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                  La lettera del card. Ratzinger

       Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla collaborazione dell’uomo 
       e della donna nella Chiesa e nel mondo
        

     

      INTRODUZIONE
      1. Esperta in umanità, la Chiesa è sempre interessata a ciò che riguarda 
      l'uomo e la donna. In questi ultimi tempi si è riflettuto molto sulla 
      dignità della donna, sui suoi diritti e doveri nei diversi settori della 
      comunità civile ed ecclesiale. Avendo contribuito all'approfondimento di 
      questa fondamentale tematica, in particolare con l'insegnamento di 
      Giovanni Paolo II,1 la Chiesa è oggi interpellata da alcune correnti di 
      pensiero, le cui tesi spesso non coincidono con le finalità genuine della 
      promozione della donna.
      Il presente documento, dopo una breve presentazione e valutazione critica 
      di alcune concezioni antropologiche odierne, intende proporre riflessioni 
      ispirate dai dati dottrinali dell'antropologia biblica — indispensabili 
      per salvaguardare l'identità della persona umana — circa alcuni 
      presupposti per una retta comprensione della collaborazione attiva, nel 
      riconoscimento della loro stessa differenza, tra uomo e donna nella Chiesa 
      e nel mondo. Queste riflessioni, inoltre, vogliono proporsi come punto di 
      partenza per un cammino di approfondimento all'interno della Chiesa e per 
      instaurare un dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, 
      nella sincera ricerca della verità e nel comune impegno a sviluppare 
      relazioni sempre più autentiche. 

      I. IL PROBLEMA
      2. In questi ultimi anni si sono delineate nuove tendenze nell'affrontare 
      la questione femminile. Una prima tendenza sottolinea fortemente la 
      condizione di subordinazione della donna, allo scopo di suscitare un 
      atteggiamento di contestazione. La donna, per essere se stessa, si 
      costituisce quale antagonista dell'uomo. Agli abusi di potere, essa 
      risponde con una strategia di ricerca del potere. Questo processo porta ad 
      una rivalità tra i sessi, in cui l'identità ed il ruolo dell'uno sono 
      assunti a svantaggio dell'altro, con la conseguenza di introdurre 
      nell'antropologia una confusione deleteria che ha il suo risvolto più 
      immediato e nefasto nella struttura della famiglia.
      Una seconda tendenza emerge sulla scia della prima. Per evitare ogni 
      supremazia dell'uno o dell'altro sesso, si tende a cancellare le loro 
      differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento 
      storico-culturale. In questo livellamento, la differenza corporea, 
      chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente 
      culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria. 
      L'oscurarsi della differenza o dualità dei sessi produce conseguenze 
      enormi a diversi livelli. Questa antropologia, che intendeva favorire 
      prospettive egualitarie per la donna, liberandola da ogni determinismo 
      biologico, di fatto ha ispirato ideologie che promuovono, ad esempio, la 
      messa in questione della famiglia, per sua indole naturale bi-parentale, e 
      cioè composta di padre e di madre, l'equiparazione dell'omosessualità 
      all'eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa. 
      3. La radice immediata della suddetta tendenza si colloca nel contesto 
      della questione femminile, ma la sua motivazione più profonda va ricercata 
      nel tentativo della persona umana di liberarsi dai propri condizionamenti 
      biologici.2 Secondo questa prospettiva antropologica la natura umana non 
      avrebbe in se stessa caratteristiche che si imporrebbero in maniera 
      assoluta: ogni persona potrebbe o dovrebbe modellarsi a suo piacimento, 
      dal momento che sarebbe libera da ogni predeterminazione legata alla sua 
      costituzione essenziale.
      Questa prospettiva ha molteplici conseguenze. Anzitutto si rafforza l'idea 
      che la liberazione della donna comporti una critica alle Sacre Scritture 
      che trasmetterebbero una concezione patriarcale di Dio, alimentata da una 
      cultura essenzialmente maschilista. In secondo luogo tale tendenza 
      considererebbe privo di importanza e ininfluente il fatto che il Figlio di 
      Dio abbia assunto la natura umana nella sua forma maschile. 
      4. Dinanzi a queste correnti di pensiero, la Chiesa, illuminata dalla fede 
      in Gesù Cristo, parla invece di collaborazione attiva, proprio nel 
      riconoscimento della stessa differenza, tra uomo e donna.
      Per comprendere meglio il fondamento, il senso e le conseguenze di questa 
      risposta conviene tornare, sia pur brevemente, alla Sacra Scrittura, ricca 
      anche di umana sapienza, in cui questa risposta si è manifestata 
      progressivamente grazie all'intervento di Dio a favore dell'umanità.3

      II. I DATI FONDAMENTALI
      DELL'ANTROPOLOGIA BIBLICA
      5. Una prima serie di testi biblici da esaminare sono i primi tre capitoli 
      della Genesi. Essi ci collocano «nel contesto di quel “principio” biblico, 
      in cui la verità rivelata sull'uomo come “immagine e somiglianza di Dio” 
      costituisce l'immutabile base di tutta l'antropologia cristiana».4
      Nel primo testo (Gn 1,1-2,4) si descrive la potenza creatrice della Parola 
      di Dio che opera delle distinzioni nel caos primigenio. Appaiono la luce e 
      le tenebre, il mare e la terraferma, il giorno e la notte, le erbe e gli 
      alberi, i pesci e gli uccelli, tutti «secondo la loro specie». Nasce un 
      mondo ordinato a partire da differenze che, d'altra parte, sono 
      altrettante promesse di relazioni. Ecco dunque abbozzato il quadro 
      generale nel quale si colloca la creazione dell'umanità. «Dio disse: 
      Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza... Dio creò l'uomo 
      a sua immagine, ad immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Gn 
      1, 26-27). L'umanità è qui descritta come articolata, fin dalla sua prima 
      origine, nella relazione del maschile e del femminile. È questa umanità 
      sessuata che è dichiarata esplicitamente «immagine di Dio». 
      6. Il secondo racconto della creazione (Gn 2,4-25) conferma in modo 
      inequivocabile l'importanza della differenza sessuale. Una volta plasmato 
      da Dio e collocato nel giardino di cui riceve la gestione, colui che è 
      designato, ancora con termine generico, come Adam, fa esperienza di una 
      solitudine che la presenza degli animali non riesce a colmare. Gli occorre 
      un aiuto che gli sia corrispondente. Il termine designa qui non un ruolo 
      subalterno, ma un aiuto vitale.5 Lo scopo è infatti di permettere che la 
      vita di Adam non si inabissi in un confronto sterile e, alla fine, mortale 
      solamente con se stesso. È necessario che entri in relazione con un altro 
      essere che sia al suo livello. Soltanto la donna, creata dalla stessa 
      «carne» ed avvolta dallo stesso mistero, dà alla vita dell'uomo un 
      avvenire. Ciò si verifica a livello ontologico, nel senso che la creazione 
      della donna da parte di Dio caratterizza l'umanità come realtà 
      relazionale. In questo incontro emerge anche la parola che dischiude per 
      la prima volta la bocca dell'uomo in una espressione di meraviglia: 
      «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Gn 
      2,23). 
      «La donna — ha scritto il Santo Padre in riferimento a questo testo 
      genesiaco — è un altro “io” nella comune umanità. Sin dall'inizio essi 
      [uomo e donna] appaiono come “unità dei due”, e ciò significa il 
      superamento dell'originaria solitudine, nella quale l'uomo non trova “un 
      aiuto che gli sia simile” (Gn 2,20). Si tratta qui solo dell'“aiuto” 
      nell'azione, nel “soggiogare la terra”? (cfr Gn 1,28). Certamente si 
      tratta della compagna della vita, con la quale, come con una moglie, 
      l'uomo può unirsi divenendo con lei “una sola carne” e abbandonando per 
      questo “suo padre e sua madre” (cfr Gn 2,24)».6
      La differenza vitale è orientata alla comunione ed è vissuta in un modo 
      pacifico espresso dal tema della nudità: «Ora tutti e due erano nudi, 
      l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna» (Gn 2,25). In tal modo, 
      il corpo umano, contrassegnato dal sigillo della mascolinità o della 
      femminilità, «racchiude fin “dal principio” l'attributo “sponsale”, cioè 
      la capacità di esprimere l'amore: quell'amore appunto nel quale 
      l'uomo-persona diventa dono e — mediante questo dono — attua il senso 
      stesso del suo essere ed esistere».7 E, sempre commentando questi versetti 
      della Genesi, il Santo Padre continua: «In questa sua particolarità, il 
      corpo è l'espressione dello spirito ed è chiamato, nel mistero stesso 
      della creazione, ad esistere nella comunione delle persone, “ad immagine 
      di Dio”».8 
      Nella stessa prospettiva sponsale si comprende in che senso l'antico 
      racconto della Genesi lasci intendere come la donna, nel suo essere più 
      profondo e originario, esista «per l'altro» (cfr 1Cor 11,9): è 
      un'affermazione che, ben lungi dall'evocare alienazione, esprime un 
      aspetto fondamentale della somiglianza con la Santa Trinità le cui 
      Persone, con l'avvento del Cristo, rivelano di essere in comunione di 
      amore, le une per le altre. «Nell'“unità dei due”, l'uomo e la donna sono 
      chiamati sin dall'inizio non solo ad esistere “uno accanto all'altra” 
      oppure “insieme”, ma sono anche chiamati ad esistere reciprocamente l'uno 
      per l'altro... Il testo di Genesi 2,18-25 indica che il matrimonio è la 
      prima e, in un certo senso, la fondamentale dimensione di questa chiamata. 
      Però non è l'unica. Tutta la storia dell'uomo sulla terra si realizza 
      nell'ambito di questa chiamata. In base al principio del reciproco essere 
      “per” l'altro, nella “comunione” interpersonale, si sviluppa in questa 
      storia l'integrazione nell'umanità stessa, voluta da Dio, di ciò che è 
      “maschile” e di ciò che è “femminile”».9 
      Nella visione pacifica che conclude il secondo racconto di creazione 
      riecheggia quel «molto buono» che chiudeva, nel primo racconto, la 
      creazione della prima coppia umana. Qui sta il cuore del disegno 
      originario di Dio e della verità più profonda dell'uomo e della donna, 
      così come Dio li ha voluti e creati. Per quanto sconvolte e oscurate dal 
      peccato, queste disposizioni originarie del Creatore non potranno mai 
      essere annullate.
      7. Il peccato originale altera il modo con cui l'uomo e la donna accolgono 
      e vivono la Parola di Dio e la loro relazione con il Creatore. Subito dopo 
      aver fatto dono del giardino, Dio dà un comandamento positivo (cfr Gn 
      2,16), seguito da un altro negativo (cfr Gn 2,17), in cui è affermata 
      implicitamente la differenza essenziale che esiste tra Dio e l'umanità. 
      Sotto la suggestione del Serpente, questa differenza è contestata 
      dall'uomo e dalla donna. Di conseguenza viene stravolto anche il modo di 
      vivere la loro differenza sessuale. Il racconto della Genesi stabilisce 
      così una relazione di causa ed effetto tra le due differenze: quando 
      l'umanità considera Dio come suo nemico, la stessa relazione dell'uomo e 
      della donna viene pervertita. Quando quest'ultima relazione è deteriorata, 
      l'accesso al volto di Dio rischia, a sua volta, di essere compromesso. 
      Nelle parole che Dio rivolge alla donna in seguito al peccato, si esprime, 
      in modo lapidario ma non meno impressionante, il tipo di rapporti che si 
      instaureranno ormai tra l'uomo e la donna: «Verso tuo marito sarà il tuo 
      istinto, ma egli ti dominerà» (Gn 3,16). Sarà una relazione in cui l'amore 
      spesso verrà snaturato in pura ricerca di sé, in una relazione che ignora 
      ed uccide l'amore, sostituendolo con il giogo della dominazione di un 
      sesso sull'altro. La storia dell'umanità riproduce di fatto queste 
      situazioni, nelle quali si esprime apertamente la triplice concupiscenza 
      che ricorda San Giovanni, parlando della concupiscenza della carne, della 
      concupiscenza degli occhi e della superbia della vita (cfr 1Gv 2,16). In 
      questa tragica situazione vengono perduti quell'uguaglianza, quel rispetto 
      e quell'amore che, secondo il disegno originario di Dio, esige la 
      relazione dell'uomo e della donna.
      8. Il ripercorrere questi testi fondamentali permette di riaffermare 
      alcuni dati capitali dell'antropologia biblica.
      Prima di tutto bisogna sottolineare il carattere personale dell'essere 
      umano. «L'uomo è una persona, in eguale misura l'uomo e la donna: ambedue, 
      infatti, sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale».10 
      L'eguale dignità delle persone si realizza come complementarità fisica, 
      psicologica ed ontologica, dando luogo ad un'armonica «unidualità» 
      relazionale, che solo il peccato e le «strutture di peccato» iscritte 
      nella cultura hanno reso potenzialmente conflittuale. L'antropologia 
      biblica suggerisce di affrontare con un approccio relazionale, non 
      concorrenziale né di rivalsa, quei problemi che a livello pubblico o 
      privato coinvolgono la differenza di sesso.
      C'è da rilevare inoltre l'importanza e il senso della differenza dei sessi 
      come realtà iscritta profondamente nell'uomo e nella donna: «La sessualità 
      caratterizza l'uomo e la donna non solo sul piano fisico, ma anche su 
      quello psicologico e spirituale, improntando ogni loro espressione».11 
      Essa non può essere ridotta a puro e insignificante dato biologico, ma è 
      «una componente fondamentale della personalità, un suo modo di essere, di 
      manifestarsi, di comunicare con gli altri, di sentire, di esprimere e di 
      vivere l'amore umano».12 Questa capacità di amare, riflesso e immagine del 
      Dio Amore, ha una sua espressione nel carattere sponsale del corpo, in cui 
      si iscrive la mascolinità e la femminilità della persona. 
      È la dimensione antropologica della sessualità, inseparabile da quella 
      teologica. La creatura umana nella sua unità di anima e di corpo è 
      qualificata fin dal principio dalla relazione con l'altro-da-sé. Questa 
      relazione si presenta sempre buona ed alterata al tempo stesso. Essa è 
      buona, di una bontà originaria dichiarata da Dio fin dal primo momento 
      della creazione. Essa è, però, anche alterata dalla disarmonia fra Dio e 
      l'umanità sopraggiunta con il peccato. Questa alterazione non corrisponde 
      tuttavia né al progetto iniziale di Dio sull'uomo e sulla donna, né alla 
      verità della relazione dei sessi. Ne consegue perciò che questa relazione 
      buona, ma ferita, ha bisogno di essere guarita.
      Quali possono essere le vie di questa guarigione? Considerare ed 
      analizzare i problemi inerenti alla relazione dei sessi solo a partire da 
      una situazione segnata dal peccato porterebbe necessariamente il pensiero 
      a ritornare agli errori precedentemente accennati. 
      Bisogna dunque rompere questa logica di peccato e cercare una via d'uscita 
      che permetta di eliminarla dal cuore dell'uomo peccatore. Un orientamento 
      chiaro in questo senso viene offerto dalla promessa divina di un 
      Salvatore, nella quale sono impegnati la «donna» e la sua «stirpe» (cfr Gn 
      3,15). È una promessa che prima di realizzarsi conosce una lunga 
      preparazione nella storia. 
      9. Una prima vittoria sul male è rappresentata dalla storia di Noè, uomo 
      giusto, che, guidato da Dio, sfugge al diluvio con la sua famiglia e con 
      le diverse specie di animali (cfr Gn 6-9). Ma è soprattutto nella scelta 
      divina di Abramo e della sua discendenza (cfr Gn 12,1ss) che la speranza 
      di salvezza si conferma. Dio comincia così a svelare il suo volto, 
      affinché attraverso il popolo eletto l'umanità apprenda la via della 
      somiglianza divina, cioè della santità, e quindi del cambiamento del 
      cuore. Tra i molti modi in cui Dio si rivela al suo popolo (cfr Eb 1,1), 
      secondo una lunga e paziente pedagogia, vi è anche il riferimento 
      ricorrente al tema dell'alleanza dell'uomo e della donna. Ciò è 
      paradossale, se si considera il dramma rievocato dalla Genesi e la sua 
      replica molto concreta al tempo dei profeti, come pure la mescolanza fra 
      sacro e sessualità presente nelle religioni che circondano Israele. Eppure 
      questo simbolismo appare indispensabile per comprendere il modo con cui 
      Dio ama il suo popolo: Dio si fa conoscere come Sposo che ama Israele, sua 
      Sposa. 
      Se in questa relazione Dio viene descritto come «Dio geloso» (cfr Es 20,5; 
      Na 1,2) ed Israele denunciato come Sposa «adultera» o «prostituta» (cfr Os 
      2,4-15; Ez 16,15-34) il motivo è che la speranza, rafforzata dalla parola 
      dei profeti, è proprio di vedere la nuova Gerusalemme diventare la sposa 
      perfetta: «come un giovane sposa una vergine, così ti sposerà il tuo 
      architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per 
      te» (Is 62,5). Ricreata «nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza 
      e nell'amore» (Os2,21), colei, che si era allontanata per cercare la vita 
      e la felicità negli dèi falsi, ritornerà e, a Colui che parlerà al suo 
      cuore, «canterà come nei giorni della sua giovinezza» (Os 2,17) e lo udrà 
      dichiarare: «tuo sposo è il tuo creatore» (Is 54,5). È in sostanza lo 
      stesso dato che si afferma quando, parallelamente al mistero dell'opera 
      che Dio realizza attraverso la figura maschile del Servo sofferente, il 
      libro di Isaia evoca la figura femminile di Sion adornata di una 
      trascendenza e di una santità che prefigurano il dono della salvezza 
      destinata ad Israele.
      Il Cantico dei Cantici rappresenta senza dubbio un momento privilegiato 
      nell'uso di questa modalità di rivelazione. Nelle parole di un amore 
      umanissimo che celebra la bellezza dei corpi e la felicità della ricerca 
      reciproca, si esprime altresì l'amore divino per il suo popolo. La Chiesa 
      non si è dunque ingannata quando ha riconosciuto nell'audacia di unire, 
      attraverso l'impiego delle medesime espressioni, ciò che vi è di più umano 
      a ciò che vi è di più divino, il mistero della sua relazione col Cristo. 
      Lungo tutto l'Antico Testamento si configura una storia di salvezza che 
      mette simultaneamente in gioco la partecipazione del maschile e del 
      femminile. I termini di sposo e sposa o anche di alleanza, con i quali si 
      caratterizza la dinamica della salvezza, pur avendo un'evidente dimensione 
      metaforica, sono molto più che semplici metafore. Questo vocabolario 
      nuziale tocca la natura stessa della relazione che Dio stabilisce con il 
      suo popolo, anche se questa relazione è più ampia di ciò che può 
      sperimentarsi nell'esperienza nuziale umana. Parimenti, le stesse 
      condizioni concrete della redenzione sono in gioco, nel modo in cui 
      oracoli come quelli di Isaia associano ruoli maschili e femminili 
      nell'annuncio e nella prefigurazione dell'opera della salvezza che Dio sta 
      per compiere. Tale salvezza orienta il lettore sia verso la figura 
      maschile del Servo sofferente, sia verso la figura femminile di Sion. Gli 
      oracoli di Isaia infatti alternano questa figura con quella del Servo di 
      Dio, prima di culminare, nella finale del libro, con la visione misteriosa 
      di Gerusalemme che partorisce un popolo in un solo giorno (cfrIs 66,7-14), 
      profezia della grande novità che Dio sta per realizzare (cfr Is 48,6-8). 
      10. Nel Nuovo Testamento tutte queste prefigurazioni trovano il loro 
      compimento. Da una parte Maria, come eletta figlia di Sion, nella sua 
      femminilità, ricapitola e trasfigura la condizione di Israele/Sposa in 
      attesa del giorno della sua salvezza. Dall'altra, la mascolinità del 
      Figlio permette di riconoscere come Gesù assuma nella sua persona tutto 
      ciò che il simbolismo antico-testamentario aveva applicato all'amore di 
      Dio per il suo popolo, descritto come l'amore di uno sposo per la sua 
      sposa. Le figure di Gesù e di Maria, sua Madre, non soltanto assicurano la 
      continuità dell'Antico Testamento con il Nuovo, ma lo superano, dal 
      momento che con Gesù Cristo appare — come dice Sant'Ireneo — «ogni 
      novità».13
      Questo aspetto è messo in particolare evidenza dal Vangelo di Giovanni. 
      Nella scena delle nozze di Cana, per esempio, Gesù è sollecitato da sua 
      madre, chiamata «donna», a offrire come segno il vino nuovo delle future 
      nozze con l'umanità (cfr Gv 2,1-12). Queste nozze messianiche si 
      realizzeranno sulla croce dove, ancora in presenza della madre, indicata 
      come «donna», sgorgherà dal cuore aperto del Crocifisso il sangue/vino 
      della Nuova Alleanza (cfr Gv 19,25- 27.34).14 Non c'è dunque niente di 
      sorprendente se Giovanni Battista, interrogato sulla sua identità, si 
      presenti come «l'amico dello sposo», che gioisce quando ode la voce dello 
      sposo e deve eclissarsi alla sua venuta: «Chi possiede la sposa è lo 
      sposo; ma l'amico dello sposo, che è presente e l'ascolta, esulta di gioia 
      alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere 
      e io invece diminuire» (Gv3,29-30).15 
      Nella sua attività apostolica, Paolo sviluppa tutto il senso nuziale della 
      redenzione concependo la vita cristiana come un mistero nuziale. Scrive 
      alla Chiesa di Corinto da lui fondata: «Io provo infatti per voi una 
      specie di gelosia divina, avendovi promessi a un unico sposo, per 
      presentarvi quale vergine casta a Cristo» (2Cor 11,2).
      Nella Lettera agli Efesini la relazione sponsale fra Cristo e la Chiesa 
      viene ripresa e approfondita con ampiezza. Nella Nuova Alleanza la Sposa 
      amata è la Chiesa, e — come insegna il Santo Padre nella Lettera alle 
      famiglie — «questa sposa, di cui parla la Lettera agli Efesini, si fa 
      presente in ogni battezzato ed è come una persona che si offre allo 
      sguardo del suo Sposo: “Ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei... 
      al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza 
      macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (Ef 
      5,25-27)».16 
      Meditando quindi sull'unione dell'uomo e della donna come è descritta al 
      momento della creazione del mondo (cfr Gn 2,24), l'Apostolo esclama: 
      «Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo ed alla Chiesa!» 
      (Ef 5,32). L'amore dell'uomo e della donna vissuto nella forza della vita 
      battesimale diventa ormai sacramento dell'amore del Cristo e della Chiesa, 
      testimonianza resa al mistero di fedeltà e di unità da cui nasce la «nuova 
      Eva» e di cui questa vive nel suo cammino sulla terra in attesa della 
      pienezza delle nozze eterne.
      11. Inseriti nel mistero pasquale e resi segni viventi dell'amore del 
      Cristo e della Chiesa, gli sposi cristiani sono rinnovati nel loro cuore e 
      possono sfuggire ai rapporti segnati dalla concupiscenza e dalla tendenza 
      all'asservimento che la rottura con Dio a causa del peccato aveva 
      introdotto nella coppia primitiva. Per essi la bontà dell'amore, di cui il 
      desiderio umano ferito aveva conservato la nostalgia, si rivela con 
      accenti e possibilità nuove. È in questa luce che Gesù, di fronte alla 
      domanda sul divorzio (cfr Mt 19,3- 9), può ricordare le esigenze 
      dell'alleanza tra l'uomo e la donna come volute da Dio all'origine, ovvero 
      prima dell'insorgere del peccato che aveva giustificato gli accomodamenti 
      successivi della legge mosaica. Lungi dall'essere l'imposizione di un 
      ordine duro ed intransigente, questa parola di Gesù è in effetti 
      l'annuncio di una «buona notizia», quella della fedeltà, più forte del 
      peccato. Nella forza della risurrezione è possibile la vittoria della 
      fedeltà sulle debolezze, sulle ferite subite e sui peccati della coppia. 
      Nella grazia del Cristo che rinnova il loro cuore, l'uomo e la donna 
      diventano capaci di liberarsi dal peccato e di conoscere la gioia del dono 
      reciproco. 
      12. «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di 
      Cristo... non c'è più uomo né donna», scrive San Paolo ai Galati 
      (3,27-28). L'Apostolo non dichiara qui decaduta la distinzione uomo-donna 
      che altrove dice appartenere al progetto di Dio. Ciò che vuole dire è 
      piuttosto questo: nel Cristo, la rivalità, l'inimicizia e la violenza che 
      sfiguravano la relazione dell'uomo e della donna sono superabili e 
      superate. In questo senso, è più che mai riaffermata la distinzione 
      dell'uomo e della donna, che, del resto, accompagna fino alla fine la 
      rivelazione biblica. Nell'ora finale della storia presente, mentre si 
      profilano nell'Apocalisse di Giovanni «un cielo nuovo» e «una nuova terra» 
      (Ap21,1), viene presentata in visione una Gerusalemme femminile «pronta 
      come una sposa adorna per il suo sposo» (Ap 21,2). La rivelazione stessa 
      si conclude con la parola della Sposa e dello Spirito che implorano la 
      venuta dello Sposo: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22,20). 
      Il maschile ed il femminile sono così rivelati come appartenenti 
      ontologicamente alla creazione, e quindi destinati a perdurare oltre il 
      tempo presente, evidentemente in una forma trasfigurata. In tal modo 
      caratterizzano l'amore che «non avrà mai fine» (1 Cor 13,8), pur 
      rendendosi caduca l'espressione temporale e terrena della sessualità, 
      ordinata ad un regime di vita contrassegnato dalla generazione e dalla 
      morte. Di questa forma di esistenza futura del maschile e del femminile, 
      il celibato per il Regno vuole essere la profezia. Per coloro che lo 
      vivono esso anticipa la realtà di una vita che, pur restando quella di un 
      uomo e di una donna, non sarà più soggetta ai limiti presenti della 
      relazione coniugale (cfr Mt 22,30). Per coloro che vivono la vita 
      coniugale, inoltre, tale stato diventa richiamo e profezia del compimento 
      che la loro relazione troverà nell'incontro faccia a faccia con Dio. 
      Distinti fin dall'inizio della creazione e restando tali nel cuore stesso 
      dell'eternità, l'uomo e la donna, inseriti nel mistero pasquale del 
      Cristo, non avvertono quindi più la loro differenza come motivo di 
      discordia da superare con la negazione o con il livellamento, ma come una 
      possibilità di collaborazione che bisogna coltivare con il rispetto 
      reciproco della distinzione. Di qui si aprono nuove prospettive per una 
      comprensione più profonda della dignità della donna e del suo ruolo nella 
      società umana e nella Chiesa.

      III. L'ATTUALITÀ DEI VALORI FEMMINILI
      NELLA VITA DELLA SOCIETÀ
      13. Tra i valori fondamentali collegati alla vita concreta della donna, vi 
      è ciò che è stato chiamato la sua «capacità dell'altro». Nonostante il 
      fatto che un certo discorso femminista rivendichi le esigenze «per se 
      stessa», la donna conserva l'intuizione profonda che il meglio della sua 
      vita è fatto di attività orientate al risveglio dell'altro, alla sua 
      crescita, alla sua protezione.
      Questa intuizione è collegata alla sua capacità fisica di dare la vita. 
      Vissuta o potenziale, tale capacità è una realtà che struttura la 
      personalità femminile in profondità. Le consente di acquisire molto presto 
      maturità, senso della gravità della vita e delle responsabilità che essa 
      implica. Sviluppa in lei il senso ed il rispetto del concreto, che si 
      oppone ad astrazioni spesso letali per l'esistenza degli individui e della 
      società. È essa, infine, che, anche nelle situazioni più disperate — e la 
      storia passata e presente ne è testimone — possiede una capacità unica di 
      resistere nelle avversità, di rendere la vita ancora possibile pur in 
      situazioni estreme, di conservare un senso tenace del futuro e, da ultimo, 
      di ricordare con le lacrime il prezzo di ogni vita umana.
      Anche se la maternità è un elemento chiave dell'identità femminile, ciò 
      non autorizza affatto a considerare la donna soltanto sotto il profilo 
      della procreazione biologica. Vi possono essere in questo senso gravi 
      esagerazioni che esaltano una fecondità biologica in termini vitalistici e 
      che si accompagnano spesso a un pericoloso disprezzo della donna. 
      L'esistenza della vocazione cristiana alla verginità, audace rispetto alla 
      tradizione antico-testamentaria e alle esigenze di molte società umane, è 
      al riguardo di grandissima importanza.17 Essa contesta radicalmente ogni 
      pretesa di rinchiudere le donne in un destino che sarebbe semplicemente 
      biologico. Come la verginità riceve dalla maternità fisica il richiamo che 
      non esiste vocazione cristiana se non nel dono concreto di sé all'altro, 
      parimenti la maternità fisica riceve dalla verginità il richiamo alla sua 
      dimensione fondamentalmente spirituale: non è accontentandosi di dare la 
      vita fisica che si genera veramente l'altro. Ciò significa che la 
      maternità può trovare forme di realizzazione piena anche laddove non c'è 
      generazione fisica.18
      In tale prospettiva si comprende il ruolo insostituibile della donna in 
      tutti gli aspetti della vita familiare e sociale che coinvolgono le 
      relazioni umane e la cura dell'altro. Qui si manifesta con chiarezza ciò 
      che Giovanni Paolo II ha chiamato il genio della donna.19 Questo implica 
      prima di tutto che le donne siano presenti attivamente e anche con 
      fermezza nella famiglia, «società primordiale e, in un certo senso, 
      “sovrana”»,20 perché è qui, innanzitutto, che si plasma il volto di un 
      popolo, è qui che i suoi membri acquisiscono gli insegnamenti 
      fondamentali. Essi imparano ad amare in quanto sono amati gratuitamente, 
      imparano il rispetto di ogni altra persona in quanto sono rispettati, 
      imparano a conoscere il volto di Dio in quanto ne ricevono la prima 
      rivelazione da un padre e da una madre pieni di attenzione. Ogni volta che 
      vengono a mancare queste esperienze fondanti, è l'insieme della società 
      che soffre violenza e diventa, a sua volta, generatrice di molteplici 
      violenze. Questo implica inoltre che le donne siano presenti nel mondo del 
      lavoro e dell'organizzazione sociale e che abbiano accesso a posti di 
      responsabilità che offrano loro la possibilità di ispirare le politiche 
      delle nazioni e di promuovere soluzioni innovative ai problemi economici e 
      sociali. 
      Al riguardo, non si può tuttavia dimenticare che l'intreccio delle due 
      attività — la famiglia e il lavoro — assume, nel caso della donna, 
      caratteristiche diverse da quelle dell'uomo. Si pone pertanto il problema 
      di armonizzare la legislazione e l'organizzazione del lavoro con le 
      esigenze della missione della donna all'interno della famiglia. Il 
      problema non è solo giuridico, economico ed organizzativo; è innanzitutto 
      un problema di mentalità, di cultura e di rispetto. Si richiede, infatti, 
      una giusta valorizzazione del lavoro svolto dalla donna nella famiglia. In 
      tal modo le donne che liberamente lo desiderano potranno dedicare la 
      totalità del loro tempo al lavoro domestico, senza essere socialmente 
      stigmatizzate ed economicamente penalizzate, mentre quelle che desiderano 
      svolgere anche altri lavori potranno farlo con orari adeguati, senza 
      essere messe di fronte all'alternativa di mortificare la loro vita 
      familiare oppure di subire una situazione abituale di stress che non 
      favorisce né l'equilibrio personale né l'armonia familiare. Come ha 
      scritto Giovanni Paolo II, «tornerà ad onore della società rendere 
      possibile alla madre —senza ostacolarne la libertà, senza discriminazione 
      psicologica o pratica, senza penalizzazione nei confronti delle sue 
      compagne — di dedicarsi alla cura e all'educazione dei figli secondo i 
      bisogni differenziati della loro età».21 
      14. È opportuno comunque ricordare che i valori femminili, ora richiamati, 
      sono innanzitutto valori umani: la condizione umana, dell'uomo e della 
      donna, creati ad immagine di Dio, è una e indivisibile. È solo perché le 
      donne sono più immediatamente in sintonia con questi valori che esse 
      possono esserne il richiamo ed il segno privilegiato. Ma, in ultima 
      analisi, ogni essere umano, uomo e donna, è destinato ad essere «per 
      l'altro». In tale prospettiva ciò che si chiama «femminilità» è più di un 
      semplice attributo del sesso femminile. La parola designa infatti la 
      capacità fondamentalmente umana di vivere per l'altro e grazie all'altro.
      Pertanto la promozione della donna all'interno della società deve essere 
      compresa e voluta come una umanizzazione realizzata attraverso quei valori 
      riscoperti grazie alle donne. Ogni prospettiva che intende proporsi come 
      una lotta dei sessi è solamente un'illusione ed un pericolo: finirebbe in 
      situazioni di segregazione e di competizione tra uomini e donne e 
      promuoverebbe un solipsismo che si alimenta ad una falsa concezione della 
      libertà.
      Senza pregiudizio circa gli sforzi per promuovere i diritti ai quali le 
      donne possono aspirare nella società e nella famiglia, queste osservazioni 
      vogliono invece correggere la prospettiva che considera gli uomini come 
      nemici da vincere. La relazione uomo-donna non può pretendere di trovare 
      la sua condizione giusta in una specie di contrapposizione, diffidente e 
      difensiva. Occorre che tale relazione sia vissuta nella pace e nella 
      felicità dell'amore condiviso.
      Ad un livello più concreto, le politiche sociali —educative, familiari, 
      lavorative, di accesso ai servizi, di partecipazione civica — se, da una 
      parte, devono combattere ogni ingiusta discriminazione sessuale, 
      dall'altra, devono sapere ascoltare le aspirazioni e individuare i bisogni 
      di ognuno. La difesa e la promozione dell'uguale dignità e dei comuni 
      valori personali devono essere armonizzate con l'attento riconoscimento 
      della differenza e della reciprocità laddove ciò è richiesto dalla 
      realizzazione della propria umanità maschile o femminile.

      IV. L'ATTUALITÀ
      DEI VALORI FEMMINILI
      NELLA VITA DELLA CHIESA
      15. Per quanto riguarda la Chiesa, il segno della donna è più che mai 
      centrale e fecondo. Ciò dipende dalla identità stessa della Chiesa, che 
      essa riceve da Dio ed accoglie nella fede. È questa identità «mistica», 
      profonda, essenziale, che occorre tenere presente nella riflessione circa 
      i rispettivi ruoli dell'uomo e della donna nella Chiesa.
      Fin dalle prime generazioni cristiane, la Chiesa si è considerata come 
      comunità, generata dal Cristo e legata a lui da una relazione d'amore, di 
      cui l'esperienza nuziale è l'espressione migliore. Di qui deriva che il 
      primo compito della Chiesa è di restare alla presenza di questo mistero 
      dell'amore di Dio, manifestato nel Cristo Gesù, di contemplarlo e di 
      celebrarlo. A questo riguardo la figura di Maria costituisce nella Chiesa 
      il riferimento fondamentale. Si potrebbe dire, con una metafora, che Maria 
      porge alla Chiesa lo specchio in cui essa è invitata a riconoscere la sua 
      identità così come le disposizioni del cuore, gli atteggiamenti ed i gesti 
      che Dio attende da lei.
      L'esistenza di Maria è un invito fatto alla Chiesa a radicare il suo 
      essere nell'ascolto e nell'accoglienza della Parola di Dio, perché la fede 
      non è tanto la ricerca di Dio da parte dell'essere umano, ma piuttosto il 
      riconoscimento da parte dell'uomo che Dio viene a lui, lo visita e gli 
      parla. Questa fede, per la quale «nulla è impossibile a Dio» (cfr Gn 
      18,14; Lc 1,37), vive e si approfondisce nell'ubbidienza umile e amante 
      con cui la Chiesa sa dire al Padre: «Avvenga di me quello che hai detto» 
      (Lc 1,38). La fede continuamente rimanda a Gesù — «Fate quello che vi 
      dirà» (Gv 2,5) — e lo accompagna nel suo cammino fino ai piedi della 
      croce. Maria, nell'ora delle tenebre più profonde, persiste 
      coraggiosamente nella fedeltà, con l'unica certezza della fiducia nella 
      parola di Dio.
      Sempre da Maria la Chiesa impara a conoscere l'intimità del Cristo. Maria, 
      che ha portato nelle sue mani il piccolo bambino di Betlemme, insegna a 
      conoscere l'infinita umiltà di Dio. Ella che ha accolto nelle sue braccia 
      il corpo martoriato di Gesù deposto dalla croce mostra alla Chiesa come 
      raccogliere tutte le vite sfigurate in questo mondo dalla violenza e dal 
      peccato. Da Maria la Chiesa impara il senso della potenza dell'amore, come 
      Dio la dispiega e la rivela nella vita stessa del Figlio prediletto: «ha 
      disperso i superbi nei pensieri del loro cuore... ha innalzato gli umili» 
      (Lc 1,51-52). Sempre da Maria i discepoli di Cristo ricevono il senso e il 
      gusto della lode davanti all'opera delle mani di Dio: «Grandi cose ha 
      fatto in me l'Onnipotente» (Lc 1,49). Essi imparano che sono nel mondo per 
      conservare la memoria di queste «grandi cose» e vegliare nell'attesa del 
      giorno del Signore. 
      16. Guardare Maria ed imitarla, tuttavia, non significa votare la Chiesa 
      ad una passività ispirata a una concezione superata della femminilità e 
      condannarla a una vulnerabilità pericolosa, in un mondo in cui ciò che 
      conta è soprattutto il dominio e il potere. In realtà la via di Cristo non 
      è né quella del dominio (cfr Fil 2,6), né quella del potere come viene 
      inteso dal mondo (cfr Gv 18,36). Dal Figlio di Dio si può imparare che 
      questa «passività» è in realtà la via dell'amore, è un potere regale che 
      sconfigge ogni violenza, è «passione» che salva il mondo dal peccato e 
      dalla morte e ricrea l'umanità. Affidando l'apostolo Giovanni a sua Madre, 
      il Crocifisso invita la sua Chiesa ad imparare da Maria il segreto 
      dell'amore che trionfa.
      Ben lungi dal conferire alla Chiesa un'identità fondata su un modello 
      contingente di femminilità, il riferimento a Maria con le sue disposizioni 
      di ascolto, di accoglienza, di umiltà, di fedeltà, di lode e di attesa, 
      colloca la Chiesa nella continuità della storia spirituale di Israele. 
      Questi atteggiamenti diventano, in Gesù e per mezzo di lui, la vocazione 
      di ogni battezzato. A prescindere dalle condizioni, dagli stati di vita, 
      dalle vocazioni diverse, con o senza responsabilità pubbliche, essi sono 
      ciò che determinano un aspetto essenziale dell'identità della vita 
      cristiana. Pur trattandosi di atteggiamenti che dovrebbero essere tipici 
      di ogni battezzato, di fatto è caratteristica della donna viverli con 
      particolare intensità e naturalezza. In tal modo le donne svolgono un 
      ruolo di massima importanza nella vita ecclesiale, richiamando tali 
      disposizioni a tutti i battezzati e contribuendo in modo unico a 
      manifestare il vero volto della Chiesa, sposa di Cristo e madre dei 
      credenti. 
      In questa prospettiva si comprende anche come il fatto che l'ordinazione 
      sacerdotale sia esclusivamente riservata agli uomini22 non impedisca 
      affatto alle donne di accedere al cuore della vita cristiana. Esse sono 
      chiamate ad essere modelli e testimoni insostituibili per tutti i 
      cristiani di come la Sposa deve rispondere con l'amore all'amore dello 
      Sposo.
         
      CONCLUSIONE
      17. In Gesù Cristo tutte le cose sono state fatte nuove (cfr Ap 21,5). Il 
      rinnovamento nella grazia tuttavia non è possibile senza la conversione 
      dei cuori. Guardando a Gesù e confessandolo come Signore, si tratta di 
      riconoscere la via dell'amore vincitore del peccato che egli propone ai 
      suoi discepoli.
      In tal modo la relazione dell'uomo con la donna si trasforma e la triplice 
      concupiscenza di cui parla la prima Lettera di Giovanni (cfr 1Gv 2,16) 
      cessa di avere il sopravvento. Si deve accogliere la testimonianza resa 
      dalla vita delle donne come rivelazione di valori senza i quali l'umanità 
      si chiuderebbe nell'autosufficienza, nei sogni di potere e nel dramma 
      della violenza. Anche la donna, da parte sua, deve lasciarsi convertire e 
      riconoscere i valori singolari e di grande efficacia di amore per l'altro, 
      di cui la sua femminilità è portatrice. In entrambi i casi si tratta della 
      conversione dell'umanità a Dio, di modo che sia l'uomo che la donna 
      conoscano Dio come il loro «aiuto», come il Creatore pieno di tenerezza, 
      come il Redentore che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio 
      unigenito» (Gv 3,16).
      Una tale conversione non può compiersi senza l'umile preghiera per 
      ricevere da Dio quella trasparenza di sguardo che riconosce il proprio 
      peccato e al tempo stesso la grazia che lo guarisce. In modo particolare 
      si deve implorare la Vergine Maria, donna secondo il cuore di Dio, 
      «benedetta fra le donne» (cfrLc 1,42), scelta per rivelare all'umanità, 
      uomini e donne, quale è la via dell'amore. Solamente così può emergere in 
      ogni uomo ed in ogni donna, in ciascuno secondo la sua grazia propria, 
      quella «immagine di Dio» che è l'effigie santa con cui sono contrassegnati 
      (cfr Gn 1,27). Solamente così può essere ritrovata la strada della pace e 
      della meraviglia di cui è testimone la tradizione biblica attraverso i 
      versetti del Cantico dei Cantici in cui corpi e cuori celebrano lo stesso 
      giubilo.
      La Chiesa certamente conosce la forza del peccato che opera negli 
      individui e nelle società e che talvolta porterebbe a far disperare della 
      bontà della coppia. Ma per la sua fede nel Cristo crocifisso e risorto, 
      essa conosce ancor più la forza del perdono e del dono di sé malgrado ogni 
      ferita e ogni ingiustizia. La pace e la meraviglia che essa indica con 
      fiducia agli uomini e alle donne di oggi sono la pace e la meraviglia del 
      giardino della risurrezione, che ha illuminato il nostro mondo e tutta la 
      sua storia con la rivelazione che «Dio è amore» (1Gv 4,8.16).
      Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'Udienza concessa al 
      sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Lettera, decisa 
      nella riunione ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la 
      pubblicazione.
      Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 31 
      maggio 2004, Festa della Visitazione della Beata Vergine Maria.
      + Joseph Card. Ratzinger
      Prefetto
      + Angelo Amato, SDB
      Arcivescovo titolare di Sila
      Segretario



      1 Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Familiaris consortio (22 
      novembre 1981): AAS 74 (1982), 81-191; Lett. ap. Mulieris dignitatem (15 
      agosto 1988): AAS 80 (1988), 1653-1729; Lettera alle famiglie (2 febbraio 
      1994): AAS 86 (1994), 868-925; Lettera alle donne (29 giugno 1995): AAS 87 
      (1995), 803-812; Catechesi sull'amore umano (1979-1984): Insegnamenti II 
      (1979) - VII (1984); Congregazione per l'Educazione Cattolica, 
      Orientamenti educativi sull'amore umano. Lineamenti di educazione sessuale 
      (10 novembre 1983): Ench. Vat. 9, 420-456; Pontificio Consiglio per la 
      Famiglia, Sessualità umana: verità e significato. Orientamenti educativi 
      in famiglia (8 dicembre 1995): Ench. Vat. 14, 2008-2077.
      2 Sulla complessa questione del gender, cfr anche Pontificio Consiglio per 
      la Famiglia, Famiglia, matrimonio e «unione di fatto» (26 luglio 2000), 8: 
      Supplemento a L'Osservatore Romano (22 novembre 2000), 4. 
      3Cfr Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et ratio (14 settembre 1998), 21: 
      AAS 91 (1999), 22: «Questa apertura al mistero, che gli veniva dalla 
      Rivelazione, è stata alla fine per lui [l'uomo biblico] la fonte di una 
      vera conoscenza, che ha permesso alla sua ragione di immettersi in spazi 
      di infinito, ricevendone possibilità di comprensione fino allora 
      insperate».
      4 Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem (15 agosto 1988), 6: AAS 
      80 (1988), 1662; cfr S. Ireneo, Adversus haereses, 5, 6, 1; 5, 16, 2-3: SC 
      153, 72-81; 216-221; S. Gregorio di Nissa, De hominis opificio, 16: PG 44, 
      180; In Canticum homilia, 2: PG 44, 805-808; S. Agostino, Enarratio in 
      Psalmum, 4, 8: CCL 38,17. 
      5 La parola ebraica ezer, tradotta con aiuto, indica il soccorso che solo 
      una persona porta ad un'altra persona. Il termine non comporta alcuna 
      connotazione di inferiorità o strumentalizzazione, se si pensa che anche 
      Dio è talora detto ezer nei confronti dell'uomo (cfr Es 18,4; Sal 9-10, 
      35). 
       6 Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem (15 agosto 1988), 6: AAS 
      80 (1988), 1664.
      7 Giovanni Paolo II, Catechesi L'uomo-persona diventa dono nella libertà 
      dell'amore (16 gennaio 1980), 1: Insegnamenti III, 1 (1980), 148.
      8 Giovanni Paolo II, Catechesi La concupiscenza del corpo deforma i 
      rapporti uomo-donna (23 luglio 1980), 1: Insegnamenti III, 2 (1980), 288.
      9 Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem (15 agosto 1988), 7: AAS 
      80 (1988), 1666.
      10 Ibid., 6, l.c., 1663.
      11Congregazione per l'Educazione Cattolica, Orientamenti educativi 
      sull'amore umano. Lineamenti di educazione sessuale (10 novembre 1983), 4: 
      Ench. Vat. 9, 423. 
      12 Ibid.
      13 Adversus haereses, 4, 34, 1: SC 100, 846: «Omnem novitatem attulit 
      semetipsum afferens».
      14 La Tradizione esegetica antica vede in Maria a Cana la «figura 
      Synagogae» e la «inchoatio Ecclesiae».
      15 Il quarto Vangelo approfondisce qui un dato presente già nei Sinottici 
      (cfr Mt 9,15 e par.). Sul tema di Gesù Sposo, cfr Giovanni Paolo II, 
      Lettera alle famiglie (2 febbraio 1994), 18: AAS 86 (1994), 906- 910. 
       16 Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie (2 febbraio 1994), 19: AAS 86 
      (1994), 911; cfr Lett. ap. Mulieris dignitatem (15 agosto 1988), 23- 25: 
      AAS 80 (1988), 1708-1715.
      17 Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. post-sinodale Familiaris consortio (22 
      novembre 1981), 16: AAS 74 (1982), 98-99.
      18 Ibid., 41, l.c., 132-133; Congregazione per la Dottrina della Fede, 
      Istr. Donum vitae (22 febbraio 1987), II, 8: AAS 80 (1988), 96-97.
      19 Cfr Giovanni Paolo II, Lettera alle donne (29 giugno 1995), 9- 10: AAS 
      87 (1995), 809-810.
      20 Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie (2 febbraio 1994), 17: AAS 86 
      (1994), 906.
      21Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), 19: AAS 73 (1981), 627.
      22 Cfr Giovanni Paolo II, Lett. ap. Ordinatio sacerdotalis (22 maggio 
      1994): AAS 86 (1994), 545-548; Congregazione per la Dottrina della Fede, 
      Risposta al dubbio circa la dottrina della Lettera apostolica Ordinatio 
      sacerdotalis (28 ottobre 1995): AAS 87 (1995), 1114.