Gesù e la donna cananea

di Vittorio De Palo


=(Mr 7:24-30) Ge 32:24-29; Sl 123:2
Matteo 15:21 Partito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidone.
Matteo 15:22 Ed ecco una donna cananea di quei luoghi venne fuori e si mise a gridare: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide. Mia figlia è gravemente tormentata da un demonio».
Matteo 15:23 Ma egli non le rispose parola. E i suoi discepoli si avvicinarono e lo pregavano dicendo: «Mandala via, perché ci grida dietro».
Matteo 15:24 Ma egli rispose: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d'Israele».
Matteo 15:25 Ella però venne e gli si prostrò davanti, dicendo: «Signore, aiutami!»
Matteo 15:26 Gesù rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini».
Matteo 15:27 Ma ella disse: «Dici bene, Signore, eppure anche i cagnolini mangiano delle brìciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Matteo 15:28 Allora Gesù le disse: «Donna, grande è la tua fede; ti sia fatto come vuoi». E da quel momento sua figlia fu guarita.

 

PREDICAZIONE

C’era un mio fratello della chiesa di Firenze, circa di mezza età, che aveva perso la moglie dopo una brutta malattia. Il pastore era riuscito a convincerlo a tornare dopo una lunga assenza, almeno a partecipare ad uno studio biblico, al termine del quale lui però fece capire con chiarezza che Dio non gli interessava più. Disse: “ho pregato, ho pregato tanto Dio di salvare mia moglie e lasciarmela, ma lui non mi ha voluto ascoltare, lei è morta, ed io allora con Dio non voglio più avere niente a che fare”. Da quel giorno in chiesa non l’ho mai più visto.
Aiutami Gesù, libera mia figlia dal male, salvala, abbi pietà, dice la donna del nostro racconto. No, risponde Gesù, non intendo aiutarti, non ti aiuterò.
Non ricordo esattamente i miei pensieri quando ho letto questo racconto per la prima volta, ma ricordo comunque una sensazione di rifiuto, di rigetto. Che Gesù è mai questo, che una donna gli chiede aiuto e lui risponde no? Che definisce “cane” la donna che gli chiede pietà e la costringe a quell’atto di sottomissione, di autodefinirsi cane di fronte a lui? Gesù non è forse Gesù il buono, Gesù il buon pastore? Non so voi, ma a me viene naturale identificarmi con la donna, in questo caso io sto con lei, non con Gesù, che non gli risponde nemmeno, o con i discepoli, che sono addirittura infastiditi dal suo grido d’aiuto, che chiedono a Gesù di esaudirla solo per non averla più fra i piedi. Se la religione cristiana fosse un sogno che dura tutta la notte, questo brano, almeno fino a questo punto, sarebbe un incubo. L’incubo di un salvatore, che non ti risponde, e tu sei solo.
Mi sa che è proprio questo, sapete, ciò mi spaventa davvero e che non so come fare ad accettare. Posso accettare l’inadeguatezza dei discepoli (quante volte i cristiani sono inadeguati o indifferenti di fronte al bisogno di qualcuno?), ma qui, noi parliamo di qualcosa che sconvolge enormemente di più, parliamo del silenzio di Dio (come dice il v. 23 “ma egli non le rispose nemmeno una parola”). Di fronte alle preghiere sincere, e al bisogno d’aiuto, incontriamo a volte il silenzio di Dio. Sono sinceramente stupito di quante volte Dio ha risposto alle mie preghiere, è una cosa che mi da gioia e di cui voglio certamente esprimere la lode, la risposta di Dio mi fa felice, e non ho davvero parole per dire la mia gratitudine. Ma in passato è successo, e soprattutto potrà succedere in futuro chissà quante volte, che ad una mia preghiera, di salvezza per me, o soprattutto per qualcuno che amo, che mi interessa davvero, Dio contrapponga il silenzio, che nel momento del bisogno diventa un vero e proprio rifiuto. Non so se anche per voi è così, se anche voi avete vissuto o vivete questa paura, questo evento della non risposta di Dio, ma il silenzio di Dio, il freddo silenzio di Dio, deprimente, avvilente, scoraggiante, è qualcosa la cui idea sembra essere peggiore dello stesso male che può capitare, il male per il quale chiediamo aiuto.
La donna grida a Gesù il suo bisogno d’aiuto, bisogno che riguarda sua figlia, e Gesù gli risponde no, non intendo aiutarti.

Gesù è un israelita, la donna invece è una Cananea.
I cananei erano una antica e prestigiosa civiltà, che abitò prima degli ebrei i luoghi che poi sarebbero divenuti lo stato d’Israele. Dei cananei si parla in fonti siriane gia nel III millennio prima dell’era volgare; erano una popolazione di agricoltori e di mercanti, le principali vie di comunicazione e di commercio passavano dalle loro città principali, fra cui Tiro e Sidone, che rimasero importanti porti del mediterraneo anche durante la dominazione romana, cioè all’epoca di Gesù ed oltre; secondo la descrizione contenuta nel libro della Genesi, la cosiddetta tavola delle nazioni , Sodoma e Gomorra erano città cananee. Quella porzione di terra, l’attuale stato d’Israele con i territori occupati e l’attuale Libano, che era la casa per i cananei e la terra promessa per gli ebrei, o andava agli uni o andava agli altri, e gli ebrei dovettero muovere guerre su guerre per scacciare i cananei e poter avere la propria terra. Ma anche la mentalità, la cultura dei due popoli era diversa, alternativa: i cananei avevano una religione politeista, con tante divinità, gli ebrei invece avevano un solo Dio. La religione dei cananei, agricoltori e viticultori, era fondata sui culti legati alla natura e al ciclo del raccolto, quello degli ebrei era invece un Dio assolutamente trascendente, cioè un creatore che è altro rispetto al creato, il totalmente altro. Le pratiche sessuali inserite nei culti cananei, così disprezzate dagli ebrei, erano una richiesta di fertilità anche per la terra, per poter così avere di che vivere. I profeti di Israele cercarono costantemente di affermare la verità di un Dio trascendente e creatore, cosa che implicava la sconfitta della falsa religione dei cananei. L’AT aveva già preannunciato la distruzione di Sodoma e Gomorra, e che Dio li avrebbe sterminati. Pensate che il Dio più importante per i cananei era Baal, il dio della tempesta, che aveva il fulmine come arma e che dispensava la pioggia portatrice di vita per i campi: Baal diventò il dio più importante in tutta l’area (ci fu un tempio di Baal anche a Gerusalemme, di cui gli ebrei festeggiarono il ricordo di quando lo distrussero) e uno degli dei della famiglia dei Baal, fu Baal Zebub, Baal-Zebub, che poi per gli ebrei divenne Belzebù, l’altro nome di Satana: ovvero, il vostro Dio più importante, quello che vi da la vita, per noi è Satana, il male; voi insomma siete il male, e noi ovviamente, siamo allora il bene. In termini moderni diciamo, in buona sostanza, che fu un vero e proprio scontro di civiltà.
Lo scontro di civiltà. Come l’integralista islamico che indica negli Stati Uniti e ormai in tutto l’occidente il grande Satana, Belzebù, o i governanti occidentali, e ormai in generale la nostra opinione pubblica, che identificano nell’integralista islamico il male, il demone.
Secondo fonti ufficiali del ministero iracheno della sanità, le vittime civili, in Iraq, nel solo mese di ottobre, sono state 3.709; nel precedente mese di settembre ve ne erano già state 3.345. Mentre, secondo un giornale diffuso in Libano, Al Mushahid Assiyasi, la scorsa settimana c’è stato l’arresto di 7 militari iracheni sotto comando statunitense, al confine con l’Iran, nella regione del Khuzestan, regione che ospita il 90% delle riserve petrolifere iraniane, e da cui Saddam Hussein nel 1980 iniziò la guerra fra Iraq e Iran.
In questa settimana appena trascorsa, in Libano, è stato assassinato il ministro cristiano dell’industria, Pierre Gemayel, da libanesi filo-siriani. Il papa cattolico di Roma, Benedetto XVI, da martedì prossimo sarà in visita in Turchia fino al primo dicembre; per protestare contro quella che non è altro che una visita, un gruppo di manifestanti nazionalisti del partito islamico di estrema destra “Grande Unione”, ha occupato, come atto simbolico ostile, il museo della basilica di Santa Sofia, luogo simbolo della cristianità nell’Impero romano d’oriente.
Viviamo purtroppo e sempre più, uno scontro di civiltà.
Nel tempo della società multietnica, un tipo di società che ovviamente troviamo nei paesi più ricchi, visto che non si capisce cosa ci andrebbe a fare un occidentale, con l’orologio e le scarpe firmate, in un paese povero, che offre sempre meno anche a chi ci è nato, e infatti lo spinge ad emigrare, (ecco perché secondo me non ha molto senso invocare il principio di reciprocità), in questo tempo di società multietnica dicevamo, lo scontro di civiltà lo viviamo purtroppo, sempre più, anche fuori dalla nostra porta di casa, oltre che naturalmente a livello internazionale.
Uno scontro di civiltà. Scontro di civiltà, quindi, che oppone valori, interessi economici, visioni del mondo, che non possono coesistere: il futuro o sarà abitato da noi oppure sarà abitato da loro, o noi o loro, e chi non si schiera o è un vigliacco o è un traditore. Se le cose stanno così, non occorre spendere energie per capire ciò che non capiamo dell’altro, o per giudicare il peccato che è dentro di noi e non solamente quello che è dentro gli altri. Per muovere critiche costruttive al comportamento altrui, ad alcune delle sue convinzioni e tradizioni, perché si desidera dare un contributo al suo cambiamento positivo, ma anche però di ascoltare a nostra volta le sue critiche, per cambiare anche noi in meglio. No, niente di tutto questo, c’è lo scontro di civiltà, uno dei due deve soccombere. È l’altro, diverso da me, è lui che mi disprezza e mi fa del male, o vorrebbe farmelo, mai il contrario. Per poter coesistere, sempre che sia possibile coesistere, sono loro che devono cambiare, non noi. Cosa avremmo mai noi da imparare da loro? Insomma, lo scontro fra bene e male. Il bene, noi, contro il male, loro.
Ebrei e cananei vissero a lungo così, e i loro figli furono da loro condannati a continuare a disprezzarsi e a sentirsi nemici, a giudicare l’altro peggiore di se.
Ma scusate, un Gesù che rifiuta l’aiuto ad una donna che implora la sua pietà, potrebbe essere la figura di un mondo nel quale il bene è scomparso, perché tutti gli hanno preferito il male?
Un’umanità, quindi, come abbiamo detto, rifiutata da Dio, Dio che rimane in silenzio, proprio nel momento del bisogno? Un’umanità divisa al suo interno fino all’odio e all’autodistruzione?

Si, se invece non ci fosse il brano della Bibbia che stiamo meditando stamani.
Questo brano è un racconto. Un racconto che è reso da Dio il racconto della grande riconciliazione, la grande riconciliazione di Dio. Quello di Gesù e della donna Cananea è il racconto della grande riconciliazione di Dio.
Una riconciliazione degli esseri umani con Dio, degli esseri umani con gli altri esseri umani, di ogni singolo uomo e donna con se stesso o se stessa e con il proprio futuro. Con Dio, con gli altri esseri umani, con se stessi.
La grande riconciliazione di Dio.
Se leggiamo i brani che precedono e seguono il nostro racconto vediamo che Gesù sta svolgendo una missione, è in missione per conto di Dio. Dio ha mandato il proprio figlio al mondo e nel mondo. Gesù è arrivato nella regione Cananea di Tiro e Sidone perché è la sua missione.
L’arrivo di Gesù nel mondo (fra poco ne festeggeremo il ricordo col Natale), l’arrivo di Gesù nel nostro mondo e nella nostra vita, l’arrivo spontaneo e gratuito di Gesù, mandatoci da Dio senza nostri meriti, la visita di colui che è senza peccato a noi, peccatori: questa è la grazia di Dio.
E nel racconto questa grazia di Dio incontra la donna e la sua fede. La donna supplica e si prostra, rinuncia al proprio orgoglio, rinuncia ad aver ragione, ad aver ragione contro l’altro, perché c’è una forza più grande dell’inimicizia, dell’odio, del pregiudizio, della sofferenza subita o inflitta, dello scontro di civiltà: c’è una forza più grande che è la forza dell’amore. La donna spera, spera di una speranza più grande di lei stessa, spera e pretende che Gesù salvi sua figlia, perché sua figlia è il suo amore. Sua figlia, l’amore, deve vivere, perché sennò niente ha più senso, nemmeno il male che patiamo, nemmeno la vita che viviamo.
È puntando tutto sull’amore, che la donna riesce a vedere ciò che non potrebbe vedere altrimenti. Riesce a vedere in Gesù Cristo il pane della vita, e chiede di poter mangiare dei pezzi, delle briciole, di quel pane della vita, affinché sua figlia, il suo amore, possa essere liberata dal male e vivere. Questa capacità della donna di vedere il vero Gesù, di vedere dietro le apparenze e le debolezze, è la sua fede, ed è per fede che l’umanità si riconcilia finalmente con Dio. Cristo è la grande riconciliazione con Dio. Ogni uomo ed ogni donna può puntare tutto sul proprio amore, su qualcuno o qualcosa da amare, e riuscire così a vedere in Cristo, colui che sale e muore sulla croce per noi, il pane della vita, prostrarsi davanti a lui per avere almeno una briciola di quel pane, la salvezza. Questa è la riconciliazione degli esseri umani con Dio.
Al v. 28 Gesù riconosce la fede della donna, la proclama e la loda: non è più una Cananea disprezzata, ma un essere umano che ha scelto di puntare sull’amore.
Se tutte le persone della terra possono essere madri o padri, se possono più in generale intrecciare relazioni, allora possono avere un amore, e possono puntare tutto su quello. Tutti quelli che puntano sull’amore di Dio, secondo naturalmente la propria diversa concezione di amore di Dio, ma ci puntano insieme, diventano uguali, fratelli e sorelle, figli e figlie dello stesso Creatore. Questa è la riconciliazione degli esseri umani fra loro.
E il nostro racconto? Come termina il nostro racconto?
Il racconto si conclude, alla fine, con la guarigione della figlia della donna.
Una figlia che nel racconto non compare mai, nascosta come la parte più nascosta di ciascuno di noi. Cosa rappresenta un figlio o una figlia? Che cos’è? Un figlio per un uomo o una donna è sia una parte di se, la più importante, sia, anche, il proprio futuro. Al tempo dell’inimicizia e dello scontro di civiltà una parte di noi stessi, quella più importante, è malata, in preda ad un male mortale; non l’altro diverso da me, ma l’odio e l’inimicizia che provo, quello è il mio male mortale, che vuole uccidere il mio futuro. Se invece punto sull’amore che è dentro di me, se punto sulla fiducia in Dio e nel suo disegno, sulla sua fedeltà, la parte malata di me guarisce, la parte di me più preziosa, quella che spera ed ama, è finalmente libera e salva. E salvo e anche il mio futuro, anche qualora mi trovassi a camminare nella valle dell’ombra della morte, come dice il salmista, salvo è anche il mio futuro. Questa è la riconciliazione con se stessi.
Dio ha un grande progetto di riconciliazione, un progetto in cui gli esclusi, i poveri, gli oppressi, gli affamati, gli ultimi, coloro che erano nemici ed ora non lo sono più, diventano la sua nuova creazione, una nuova umanità riconciliata. Riconciliata con la parte di noi stessi che vuole amare, sperare, ed avere un futuro, riconciliata con gli altri esseri umani, che scopriamo poter essere in realtà uguali a noi, riconciliata con il nostro Creatore, che forse a volte rimane in silenzio, ma che, in qualche maniera, è sempre lì, all’opera per noi.
Amen.