Oltre il recinto del patto

Sermone di Fabrizio Oppo di domenica 25 ottobre 2009


Giobbe 23

1 Allora Giobbe rispose e disse:
2 «Anche oggi il mio lamento è una rivolta,
per quanto io cerchi di contenere il mio gemito.
3 Oh, sapessi dove trovarlo!
Potessi arrivare fino al suo trono!
4 Esporrei la mia causa davanti a lui,
riempirei d'argomenti la mia bocca.
5 Saprei quel che mi risponderebbe,
capirei quello che avrebbe da dirmi.
6 Impiegherebbe tutta la sua forza per combattermi?
No, egli mi ascolterebbe!
7 Là troverebbe un uomo retto a discutere con lui,
e sarei dal mio giudice assolto per sempre.
8 Ma, ecco, se vado a oriente,
egli non c'è;
se a occidente non lo trovo;
9 se a settentrione, quando vi opera,
io non lo vedo;
si nasconde egli a sud, io non lo scorgo.
10 Ma la via che io batto egli la conosce;
se mi mettesse alla prova, ne uscirei come l'oro.
11 Il mio piede ha seguito fedelmente le sue orme,
mi sono tenuto sulla sua via senza deviare;
12 non mi sono scostato dai comandamenti delle sue labbra,
ho custodito nel mio cuore le parole della sua bocca.
13 Ma la sua decisione è una;
chi lo farà mutare?
Quello che desidera, lo fa;
14 egli eseguirà quel che di me ha decretato;
di cose come queste ne ha molte in mente.
15 Perciò davanti a lui io sono atterrito;
quando ci penso, ho paura di lui.
16 Dio mi ha tolto il coraggio,
l'Onnipotente mi ha spaventato.
17 Questo mi annienta; non le tenebre,
non la fitta oscurità che mi ricopre.

Giobbe 38

1 Allora il SIGNORE rispose a Giobbe dal seno della tempesta, e disse:
2 «Chi è costui che oscura i miei disegni
con parole prive di senno?
3 Cingiti i fianchi come un prode;
io ti farò delle domande e tu insegnami!
4 Dov'eri tu quando io fondavo la terra?
12 Hai tu mai, in vita tua, comandato al mattino,
o insegnato il suo luogo all'aurora,
13 perché essa afferri i lembi della terra,
e ne scuota via i malvagi?
39 «Sei tu che cacci la preda per la leonessa,
che sazi la fame dei leoncelli,
40 quando si appiattano nelle tane
e si mettono in agguato nella macchia?
41 Chi provvede il pasto al corvo
quando i suoi piccini gridano a Dio
e vanno peregrinando senza cibo?

Nelle domande di Dio a Giobbe è evocato tutto il mondo. Giobbe reclama la sua liberazione, grida per l’ingiustizia subita. È smarrito perché è in preda al suo dolore e, in più non riesce a darsene una ragione.  Si trova in uno stato di completo disorientamento morale. Pone un problema di grande rilevanza etica: dov’è l’equilibrio della giustizia? I due piatti della bilancia non sono sbilanciati? Dov’è la giusta retribuzione?
Si tratta di un problema enorme, che da sempre ha interrogato il pensiero umano: Platone, Kant, Marx, ecc.
Perciò appare tanto incredibile la risposta di Dio. È spiazzante, non è una risposta. Va su un altro piano. È una tempesta di domande al povero Giobbe, come se Giobbe non ne avesse già di sue.
La risposta di Dio sembra volutamente indifferente al grave problema della giustizia retributiva. Dio parla del mondo naturale: della terra e del mare, della luce e delle tenebre, della neve e della grandine, dei lampi e della pioggia, di leoni e di corvi, dell’ippopotamo, del coccodrillo.
Strano dialogo. Io reclamo la giustizia e tu mi parli del coccodrillo. Io ti sottopongo le mie sofferenze e tu mi chiedi “chi dà da mangiare ai corvi quando volano in cerca di cibo e i loro piccoli gridano a Dio perché li sfami?”
Certo l’insegnamento di questo brano non è che i problemi della giustizia o della sofferenza umana debbano cessare di interrogarci, anche se forse non sarebbe male che quando siamo concentrati sul nostro dolore pensassimo ai piccoli del corvo che lasciati soli gridano spaventati perché Dio li sfami.
La cosa importante è questo gioco di spiazzamento operato dalla parola di Dio. Noi chiediamo, ma non otteniamo una risposta lineare. Noi vogliamo risolvere e chiudere, Dio, invece, spezza e apre.
Il sermone della nostra pastora di domenica scorsa ci ha ricordato che noi evangelici siamo figli della Parola e che la nostra libertà dalle autorità ecclesiastiche si fonda sul primato della Bibbia.
Ha però aggiunto che nelle nostre chiese il primato della Bibbia potrebbe trasformarsi in un nuovo autoritarismo. La Bibbia può trasformarsi in un “papa di carta”, in un dettato che si riceve soltanto, senza discuterla, senza che le sue parole generino in noi un problema, una inquietudine. Il primato della Bibbia può diventare il primato della calma, della contemplazione, della risposta già confezionata. È il rischio della lettura religiosa della Bibbia, un rischio che si manifesta nell’entusiasmo di tanti profeti attuali che evangelizzano allegramente, distribuendo bibbie e piccoli opuscoli di qualche vangelo con una sicurezza irresponsabile. Senza alcun tremore. Dimenticando che la Bibbia dà certo consolazione, ma solo dopo aver “diviso l’anima dallo spirito, le giunture dalle midolla, perché è più affilata di qualunque spada a doppio taglio”. (Eb. 4: 12)
Oggi, domenica della Riforma, giornata che ricorda la fine di ottobre del 1517, quando Lutero annunciò che la parola di Dio è una parola scatenata, è utile ricordare quel che il riformatore disse commentando l’arrivo, nella città di Wittenberg, di predicatori spirituali illuminati, ricchi di zelo e di ardore. Lutero non ne fu contento, perché la loro fede, centrata sulla visione entusiastica delle verità divine ignorava il cammino tormentato, l’angoscia e il problema che ogni credente deve sentire quando prende la Bibbia in mano. E diceva all’amico Melantone “verifica, verifica: se senti parlare di Gesù in gloria, senza prima aver visto Gesù crocifisso, allora non va bene. Chiedi se questi profeti conoscono l’angoscia spirituale. Se senti che le loro esperienze sono tutte piacevoli, tranquille, devote e religiose, non accettarli, nemmeno se ti dicono di essere stati rapiti fino al terzo cielo. Perché così manca il segno del figlio dell’uomo”. Il segno del figlio dell’uomo, la caratteristica che ci fa creature, cioè il cammino faticoso degli esseri umani nella storia della nostra terra, e non nell’eternità dei cieli. È certo, proseguiva Lutero, che Dio parla agli uomini, ma “vuoi sapere dove, quando, e in che modo?” Dio parla quando “spezza le ossa come un leone”, quando l’uomo smarrito dice “sono respinto dalla tua presenza, o Signore”, e quando dice ancora: “l’anima mia è sazia di mali, e la mia vita è vicina all’inferno”.
Primato della Bibbia, certo. Ma primato della sua lettura tormentata. Una vera lotta con il testo. Libro dove solo si può cercare Dio ma libro dove Dio è nascosto. Ancora Lutero: “un grande miracolo questo, che Dio si abbassi così profondamente da nascondersi nelle lettere e dica: qui sono stato descritto dalla penna di un uomo”. Dio che deve essere cercato nella Scrittura, ma si nasconde in essa, non si manifesta in modo luminoso.

Questa nostra Bibbia, quella che abbiamo tra le mani, è un libro problematico anche nella storia della sua formazione.
Alla fine del VI secolo a.C. e fino alla metà del V, al ritorno dall’esilio, il popolo d’Israele si riorganizzò. La riforma di Esdra riguardava la ricostruzione del tempio e di tutta la società ebraica. L’intervento complessivo che è ricordato sotto il nome del sacerdote Esdra è d’importanza decisiva per le tradizioni successive del popolo ebraico. A questo intervento si deve la redazione complessiva dei libri biblici. Una redazione fatta a partire da una concezione teologica molto rigida e precisa. I racconti conosciuti dagli ebrei sono riscritti ispirandosi a norme di purezza razziale e rituale. I veri ebrei sono solo coloro che, attraverso documenti genealogici, possono dimostrare la loro discendenza da antiche stirpi ebraiche. Coloro che hanno, tra i loro antenati, individui non ebrei appartengono a famiglie contaminate e sono considerati bastardi. I Giudei che hanno sposato donne non ebree, devono ripudiarle per conservare la propria purezza.
Il tentativo di Esdra ebbe molto successo, ma conobbe anche oppositori. Un altro gruppo di religiosi di diverso orientamento, infatti, elaborò alcuni scritti che si oppongono alla teologia della purezza razziale e rituale. Da questo gruppo di opposizione nascono i libri di Rut, Giona, Giobbe e Qoelet.
Rut parla di una ragazza moabita, non ebrea, che sposa un ebreo. Ci dovrebbe essere una contaminazione generatrice di figli bastardi. Ma da Rut discende il re Davide, gloria d’Israele. E per i cristiani che seguono la genealogia di Matteo, da Rut e da Davide discende Gesù. Splendida storia d’impurità che trionfa sulle ossessioni di purezza razziale o rituale.
Giona parla di un profeta che si arrabbia con Dio perché gli abitanti di Ninive, che dovrebbero essere distrutti perché non sono circoncisi, si salvano lo stesso per volontà di Dio. Giona si offende: questa salvezza è contraria alle tradizioni, alle certezze bibliche. E Dio gli si rivolge non con un comandamento o con una risposta, ma con una domanda “Giona, fai bene a comportarti così? Perché non dovrei avere pietà di Ninive, dove si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame? Giona, pensaci. Tu hai la dottrina e una tradizione ben consolidate, ma non smettere di pensare”.
È una domanda che chiama a una risposta, che invita cioè alla responsabilità.
Così come le innumerevoli domande che concludono il libro di Giobbe.
Giobbe aveva elevato la sua ferma protesta contro l’Onnipotente. E questa contesa con Dio è davvero bella, molto umana: bisogna che Dio renda conto del suo operato. Dice Giobbe: se la giustizia è quella rassicurante del patto, delle regole, dei riti e dei precetti religiosi, perché io, che ho seguito tutto scrupolosamente, devo soffrire tanto?
E Dio che risponde domandando: “Giobbe, attento alla tua giustizia. Tu sarai salvato, ma è quella giustizia che ti salverà? Chi sei? Preparati, perché dovrai rispondere alle mie domande”. Ancora domande. Noi siamo disorientati e per tutta risposta ci vengono rivolte difficili domande.

Insomma, la Bibbia è il nostro libro perché siamo stati chiamati a libertà. È un libro intricato e contraddittorio, un ordito infinitesimo di fili diversi e di tradizioni che si oppongono tra loro. Leggere la Bibbia è un impegno, un accanimento e una lotta. Faticosamente cerchiamo Dio che in quelle parole si è nascosto. E continuiamo così, nella nostra fedele ostinazione. Un testo che è fatto in questo modo, così contaminato con la storia difficile degli esseri umani, richiede una fedeltà difficile.
Noi siamo il popolo della Bibbia. Vogliamo esserle fedeli. Ma chiediamoci: è più fedele chi legge la Bibbia come un codice e poi la usa come strumento per una condotta virtuosa, o invece chi legge con ostinazione perché vuole parlare con Dio e con difficoltà cerca una relazione e una storia con lui?

25-Ott-2009
     La giornata della Riforma

Oggi è la giornata della Riforma. Alla fine di Ottobre del 1917, nella città tedesca di Wittenberg, il monaco Martin Lutero, con le sue affermazioni sulla vendita delle indulgenze, iniziava quel lungo cammino per togliere alla parola di Dio quei lacci che la tenevano incatenata.
Come ha ricordato domenica scorsa la nostra pastora, gli evangelici costruiscono la propria libertà attraverso la lettura della Bibbia. Ed ha aggiunto che la lettura della Bibbia non è rassicurante, ma responsabilizzante. Non dà risposte definitive, ma continue domande che ci chiamano a risposte sempre nuove.
Proviamo a considerare la fedeltà alla Bibbia come una fedeltà difficile, come una fedeltà dell’ostinazione della ricerca. Facendoci guidare dalle parole di Giobbe, uomo giusto, che lottava con Dio perché cercava con lui una relazione forte e sincera.