.
Un susseguirsi di baracche fatte di sterpi tenuti assieme con del fango e ricoperte con dello sterco animale che pare protegga dall’acqua, lamiere, cartelli pubblicitari con scritto COCA COLA, e tutto immerso in un fango, che attanaglia i piedi, e le scarpe se le hanno.
Ho provato una voltacon le scarpe da tennis a uscire dalla strada ghiaiosa che circondava la missione; quelle scarpe le ho dovute mettere in una busta e portarle a Cagliari per poterle pulire;il fango era diventato duro come una ceramica, impossibile levarlo.
Ma veniamo alle sensazioni, allo stato d’animo, le emozioni vissute in quei giorni. Sono ancora fresche ed intensenei colori, nei profumi, nei panorami selvaggi di quest’Africa situata fra la savana e il deserto.
Ho provato un nodo alla gola, nel varcare la soglia della missione dopo circa 36 ore di viaggio: un misto di curiosità, timore ed attrazione verso un mondo del tutto nuovo, paura di non riuscire ad offrire quello che probabilmente, qui alla missione si aspettano da me. Fra me pensavo: Io sono un tecnico di macchine per cucire e non certamente uno stilista o un sarto, anche se ormai sono 51 anni che faccio questo mestiere, ( 51 …..più 14 ce!!! ma seu becciu) con un bagaglio di esperienze acquisite presso i laboratori: e qui colgo l’occasione per ringraziare alcune sarte che mi hanno preparato i modelli sia dit.shirt e pantalonciniper bambini dai 5 ai 9 anni e quelle che mi prepareranno i modelli delle divise sia per i maschietti eper le femminucce, modelli che mi sono stati consegnati dalla suore alle quali io hoinsegnato ad usare le macchine.
Ma torniamo alla paura, di integrarsi in una comunità, di cui non conosci la lingua, usi e costumi, quando ero in difficoltà con la linguapensavo a Francesca Cossu che almeno con l’Inglese mi avrebbe permesso di affrontare le lezioni di cucito, che ho dovuto fare, anche se in un Inglese maccheronico, per farmi capire dalle suore dello SRILANKA, che mi appellavano come TEACHER e io le appellavo come SISTER.
Paura della realtà, ma al tempo stesso desiderio fortissimo di entrarvi in un contatto più stretto e vero, proprio attraverso il mio lavoro. Saranno state queste preoccupazioni, aggiunte al racconto del missionario, che alla mia domanda, perché i muri erano alti e con il fil di ferro tutto intorno, mi disse che una notte dei ladri sono entrati all’interno e puntandogli un coltello al collo hanno rubato tutti i soldi della missione, fatto sta che alle due e mezza della notte,sono stato svegliato, da un rumore assordante come se due o tre camion fossero entrati nel cortile della missione; ho dovuto farmi coraggio e guardando dalla finestra,( il cortile era sempre illuminato) mi sono reso conto chenon esisteva alcun camion, ma solo un temporale tropicale, pioggia torrenziale, mista ad un forte vento, che era amplificato dai tetti in lamiera della Missione, e le foglie grandi delle piante di banane scosse dal vento hanno fatto il resto.
Questo è avvenuta Sabato notte (prima notte), e finalmente le prime luci dell’alba diDomenica 22 maggio mi danno una prospettivaserena della situazione: all’interno di queste mura dorme don Pepuccio e gli ospiti volontari, in questo caso 3;Dario alla terza esperienza, Piero Garau, anche lui medico che credo stia facendo tirocinio all’Ospedale marino e si sta specializzando in ortopedia ed io. Tutte e due alla prima esperienza. Piero un bravissimo ragazzo che sicuramente diventerà anche un buon medico con una forte dose di umanità,che non guasta mai,per chi fa, questa difficile professione, per descrivervi Piero dico che assomiglia un po’ a Valentino Rossi, ma più carino con qualche anno in più e con qualche euro in meno. Per la cronaca ha 31 anni è sposato e ha una bambina. Dario Garau lo conoscete.
Domenica mattina con la Land Rover, ci siamo recati nella chiesa di cui ho parlato all’inizio,percorrendo circa 5 km. Che sembrano molti di più, causa il terreno reso ancora più insidioso dal temporale, attraverso fiumi e strade che sembrano torrenti in secca,
a causa delle tante pietre, ponti posticci. Nella strada i rovi raschiavano la macchina, e da dietro i cespugli, degli occhi ti scrutavano. Adiacente alla chiesa, ho visto il pozzo scavato da poco, ma che per il momento da poca acqua e neanche potabile.
Inutile dirvi che ho voluto provare il pozzo a pompa a mano ed effettivamente mi sono reso conto a quale fatica si va incontro per estrarre pochi litri d’acqua, per giunta salata, ma qui la corrente non c’è.!!!
Un'altra cosa che mi ha colpito è stato,che all’ora della messa una donna batteva con un asta di ferro su uncerchio, ( sembrava un cerchione di bicicletta) appeso ad un albero,per avvisare gli abitanti del circondario che stava per cominciare la funzione, e come per incanto dai cespugli sbucavano, bambini vestiti a festa donne anche loro agghindate per l’occasione e vecchi accartocciati fra le pieghe del loro viso.
Alla fine della messa, si è fatta la colletta; la facevano tutti, alzandosi dai banchi o da terra dove sedevano i bambini, e si avvicinavano al tavolo dove una bambina con una specie di cuffietta tenuta fra le due maniraccoglieva le offerte.
Mi ha commosso una donna molto anziana che mentre si avvicinava al tavolo zoppicante faceva uno sforzo per aprire un fazzoletto per estrarre qualche centesimo, ed io cinicamente filmavo queste scene:
Lunedì si comincia: ho alcune macchine per cucire da riparare, e qui devo mettere in atto, tutta l’arte dell’arrangiarsi, per riuscire a mettere su un banchetto per effettuare le riparazioni, e con i pochi attrezzi che ho potuto portare dall’Italia, mi devo inventare degli altri attrezzi, frugando fra ferro vecchio e chiodi arrugginiti, per crearmi qualche utensile che mi mancava (un po’ come tornare alle origine dove l’uomo doveva procurarsi gli utensili per la sopravvivenza).
Dall’interno del caseggiato centrale della missione, osservo la parte esterna dell’ambulatorio, circondata da un numero imprecisato di persone (sono appena le sette del mattino, e l’ambulatorio apre alle otto), circa una trentina, gruppo composto da vecchi, donne con dei bambini, alcuni in piedi,altri seduti, e qualcuno praticamente sdraiato per terra; i vecchi con degli abiti quasi del colore della terra della Savana, le donne avvolte nei loro vestiti multicolori, e i bambini con pantaloncini e magliette che si fa fatica a chiamarle così, colpisce molto il colore delle loro gambette, che non sono nere come sarebbe giusto, ma tendono più al bianco o al grigio dovuto alla poca pulizia, bianco sporco, ogni tanto interrotto da alcune ferite sanguinolente ( e qui devo riconoscere che il lavoro che svolgono i medici che si alternano alla missione, è fuori dal normale e a loro va tutta la nostra riconoscenza).
Questa affluenza all’ambulatorio è proseguita così per tutta la settimana che mi sono trattenuto alla missione ( dalle 8 alle 12 e poi dalle 14 alle 17).e sicuramente anche nella seconda settimana, in cui non ero presente.
Era forte in me il desiderio di filmare quei visi e se pur con un po’ di soggezione, ho infranto la loro privacy, e con aria circospetta e a volte ( diciamo pure alla” coatta”, forse ci capiamo meglio) cercavo di rubare immagini con la fotocamera e con la videocamera.
Ho ancora davanti agli occhi la molteplicità dei loro visi, figure dai tratti somatici diversi, ornamenti e vestiti il più variegato possibile. Verso le ore 9 e 30 dilunedì, in attesa che le suore si liberassero dei loro impegni (che vanno dall’assistenza all’ambulatorio che era compito di Sister Kenneth originaria dello Srilanka, una insegna nella scuola materna ed è l’unica Keniana e la più anziana è direttrice di tutte le 8 classi.) e cominciassero le lezioni di cucito vere e proprie,mi sono recato con il missionario a visitare il complesso della Missione, e mi ha spiegato un po’ la struttura della missione, che può ospitarecirca 450 bambini, (150 della scuola materna e 300 suddivisi fra le otto classi dalla prima all’ottava, tutti vestiti con le loro divise (maschietti pantaloncini e camicetta, le femminucce con il vestito) e che alle 10 divisi in due mense, facevano colazione con una specie di crema ricavata in parte dal mais ( e il senso dell’ospitalità ha voluto che anch’io mi unissi a loro nel fare colazione e li ho dovuto impegnarmi veramente per riuscire a berne almeno una buona metà), per fortuna sono stato graziato da una suora italiana che si era recata alla missione per farsi visitare dai medici, e vedendo la mia espressione mentre cercavo di bere quella “crema” si è rivolta al missionario, dicendogli: Ma vuoiammazzare questo signore?
Durante la colazione mi ha colpito il silenzio quasi irreale, nonostante fossero presenti 300 bambini.
Dopo colazione i bambini sono tornati ad essere tali, con la loro voglia di correre e giocare, e li ho visti muoversiin tutte le direzioni con dei Bidoncini di plastica che riempivano d’acqua per innaffiare le loro piante, le quali sono contraddistinte da una piccola croce in legno dove è riportato il loro nome.
A qualche centinaio di metri dalla mensa, in una specie di campo di calcio, circa 50 ragazzini correvano disordinatamente, ma non si capiva perché, finchè avvicinandomi ho scoperto che avevano una palla fatta da tanti elastici, avvolti fra di loro, del diametro si e no di 10,12 centimetri.
Devo confessare che ho avuto il desiderio di diventare il 51 giocatore, ma ho pensato che mi avrebbero fatto fare brutta figura, (già ho qualche difficoltà con un pallone normale, figurarsii con uno di 12 cm.)
All’interno della missione si apprezza veramente il lavoro svolto dai missionari, che sacrificano parte della loro vita per il bene degli altri e il lavoro dei volontari che si alternano; ma fuori dalla missione la realtà Africana si fa prepotentemente drammatica, dove in capanne fatiscenti, prive di ogni confort, distanti fra di loro e distanti dalla missione e da qualsiasi centro urbano o ospedale, sopravvivono le tribù più indigenti sempre che ne esistano anche non povere.
La prima realtà l’ho vissuta appena fuori dalla missione dove una mamma con un piccolo bambino, penso di 2 anni, aveva il suo banchetto di frutta, il banchetto assomigliava più ad un nido di cicogne, e sotto il nido allineate c’erano 5 banane, cotte dal sole, con la buccia ormai quasi nera, cinque mango, e sotto la frutta era ricavato un piccolo spazio per proteggere il bambino dal sole.
La donna mi ha offerto i suoi prodotti, ma io in quel momento non ero interessato ad acquistarli ma egoisticamente volevo fare delle foto, e ho chiesto alla donna di prendere il bambino in braccio e fatto delle foto, ma al momento di darle qualche moneta mi son reso conto di non averne, e frugandomi nelle tasche, ho trovato 10
Euro e glieli ho consegnati, per poco la donna sveniva,Io in un primo momento non mi sono reso conto di cosa avevo combinato, mapoi il prete mi ha spiegato che avevo fatto del male a quella donna, praticamente gli aveva sconvolto la sua vita normale di tutti i giorni.
Questo a conferma che la nostra cosiddetta civiltà non è affatto in sintonia con buona parte del mondo che soffre.
Ciò che per noi è un biglietto di carta che spendiamo prendendoci qualche gelato, può in realtà salvare una vita di un bambino africano, basti pensare che la retta di un bambino, che frequenta la missione, in qualunque ordine di scuola è di 1 euro al mese e ci sono famiglie che non dispongono neanche di quell’euro.
Missioni nel circondario di Isiolo ce ne sono tante, di varie religioni e credo, e sinceramente mi chiedo se la realtà ora è così disperata, cosa sarebbe se non esistessero queste missioni?
Sono rimasto sconvolto quando ho appreso che in questa missione che esiste ormai da 17 anni non è mai arrivata una lira dell’otto per mille, ma si mantiene soltanto con le sovvenzioni degli sponsor e con le adozioni a distanza. Il terreno invece è stato donato dal governo locale.
Ho visto tante cose che difficilmente i miei occhi dimenticheranno: non dimenticherò mai gli occhioni lucidi di quei bambini, cisposi e pieni di mosche che ti guardano mentre tu egoisticamente rubi le immagini, che forse faresti bene a non violare; non dimenticherò quelle gambette che non hanno bisogno della radiografia per vedere come sono fatte le ossa; quei piedi scalzi, piedi lunghi sproporzionati all’età dei bambini, che passano sopra le pietre e le spine senza problemi, quelle mani tese che chiedono e tu non sai cosa, e se dai una caramella o qualunque altra cosa a qualcuno, vedi decine di mani che ti avvinghiano le braccia in una stretta quasi impossibile da controllare.
Scene apocalittiche che vengono interrotte solo quando si sta nella missione.
Ci sarebbero tanti episodi ancora, ma credo di avervi annoiato abbastanza, qualche altro episodio mi verrà spontaneo raccontarlo quando ci sarà il filmato in DVD che verrà proiettato ad EBEN EZER in una data da destinare e probabilmente ci sarà anche una mostra fotografica. Magari per qualcuno che non lo sapesse, racconterò solo quell’episodio relativo al canto. Io il giorno del concerto dissischerzando, che sarei andato in Kenia ad insegnare ai bambini “ O SOLE MIO”, cosa che è realmente avvenuta.
Lo scopo del mio lavoro nella missione lo riassumo in poche parole: oltre che riparare le macchine per cucire esistenti,dovevo insegnare alle suore ad usare la tagliacuce, la taglierina,attrezzatura che è stato possibile acquistare con i 500 euro raccolti durante il concerto “AIUTIAMOLI RICORDANDO SANDRO” e colgo l’occasione per ringraziare il Coro Ecumenico e lo faccio tramite Francesca Meloni e un grazie anche agli Artisti solisti che hanno collaborato per la riuscita del concerto.
Tutto il lavoro di disegnare il tessuto prima del taglio è stato fatto in maniera rocambolesca sul tavolo della sala da pranzo dove noi mangiavamo, e poi il cucito veniva fatto presso la casa delle suore. Ho provato un emozione quando la prima maglietta è stata fatta indossare al figlio della cuoca, era la prima maglietta Made in Kenia. Lo scopo di tutto questo è creare una sartoria per confezionare le divise per questi bambini. Esistono già le mura del laboratorio, ed io ho preparato un disegno della pianta dove poi ho disegnato come andrà realizzato l’impianto elettrico e i tavoli occorrenti sia per il taglio che per il cucito.
A proposito, la cuoca operava solo a pranzo mentre a cena ci siamo alternati ai fornelli Dario io e Piero e credo anche con un buon risultato anche se il prete ci sgridava perché davamo fondo alla dispensa. Li tutto ha un altro valore, anche le bottiglie vuote non si buttano, ne di acqua ne di birra. .
Ringrazio Dario per avermi coinvolto in questa esaltante esperienza (ci sarebbero molti altri aggettivi per descrivere questo viaggio in Kenia, ringrazio don Pepuccio a cui va tutta la mia stima e ammirazione,tutte le persone, tutti i bambini che ho conosciuto, le suore, insomma gli abitanti di questa meravigliosa terra; grazie a loro ho vissuto il mio lavoro in una dimensione tutta nuova, come strumento di donazione e di servizio, che mi ha portato all’incontro e alla scoperta di una umanità vera ed autentica, dove si è convinti di dare ma è molto di più ciò che si riceve.
Un ringraziamento va a Dio che ci ha voluto proteggere in questo viaggio, pieno a volte anche di insidie. Il rientro purtroppo ho dovuto farlo febbricitante ed è durato circa 40 ore.
Questa viaggio ha lasciato dentro di me un dolcissimo senso di nostalgia ed un forte richiamo a tornare.
Scusandomi con voi per il mancato sermone, chiedo al Signore che ci dia sempre la forza e la Volontà di aiutare chi soffre e che non è stato fortunato come noi.
AMEN
16-lug-05
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