Interventi

Riflessioni di Paolo Meloni sul suo recente viaggio in Kenya.


Sono trascorsi 22 mesi dal viaggio precedente in KENIA,(giugno 2005) quando assieme a Dario Garau e Piero Garau, ambedue medici, ci siamo recati nella missione Camp Garba di ISIOLO.

22 mesi che sono sembrati un eternità, ma necessari affinché il progetto di impiantare una sartoria in grado di confezionare le divise per i circa 600 bambini della missione e 1800 bambini che vivono nei vari villaggi sparsi nelle vicinanze della missione (dove il tenore di vita è da terzo mondo.)

Per completare il parco macchine per cucire, far arrivare tutto le attrezzature necessarie, tagliacuci, caldaie, filati, cartone per modelli, forbici, spilli, gessi, metri, squadre e tutti gli accessori indispensabili affinché un vero laboratorio di cucitopossa decollare e cominciare a produrre, si è dovuto attendere che il container fosse completato, in quanto il costo di spedizione

è molto elevato. Finalmente nel mese di Settembre 2006, il container, ormai a pieno carico, parte per il KENIA e arriva in Dicembre 2006. Accertato che il tessuto ( con i colori originali delle divise della missione )è stato acquistato sul posto, si decide di programmare la partenza, e dopo 2 riunioni con il responsabile dei volontari locali, dr.Cara Luciano, si programma la partenza per il 23 marzo.

Questa volta i compagni di viaggio, non sono 2 medici, ma 2 dottoresse,(una ginecologa, Fausta ed una psichiatra, Elisa) ed una fisioterapista, Sonia.Tutte giovani, carine (non dico belle, se no si montano la testa) e io mi sento un po’ il loro padre con addosso una responsabilità, ma in realtà si tratta di persone che hanno viaggiato molto, per cui devo dedurre che questa “RESPONSABILITA’ me la sono inventata io per darmi importanza. Si crea subito un rapporto molto amichevole, eliminando subito la barriera dell’età e il “tu” entra fin dal primo incontro a far parte del linguaggio fra i volontari, che oscillano fra i 67 anni del sottoscritto e i 35 anni di Sonia. Il “tu” elimina immediatamente varie barriere e lo si usa anche con i missionari Don Peppuccio e Don Giulio, che operano in KENIA , nella missione Camp Garba.

Questo rapporto amichevole ci accompagnerà per tutti i 15 giorni che ci siamo trattenuti in KENIA, fra viaggio- missione Camp Garba adISIOLO- qualche messa- momenti di allegria canora- momenti di sconforto che ognuno di noi ha dovuto affrontare per le varie difficoltà che l’impegno del volontariato può procurarti (sia che hai guarito un malato o hai creato un capo di vestiario)

impegno che ti gratifica enormemente quando ti rendi conto di essere stato utile e hai contribuito ad alleviare un dolore o a creare qualcosa di utile--ospedale di NKUBU, dove hanno lavorato Fausta e Sonia, per la maggioranza dei giorni mentre Elisa, la seconda settimana ha lavorato nell’ambulatorio della missione—visita rigorosamente in LAND ROVER, al parco di SAMBURU- problemi del rientro per via della soppressione del volo per Roma da Nairobi, e partenza con 14 ore di ritardo, 15 giorni pieni,pieni,che hanno rafforzato la nostra amicizia.

Ma questi 22 mesi non sono trascorsi inutilmente: sono stati usati per raccogliere fondi; si sono creati i modelli per le divise per i bambini della missione, sono serviti per acquisire conoscenza nel cucito (va tenuto presente che Paolo, pur essendo ormai 53 anni nel settore delle macchine per cucire come tecnico e venditore, non è mai stato un sarto ne modellista), conoscenza da trasmettere alle allieve sarte, che poi opereranno nella sartoria della missione, si è cercato ( anche se in maniera molto superficiale) di migliorare quel po’ di Inglese, necessario a poter dialogare con le maestranze Keniote. Peccato che in KENIA non trovi mai un cane sul tavolo ( the dog is on the table) Per fortuna ci sono finestre e porte che si aprono e chiudono come da noi e penne che sono sul tavolo e così puoi sciorinare il tuo perfetto inglese “ OPEN THE DOOR- CLOSE THE WINDOW- THE PEN IS ON THE TABLE”. Scusate per il preambolo e per le battuttaccie, ma era necessario.

Ma vediamo di partire dall’inizio:

 

Come nasce un’ idea.

 

Dario Garau, al rientro del suo primo viaggio in Kenia dove si è recato come volontario per prestare servizio come medico presso l’ambulatorio della missione, fa presente, parlandone alla comunità che la situazione in KENIA e in particolar modo nelle zona dove lui si è recato, missione Camp Garba è molto drammatica e chiede, se si può fare qualcosa per poter dare un aiuto a questa missione. Paolo dice che potrebbe inviare delle macchine per cucire e così comincia a prendere forma questa iniziativa, (ma certo nella mia mente e nelle mie intenzioni ero ben lungi dal pensare ad un risultato) che oggi possiamo toccare con mano, ma sicuramente il Signore stava già operando affinché questo progetto andasse in porto, iniziativa che si sviluppa in questo modo:

 

1°Invio di 10 macchine per cucire da Cagliari.

2° al rientro del suo secondo viaggio in KENIA, Dario, mi dice che l’invio delle sole macchine per cucire, di per se non risolve il problema, in quanto nessuno è in grado di usarle e metterle in funzione.

3° Paolo si offre come volontario per questo compito, ma pensa che sarebbe opportuno portare anche una tagliacuce, una taglierina e quant’altro possa servire a creare un laboratorio di cucito, anche se sperimentale. Occorrono dei soldi; come procurarli?

Si promuovono dei concerti, da parte del gruppo musicale: “Amanti del bel canto” di cui fanno parte Sandro Meloni, Tonio Sanna,Armando Masala, Paolo Meloni, come tenori e come direttore musicale Paolo Portas che ha preparato tutte le basi musicali, (in seguito il gruppo verrà rafforzato da un soprano Gesy Lai e da un baritono Nino Simula. Vengono raccolti 500 € con un concerto di beneficenza e con altri 450 € provenienti da offerte,si raggiunge la cifra di 950 € e così finalmente si può acquistare la tagliacuce, la taglierina, e tutti gli accessori occorrenti per un primo intervento nella missione. E finalmente Paolo parte per la prima volta in Kenia, ma questo intervento serve solo a programmare, organizzare, disegnare le attrezzature per il laboratorio,tavoli per il taglio, tavoli per il cucito, impianto elettrico. Intanto il fabbricato dove andrà la sartoria, prende forma,con maestranze locali,così come la costruzione dei tavoli che verranno prodotti all’interno della missione e anche questo serve a dare lavoro ad operai locali.

Serve anche ad insegnare a 2 suore l’uso delle macchine, specie le tagliacuce, ma salta subito evidente che questo primo intervento è servito solo a gettare le basi, ma da qui a dire che si è creata una sartoria, c’e ne vuole.

Paolo calcola che per completare il laboratorio occorrono altre 2 tagliacuci, una macchina per fare le asole, attaccare i bottoni, occorrono i filati del colore delle divise, elastico, spilli, fliselina adesiva per cinta pantaloni, forbici, pinze fermastoffa, ect.ect.

Occorreappunto, come detto prima, specializzarsi per poter essere preparati per il compito che si deve affrontare affinché questo progetto decolli.

Grazie all’aiuto di varie persone, clienti e amici di Paolo, si creano i modelli dei pantaloncini, delle camicie, dei vestitini, nella taglia base, grazie all’impegno della maestra di taglio e cucito Antonietta Tarca di Carbonia, che si è prestatagratuitamente oltre che creare i modelli, ad insegnare a cucire questi capi allo stesso Paolo Meloni, durante i corsi tenuti a Carbonia, presso la suascuola di taglio e cucito.

Un altro cliente, la Ditta Bajre di Capoterra, sviluppa con il sistema CADsistema computerizzato, tutte le taglie che vanno dalla taglia 26 al 40 delle camicie e dei vestitini. I modelli dei pantaloni

vengono preparati dal Sig. Pinna Salvatore (stilista che lavora alla ditta S.REMY di Cagliari) e lo stesso si impegna ad insegnare l’assemblaggio dei pantaloncini a Paolo.

Vari tessuti per le prove pratiche vengono regalate da vari clienti, fra cui si è distinta la Signora Bullitta di Pula, che mi ha regalato vari scampoli di tessuto per prove di confezione.

I bottoni vengono regalati dalla Ditta C.M. di Assemini tramite il titolare sig: Caboni.

Anche per questo 2° invio di attrezzature occorrono 1300 €, e questa cifra viene raccolta, ancora una volta, con varie iniziative: mostra fotografica e filmato del primo viaggio in Kenia,raccolta ecumenica, solidarietà da parte di privati,in particolare si sono distinti Franco Linoti di Assemini, che ha dato il massimo, coinvolgendo amici, clienti, raccogliendo oltre che fondi, anche tanti capi di vestiario, sanitari e presidi medici per bambini e neo mamme. Un altro amico di Assemini, Lucio Carboni si è interessato alla raccolta di capi di vestiario, pantaloncini, magliette, ed un cliente di Samugheo , la Ditta TARF di Flore ,che confeziona capi sportivi, mi ha consegnato varie scatole di confezioni sportive (tassativamente nuove), tutta merce che è stata consegnata al responsabile dei volontari Dr. Luciano Cara e poi spedita a M/ container in Kenia, assieme a tanti altri articoli, medici, o meccanici(fra cui un grosso generatore di corrente) offerti da persone sensibili.Abbiamo tenuto anche un concerto con brani tratti da operetta, concerto che è stato tenuto dai solisti Antonio

Sanna, Paolo Meloni, Gesy Lai, Marina Pinna che ci ha diretto anche nell’esecuzione dei vari braniche sono stati eseguiti usando basi musicali preparate da Federico Sanna, figlio di Tonio. Ha contribuitoa completare la bella serata musicale il Coro dell’operetta denominata: Compagnia Nuovo Incontro, di cui è presidente Mario Spano, marito di Marina, che per la serata si è prestato a fare da presentatore e si è anche commosso parlando dei bambini del Kenia. Commedia Sarda offerta dal gruppo teatrale sardo diretto da Franco Baire di Capoterra,- pedalata di solidarietà, dovecirca 100 ciclisti, hanno pedalato, per circa 60 km. con una pettorina gialla con la scritta “STIAMO PEDALANDO PER FAR GIOCARE I BAMBINI DEL KENIA”offerta dalla Società “NECCHI”

con un contributo di 500 € e gli stessi ciclisti si tassano pagando una quota libera, per poter acquistare scarpe da tennis e palloni, da inviare in Kenia per far giocare i bambini della missione Camp Garba. Solo in questa pedalata si raccolgono 630 € che vengono tutti spesi in attrezzature sportive, scarpe e palloni.

 

 

E finalmente arriva il momento di partire,

per la seconda missione in Kenia.

 

Sin dal primo incontro mi rendo conto che il gruppo è formato da persone che andranno d’accordo, cosa che non guasta in questi viaggi. Il volo per Roma fila via liscio, ma appena arrivati a Roma, cominciano i primi inconvenienti; I nostri bagagli non ci vengono consegnati, mettendo a rischio la coincidenza con Nairobi, che noi molto prudentemente avevamo prenotato 4 ore dopo l’arrivo a Roma: attesa snervante, ma circa dopo 3 ore e mezzo ci vengono consegnati i bagagli, e così 10 minuti prima del decollo dell’aereo per Nairobi, riusciamo ad imbarcarci; non vi racconto l’odissea del peso dei bagagli che superavano di qualche chilo il consentito; abbiamo fatto presente che trasportavamo medicinali e attrezzature per la sartoria da destinare ad una missione ma evidentemente queste cose non interessavano agli addetti al chek-in.

Il volo che durerà 7 ore, è alleviato dal fatto che essendo l’aereo mezzo vuoto, ognuno di noi occupa 3 posti e alla bella meglio ci possiamo sdraiare anche se scomodamente.

Finalmente alle 4 del mattino, ore locali, (in Italia sono le due) di sabato 24 Marzo, arriviamo a Nairobi, e dopo i disbrighi doganali, aeroportuali, ritiro bagagli, usciamo dal terminal e troviamo ad aspettarci Maina il driver (scusate, ma da questo momento ci viene la mania di parlare inglese, si fa per dire) che lavora alla missione, che è venuto a prenderci con il Land Rover: ( Maina che avevo già conosciuto nel primo viaggio in Kenia, è sempre molto disponibile, gentile e molto professionale e conosce le strade del Kenia come pochi. Finalmente alle 5,00 si parte. E’ ancora buio, ma per la strada, una miriade di persone, cammina a piedi, corre, macchine che camminano a sinistra, sembra che ci vengano addosso, insomma un vero brulichio, come un formicaio impazzito.

Dopo circa 300 km di strade disastrate, che mettono a dura prova la nostra spina dorsale, arriviamo ad NKUBU, una piccola cittadina a 87 km da ISIOLO dove devonolavorare presso l’Ospedale,

le mie tre compagne di viaggio e dopo una piccola sosta proseguiamo, io e l’autista per ISIOLO,

e finalmente arriviamo alle 11 del mattino di Sabato.

L’emozione è forte, tornare alla missione mi crea uno stato d’anima piacevole ma mi mette addosso

una certa agitazione; stavolta la posta in gioco è alta, stavolta non si può rimandare il programma

per cui sono qui, adesso si fa sul serio, ho 10 giorni lavorativi per mettere in piedi il laboratorio

di cucito e dare la possibilità a 17 donne del posto di trovare un lavoro.

Dopo pranzo mi reco alla sartoria e mi rendo conto che non tutto è stato fatto; i disegni che avevo preparato la prima volta che venni alla missione,sono stati rispettati solo in parte e noto che l’impianto elettrico è di tipo inglese e non è compatibile con le spine delle macchine che avevo inviato alla missione, per cui mi devo ingegnare a modificare queste ciabatte e adattarle alle spine di tipo Italiano. Non è stato costruito il portarotoli da tavolo, il portarotoli a 8 rulli e tanti altri utensili che saranno utili al momento della confezione, del taglio e dello stiro.

Come il sole termina il suo cammino, e si nasconde velocemente dietro i monti( qui in KENIA

Il buio arriva improvviso, appena mezz’ora dopo il tramonto) il grosso cancello di ferro della missione si chiude con un forte rumore metallico,e ti senti un po’ come tagliato fuori dal mondo,un po’ recluso, anche perché tutt’intorno sulle alte mura , 3 passate di filo spinato elettrificato ti fanno capire che in KENIA dopo il tramonto è veramente pericoloso,ti senti un po’ in clausura e il silenzio regna sovrano, ma come per incanto improvvisamente un coro di grilli ti assorda, ma allo stesso tempo ti fanno compagnia; sono solo !!(i missionari sono nella cappella per le preghiere notturne) e disteso nel letto giro lo sguardo e aguzzo l’udito alla caccia di eventuali zanzare che potrebbero pungerti e procurarti la malaria, ma mai mi balena l’idea di dire “ma chi me l’ha fatto fare”. Alle 20,00 arriva la cena e alle 21, gli occhi fanno fatica a stare aperti e dopo aver dato la buona notte a Peppuccio e Giulio, vado a dormire ma non prima di aver telefonato a casa a mia moglie Paola: sono almeno 36 ore che non dormo.

La domenica 25 marzo, di buon’ora ilgrosso cancello si riapre e mi sento di nuovo collegato al mondo. Ora i miei occhi sono alla caccia di immagini da filmare e fotografare e in KENIA queste occasioni non mancano, i colori trionfano dappertutto, dai bambini con i loro vestiti dalle tinte forti,, alle donne vecchie dalle collane multicolori, che danno loro un aspetto importante.

Arrivano le 10 e si va in chiesa; un mare di colori viola, giallo, azzurro, ti colpisce; la chiesa di forma circolare è letteralmente piena da circa 400 persone, di cui almeno300 bambini, ragazzi, femmine e maschi, ordinatamente divisi secondo la loro appartenenza alla classe, danno un senso cromatico che salta immediatamente all’occhio.( mi commuovo pensando alle nostre comunità dove sempre meno bambini e giovani le frequentano, ma l’Africa è un Continente con tante contraddizioni, tanta miseria, tanti figli.

 

La messa in lingua SUAILI,logicamente non viene da me seguitain quanto per me non comprensibile e poi perché sono più interessato a fare foto e a filmare, ma ciò che mi affascina sono i canti. Il missionario prima della fine della messa chiama circa 30 persone riunendole vicino all’altare e parla loro dando delle direttive, e poi vengo a sapere,che verranno battezzati per PASQUA. Dopo la comunione e la colletta, Don Peppuccio (così come fece l’altra volta che andai in Kenia) mi invita a parlare ma prima che io prenda la parola, spiega qual è lo scopo per cui io sono tornato allamissione. Quando viene il mio turno, saluto la comunità cimentandomi prima in lingua Inglese “ I AM VERI HAPPY TO STAY AGAIN WITH YOU e poi per fare un po’ il “BRAGHERI” (o se preferite il togo) mi cimento con la stessa frase ma questa volta in linguaSuaili

“ NIMEFURAHI SANA, KUKAA TENA, PAMOJA NANYI , che poi è la stessa frase detta prima in inglese e ambedue tradotte in Italiano significano:

“SONO MOLTO FELICE DI ESSERE NUOVAMENTE CON VOI”. E inutile dire che l’intera assemblea ha apprezzato questo mio saluto nelle loro lingua, in quanto si è levato un vero coro di ovazione; per loro, sentir parlare uno straniero la loro lingua è un motivo di orgoglio nazionale; me ne resi conto la prima volta chevenni in Kenia e cantai in chiesa un loro inno religioso“SIMAMA” in lingua SUAILI (inno che ho imparato partecipando ad un coro ecumenico). Poi continuo parlare in Italiano, dicendo che la nostra vita è come un fiume che nasce dalla sorgente, e durante il suo lungo o corto percorso , questo fiume può scorrere, pigramente e farsi trascinare dalla massa d’acqua e terminare la sua corsa nel mare, senza essere stato utile a nessuno, oppure può scorrere più o meno velocemente , ma nel suo corso essere d’aiuto all’umanità, irrigando campi, dissetando popoli,e scorrendo impetuoso, può creare energia elettrica; insomma la

Similitudine fra il fiume e la nostra vita ci fa capire che l’acqua del fiume e la nostra vita non devono scorrere inutilmente e poi continuo dicendo che noi abbiamo ricevuto nella nostra vita dei talenti, e questi talenti devono essere messi a fruttare. E poi alla fine del mio intervento come in un film già visto, (questa volta con molta più sicurezza) intono (ancora una volta)con voce forte “ SIMAMA’ e un coro di 400 persone risponde e canta all’unisono; credetemi, un esperienza unica e bellissima, (questa volta la telecamera mi ha tradito, in quanto la batteria si era scaricata)Ed ora permettetemi una piccola riflessione biblica. Il Signore,(appunto come ci dice la parabola dei talenti,)ci ha caricato di responsabilità consegnandoci dei talenti,dandoci la possibilità di farli fruttare, ma poi al suo ritorno ci chiede come li abbiamo fatti fruttare e noi cosa glirispondiamo? A quale dei tre impiegati ci sentiamo di appartenere?; a quello che dice Signore“ecco il talento che mi hai dato, io l’ho sotterrato e te lo rendo, ho avuto paura, non ho voluto rischiare. In questa frase appare un idea sbagliata di Dio. L’impiegato vede in Dio un padrone severo ed ha paura e si nasconde dietro l’osservanza esatta e meschina della legge.

Pensa che agendo in questo modo eviterà il giudizio e che la severità del legislatore non lo castigherà. Così pensavano alcuni farisei. In realtà, una persona così non ha fiducia in Dio, bensì ha fiducia solo in se stessa e nella sua osservanza della legge. E’ una persona rinchiusa in se stessa, lontana da Dio e non riesce a preoccuparsi degli altri. Diventa incapace di crescere come una persona libera.

Il padrone continua: Servo malvagio e infingardo, e chiede di toglierli il talento e darlo a chi già ne ha. In realtà i talenti “ il denaro del padrone” “ i beni del Regno”, sono l’amore, il servizio, la condivisione, il dono gratuito. Talento è tutto ciò che fa crescere la comunità e che rivela la presenza di Dio. Quando ci si chiude in se stessi per paura di perdere il poco che si ha, l’amore muore, la giustizia si indebolisce, la condivisione sparisce. Invece la persona che non pensa a sé e si dona agli altri, cresce e riceve sorprendentemente tutto ciò che ha dato e molto di più.

Il padrone quando si rivolge agli altri 2 impiegati e si sente dire. “ ecco padrone ti restituiamo

il doppio di quanto tu ci hai dato, perché gli abbiamo fatti fruttare.

Il padrone risponde allo stesso modo a tutte due:“bene, servo buono e fedele. Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Ma torniamo alla cronaca.

La messa finisce , con mio vivo stupore e piacereconstato che qualche bambino, mi riconosce e qualcuno si ricorda anche il nome , qualcuno si ricorda le parole della canzone “sole mio”che io avevo loro insegnato nella mia prima visita a Isiolo(sarà anche la forza delle caramelle?)

Arriva l’ora del pranzo e come di consueto al momento della preghiera di ringraziamento per il cibo, fatta da uno dei due missionari, chiedo di poter cantare” Signor ti siamo grati di tutti i doni tuoi……..” e mi viene accordato.

La domenica sera, dopo unbreve riposo, mi vede impegnato alla sistemazione della sartoria, a completare i modelli, collaudare le macchine,dare un ulteriore ritocco all’impianto elettrico,ma non

solo,misi chiede anche di aggiustare una protesi dentaria ed effettivamente questo non mi era mai successo.Intanto una grossa iguana ( il bambino figlio della cuoca lo chiama CROCODILE)

movimenta la serata, scorrazzando sul tetto in lamiera dei corridoi del cortile della missione in sardo diremmo “LOLLA”, ma dopo due o tre galoppate, sparirà e non si farà più sentire.

Domani mattina si fa sul serio, appuntamento alle ore 8,00 alla sartoria.

 

 

 

La sartoria: un progetto da realizzare

 

DI buon lunedì mattino 26 marzo 2007, sono già sul posto di lavoro egià cominciano ad arrivare le ragazze che devono frequentare il corso,e verso le 8,00 sono 16 le presenze,e insieme a loro arriva anche la suora(SISTER KENNHET), che io già conoscevo dal mio primo intervento. La prima cosa che normalmente si fa in una scuola è l’appello e questo compito lo faccio fare alla suora.

Manca una ragazza, ma la ritroveremmo quasi alla fine del corso e ci darà una sorpresa piacevole.

Queste ragazze, si sono presentate alla missione, dopo che nelle varie messe nei villaggi e nella stessa Camp Garba, durante il momento degli annunci fu comunicato l’inizio di questo corso di confezione, con inizio dal 26 Marzo fino al 12 Aprile, e si presentarono molte donne, ma solo 17 furono iscritte(purtroppo in Kenia lavorano quasi esclusivamente le donne), Il primo impatto che mi ha colpito è stato è stato un forte odore diverso da noi bianchi, ma già nel secondo giorno, mi ero

abituato e non l’ho sentito più. Comunque le allieve erano molto ordinate anche se vestite come

loro usanza con degli abiti multicolori.

Si socializza subito, con le varie presentazioni, ma siccome le ragazze sono tante, io chiedo che ognuna di loro scriva su un foglio di carta il proprio nome e lo attacchi al vestito con uno spillo, cosa che viene subito fatta e noto che i nomi sono di origine inglese o se preferiamo italiana: Catherine, Mikelina, Linah, Susan, Mary, Elisa, Maria, Beatrice, Sabina,Teresia, ma noto che alcuni nomi sono doppi, tipo Mary,Mikelina, Susan, Catherine, e così decido che i nomi doppi vengano evidenziati da un numero che seguirà il nome e così ci sarà una “Mary one” e una “Mary two”, e così per tuttele altre allieve che hanno nomi doppi.( Probabilmente questo nome viene dato al momento del battesimo che conferma l’appartenenza alla Chiesa Cattolica, battesimo che viene fatto nella Chiesa della missione.)Questo mi faciliterà il compito nel chiamarle, l’ho fatto sempre anche nelle scuole professionali in Sardegna dove ho insegnato. Decido di formare dei gruppi: 2 gruppi formati da 5 ragazze e uno da 6 edo un nome a ogni gruppo, e così ci sarà un gruppo che si chiamerà EAGLE (aquila). LYON (leone) HORSE (cavallo). Questo serve a formare una certa competizionefra i gruppi che si sentiranno stimolati ad impegnarsi per migliorare le prestazioni a cui verranno sottoposte in seguito. La suora per il momento mi sembra molto scettica sulla riuscita del corso, e non mostra alcun entusiasmo, ma forse è il suo carattere.

Il corso fin dall’inizio si presenta molto difficile perché:

La condizione di alcune macchine non era certo al massimo.

 

L’ impianto elettrico era dotato di prese inglesi e i cavi delle ciabatte passavano sul pavimento compreso quello della taglierina e certo questo non e’ a norma, anche se in kenia probabilmente le leggi sulla

Sicurezza sul lavoro, non sono molto all’avanguardia, ma io avevo chiesto, che tutto fosse fatto a norma. (es. L’impianto elettrico sarebbe dovuto arrivare dal soffitto.

 

Manca 1 tavolo- 1 portarotoli da tavolo- 1 portarotoli a 10 barre-

Pesi fermastoffa, stecche per squadrareil tessuto

Tutte attrezzature che io avevo dato disposizione di faregia nel mio

Primo intervento.

 

Assi da stiro, che non permettevano a u n capo tubolare di essere stirato, ma comunque un po’ a buoni modi un po’ arrabbiandomi

(regolarmente in inglese) nel giro di 3 giorni tutto il laboratorio prende forma e comincia ad

Essere funzionale.

 

Purtroppo molte ragazze non sapevano cucire per niente e nessuna di loro aveva mai visto una tagliacuce o una caldaia con ferro da stiro a vapore.

 

I modelli in cartone (per questione di peso durante il viaggio) li ho dovuti completare nella sartoria, portandomi appresso i disegni fatti su carta termoadesiva, ( il rotolo di cartone era stato spedito a mezzo container) che poi con il ferro da stiro vengono incollati sul cartone per modelli e poi tagliati con apposite forbici..

 

Si comincia ad usare le macchine per cucire nel pomeriggio, ma senza filo,ma soltanto con dei fogli di quaderno a righe. Le ragazze dovevano dimostrare di saper andare dritte e fermarsi al punto giusto, senza uscire dai bordi, e da questa prima prova mi rendo conto

Chi ha gia una certa pratica con le macchine . .intanto 6 ragazze,2

Per ogni gruppo, cominciano a fare conoscenza con letagliacuci, ma

La cosa si presenta subito difficoltosa, tanto che occorrono ben 2 giorni per poter fare pratica sulle tagliacuci, anche perche le ragazze si dovevano alternare, e cosi’ siamo arrivati a mercoledi’ mattina.

 

Si comincia a cucire su delle pezzuoline di stoffa e su piccoli tagli che simulano una gonna,una borsetta, un capellino, tutto per fare pratica con le macchine, intanto si impara a stirare, a disegnare i modelli su stoffa, a tagliare.

Le ragazze sono contente, anche la suora comincia ad interessarsi alla cosa, ma il più demoralizzato sono io, anche perché non vedo dei risultati soddisfacenti; e così arriviamo a venerdì mattina e decido di tagliare il tessuto per i primi pantaloncini, e quando comincio la lezione per il montaggio

un vuoto mi assale, commetto degli errori, facendo anche una figura non troppo bella, e arrivano le 12,30 ora di andare a pranzo e il pomeriggio mi fa un po’ paura. Alle 13,45 vado a riposare fino alle 14,30 e rinchiuso nella mia camera, e cerco un aiuto dall’alto, cerco conforto rispolverando mentalmente il salmo 23, che è quello che ricordo più facilmente,IL SIGNORE E’ IL MIO PASTORE, NULLA MI MANCHERA’’ cerco di ricordare il salmo che mi tenne compagnia durante la prova dell’operazione,il Salmo 91, ma ricordo solo il versetto dove il salmista rivolto all’Eterno dice “TU SEI IL MIO RIFUGIO E LA MIA FORTEZZA, IL MIO DIO

IN CUI IO CONFIDO” mi ritorna in mente anche il salmo 98,dove sono scritte le parole “I FIUMI BATTANO LE MANI E I MONTI ESULTIN DI PIACER” ; questo versetto mi mette sempre allegria e fiducia,per il fatto che, se la natura è capace di esultare per la potenza di Dio, perché non dovremmo esultare anche noi, fatto sta che alla riapertura pomeridiana io sono completamente un'altra persona, sembro uno che ha fatto sempre questo mestiere, perché dimostro una sicurezza nello spiegare e nel mettere in pratica quello che dico, e il primo a meravigliarsi sono io, fatto sta che alle 17 i primi pantaloncini sono pronti. Cosa dirvi, non sono certo la persona più adatta a parlare di eventi miracolosi ma un dubbio mi è passato per la mente. Mi sono chiesto “ e se il Signore ha voluto aiutarmi,se ha avuto compassione di me, se ha voluto premiare il mio impegno? fatto sta,che il Sabato e la domenica che ho davanti, le vedo già più rosee.

A proposito di colore rosa,a rendere la missione meno noiosa, Giovedì mattina sono arrivate

Fausta, Elisa e Sonia provenienti dall’Ospedale di NKUBU. Fausta e Sonia si tratterranno sino a lunedì mattina epoi torneranno all’ospedale, mentre Elisa rimarrà nell’ambulatorio della missione.

 

Fausta, la ginecologa, una persona serena che ti da sicurezza, una persona con cui è piacevole dialogare,sin dal primo incontro all’agenzia di viaggi mi resi conto subito che sarebbe stata un ottima compagna di viaggio e in questa missione di volontariato. Credo che il volontariato sia nel suo DNA. Son sicuro che le future mamme che si rivolgono a lei,hanno trovato la persona giusta.

 

Elisa, la psichiatra, una persona con un carattere decisamente forte, con una volontà non comune di riuscire a portare avanti un progetto, specie quello di imparare l’inglese: sorprendente il fatto che lei affrontasse qualunque discorso in inglese con chiunque, e anche con qualche difficoltà riusciva a farsi capire. Portamento molto garbato e signorile, una bella persona. Molto brava anche in cucina.

Sonia la fisioterapista, la nostra mascotte, “ sa pippia” come la chiamava Fausta. Una bellezza con dei lineamenti sardi che io cercavo di riprendere con la fotocamera, trovandola un soggetto interessante per il fotografo, anche se lei diceva di non piacersi nei primi piani. La bontà personificata, con una risata trascinante che contagiava tutti noi. Quando è tornata all’ospedale di Nkubu

ci è mancata nella missione, la sua risata, la sua allegria, e forse per DonPeppuccio anche i massaggi.

La sera si cucina a turno, e ognuno sfodera le proprie armi per preparare, almeno per quanto riguarda il primo,il sugo più gustoso; sono state fatte anche le pizze ( ma venivamo rimproverati da Don Peppuccio, perché stavamo dando fondo alle provviste.) Questo modo di mangiare, questo comportamento in cucina, rispecchiava fedelmente le nostre usanze in Italia e finchè si era dentro la missione poteva essere anche accettato, ma dopo il rientro da una visita ad un villaggio vicino,ci

siamo sentiti molto meschini. Intanto sabato mattina io, Fausta e Sonia con Maina l’autista, ci rechiamo all’ospedale di NKUBU perché arrivano un chirurgo di Isili , Rinaldo e la moglie Antonella e Paolo Masala compagno di Fausta che verrà con noi alla missione, mentre Rinaldo e Antonella rimarranno tutto il loro periodo, circa 1 mese all’ospedale di Nkubu.

 

Paolo Masala, un preparatore atletico, che ha collaborato anche con il CAGLIARI CALCIO,si è portato appresso delle bellissime maglie di calcio con la scritta “PECORINO SARDO” e le ha data ad una squadra e altre 11 magliecon altra sponsorizzazione le ha consegnate alla squadra rivale e così si è visto giocare due squadre di ragazzi del posto con delle attrezzature vere: Una persona buona ma decisa. Voleva fare questo gesto e c’è riuscito: E’ stato un ottimo compagno di viaggio.

 

Io intanto ne approfitto per fare acquisti per la sartoria, forbici, appendini e caramelle e biscotti da dare ai bambini e alle allieve del corso. Visito anche l’ospedale e anche qui la situazione è drammatica, sia le camerate dove si trovano i malati, le cucine( pur essendo migliorate a detta di Fausta che ci era già stata) sono decisamente poco igieniche, scure e fumose..persino le camere mortuarie sono brutte, ma almeno qui i pazienti non si lamentano.

Bisogna tener conto che in KENIA, la sanità pubblica non esiste e perciò si paga tutto.Ma veniamo alla……

 

 

Visita al villaggio. Sabato 31 marzo 2007. Sera.

Siamo andati con Don Peppuccio, che doveva celebrare la messa, e già durante la cerimonia, ci siamo resi conto della miseria e della situazione in cui vivono certe popolazioni, senza acqua, senza servizi igienici,una sola baracca di lamiera serviva da gabinetto per tutto il villaggio. I viveri vengono inviati dalla missione, mais,fagioli neri,riso, patate e margarina: non esiste il pane, la pasta, questo è un po’ tutto quanto queste popolazioni hanno a disposizione per sopravvivere: Intorno, qualche capra che viene usata per un po’ di latte per i bambini, e poi sporcizia dappertutto; il colore delle gambe dei bambini hanno lo stesso colore della terra, vestiti con una maglietta sporchissima e quasi sempre senza le mutandine.

Già durante la messa ci sentiamo un pugno nello stomaco e quando il missionario ci chiede di

parlare nessuno di noi trova la forza di farlo, Sonia piange, Elisa e Fausta anche loro non riescono

a dire nulla; anche io, che di solito ho più faccia tosta degli altri, non riesco a spiccicare parola,

e con un filo di voce, intono la canzone che è un po’ un loro inno nazionale: SIMAMA’ che

nel ritornello dice “ STAI FERMO SUI TUOI PIEDI, STAI VIGILE, LA PAROLA DEL SIGNORE E’ FORTE, VIGILA OGNI GIORNO, PREGA, STARAI IN PIEDI. Dio mi perdonerà

ma in quel momento, ho pensato che forse, sarebbero stati più saldi sui loro piedi se avessero potuto

mangiare qualche banana, tanto alla missione ne avevamo tante e quando arrivavano a maturazione

si dovevano buttare. Ma il peggio doveva ancora venire, e quando siamo entrati io e Fausta in una capanna

che probabilmente apparteneva ad una famiglia con dei figli e probabilmente doveva essere la migliore, essendo stata scelta, e dopo aver dato uno sguardo veloce

in quanto, all’interno era molto buio e scioccante, siamo usciti e a me dopo aver proferito una sola parola “MISERIA” mi sono scese le lacrime.

La capanna di soli due metri di diametro, divisa in due da una separazione posticcia, era così

formata: nell’ingresso sulla parete destra due mattoni, con due ferri di traverso per poterci appoggiare un pentolino, più avanti un pezzo di legno incastrato nel muro, serviva come base d’appoggio a due bacinelle di plastica che non avevano più il loro colore naturale; si voltava a

sinistra e sulla parete opposta, vi erano appesi al soffitto dei teli di stoffa, che erano tenuti sollevati con dello spago, che a sua volta era legato al soffitto, e dentro questi stracci(non riesco a trovare un'altra definizione) vi erano dei capi di vestiario gettati alla rinfusa: Quello era il loro guardaroba.

Per terra qualche vecchia coperta, serviva da giaciglio,dove dormivano in una promiscuità assoluta

bambini e adulti. Le capanne sono fatte di fango e sterco di mucca. Ma al momento del saluto, dopo aver distribuito caramelle ai bambini,tutto il villaggio ci ha salutato con grande gioia e i ragazzini

un po’ più grandi, quasi per ringraziarci, sono saliti su un grosso albero e facevano festa.

Queste esperienze ti danno da pensare e ci dovrebbero stimolare ad aiutare coloro che soffrono, ognuno con quello che può, non occorrono grandi sacrifici, basta anche un adozione a distanza

che già stai compiendo una buona azione. Ma spesso subentra l’egoismo e il menefreghismo.

Io sto bene, che mi importa se gli altri soffrono, ci sarà pure qualcuno che pensa a loro.

Mi piace citare una frase che lessi su un settimanale ;

“ IL MIO DESIDERIO E CHE OGNI PERSONA NON PENSI SOLO A SE STESSA, MA ANCHE AGLI ALTRI, PERCHE’ TUTTI ABBIAMO BISOGNO D’AMORE E D’AFFETTO.”

Questa frase è stata scritta da un ragazzo di 14 anni, e purtroppo dopo aver scritto questa lettera si è tolto la vita in quanto una sua amica di scuola era morta di leucemia. Certo un esempio estremo da non imitare, Dio ci vuole vivi e vegeti, ma ci chiede anche di non essere egoisti, ci chiede di condividere il dolore degli altri, ma l’episodio di questo ragazzoci deve far riflettere.

In un mondo diventato sempre più egoista, dove ognuno pensa a se stesso, una semplice formula:

se ognuno di noi potesse aiutare almeno un'altra persona, probabilmente molti guai nel mondo sarebbero risolti. Ma forse è un utopia, ma facciamo finta di non averla sentita questa parola.

Se c’è la volontà, si puo’ o meglio dire,SI DEVE FARE!!!!!!!!!!!!!.Nell’Evangelo di Matteo al capitolo 25leggiamo….

I giusti, al momento del giudizio, sentendo le parole del RE,che rivolgendosi a loro diceva: Venite, voi, benedetti del Padre mio; ereditate il regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ebbi fame e mi deste da mangiare,ebbi sete e mi deste da bere, fui straniero e mi accoglieste, fui nudo e mi vestiste, fui ammalato e mi visitaste,fui in prigione e veniste a trovarmi.

Allora i giusti gli risponderanno :

“ SIGNORE quando mai io ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?, quando mai ti abbiamo visto assetato e ti abbiamodato da bere?, quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto? O nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto ammalato o in prigione e siamo venuti a trovarti? E il RE risponderà loro, “quandolo avete fatto a uno di questi miei minimi fratelli,l’avete fatto a me.”

Mettiamoli a frutto i talenti che abbiamo ricevuto dal Signore, tenerli nascosti, non porta nessun giovamento ne a chi soffre e ne a noi, in quanto uno quando fa del bene, riceve tanto in cambio.

 

Visita al parco di Samburu.

 

Domenica 1 aprile, ci dedichiamo alla visita al Parco Naturale di Samburu, distante circa 40 km. dalla Missione, con Maina che ci accompagna.

Qui non è il caso di spendere molte parole, se no il fatto che la natura allo stato naturale è sempre bella e affascinante, e vedere gli animali: elefanti, bufali, giraffe,zebre, babbuini, coccodrilli, cerbiatti, uccelli di varie specie,leoni, iguane,vivere allo stato brado è sempre un bell’esempio per noi cosiddetti esseri intelligenti, che molto spesso dimostriamo di essere alquanto stupidi, specie quando ci facciamo le guerre. Una nota stonata all’interno del SAMBURU PARK,c’è un RESORT a 5 stelle, con tanto di piscineenormi, dove persone fanno il bagno alla faccia delle popolazioni locali, che non hanno neanche l’acqua per bere.

Ma arriva lunedì, e mentre Fausta, Paolo e Sonia ripartono per l’Ospedale di NKUBU, io riprendo

il mio lavoro alla sartoria, Elisa va all’ambulatorio che è già gremito di pazienti.

Rimangono ormai solo 4 giorni di lavoro, dal lunedì al giovedì, perché venerdì dobbiamo partire

Per NAIROBI e imbarcarci per ROMA.In questi 4 giorni, le ragazze danno il meglio di se stesse, e i capi, pantaloncini, camicie, vestitini,vengono ormai confezionati sempre meglio, prevale l’entusiasmo e loro vorrebbero iniziare e

terminare un capo a testa, ma così facendo sarebbe diventata una sartoria, ma io contavo e conto di

creare un vero laboratorio che producesse in serie, e così ho nominato una responsabile per ogni lavorazione: una responsabile del disegno e taglio che doveva affiancare la suora, una responsabile

del reparto stiro, uno per il settore tagliacuce e una per il settore cucito e mercoledìsi è cominciato a produrre in serie e mi auguro che possano continuare in questo modo, anche se in Africa si fa tutto

“POLE-POLE” cioè piano,piano. Giovedì sera, al momento dei saluti, qualche lacrima esce dai nostri occhi; quei pochi giorni trascorsi assieme, a volte duri,a volte felici, divertenti,sofferti,intensi, hanno creato un forte legame, mi sono dovuto improvvisare sindacalista, quando le ragazze, che venivano da villaggi distanti anche 5 km, a piedi, mi hanno detto che il loro stomaco era vuoto

e avrebbero gradito una colazione, cosa che si è avverata dopo il mio interessamento con Don Peppuccio e alle 10 durante l’intervallo veniva loro portato la colazione se così si poteva chiamare.

Ma poco e brutto è sempre meglio di niente. Anche per il pranzo, le ragazze mangiavano nella missione, perché dove mangiano 600 bambini, possono mangiare anche altre 17 donne.

Dimenticavo la ragazza n. 17 che è venuta al corso, solo negli ultimi 3 giorni; ma la dolce sorpresa

è stata, che si è rivelata una delle migliori, in quanto ho scoperto che lavorava già in una sartoria,

ed era pratica, tant’è che l’ho nominata responsabile del settore cucito. Bilancio direi positivo; il solo fatto che 17 donne con figli o senza, giovani e meno giovani hanno trovato un lavoro oltretutto decoroso, anziché andare in campagna a procurare legna per far carbone, o finire in una strada delle città a prostituirsi, direi che è gratificante, e di questo dobbiamo essere riconoscenti a DIO:

Che insegnamento possiamo trarre da questa esperienza: far del bene fa bene soprattutto a se stessi.

In un bigliettino di quelli che prendiamo dall’albero di Natale, a me toccò questo che diceva:

“A chi molto è stato dato,molto sarà richiesto, e a chi molto è stato affidato, tanto più si richiederà”

Evangelo di Luca cp.12v. 48. Non sotterriamo i talenti che ci sono stati affidati, mettiamoli a frutto.

Da quel giorno di tanti anni fa quel biglietto è sempre con me.

 

Questi ricordi li ho scritti, affinché rimangano più fermi nella mia memoria, ma li dedico a mia moglie Paola che è stata molto buona e comprensiva nei miei confronti assecondandomi in questo progetto di volontariato, amie figlie, Marta e Michela e i rispettivi mariti Priamo e Giorgio e anche a mia nipotina Eleonora che dice di fare sempre da brava anche se fa sempre da monella, ma che comunque è sempre la bambina più bella al mondo( be’, sono il nonno o no?) e ai miei compagni di viaggio Fausta e Paolo, Elisa, Sonia.che hanno condiviso con me, gioie, grandi soddisfazioni,tristezza, fatica, ma il tutto affrontato con lo spirito che devono avere le persone che

fanno il volontariato in maniera seria e responsabile. Un grazie anche a Luciano Cara e Francesca perché grazie a loro abbiamo avuto la possibilità di poter essere utili a chi soffre.

Un grazie di cuore va a una zia di Paola mia moglie, Lidia Colombu Cortes che ha offerto lacifra di 1.000 € ,che sono stati spesi, interamente per l’acquisto di attrezzature per il laboratorio di confezione, così come lei aveva espresso il desiderio. Il missionario venuto al corrente della donazione, ha voluto ringraziarla personalmente, così comeè stato fatto per tutti coloro che hanno contribuito anche con un piccolo gesto di solidarietà, con una lettera di riconoscenza.

Io ringrazio personalmente tutti coloro che hanno contribuito a questo progetto; a loro va la mia riconoscenza , un grazie anche a coloro che hanno voluto donare anche solo un pacchetto di caramelle o un pacco di penne e matite, rendendo felici i bambini poveri della missione.

.Un grazie personale a Dario Garau, che facendomi conoscere questa realtà, mi ha permesso di realizzare un sogno a cui tanto tenevo.

 

Alla prossima puntata.Ciao a tutti dal vostro amico Paolo.

 

     Camp Garba

E' questo il nome della missione cattolica in località Isiolo, nel Kenya. E' un nome a cui siamo affezionati perché indica una comunità che è ormai gemellata alla nostra.

Paolo Meloni in questo viaggio non ha solamente portato un aiuto materiale, un insieme di beni di consumo utili. Ha insegnato come organizzare una piccola azienda e come autogestirla. Un gesto che accompagna l'attività dei missionari impegnati nel luogo e che vuole rafforzare negli abitanti il senso della propria dignità.