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Giobbe. il mistero della saggezza divina 

di Stefano Meloni

 

"Certamente c’è una miniera per l’argento, e un posto dove si raffina l’oro.
2 Il ferro viene estratto dal suolo, e la pietra fusa dà il rame.
3 L’uomo pone fine alle tenebre ed esplora i più profondi recessi in cerca di pietre sepolte nell’oscurità e nell’ombra di morte.
4 Perfora un pozzo lontano dall’abitato, in posti dimenticati dai pedoni; sono sospesi e oscillano lontani dagli uomini.
5 Quanto alla terra da essa viene il pane, ma nelle sue viscere è sconvolta come dal fuoco.
6 Le sue rocce sono la dimora di zaffiri e vi si trova polvere d’oro.
7 L’uccello rapace non ne conosce il sentiero né l’ha mai scorto l’occhio del falco.
8 Le bestie feroci non l’hanno battuto e il leone non vi è mai passato.
9 L’uomo mette la mano sul granito e rovescia dalle radici le montagne.
10 Scava gallerie nelle rocce, e il suo occhio scorge quanto c’è di prezioso.
11 Ostruisce corsi d’acqua perché non scorrano, e porta alla luce le cose nascoste.
12 Ma dove si può trovare la sapienza, e dov’è il luogo dell’intelligenza?
13 L’uomo non ne conosce il valore e non si trova sulla terra dei viventi.
14 L’abisso dice: "Non è in me"; il mare dice: "Non sta presso di me"
15 Non la si ottiene in cambio d’oro raffinato né la si compra a peso d’argento.
16 Non la si acquista con l’oro di Ofir, con l’onice prezioso o con lo zaffiro.
17 L’oro e il cristallo non la possono uguagliare né si scambia per vasi d’oro fino.
18 Il corallo e il cristallo non meritano neppure di essere nominati; il valore della sapienza vale più delle perle.
19 Il topazio di Etiopia non la può uguagliare e non può essere valutata con oro puro.
20 Ma allora da dove viene la sapienza e dov’è il luogo dell’intelligenza?
21 Essa è nascosta agli occhi di ogni vivente, è celata agli uccelli del cielo.
22 L’abisso e la morte dicono: "Ne abbiamo avuto qualche sentore"
23 DIO solo ne conosce la via, egli solo sa dove si trovi,
24 perché egli osserva le estremità della terra e vede tutto ciò che è sotto i cieli.
25 Quando stabilì il peso del vento e assegnò alle acque una misura,
26 quando fece una legge per la pioggia e una via al lampo dei tuoni,
27
allora la vide e la rivelò, la stabili e anche la investigò.
E disse all’uomo: "Ecco, temere il Signore, questo è saggezza, e fuggire il male è intelligenza"
.

Giobbe 28                                                  ( nell'immagine: Francesco Messina, Giobbe, 1934)

 

Se Giobbe è il libro della sofferenza dell’uomo di fronte al male , della pretesa sua giustizia davanti al mistero dell’inconoscibile che lascia irrisolte e irriducibili le domande di senso sulla vita creata, esso è pure il luogo dove più chiaramente la nostra umanità è messa inesorabilmente dinanzi alla propria creaturalità, alla propria finitudine, al proprio limite.

Le riflessioni degli uomini che dialogano con Giobbe si piegano nel tentativo mal riuscito di riconoscere compiutezza e completezza nel disegno divino, nel definirlo , nel trovare risposta con le nostre capacità di sentire, di intendere, di determinare logicamente ciò che lega l’esistenza umana,così come la percepiamo al volume immenso che ci sta sopra, al suono che percepiamo solo in parte, al limite insuperabile della nostra vista nell’ infinitamente piccolo e verso lo spazio lontano.

Pure Giobbe , ad una lettura superficiale, appare credibile nella sua rivendicazione di giustizia, nella sua affermazione di bontà, nel suo lamentare una sofferenza ingiusta se pensata come contraccambio ad una esistenza morigerata. Ed anche la sequenza di accidenti che gli capitano sono enormi e esagerati nella loro insistenza.

Ma esso mostra, allo stesso tempo, una fastidiosa presunzione di giustizia, una sfacciata ambizione di giudizio, pur rimandando al legittimo chiedersi dell’uomo il senso di tutto, alla concessa possibilità di indagare e tentare verifiche (in fondo alla azione conoscitiva che la coscienza e la scienza umana inseguono dall’alba dell’uomo), al desiderio di comprendere ciò che ci sta davanti.

Se l’uomo può chiedere che chieda. Se può conoscere lo faccia. Se è in grado di giudicare ci provi.

Il capitolo 28, però, ci consegna inesorabilmente al limite, al finito, ad uno spazio aperto e percorribile ma non illimitato.

L’uomo può fare luce nelle tenebre, può fare il pane dalla terra, può frenare le acque.

Ma dov’è il luogo dell’intelligenza ? Non la si acquista , non la si può confrontare con vasi d’oro fino, anche l’abisso e la morte ne hanno appena avuto sentore.

Dio solo sa dov’è, e quando regolò il peso del vento e fissò la misura delle acque allora la vide e la rivelò, la stabilì e l’interrogò. E disse all’uomo che temere il Signore è saggezza e fuggire il male è intelligenza.

Il riscatto di Giobbe appare un finale consolatorio, un invito a non disperare anche nella tremenda desolazione che può dare la vita terrena, e questo ci incoraggia.

Ma il limite della conoscenza, della capacità di comprensione, di visione, di interpretazione ci appare inconsolabilmente segnato.

 

 

Stefano Meloni

(23 luglio 2004).