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Il seguente sermone di Massimiliano Pani inaugura il periodo di transizione della nostra chiesa dopo il termine dell'attività pastorale a Cagliari di Herbert Anders.


Matteo 25:14-28

14 «Poiché avverrà come a un uomo il quale, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e affidò loro i suoi beni. 15 A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì. 16 Subito, colui che aveva ricevuto i cinque talenti andò a farli fruttare, e ne guadagnò altri cinque. 17 Allo stesso modo, quello dei due talenti ne guadagnò altri due. 18 Ma colui che ne aveva ricevuto uno, andò a fare una buca in terra e vi nascose il denaro del suo padrone. 19 Dopo molto tempo, il padrone di quei servi ritornò a fare i conti con loro. 20 Colui che aveva ricevuto i cinque talenti venne e presentò altri cinque talenti, dicendo: "Signore, tu mi affidasti cinque talenti: ecco, ne ho guadagnati altri cinque". 21 Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele; sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". 22 Poi, si presentò anche quello dei due talenti e disse: "Signore, tu mi affidasti due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due". 23 Il suo padrone gli disse: "Va bene, servo buono e fedele, sei stato fedele in poca cosa, ti costituirò sopra molte cose; entra nella gioia del tuo Signore". 24 Poi si avvicinò anche quello che aveva ricevuto un talento solo, e disse: "Signore, io sapevo che tu sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; 25 ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra; eccoti il tuo". 26 Il suo padrone gli rispose: "Servo malvagio e fannullone, tu sapevi che io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; 27 dovevi dunque portare il mio denaro dai banchieri; al mio ritorno avrei ritirato il mio con l'interesse. 28 Toglietegli dunque il talento e datelo a colui che ha i dieci talenti.

Matteo 9:35-38

35 Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità.
36 Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. 37 Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai. 38 Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse».

 

 

I due passi su cui si basa la predicazione di oggi sono ben noti, soprattutto nel mondo protestante. Da una parte abbiamo la cosiddetta “parabola dei talenti”, dall’altra si parla di operai che vanno spinti a raccogliere la messe del Signore: ci si riferisce al sacerdozio universale, concetto a noi assai caro.

Nella “parabola dei talenti” Gesù esorta ad utilizzare le capacità ricevute e avverte che non è cosa da poco nasconderle o rifiutarsi di adoperale. Il padrone si arrabbia molto con il servo che pavidamente nasconde i talenti avuti in custodia. Ovviamente, quando si parla di talento e di capacità - lo sappiamo bene - il richiamo è ad adoperarsi per il messaggio dell'Evangelo, ognuno secondo le proprie qualità. La parola del Signore va divulgata e – si precisa - non c'è un solo modo di essere credenti, ognuno trova il modo - attraverso il proprio talento, che fa però messo a frutto - di vivere la propria comunione con Cristo e con il prossimo

Ecco, appunto, il prossimo.

Mi vorrei soffermare su questo punto, precisando come il prossimo, alle volte, non debba essere cercato troppo lontano. A volte è accanto a noi. Anche questo lo sappiamo bene. Ma non parlo solo del fatto che ci capita di dimenticarci o di trascurare la sofferenza di chi ci sta vicino - è ovvio che è compito di qualsiasi credente stare vicino a chi ne ha bisogno. Voglio dire che il prossimo è anche colui che oggi vi sta seduto accanto nella panca, insieme tutti quelli che sono qua dentro, in chiesa. Ovviamente anche chi sta fuori da questo locale , si capisce. Ma, e non dimentichiamocelo mai, anche la comunità, la nostra comunità, è fatti di uomini e donne gli uni prossimi alle altre. I nostri talenti vanno usati anche - e sottolineo anche - per la nostra comunità, al suo interno, per la sua vita.

Non sembri questo un discorso di chiusura. Lo slancio verso chi non è membro della comunità o chi non è proprio credente è uno dei cardini dell'azione cristiana. Non è mia intenzione sminuirlo. Ma c'è il valore anche della comunità, un valore che va curato, coltivato, innaffiato con cura, tenuto vivo, fresco e vitale.

 

Dopo più di dieci anni di pastorato di Herbert la nostra comunità si ritrova senza pastore. Non è la prima volta, come voi sapete meglio di me. Questa comunità si è già rivelata altre forte abbastanza forte, unita e salda nella fede da attraversare momenti difficili o complicati.

Quello che ci fa forti in questo momento è la fede nel Signore e la capacità sia di affidarsi a Lui. E con questa, anche il sapere di essere una comunità, cioè un insieme di fratelli e sorelle che condividono la propria fede, aiutandosi, mettendosi d’impegno, ognuno col proprio talento. Sappiamo bene che la fede condivisa è una somma che da un risultato superiore al valore delle singole fedi di ciascuno. Ho sempre pensato, per esempio, che una delle parti più belle del culto domenicale, siano i minuti che dedichiamo alla fine nel portico a salutarci, scambiarci le impressioni sul culto e sulla vita in generale. Ad essere comunità, insomma, in cui uno è di conforto a se stesso e agli altri secondo il proprio talento che non viene tenuto nascosto, ma che anzi viene investito nella vita comunitaria, facendolo fruttare.

Noi sappiamo quanto è importante per i protestanti, e per i battisti in particolare, la comunità locale. Abbiamone cura, spendiamo i nostri talenti anche per la nostra comunità. Impegniamoci, prendiamo responsabilità, diamoci da fare, accogliamo gli ospiti, facciamo un preghiera a voce alta, cantiamo tutti insieme, partecipiamo al culto e a tutte le altre attività nella misura in cui questo è possibile.

Di questo mi sembra ci parli oggi la “parabola dei talenti”.

 

E anche l'altro passo che abbiamo letto, Matteo 9, 35-38, dice cose simili. Ad un primo ascolto potrebbe far pensare ad una “riduzione clericale” dell’invito a pregare il Signore affinché spinga operai nella sua messe. Leggendo questo testo, infatti, verrebbe da ritenere che gli “operai” siano sostanzialmente i preti, i pastori, i religiosi, coloro i quali hanno ricevuto una particolare vocazione al ministerio.

Ma le parole di Gesù sono rivolte a tutti i discepoli. Si potrebbe certo obbiettare che subito dopo Gesù manda in missione un gruppo ristretto di discepoli, i 12; ma è anche vero che questo non significa che i 12 abbiano l’esclusiva della missione; tanto è vero che, nel Vangelo di Luca, l’invito di Gesù a pregare perché giungano altri operai nella messe del Signore è inserito nel contesto della missione non dei 12 ma di quella più ampia dei 72 discepoli inviati a due a due (Luca 10:1-2).

Insomma, l’intero popolo di Dio è un popolo di sacerdoti, e direi di gente con dei talenti da investire; tutti i discepoli di Cristo dovrebbero essere operai nel suo campo. Noi dobbiamo recuperare seriamente la dimensione del sacerdozio universale dei credenti; dobbiamo pregare il Signore perché invii tanti operai nella messe, a compiere le tante operazioni che sono necessarie. Non si tratta solo di predicare il Vangelo del Regno, ma anche di servire il prossimo – anche il prossimo cos’ vicino -, di alleviare le sofferenze di una folla “stanca e scoraggiata, come pecore senza pastore”. Non so se questa comunità sia stanca e scoraggiata, sicuramente è ora senza pastore… Ancora di più, quindi, dobbiamo recuperare il valore di un ministerio che sia al tempo stesso di parola e di servizio concreto.

Vedete allora che ce n’è per tutti.

 

E’ proprio per questo che oggi per noi è ancor più urgente che il Signore spinga operai nella sua messe. Spinga, non solo mandi. Il verbo greco usato da Gesù (ekbàllo) ha infatti un suono sorprendentemente forte: vuol dire letteralmente cacciar fuori. Non so se sia corretto o no. Però mi ha colpito. E' lo stesso verbo - ho letto - che Gesù usa altre volte per indicare la scacciata degli spiriti imputi. Strano, no? Sembra che fra i due usi del termine non ci sia nessun rapporto. Eppure forse nello spingere operai nella messe e nello scacciare i demoni un parallelismo c’è, anche se antitetico. Da un lato, infatti, ci sono spiriti maligni, demoni negativi che vanno scacciati, ma talvolta ci sono spiriti buoni, demoni positivi e anch’essi vanno scacciati nel senso che vanno buttati fuori: sono i talenti sotterrati che vanno dissotterrati, è la nostra vocazione che non può rimanere sopita al fondo del nostro cuore. Dobbiamo pregare il Signore perché ci aiuti a cacciar fuori lo spirito buono, il talento a volte nascosto che abbiamo dentro.

Certo, lavorare nella vigna del Signore può essere faticoso. Certo, ci sono momenti di stanchezza per tutti, e anche momenti drammatici. Ma alla lunga,il servizio nell’opera del Signore dovrebbe essere una gioia e non un peso; qualcosa che si compie con entusiasmo, con spontaneità, anche se con fatica. In questo senso, mi colpisce il versetto 8 del capitolo 10, una delle istruzioni date - subito dopo il nostro testo - ai discepoli inviati in missione. Nella seconda parte di questo versetto, Gesù dice: “Come avete ricevuto gratuitamente, così date gratuitamente”. Questa frase è molto di più che un avvertimento contro i possibili abusi del servitore cristiano. Essa è la chiave per un servizio cristiano. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” è infatti la descrizione sintetica di quella che dovrebbe essere la vita cristiana: salvati per grazia mediante la fede, i credenti non possono tenere per sé la salvezza che hanno immeritatamente ricevuto, non possono lasciare che l’amore di Dio “covi” nel fondo del cuore, ma sono costretti a ributtarlo fuori, e a vivere in gioiosa riconoscenza nel servizio al prossimo, testimoniando dell’amore di Dio che hanno sperimentato. La salvezza per grazia mediante la fede dovrebbe essere al centro della predicazione di una chiesa evangelica: e questa predicazione dovrebbe produrre quasi automaticamente una chiesa in cui tutti sono attivi all’opera nel campo del Signore, ognuno secondo il proprio talento.

 

Fratelli e sorelle, in tempi così ricchi di solitudine, di egoismo, di prevaricazione dell'uno contro l'altro - ma forse il mondo è sempre stato anche così, e questi non sono giorni più bui di altri - , il senso della comunità, il suo valore, è un altro dei doni che il Signore ci ha regalato e per il quale Lo dobbiamo ringraziare. Ma come ogni dono del Signore nei nostri confronti, noi siamo chiamati a fare la nostra parte, a spendere i talenti che lui ci ha dato e di non essere timorosi e nascondere tutto sotto terra. Il vero sacerdozio universale è quello di chi mette in pratica un servizio concreto, ciascuno per sé, delle volte, ma anche tutti insieme nella comunità di credenti, quali noi siamo.

 

Amen

 

     Transizione

Il sermone di Massimiliano Pani è il primo in ordine di calendario tra i culti che la comunità di Cagliari preparerà durante il periodo di vacanza pastorale.
E' comunque da considerarsi anche sostanzialmente il sermone inaugurale di questo periodo a causa dell'invito a tutti i credenti della comunità ad agire con forza per "cacciare fuori" ciò che dobbiamo offrire gratuitamente ai fratelli e alle sorelle.

E' un richiamo a realizzare l'imperativo più necessario, per noi,in questo momento.