Chiesa  Battista di Cagliari


torna a INTERVENTI E RECENSIONI                                                                    Interventi 

 

Fertilità e Sterilità    

 

 

Stefano Meloni                  Egon Schiele, Famiglia

 

Sulla fertilità e la sterilità a partire dal comandamento dell’onore dovuto al padre e alla madre. Possiamo amare perché siamo stati amati per primi : il comandamento viene letto guardando la relazione tra "genitore – figlio" che lega Dio e il suo popolo. In questa relazione può leggersi il complesso rapporto d’amore e sofferenza che lega reciprocamente i genitori ai propri figli e alle proprie figlie.

 

"Onora tuo padre e tua madre, affinché i tuoi giorni siano prolungati sulla terra che il Signore, il tuo Dio, ti dà". Es. 20:12.

E’ una questione di rispetto. Così sembra dire il comandamento dell’onore dovuto al padre e alla madre.

Secondo alcune interpretazioni talmudiche, riferite da Ouaknin nel suo libro più recente 1 , l’onore comandato si traduce in rispetto, attenzione, cura dei propri genitori, soprattutto nella loro età più avanzata.

Il comandamento chiede di dedicare parte del nostro tempo a loro, e assicura che esso non verrà perso o speso inutilmente ma piuttosto trovato. Affinché i tuoi giorni siano prolungati, su questa terra.

Così, secondo questa lettura, guadagniamo tempo se lo spendiamo rivolgendolo all’altro. Questo è un tempo etico, un tempo che dà peso all’altrui esistenza perché essa possa essere raccontata e dare frutto. Onora il padre e la madre significa dare peso allo loro storia.

CURA LA DISCENDENZA E POI FATTI DA PARTE

Leggere la Torah tutta di seguito genera sensazioni contrastanti. La storia della nascita di Israele, del suo esodo e dell’approdo alla terra promessa, si sviluppa come una trama cinematografica. I colpi di scena non mancano, gli ingredienti si mischiano creando quadri a tinte talmente forti da creare, a volte, sconcerto e disagio, ma pure fascino e attrazione. Così è per la relazione genitore – figlio che si sviluppa tra l’innominabile Eterno e quelle tribù che diventano faticosamente popolo.

Da una parte, questo Dio insistente, determinato ma pedante ripetitivo puntiglioso, assomiglia tanto ad un padre che, nel corso della crescita, si prende cura del proprio figlio. Insiste, stabilisce, impone, indirizza, punisce, cancella la colpa, si corregge ed entra in crisi con sé stesso, ma non smette di voler bene, e dunque di preoccuparsi e di avere cura della propria discendenza.

La vuole assicurare, la vuole rendere autonoma e adulta, la vuole seguire passo passo.

Dall’altra, come un genitore che vede il proprio figlio crescere, Dio si fa da parte, gli lascia spazio.

Che cosa è questa sequela di norme, regole, prescrizioni a volte incomprensibili, se non lo sforzo quotidiano del genitore che spende le migliori risorse che ha per assicurare un’esistenza sensata (cioè con un senso e una direzione) alla propria discendenza ? Che cosa rappresenta il ripetuto intervenire nella fisicità di Sara, Rachele e Rebecca per renderle capaci di procreare figli ad Abramo, Isacco e Giacobbe, se non l’atto che vuole garantire il futuro alla famiglia, cioè il segno della grazia e del mantenimento della promessa ? E tutto questo non assomiglia forse all’incessante prodigarsi del genitore che vorrebbe segnare in modo indelebile il corso dell’esistenza concreta di coloro che da esso sono venuti e verranno ?

Ma tutto ciò non è troppo ? Questa semina puntuale, questo rendere capace di frutto il terreno – corpo femminile, appare un atto che, nella sua potenza, accende il motore dell’esistenza. E’, cioè, primo. Ma resta pur sempre in qualche modo autoritario. C’è bisogno, dunque, che il creatore – padre si faccia indietro. C’è bisogno che Israele sbagli, che abbia dubbi e incertezze, che le vinca se ne è capace.

Infatti, che ne sarebbe della sua libertà o autonomia, o della mia capacità di scegliere, in quanto figlio chiamato ad un certo punto a camminare da solo?

Ma pure, che ne è di me in quanto padre, attento, definitivamente attento dal momento della nascita, con l’orecchio sempre vigile, o lo sguardo acceso, o il sonno mutato per sempre, e il baricentro dell’esistenza spostato ? Genitore destinato a fare un passo indietro, consapevole, necessario e condiviso, ma pur sempre sofferto ?

Allora, così come l’atto autoritario di Dio, il gesto originario che rende fertili Sara Rachele e Rebecca per garantire la discendenza di Israele, diventa poi patto bilaterale (sarete circoncisi per siglare questo accordo tra me e voi), anche la potenza creatrice che genera un figlio, la decisione tutta personale che orienta la propria esistenza quotidiana ad accompagnare chi ci segue perché nato da noi, fa spazio al contratto che ci lega come genitori con i nostri figli, scende a patti, negozia il territorio proprio e altrui, cerca una via per comunicare. Una via dove, e la nostra esperienza di figli ce lo ricorda, si trovano mischiati e sovrapposti dialogo e scontro, vicinanza e dimenticanza, amore e disamore, compagnia e solitudine, timore per la perdita della madre e del padre e, poi, consapevolezza del distacco.

In un succedersi che non governiamo più. Che il genitore non governa più, che il Dio d’Israele non controlla più. In una alternanza di fedeltà e tradimento che lo fa andare su tutte le furie, ma lo costringe inevitabilmente e continuamente a riprendere il filo della comunicazione con il figlio riottoso.

Perché così è giusto. O forse perché se l’amore si dà, cioè esiste se l’altro c’è, esso si esplica nella relazione. E la relazione modifica entrambi i soggetti, che imparano e cambiano sé stessi, inevitabilmente.

Perciò come un genitore, anche Dio stesso cambia dopo che ci ha creati e ci conosce.

Come padre (madre) si fa da parte. Egli stesso intuisce la giustezza dell’atto di indietreggiare.

Allora il Dio autoritario torna a più miti e teneri pensieri, il genitore indispensabile e necessario comincia a parlare di meno, ad ascoltare di più, stupito che la nostra creatura sappia qualcosa che non gli abbiamo insegnato e si incammini verso il luogo dove si cambierà d’abito e di ruolo.

Come Israele nella terra promessa di Canaan.

Perché allora un comandamento che ci impone un amore di risposta ? Perché il Dio di Israele ci ordina l’onore verso il padre e la madre ? La risposta potrebbe essere : "Perché dovete diventare consapevoli di essere secondi". Perché c’è un atto, una storia, una scelta che vi fa esistere. Poi, solo poi, si sfoglia la pagina dove è scritto il vostro nome.

Onora il padre e la madre, dunque, e prenditi cura di loro.

Anche e proprio adesso che hanno adempiuto al loro compito e si sono fatti indietro.

*********

CAPACI DI AMARE PERCHÉ  AMATI PER PRIMI

"Tu hai fatto una cosa importante : una figlia. ".

Io, sorpreso, pensavo a qualche successo professionale o (sic!) economico. E dal compagno di liceo mi sarei aspettato una qualche battuta più banale. Tipo quelle che riportano indietro nel tempo nonostante i capelli abbiano cambiato colore o si siano diradati.

In realtà, ho sempre saputo che mia figlia era ciò che di più importante mi sarebbe potuto capitare e mi era capitato.

E che il resto delle cose si sarebbe dovuto riposizionare, in qualche maniera, nell’orizzonte concreto di tutti i giorni. E così è stato ed è ancora : mia figlia è ancora giovane.

Nei momenti in cui è stato difficile spiegarle il perché e il perché no, mi ripromettevo di chiarire a lei e a me stesso il significato delle parole di Giovanni nella sua epistola al capitolo 5 v. 12 : " Voi amate perché siate stati amati per primi". Tutte le volte che qualcosa mi ha sostenuto nel tentativo di amare il prossimo al di sopra delle mie comuni capacità di farlo, si trovava lì, in quelle parole.

C’è un atto primario, infatti, qualcosa che viene prima, gratuito, fin dal seno di mia madre, che non annulla la capacità di decidere il mio destino, ma invece mi fa stare al mondo. Mi rende capace di amare perché destinatario, senza averlo scelto, di un continuo atto amoroso, che parte all’inizio di me e continua ancora oggi.

È il terreno reso fertile dall’atto creativo, che diventa poi paterno e materno. Il creatore stesso è diventato padre e madre da quando Abramo (non Adamo) è stato chiamato all’esistenza di figlio.

È il meccanismo virtuoso che ci fa essere soggetti che ricevono la vita e la vita amata, e per questo e non altro hanno la capacità di farlo a loro volta. Destinatari di un atto d’amore gratuito (grazia di Dio ? amore della madre e del padre ?). Per questo potenziali sorgenti di vita e donatori di futuro.

In questa dinamica, che si proroga e trasmette di generazione in generazione, si colloca la nostra esistenza di figlie e figli e di madri e padri.

In questo succedersi di opportunità d’amare si può leggere il comandamento dell’onore da rivolgere al padre alla madre.

Onora il padre e la madre, dai peso alla loro storia, prenditi cura di loro in età avanzata, riconosci che sei al mondo perché ti hanno amato per primi e sii grato per avere ricevuto il dono che ti immette nel libro della vita e della morte, e che ti rende possibile stare al mondo capace di amare a tua volta, gratuitamente, chi ti sta accanto.

 

Ouaknin M.A., Le dieci parole, Paoline Editoriale libri, Milano 2001.