Facciamo festa!                                                                                                  home

Domenica 8 giugno 2008, la nostra comunità ha accolto Greta Franco, figlia di Cristina e di Alfredo.

Questo è il sermone che la nostra pastora, e mamma di Greta, ha pronunciato durante il culto.


Care sorelle, cari fratelli,

oggi la predicazione porta con sé il mio essere pastora e il mio essere mamma della bimba che la comunità ha accolto. L'impegno della predicazione e le domande che l'ascolto della Parola di Dio fa sorgere oggi sono ancora più pressanti.

Abbiamo ascoltato dei testi che narrano di generazioni diverse, di esigenza di testimoniare ai figli ciò che si è conosciuto, affinché da figli possano diventare anche genitori, necessità di essere bambini da parte degli adulti, affinché anche i genitori ricordino di essere sempre e comunque prima figli.

Di un Padre e due figli narra la parabola del cap 15 di Luca.

I racconti che narrano dicoppie di fratelli portano spesso ad una opposizione tra i due: nelle Scritture basta pensare a Caino e Abele, Esaù e Giacobbe. La situazione familiare della parabola riporta ognuno e ognuna alla propria esistenza di figlie maggiori, figli minori, con tutta la dimensione simbolica che questi due aggettivi portano con sé. Ad un maggiore cresciuto per essere responsabile si affianca un minore più indipendente, ad una maggiore con le testa sulle spalle una minore con più desiderio di libertà. Su fratelli e sorelle si costruiscono stereotipi dai quali si può uscire solo con un po’ di creatività.

Di un Padre e due figli narra la parabola , dunque.Due figli apparentemente così diversi eppure così simili nel giudizio che hanno sul padre loro.

Conosciamo bene l'itinerario del figlio minore. C'è anche un inno su di lui. E’ interessante soffermarsi sulla prima parte del suo monologo: a spingere il figlio a levarsi e a tornare dal padre è il confronto con i salariati che sono al suo servizio e che hanno una condizione migliore della sua, che hanno da mangiare mentre lui muore di fame. E’ la fame a spingere il figlio a pensare ciò che deve dire a suo padre per essere nuovamente accolto. In questo senso allora la confessione può sembrare più una soluzione arguta per riacquistare benevolenza che il riconoscimento del proprio peccato. Egli vuole farsi riammettere da suo padre in qualità di salariato, visto che lo status di figlio lo ha condotto, per sua responsabilità, alla fame. Ma il figlio minore non pronuncerà il discorso così come lo aveva preparato. Il padre infatti vedutolo da lontano gli corre incontro e gli si butta al collo. Se questo gesto non fosse avvenuto il discorso del figlio sarebbe sembrato un po’ come il tentare il tutto per tutto da parte del figlio. Il testo mostra come ciò che accade dopo, le parole del padre ai servi, i festeggiamenti per il ritorno del figlio minore, dipendano da questo primo correre incontro al figlio del padre.

Il monologo il ragazzo non riesce a terminarlo, non arriva a dire “trattami come uno dei tuoi salariati”, perché già il padre sta dando disposizioni di portare la veste più bella, i calzari, l’anello. Non sono dunque le parole del figlio che determinano l’agire del padre. Allora forse lo scopo del racconto non è tanto mostrare la conversione del figlio, ma la reazione e l’interpretazione del padre.

Qui il narratore presenta un padre che scorge da lontano suo figlio e che, preso da una compassione “viscerale”, estremamente profonda, corre, gli si getta al collo e lo copre di baci. Di fronte ai calcoli del figlio che ha il suo discorso da pronunciare per essere nuovamente accolto il testo presenta l’assoluta gratuità del padre, che non aspetta il pentimento del figlio per abbracciarlo. Dopo questo gesto le parole del figlio hanno un senso completamente diverso: la frase “non sono degno di essere tuo figlio” è pronunciata dopo che il padre ha già ristabilito il figlio nella sua piena dignità. E con quanta gioia! Vi è un eccesso di elementi di festa, la veste più bella, i calzari, l’anello, il vitello grasso che esaltano la gioia paterna per il figlio ritrovato. Le parole del padre non riprendono quelle del figlio; la parola “peccato”, usata dal figlio, non ha più posto tra le parole del padre, che si preoccupa non tanto dell’offesa che il figlio può avergli recato, quanto delle conseguenze a cui è andato incontro. “Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Il discorso del padre non considera i motivi che hanno spinto il figlio a fare ritorno, siano essi pentimento sincero o timoroso calcolo, ma gioisce della realtà del ritorno, del fatto che il figlio sia ora con lui. Il testo presenta una paternità che gioisce dellavita del proprio figlio, di un figlio ritornato al padre, che adesso sa di essere rimasto sempre figlio, anche durante il suo errare, anche durante la sua lontananza e la sua vita persa.

Immaginatevi la reazione del figlio maggiore quando torna a casa dopo una giornata di lavoro nei campi di suo padre e sente la musica della festa! Si offende, non vuole neanche entrare in casa. E' ingiusto: lui ha servito suo padre ogni giorno ma è al fratello vagabondo e spendaccione che il padre organizza una festa. E' per lui che fa ammazzare il vitello.

Il padre prende per mano anche questo figlio, ascolta la sua ribellione e lo conduce su un cammino che non è poi tanto diverso da quello del figlio minore. La visione del mondo di entrambi si basa sul criterio secondo cui a merito spetta ricompensa e a mancanza spetta punizione.

“ Tutti i pubblicani e i peccatori si avvicinavano a lui per ascoltarlo”. Le tre parabole del capitolo 15reagiscono alla disapprovazione da parte degli scribi e dei farisei dell’accoglienza che Gesù riserva a “coloro che sono persi”. Rispetto alle prime due parabole, che narrano la gioia per il ritrovamento di ciò che è stato perduto (la pecora, vv. 4-7; la dramma, vv.8-10) e che esplicitano la gioia che vi è nei cieli per un solo peccatore che si ravvede,il testo di 11-32 è più complesso: non si tratta di un padre che ha perso suo figlio minore e va a cercarlo, ma di un padre che esprime al figlio maggiore il bisogno di rallegrarsi e di partecipare alla gioia della vita del figlio minore. Allora la parabola si rivolge proprio a coloro che sono fedeli, è un’esortazione a vivere la propria fedeltà come fedeltà all’amore di un padre che accoglie proprio coloro che non sperano di essere accolti. La missione di Gesù vive questo bisogno. Mangiando con i pubblicani e i peccatori, discorrendo con donne ai margini, guarendo in giorno di sabato Gesù racconta la parabola del padre d’amore, che va oltre la logica del dovere proprio a partire dal suo paradosso, “bisognava far festa”!La festa, la gioia diventa il nostro dovere.

 

Far festa con i bambini e le bambine poi è vivere un anticipo di Regno di Dio. A volte diciamo che i bambini o i giovani siano il futuro della chiesa e ci preoccupiamo se non patecipano alla vita della chiesa. Ma comunichiamo loro la nostra gioia dello stare insieme? O non rischiamo a volte, di sentirci sempre e comunque “solo”padri e madri dei più giovani e non sorelle e fratelli?

Prendere sul serio la gioia, significa anche prendere sul serio il messaggio biblico: non penso che i giovani vogliano le cose semplici, o meglio semplificate: Il ruolo che le chiese hanno in questo ambito è offrire gli strumenti per leggere la realtà alla luce del messaggio biblico. E questo non è un compito facile. C’è una frase di Albus Silente, il preside della scuola di magia di Harry Potter che spiega bene una cosa: “è giunto il momento di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile”. Il messaggio biblico non è “facile”. E’ un messaggio di rottura, di attraversamento delle barriere, di denuncia delle ingiustizie. Gesù, immergendosi nel mondo, guariva in giorno di sabato, mangiava con i peccatori, sollevava da terra le prostitute, cacciava i mercanti dal tempio. Il suo era un comportamento e una predicazione “indecente”. certo ben lontana da un’idea di chiesa composta tra le panche tiepide, custode dell’ordine. Penso a chi mi ha trasmesso la gioia dell’Evangelo: si tratta di un pastore, che non c’è più, Michele Sinigaglia, e di un candidato al ministero pastorale, anch’egli scomparso, Simonpietro Marchese. Non sono state due persone “composte”, arroccate sulle loro sicurezze, ma persone spesso scomode, che si sono messe in gioco e che hanno messo in discussione anche le persone che stavano intorno a loro. Mi hanno testimoniato che la fedeltà di Dio porta la fiducia nelle persone, che il messaggio “indecente” di Gesù Cristo deve accompagnare la mia predicazione e la mia azione. E ciò che io vedo come giusto, oggi, come buono, è testimoniare che la gioia del Regno di Dio si accompagna con la sua giustizia.La giustizia dà forma all’incontro tra generazioni. Faccio una piccola digressione su questo concetto, prendendo in prestito la riflessione di Paul Tillich, teologo protestante. Tillich parla di principi della giustizia: il primo è l’adeguatezza, e precisamente l’adeguatezza della forma al contenuto. La forma porta il contenuto, fa un tutt’uno con esso.Questo primo principio può mettere in discussione i metodi, le forme, i linguaggi con cui avviene il compito della trasmissione della fede. Ma per imparare e proporre nuovi linguaggi e nuovi metodi occorre un profondo lavoro su di sé, sulla propria comprensione del messaggio biblico e del mondo. Non è detto, e mi ripeto, che le cose “a buon mercato”, una semplificazione del messaggio biblico e quindi anche del mondo siano quelle più adatte ai giovani. Certo è che la sicurezza che dà un ordine vecchio, o un caos vecchio è pagata con la moneta dell’ingiustizia. Il compito della pastorale giovanile allora può essere anche quello di farsi ponte tra Evangelo e impegno per una società più giusta. Questo oggi è “indecente”: denunciare i soprusi, porsi domande sul mondo, sostenere chi è più debole. Il simbolo biblico per la giustizia di Dio è il Regno di Dio. E il Regno di Dio è anche la storia di un uomo che aveva due figli...

 

     Il viso umano

Dal bellissimo romanzo "Gilead", di Marilynne Robinson, appena pubblicato da Einaudi

Tua sorella era una creatura piccolissima. Mentre la tenevo in braccio aprì gli occhi. Lo so che in realtà non mi scrutò in viso ... ma so che la bambina mi guardò diritto negli occhi. E' una cosa bellissima. E sono contento di averlo capito allora, perché adesso ... mi rendo conto che non c'è nulla di più straordinario di un viso umano ... Ha a che fare con l'incarnazione. Quando hai visto un bambino e lo hai tenuto in braccio ti senti obbligato nei suoi confronti. Ogni volto umano esige qualcosa da te, perché non puoi fare a meno di capire la sua unicità, il suo coraggio e la sua solitudine ... considero quest'esperienza una sorta di visione, altrettanto mistica di tante altre.