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rubrica di discussioni e di attualità |
![]() Giobbe. il mistero della saggezza divina di Stefano Meloni
"Certamente c’è una miniera per
l’argento, e un posto dove si raffina l’oro. Giobbe 28 ( nell'immagine: Francesco Messina, Giobbe, 1934)
Se Giobbe è il libro della sofferenza dell’uomo di fronte al male , della pretesa sua giustizia davanti al mistero dell’inconoscibile che lascia irrisolte e irriducibili le domande di senso sulla vita creata, esso è pure il luogo dove più chiaramente la nostra umanità è messa inesorabilmente dinanzi alla propria creaturalità, alla propria finitudine, al proprio limite. Le riflessioni degli uomini che dialogano con Giobbe si piegano nel tentativo mal riuscito di riconoscere compiutezza e completezza nel disegno divino, nel definirlo , nel trovare risposta con le nostre capacità di sentire, di intendere, di determinare logicamente ciò che lega l’esistenza umana,così come la percepiamo al volume immenso che ci sta sopra, al suono che percepiamo solo in parte, al limite insuperabile della nostra vista nell’ infinitamente piccolo e verso lo spazio lontano. Pure Giobbe , ad una lettura superficiale, appare credibile nella sua rivendicazione di giustizia, nella sua affermazione di bontà, nel suo lamentare una sofferenza ingiusta se pensata come contraccambio ad una esistenza morigerata. Ed anche la sequenza di accidenti che gli capitano sono enormi e esagerati nella loro insistenza. Ma esso mostra, allo stesso tempo, una fastidiosa presunzione di giustizia, una sfacciata ambizione di giudizio, pur rimandando al legittimo chiedersi dell’uomo il senso di tutto, alla concessa possibilità di indagare e tentare verifiche (in fondo alla azione conoscitiva che la coscienza e la scienza umana inseguono dall’alba dell’uomo), al desiderio di comprendere ciò che ci sta davanti. Se l’uomo può chiedere che chieda. Se può conoscere lo faccia. Se è in grado di giudicare ci provi. Il capitolo 28, però, ci consegna inesorabilmente al limite, al finito, ad uno spazio aperto e percorribile ma non illimitato. L’uomo può fare luce nelle tenebre, può fare il pane dalla terra, può frenare le acque. Ma dov’è il luogo dell’intelligenza ? Non la si acquista , non la si può confrontare con vasi d’oro fino, anche l’abisso e la morte ne hanno appena avuto sentore. Dio solo sa dov’è, e quando regolò il peso del vento e fissò la misura delle acque allora la vide e la rivelò, la stabilì e l’interrogò. E disse all’uomo che temere il Signore è saggezza e fuggire il male è intelligenza. Il riscatto di Giobbe appare un finale consolatorio, un invito a non disperare anche nella tremenda desolazione che può dare la vita terrena, e questo ci incoraggia. Ma il limite della conoscenza, della capacità di comprensione, di visione, di interpretazione ci appare inconsolabilmente segnato.
Stefano Meloni ( 23 luglio 2004).
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