Laicità e religioni                                                                                                   home

Dal 27 al 29 agosto, organizzato dal partito radicale transnazionale, con il ruolo fondamentale degli onorevoli Marco Pannella e Marco Cappato, si è tenuto al Parlamento Europeo un convegno dal titolo “Laicità e religioni”. Tra i relatori era presente il past. Salvatore Rapisarda. Qui di seguito pubblichiamo il testo del suo intervento. Ulteriori particolari, con servizi audio e video: www.radioradicale.it


 

Roma, 3 settembre 2008

Il tema del Convegno, “laicità e religioni”, mette assieme due termini che possono suonare antitetici. Laico - o secolare, come vedo che viene reso in inglese il nostro tema - sta all'altro capo del filo rispetto alla religione, al religioso. Vero è che la religione può e spesso è popolare, ma è anche vero che sin dall'antichità la religione è stata gestita da personaggi col ruolo di sacerdoti, dunque di mediatori tra il divino e l'umano, tra Dio e il popolo, di interpreti della volontà di Dio per il popolo. Dunque i sacerdoti, il clero, sono stati posti e si sono posti all'altro capo del popolo. Nella religione israelitica è dominante il tema del sacro e del profano. I sacerdoti sono sacri, il popolo è profano e il popolo può santificarsi attraverso riti che soltanto i sacerdoti possono officiare. Molto della concezione sacerdotale della religione israelitica è passato nella dottrina cattolica e in quella ortodossa. I sacerdoti hanno sempre formato un clero con funzioni di servizio religioso, ma spesso di privilegi. Spesso Dio è stato identificato con il clero e chi non ama il clero non ama Dio. [Un uomo incontra un amico e lo invita ad andare in chiesa. Il secondo dei due risponde che da molto tempo ha smesso di andare in chiesa. Il primo, allarmato, chiese: Non credi in Dio ? L'altro risponde: Non credo nei suoi rappresentanti]. Il clima di sfiducia nei rappresentanti religiosi si coglie in molta letteratura. Cito Sciascia ne “Il giorno della civetta”. Qui si parla di un delatore, personaggio alquanto esecrabile, specialmente in una cultura mafiosa che vuole fare quadrato contro lo Stato. Bene, il delatore viene soprannominato “u parrinieddu” (il pretino).

La distinzione tra religione e laicità, in ambito di riflessione teologica, ha vissuto un momento significativo, a metà degli anni '60, quando compare il libro del teologo battista, Harvey Cox, La città secolare. Qui secolare sta per opposto a clericale. Infatti, ciò che è “secolare” è ciò che appartiene al seculum, al mondo, mentre ciò che è clericale o sacerdotale si pone fuori dal mondo. Il libro è espressione di una cultura che vuole fare i conti con la modernità e scrollarsi di dosso ogni dogmatismo e autoritarismo che proprio nella religione, nelle religioni e nelle chiese, ha sempre trovato i massimi custodi. Volendo spezzare una piccola lancia a favore dei sacerdoti, si potrebbe dire che essi sono costretti ad essere autoritari, intransigenti, a decretare pene di morte e lapidazioni (mi riferisco alla religione israelitica, che fa da sfondo a quella cristiana). Tutto ciò perché prendono troppo sul serio il loro ruolo, perdono di vista le loro limitazioni e tendono a sedere sul trono di Dio. Gesù di Nazareth, che pure si era formato nella cultura della religione israelitica, di Dio ha una visione diversa: non condanna, ma perdona; non esclude, ma accoglie; non si rinserra nel tempi, ma cammina per le strade e i villaggi; non crea barriere, ma abbatte quelle esistenti, finanche nei confronti del nemico. Sarei tentato di continuare a presentare il Gesù laico, popolare, in opposizione al sacerdote e al separato. Vorrei continuiare a parlare di Gesù che ha un messaggio che ci è estremamente vicino e che si fa apprezzare da quanti vogliono vivere laicamente, vicino agli altri e alle altre, in modo non violento e tale da dare senso a quello che facciamo, se siamo pronti ad intraprendere una nuova vita, a convertirci a una nuova esistenza. Spero che vi sarà ancora modo di tornare su questo tema, qui o altrove. In sintesi dico che il messaggio della persona Gesù è valido e attuale nelle strade e nel parlamento europeo, per i piccoli e per i grandi.

Se è vero che la religione è per definizione gerarchica, autoritaria e fondamentalmente clericale, è anche vero che da Gesù in avanti abbiamo esempi di persone che hanno interpretato la religione e il loro ruolo in maniera totalmente diversa e potremmo dire laica. Qui presenterò tre figure, prese dal mondo battista, che a costo della loro stessa vita hanno saputo vivere la propria fede in una maniera che sta alla base di quel che possiamo chiamare separazione tra chiesa e stato, libertà di coscienza, dunque rottura degli autoritarismi e visione nuova del modo di vivere la religione.

Desidero ora affrontare il tema del nostro Convegno facendo due piccole premesse. La prima riguarda il termine religione. Vorrei precisare che questo termine ha un suo campo di applicazione per quanto riguarda le grandi famiglie religiose. Tuttavia, venendo dall'Italia, ci tengo a precisare che religione cristiana o cristianesimo non è equivalente a cattolicesimo. Questa forma di sinonimo è abbastanza irritante per chi ha preso e vuole mantenere le distanze dal cattolicesimo. Dunque, riconosciamo che nel cristianesimo esistono diverse confessioni che non si lasciano ridurre in un coacervo indistinto. La seconda premessa consiste nel precisare che la religione, al di fuori delle persone che la praticano è una astrazione. Meglio, dunque, parlare di persone che hanno vissuto una personale religione e su quella base hanno fatto delle scelte di vita e ci hanno lasciato la loro testimonianza. Ecco i personaggi: M.L.King, Th. Helwys e R. Williams.

M.L.King

Parlare di King è per me quasi un obbligo per due motivi. Il primo è la constatazione che siamo a 40 anni dal vile assassinio di Memphis. Ciò da solo potrebbe non bastare. Ma King va colto come portatore di un cultura di impegno laico. Lo vediamo per le strade, in mezzo a gente di ogni colore della pelle e di ogni religione, motivato per la giustizia, contro le discriminazioni e le guerre e per la scelta non violenta che lo vede in continuità con la lotta di liberazione di Gandhi. Il suo background religioso, l'appartenere a una chiesa battista nera è stato il suo valore aggiunto. Nella chiesa ha conosciuto fede e solidarietà, fede e impegno per la giustizia, fede e odio per le meschinità. Egli ha portato le chiese per le strade e ha tratto dalla Bibbia la forza del suo messaggio. Il suo “Ho un sogno”, la sua forte oratoria, altro non sono che il frutto di una frequentazione assidua della Bibbia, del messaggio di Gesù e dei profeti.

King non si vergogna della propria fede e del proprio ruolo di “preacher”. Egli sa che le chiese, specialmente le chiese dei neri, sono una immensa risorsa per la sua lotta di liberazione. Egli, tuttavia, sa anche che altre chiese, specialmente alcune di quelle dei bianchi, sono insensibili, fanno da zavorra se non proprio di opposizione alle lotte di liberazione. Circa il ruolo delle chiese nella società, è significativa la sua frase: “La chiesa non deve essere né la serva né la padrona della società,… ma la sua coscienza profetica”. Questa frase, che compare in alcuni suoi scritti del 1963 (La forza di amare, Lettera dal carcere di Birmingham), è una denuncia di un certo modo di comprendere il ruolo della chiesa nella società e, allo stesso tempo, ci indica che cosa la chiesa ci sta a fare nella società. Essa non è e non deve essere la naftalina dello status quo, né deve ergersi a padrona, tanto da prevaricare sulle libertà dei cittadini.

King parlava ad una società segnata da razzismo, dunque da negazione dei diritti dei neri. Si trattava anche di una società violenta, in cui la prevaricazione dei bianchi, del ku klux klan, era esercitata con violenze di ogni genere: stupri, assassini, linciaggi, incendi, attentati dinamitardi (accanto a questa violenza in patria c'era, e King la denunciava, anche la violenza della guerra in Viet Nam). La società razzista in cui si muoveva King è anche una società che tiene stretto nelle proprie mani il potere (economico e politico; sarebbe troppo dire anche culturale, vista la sua assenza di cultura !). Quella società non intende condividere niente del potere che detiene e tende ad escludere qualsiasi accenno di cambiamento. La segregazione nei mezzi di trasporto o nei locali pubblici è un segno del controllo del territorio. Per questo la società razzista è gelosa dello status quo e si oppone a qualsiasi cambiamento, è fondamentalmente conservatrice, nemica del progresso.

Nella società italiana scorgiamo segni preoccupanti di similitudine con la società americana del tempo di King. C'è una pericolosa chiusura verso il nuovo, verso l'altro. La demonizzazione delle minoranze etniche (rom, rumeni, immigrati in generale) va proprio in quella direzione. Segni di totale chiusura si notano in quella leggi locali che impediscono di adibire a locali di culto edifici che non siano stati espressamente progettati a questo scopo. Vi sono poi intese, a norma del'art. 8 della Costituzione (musulmani, Testimoni di Geova) che languono, così pure la legge per la libertà religiosa. Tutto questo perché la società italiana è chiusa al nuovo, ama mantenere il potere nelle mani di chi lo ha sempre gestito e si connota sempre più come una società clericale, in cui il ruolo della curia vaticana e dei poteri cattolici diventano sempre più asfissianti e onerosi. Si pensi alla resistenza clericale nei confronti del divorzio, della 194, del referendum sulla procreazione medicalmente assistita (PMA), sulla regolamentazione di quanto va sotto il nome di DICO (diritti di convivenza) o di testamento biologico. Si pensi alla presenza asfissiante dell'informazione religiosa ad esclusivo beneficio della cultura cattolica e ad oscuramento totale di qualsiasi altra proposta e del pluralismo religioso; si pensi pure alla presenza cattolica nelle scuole ,all'insegnamento religioso cattolico (IRC) pagato con fondi pubblici, all'assetto che si è voluto dare con l'immissione in ruolo degli insegnanti di religione. Quel che va sotto il nome di connubio tra trono e altare oggi si chiama servilismo della politica e dei mezzi di informazione nei confronti dei vari dictat del vaticano e della CEI.

Di fronte a questa penosa realtà, più volte denunciata con ordini del giorno e atti delle nostre assemblea o con esposti (grazie ai dati sull'informazione religiosa che i radicali italiani ci hanno messo a disposizione) non vogliamo diminuire l'impegno, anzi vogliamo aumentarlo e percorrere tratti di strada in compagnia di quanti vogliono andare nella stessa direzione. L'apertura al dialogo, alla ricerca comune delle soluzioni da dare a temi quali la guerra, la povertà, il fanatismo religioso richiedono dialogo, conoscenza reciproca, ascolto e preghiera comune. Qui sta la democrazia, la cultura democratica che offre spazi di pluralismo e incidenza alle minoranze culturali e religiose. Il mondo va visto con occhi nuovi, con gli occhi degli altri, delle altre. Più precisamente, diciamo ch in Italia non è in gioco la facoltà della chiesa cattolica di intervenire sulle questioni che interessano la chiesa e la società. Ciò che è in gioco è, lo ribadiamo, la democrazia, la crescita armoniosa e non squilibrata della società. Per questo, compito delle minoranze è quello di vegliare e di pretendere una moderazione da parte di chi è più forte. Come credenti evangelici vogliamo alzare la voce per il bene della società. In questo vogliamo mantenere un atteggiamento sobrio, non autoritario, aperto alla ricerca e al dialogo, sapendo che la parola ultima la pronuncia Dio, la nostra è sempre una parola penultima. Non sta a noi vestirci dei panni di Dio e dire: “questa è la volontà di Dio”, “così dice Dio”. Rifiutiamo il ruolo di intermediari o di rappresentanti di Dio e rifiutiamo pure qualsiasi “Dio lo vuole”.

Thomas Helwys

Mi sia consentito di aggiungere che la nozione di laicità è strettamente connaturata con la storia dei battisti. Si può dire che la laicità fa parte del DNA dei battisti. Il fondatore della prima chiesa battista in Inghilterra si chiamava Thomas Helwys. Quest'uomo, laico, in mezzo alle persecuzioni religiose dell'Inghilterra della fine del 1500, fu costretto ad emigrare in Olanda nel 1609. Da qui volle tornare in Inghilterra per dare la propria testimonianza di libertà. Scrisse “The Mistery of Iniquity”, pubblicato a Londra nel 1612. Nel suo scritto egli tratta, tra l'altro, il tema del rapporto tra autorità di Dio (e della Scrittura) e autorità umane, ecclesiastiche e civili. Vi affiora una particolare dottrina che sostiene la separazione tra sfera spirituale-religiosa, sottoposta esclusivamente all'autorità di Dio, e sfera politica, che è il solo ambito in cui il re ha un ruolo da giocare. Alla luce di questa separazione Helwys sostiene, per la prima volta in Inghilterra, il principio di libertà di coscienza, sfera lasciata alla totale responsabilità del singolo, che delle sue scelte dovrà rendere conto soltanto a Dio. Egli rivendica la libertà di coscienza e di religione non soltanto per sé, ma per tutti, ed ecco le sue parole: siano essi eretici, turchi, ebrei, papisti o altro. Non solo Helwys sostiene la libertà di coscienza per tutti, ma esplicitamente esonera il re dal compito di vegliare sui suoi sudditi in materia di fede. Con ciò Helwys rende le singole persone responsabili di quel che credono e di quel che dicono o fanno, senza il paravento dell'ubbidienza ad un'autorità superiore, politica o religiosa che sia. Helwys non conosce il concetto di delega o di ubbidienza ad autorità superiori. Per lui ognuno è responsabile delle proprie scelte.

Non c'è dubbio che Helwys dimostra chiarezza di visione e molto coraggio. Nel tentativo di far giungere il suo messaggio anche al re, gli volle fare recapitare una copia del suo libro. Questo re era Giacomo I, che nel suo fervore religioso voleva operare la riforma della chiesa d'Inghilterra. Sappiamo che la più diffusa bibbia inglese porta il suo nome e venne pubblicata nel 1611, l'anno prima del libro di Helwys. Sembra che Giacomo I non abbia apprezzato la dedica che Helwys gli scrisse sul risvolto del libro, con cui tra l'altro affermava: “Il re è uomo mortale e non Dio, non ha quindi alcun potere sulle anime immortali dei suoi sudditi...”. Helwys venne arrestato e morì in prigione quattro anni dopo. La sua testimonianza, tuttavia, ci chiama a resistere là dove le autorità religiose e civili si vestono di un'autorità che non appartiene loro e vogliono prevaricare sulla coscienza e la libertà”.

Il concetto di laicità, come visto in Helwys, si coniuga col concetto di libertà di coscienza. Libertà che va difesa “per tutti” e non va messa sotto tutela da parte di alcuna autorità. Chi attentasse alla libertà di coscienza sarebbe paragonabile a una delle bestie di cui parla il capitolo 13 dell'Apocalisse. Fuori dai denti, Helwys pensa che quelle bestie sino il sistema cattolico e quello anglicano che intendono prevaricare sulla coscienza dei singoli, persino coil braccio armato delle autorità secolari. Assieme al concetto di libertà di coscienza, in Helwys e in tutta la storia dei battisti che da quella esperienza ha preso l'avvio, è fondamentale il concetto di separazione tra chiesa e stato. Assai prima di Cavour e prima di lui del pastore svizzero Alexander Vinet, il concetto di separazione tra chiesa e stato è di Thomas Helwys. Se il re non è chiamato ad assumersi alcuna responsabilità in materia di dottrina o di fede, la chiesa e il re vivono in ambiti distinti, con ruoli autonomi. Il credente, con le parole di Helwys, si professa (suddito) cittadino leale, ma è geloso della sua autonomia in ambito di fede. Tutto questo, vale la pena ricordarlo, avviene in epoche in cui i re avviavano riforme religiose e pretendevano di imporre la propria religione, continuando lo schema del cujus regio ejus religio.

Roger Williams

Avviandoci alla conclusione vogliamo ricordare un terzo personaggio estremamente significativo per il discorso che stiamo facendo a proposito di credenti battisti che si battono per una separazione tra chiesa e stato e per la libertà di coscienza. Si tratta di Roger Williams, l'uomo che a costo di persecuzioni, di esilio e di rischi per la propria sopravvivenza, sfuggito al clima soffocante dell'Inghilterra degli inizi del 1600, andò in America dove riuscì a fondare la colonia di Rhode Island, con la sua capitale Providence Qui, sin dalla sua fondazione 1636 (uficialmente 1647), vige la netta separazione tra chiesa e stato e la libertà di coscienza, dunque due caratteri fondamentali di quel che intendiamo per laicità. Roger Williams, scrisse The Bloudy Tenent of Persecution, for Cause of Conscience soon followed (London, 1644), e si muoveva lungo la linea di Helwys. Di poco più giovane di Helwys, anche Williams si era formata l'idea che né il re né le autorità locali dovessero ingerirsi in questioni di coscienza né in questioni ecclesiastiche e che ciascuno dovesse godere di libertà di opinione nelle faccende religiose. Williams, come Helwys, sostiene che la chiesa non deve appoggiarsi al braccio secolare per il proprio sostentamento (nessun finanziamento alla chiesa) o per imporre le proprie dottrine e prassi. Williams parla di “soul-liberty” e di “muro di separazione”. Concetti questi che tramite Thomas Jefferson entreranno a far parte della Costituzione americana, dove la netta separazione tra chiesa e stato è sancita per la prima volta in un documento politico di grande rilevanza. Volendo aggiungere un particolare non proprio di secondaria importanza, diremo che nel 1652, nella colonia di Rhode Island venne approvata la prima legge che rendeva illegale la schiavitù. Evidentemente si volle dare tutto il suo valore alla parola libertà.

Il contributo di civiltà, apportato dai battisti, è stato riconosciuto loro da un teologo e sociologo non battista, Ernst Troeltch. Nel suo libro Il protestantesimo nella formazione del mondo moderno, Troeltch riconosce che l'avere sostenuto la separazione tra chiesa è stato è il contributo specifico che i battisti hanno dato al mondo moderno.