Nell'enclave dei valdesi                                                                                                   home

La cultura rappresenta sempre la base della sopravvivenza di questo popolo perseguitato che continua da secoli il suo sforzo ecumenico A pochi chilometri da Torino batte ancora il cuore di quella piccola Italia protestante che si legò alla Riforma nel 1532.


Nel tempio valdese di Torre Pellice si sta per celebrare il funerale di un membro novantenne della comunità. I fedeli arrivano a frotte e il mishmash linguistico che risuona nei saluti al pastore Giorgio Tourn, introduce il visitatore a quel senso di progressivo straniamento che lo accompagnerà lungo tutto l´itinerario nelle "valli": un misto di italiano, francese («la lingua di Dio, perché in questo idioma per secoli abbiamo letto la Bibbia»), patois («il dialetto occitano parlato in famiglia») e dialetto piemontese («che contrassegna la cultura del commercio e della fabbrica»).
Se la mescola linguistica non bastasse, il senso di straniamento si acuirà osservando gli edifici intorno: un storico collegio che sembra trapiantato dall´Inghilterra, oltre ad altre svariate costruzioni - la Foresteria, la Casa valdese, il Centro culturale - che ricordano certi paesi della Germania o della Svizzera. Mica per caso, quando arrivò qui nel 1880, Edmondo De Amicis definì Torre Pellice «la Ginevra d´Italia».
Certo, le motivazioni di tale appellativo, prima che architettoniche, erano religiose; dal momento che ci troviamo nel cuore di quella minuscola Italia protestante legatasi alla Riforma nel 1532 e sopravvissuta a secoli di sanguinose persecuzioni religiose. Ma cosa pensare, oggi, di questi ventimila testardissimi valdesi più laici di tanti nostri concittadini che pure si considerano agnostici? Come giudicare chi alla gerarchia e all´obbedienza preferisce la democrazia degli organismi comunitari e l´autonomia della scelta individuale? Chi non si oppone aprioristicamente ai processi di secolarizzazione, perché la secolarizzazione l´ha accompagnata fin dai tempi dell´Illuminismo e dunque ne valuta razionalmente ogni suo passaggio? Chi ha un tale rispetto della chiamata di fede della singola persona da rifuggire per lo più dal proselitismo?
Alla base di tutto c´è l´indefessa esegesi di Antico e Nuovo Testamento, che ha reso ciascun valdese naturalmente predisposto a un esercizio critico su ogni aspetto della vita: teologico e sociale, comunitario e individuale. Un esempio piccolo ma significativo di tale innata predisposizione, che può rasentare il parossismo, viene offerto proprio dalla cerimonia funebre a cui sto assistendo. Il morto era un alpino e sono i suoi ex commilitoni a portare la bara fino all´ingresso del tempio. «Cosa accadrà ora?», mi dice Tourn. «Il labaro degli alpini verrà fatto entrare, o sarà lasciato sulla soglia? Perché c´è chi sottolinea quanto importante sia, in una terra come questa, l´appartenenza al corpo degli alpini, ma anche chi ribatte che un morto è uguale a tutti gli altri. Poco conta che sia stato un alpino, un donatore di sangue o il presidente del Consiglio».
In questo frangente, il consiglio degli anziani ha optato per la linea più flessibile e il vessillo farà il suo ingresso nel tempio. Ripeto: un piccolo esempio del costante allenamento alla democrazia e alla trasparenza applicato dalla comunità. Al di là dell´aspetto squisitamente religioso, è proprio questo stile di vita - dove allignano ancor oggi un rigore, una sobrietà e una decenza sempre più rari nel nostro paese - ad aver determinato una crescente simpatia verso i valdesi. Ne fa fede il numero di italiani che decidono ogni anno di versare all´Unione delle chiese metodiste e valdesi il loro otto per mille; più del doppio - come ricorda Sergio Velluto in «Valdesi d´Italia» - rispetto alle comunità ebraiche, che pure godono di una «risonanza mediatica ben superiore».
E per dire di che pasta è fatta questa gente, sarà utile ricordare che quando negli anni novanta si prospettò la possibilità di rimpinguare con tale versamento le casse (in grave affanno) della chiesa valdese, si aprì un acceso dibattito. Perché se questa chance rappresentava il definitivo riconoscimento statuale di una comunità che nei secoli precedenti ha conosciuto massacri e ghettizzazione, per contro c´era chi vedeva una palese contraddizione nell´accettare soldi da uno Stato di cui si invocava l´assoluta laicità.
Nell´aula del Sinodo, il "parlamento" della comunità valdese, attualmente presieduto dalla "moderatora" Maria Bonafede, si presero lungamente in esame i pro e i contro. Finché a maggioranza si decise di partecipare alla "gara", destinando però una percentuale ragguardevole a opere caritatevoli verso i paesi più poveri - «un pozzo per l´acqua, un profilattico contro l´aids, un sorriso alla vita» - nel quadro di una più generale linea indicata da un´altra pubblicità sulla destinazione dell´otto per mille: «molte scuole nessuna chiesa».
Giusto a proposito di scuole, nella visita alla val d´Angrogna mi farà da anfitrione Jean Louis Sappè, un maestro oggi in pensione che per una vita intera si è diviso nelle minuscole comunità - via via più povere e spopolate - che punteggiano queste distese selvagge di boschi di castagni e roccia, una sorta di fortezza naturale che ha protetto i valdesi nei momenti più foschi. Visitiamo la microscopica scuola degli Odin-Bertot, che si presenta ancora nel suo aspetto originario. «A volerla fu Charles Beckwith, il colonnello dalla gamba di legno, che creò le prime infrastrutture scolastiche. Pensi che alla fine dell´800 ce n´erano circa duecento. E il tasso di alfabetizzazione dei valdesi era il più alto d´Europa, assieme a quello prussiano».
La cultura, del resto, ha rappresentato il fondamento della sopravvivenza di questo popolo, come dimostra a tutt´oggi la diffusione del settimanale Riforma: cinquemila copie tra abbonamenti e vendite su un bacino di utenza di appena trentamila persone! Si spiega così anche una sfrenata passione per la storia: qui ogni roccia, ogni prato, ogni edificio parla alla propria gente di un duro, durissimo passato. A Chanforan si trova il monumento in ricordo dell´assemblea con la quale la popolazione valdese diede la propria adesione alla Riforma protestante. Più avanti si raggiunge la "Ghieisa d´la Tana", una grotta nella quale, stando alle leggenda, i fedeli si rifugiavano in caso di aggressione. Infine, dopo aver attraversato la Rocciaglia, una gola fra i dirupi che sempre De Amicis definì le «Termopili valdesi», si giunge a Pra del Torno: "il cuore della resistenza valdese".
Ma è tempo di tornare a Torre Pellice, dove mi attende la "moderatora" Maria Bonafede, alla quale domando se con il procedere della secolarizzazione e dunque con l´inevitabile distacco dall´antica consuetudine della lettura della Bibbia, la mitizzazione dei trascorsi storici non possa finire per avere la meglio sulla vicenda più intimamente religiosa. «Il rischio c´è, non lo nego. Ma non dimentichi che tutta la nostra storia è una storia di fede. Senza la Bibbia non ci sarebbero i valdesi». Poi il discorso si sposta sul grande patrimonio di opere sociali ereditate dal passato. E sulla recente e dolorosa dismissione dei tre ospedali-modello di Torre Pellice, Pomaretto, Torino. «Ogni anno cresceva la forbice tra la qualità dei servizi e i rimborsi dello Stato, che tardavano sempre più ad arrivare. Finché nel 2003 abbiamo ceduto il tutto per il valore simbolico di un euro, a patto che non vi fossero tagli nei posti di lavoro. Ma la nostra attività caritatevole prosegue, così come prosegue il nostro sforzo ecumenico, a dispetto di una chiesa cattolica e di un papa, che spesso e volentieri sembrano marciare nella direzione opposta».
Ascolto, a riguardo, l´opinione di Claudio Pasquet, pastore della chiesa di Torre Pellice. «Non v´è dubbio che sull´unità visibile dei cristiani si assista a una battuta d´arresto. Come potrebbe essere altrimenti, con un papa preoccupato dal connubio trono-altare e dalla ben nota formula "extra ecclesia nulla salus"? Al contrario, noi crediamo che la salvezza non pertiene alla chiesa, ma a Cristo».
Dello stesso tenore, franco e schietto, è l´incontro con un ultimo pastore, Giuseppe Platone, direttore del settimanale Riforma. Conversiamo al tavolo di un ristorantino campestre, in attesa del pranzo. «La persistente arroganza confessionale della chiesa cattolica, ha frenato e di molto la mia spinta ecumenica.
Evidentemente perché provengo da un mondo radicalmente diverso. Da noi un pastore è valutato per quello che è, non per il ruolo che riveste. Mi spingo oltre: la chiesa può anche andare avanti senza pastori. E concludo: la chiesa stessa, pure importante, è sicuramente meno importante dell´incontro con Cristo. Per questo dico sempre: valdesi non si nasce, si diventa».
Arrivano in tavola dei gustosi antipasti. Dopo avermi rammentato la comicità di certe vicende scolastiche legate al suo nome («e ora interroghiamo Platone»), il mio interlocutore mi chiede se può recitare una piccola preghiera: la cosa mi imbarazza? Ovviamente no, non mi imbarazza. Così Platone procede e ringrazia il Signore. Anche, da ultimo, per avergli fatto incontrare il sottoscritto in questa bella giornata di sole. Così sono fatti i valdesi.

Franco Marcoaldi
La Repubblica, 24 settembre 2008