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rubrica di discussioni e di attualità

 

CRISTO E LA LEGGE. LA CHIESA E LO STATO 

Di Stefano Meloni

"Un cristiano è un libero signore su ogni cosa e non è sottoposto a nessuno.Un cristiano è un servo volenteroso in ogni cosa e sottoposto ad ognuno [...] Per comprendere queste due affermazioni contraddittorie della libertà e della sottomissione dobbiamo considerare che ogni cristiano ha una doppia natura, spirituale  e corporale".

 Lutero, La libertà del cristiano


"
E gli mandarono alcuni dei farisei e degli erodiani per coglierlo in parole. Ed essi, venuti, gli dissero: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e che non ti curi d’alcuno, perché non guardi all’apparenza delle persone, ma insegni la via di Dio secondo verità. È egli lecito pagare il tributo a Cesare o no ?
Dobbiamo darlo o non darlo ? Ma egli, conosciuta la loro ipocrisia, disse loro : Perché mi tentate ? Portatemi un denaro, che io lo veda. Ed essi glielo portarono. Ed Egli disse loro : Di chi è questa effigie e questa iscrizione ? Essi gli dissero : Di Cesare. Allora Gesù disse loro : Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Ed essi si meravigliavano di lui.
".

Marco 12: 13-17

 

Il testo appena letto ci rimanda alla questione, più volte dibattuta, del rapporto tra il credente in Cristo e la legge, tra l’autorità costituita e terrena e la propria coscienza di fronte a Dio, tra lo Stato e la Chiesa.

Gesù, nella sua affermazione, sembra porre se non in contrasto, quantomeno separate, le giurisdizioni civile e religiosa.

A partire da qui si colloca la posizione di coloro che ritengono debba esserci una separazione tra Stato e Chiesa.

Anche se l’apostolo Paolo sostiene la natura divina della legge che governa gli uomini e le società, la necessità dell’esistenza dei magistrati e dei governanti per il bene comune, appartiene al cristianesimo e in special modo al filone riformato e soprattutto alla riforma radicale (tra cui gli anabattisti) l’idea che di fronte al comandamento di Dio, di fronte alla propria coscienza dettata dalla fede, si possa e si debba, quando necessario, non osservare la legge. In fondo siamo cittadini responsabili e rispettosi della norma , ma ci concediamo uno scarto , una possibile deviazione, se questa osservanza lede o ferisce la nostra scelta di fede, va contro le indicazioni della nostra coscienza.

Un esempio evidente è stata l’obiezione di coscienza di fronte alla guerra di evangelici nelle due guerre mondiali (anche se si contano numerosi coloro che, pur appartenendo alla comunità cristiana, si sono distinti nei due conflitti bellici e nelle resistenza italiana al nazifascismo).

Così come lo è l’obiezione di coscienza al servizio militare nel dopoguerra.

La storia della cristianità, dalle comunità primitive in poi, ha visto non pochi conflitti tra la legge statuale e la fede. Ha visto alternarsi momenti in cui la libertà religiosa, la libertà di professare la propria fede, è stata contrastata e avversata, ma pure momenti, altrettanto gravi di commistione tra la sfera religiosa e la legge.

Basti pensare al conflitto tra fede, tradizione ebraica e cristianesimo primitivo;

o alla affermazione del cristianesimo : l’editto di Costantino imperatore romano, nel 324 d.c. , nel riconoscere il diritto all’esistenza della chiesa cristiana, dandole libertà, la usò in realtà come strumento di potere, le diede riconoscimento, protezione. Allo stesso tempo, però, avviò il fenomeno del cesaropapismo (l’imperatore a capo della chiesa) segnando in modo determinante l’inizio dei rapporti tra stato e chiesa cristiana.

Contrasto, conflitto, ma anche accordo, quando non addirittura sovrapposizione di ambiti e sfere di influenza (al cesaropapismo si contrappone il governo della chiesa sull’organizzazione sociale : la teocrazia).

Più avanti , la scissione dell’impero romano tra occidente e oriente vide la compresenza di fattori teologici, politici e economici :

La separazione della chiesa occidentale da quella orientale-ortodossa si consumò nel 1054. Il papa Leone IX, tramite il suo legato a Costantinopoli scomunicò il patriarca Michele Cerulario, venendo a sua volta da questi scomunicato. I motivi del dissidio erano antichi: dal 330, data della fondazione di Costantinopoli, la chiesa orientale aveva elaborato una visione teologica e dottrinale ( retta opinione = ortodossia) che fu accettata anche in occidente e sostanziò le posizioni dei primi concili (oggi accettati da tutti i cristiani). Ma alcune questioni amministrative intorno alla giurisdizione di alcuni territori (i balcani ) e al rapporto con il vescovo di Roma che acquistava gradualmente una dignità maggiore sulle altre chiese (la cristianità originaria era gestita collegialmente dai vescovi delle città di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Cesarea, Efeso e Roma),spinse verso la separazione. Vi furono anche altri motivi di natura teologica tra i quali spunta la questione del "filioque" (lett.: "e dal figlio" ). Si tratta di una disputa trinitaria tra gli occidentali,che recitano nel proprio credo che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio, e gli orientali, per i quali lo Spirito santo procede solo dal Padre. Oggi si tende a superare la questione del filioque che probabilmente deriva da imprecisioni di traduzione e quindi di significato dati al termine "procedere da". Certo è che se lo Spirito viene fuori solo dal Padre è più libero rispetto alla azione del Figlio come si è determinata nella vita incarnata di Gesù di Nazareth, la sua creatività risiederebbe nelle immemorabili e misteriose profondità del Padre e molto di nuovo potrebbe ancora dire.(F.Oppo.)

 

Anche la riforma protestante (e siamo saltati in avanti fino al 1500), la riforma radicale, l’anabattismo, i movimenti ereticali, svilupparono differenti concezioni del rapporto Stato – Chiesa: dal governo religioso della città (Calvino a Ginevra è il massimo esempio di assoggettamento della sfera civile a quella religiosa) al rifiuto di qualsivoglia relazione o legame tra coloro che vogliono vivere la fede cristiana con autenticità cercando di replicare l’originaria purezza delle comunità primitive.

Da qui - nel 16° secolo - nascono idee e concezioni del rapporto tra chiesa e stato che ancora oggi segnano profondamente il nostro vivere quotidiano e i rapporti politici tra gli stati.

Pensiamo alla costituzione e alla nazione americana

"La storia del popolo americano è piena di fermenti religiosi; oggi è soprattutto una religiosità civile quella che sostanzia la politica degli USA, ma le sue origini sono comunque protestanti, nella teologia del Patto (Covenant) che è il ristabilimento del patto di alleanza tra Dio e il suo popolo (e che si ricollega al patto tra il Dio biblico di Abrahamo, Isacco e Giacobbe - Israele). Il nuovo popolo del Patto è costituito dai dissidenti religiosi inglesi che andarono ad abitare nelle colonie americane dal Seicento. Sono puritani coloro che abbandonano l'Inghilterra per trasferirsi in America (di tradizione calvinista). Nelle colonie che fondarono costituiscono comunità cristiane congregazionaliste, basate sul principio della "congregatio fidelium": dove ogni comunità locale è assolutamente autonoma, elegge il pastore e amministra le tasse. Libere all'esterno perché nessuna altra organizzazione ne limitava l'operato, queste comunità erano al loro interno totalmente intolleranti (la comunità di santi non ammette deviazioni!), ed erano in generale per una scelta repubblicana nella società e nella organizzazione politica delle colonie, ma nemiche dei dissidenti interni. Fu allora che il pastore Roger Williams cominciò a contestare una serie di presupposti religiosi e civili della colonia di Boston. Stabilitosi a Rhode Island dove compra la terra agli indiani (le terre non sono degli inglesi ma dei nativi), insieme a suoi tre compagni si ribattezza e fonda una comunità battista Poi fonderà la colonia di Rhode Island di cui scriverà la costituzione, presumibilmente nel 1636 . Questa costituzione è la prima al mondo in cui il principio di libertà religiosa è posta in termini costituzionali: chiunque abiterà nella colonia, quali che siano i suoi principi religiosi sarà cittadino a pieno titolo. Egli separa la chiesa dallo stato e la comunità civile è formata molto liberamente con un patto (covenant) tra gli uomini che la fondano. Williams e i suoi hanno fondato una comunità religiosa battista e, scrivendo la costituzione della colonia hanno affermato un principio che passerà nella costituzione degli Stati Uniti un secolo e mezzo più tardi." (F.Oppo.)

 

Ma possiamo vedere come anche nelle conquiste coloniali (di nazioni cattoliche come la Spagna e il Portogallo, o protestanti come Inghilterra e Olanda) l’aspetto religioso abbia finito per diventare proprio la norma fondamentale a cui attenersi, la legge prima alla quale assoggettare i popoli e le genti.

Per superare la presenza eccessiva della e delle chiese e per ostacolare la loro influenza, si sviluppa e cresce la concezione dello stato laico. Un’idea realizzata in America dunque, ma pensata nell’Europa turbata dalle guerre di religione causate dalla divisione dovuta alla Riforma del cinquecento .

L’uscita dal conflitto sarebbe stata possibile facendo tacere i teologi di ogni parte , costruendo

"..una sovranità politica che fondasse la propria autorità e il dovere all'obbedienza non sulle convinzioni interne e religiose dei singoli o delle comunità ma sul rispetto delle norme esterne dello stato. Cioè: la religione resti pure nel cuore dell'individuo anche come valore massimo, ma l'individuo non faccia dipendere la sua obbedienza alle leggi da questo valore ultimo.

Il credente sa che i valori più forti sono quelli religiosi, ma deve convenire che per salvare la pace deve rispettare le regole di convivenza civile, le leggi, le quali non hanno certo una densità etica e un afflato assoluto che le sostenga, ma nella loro semplice esteriorità garantiscono che tutti i diversi valori ultimi possano convivere nello stesso territorio. "Silete Theologi", teologi tacete! non è un programma antireligioso ma una affermazione di pace." (F.Oppo).

Venendo a noi, la sequenza storica che ci riguarda da vicino vede , nell’ordine, dopo il periodo del Risorgimento italiano (descritto ampiamente dallo storico Giorgio Spini nei suoi numerosi testi) , il concordato del 1929, la legge sui culti ammessi, le varie vicissitudini dell’evangelismo italiano (che i più anziani potrebbero raccontare...) nella prima metà del secolo e nel dopoguerra democristiano, per giungere poi alle Intese Valdesi del 1984. Esse aprono una breccia che, in applicazione del dettato costituzionale, consentirà poi ad altre confessioni religiose una intesa con lo stato. Sulle nostre intese, siglate il 20 marzo 1993, è interessante leggere il testo dei discorsi che fecero l’allora presidente del consiglio Giuliano Amato e il pastore Franco Scaramuccia (presidente Ucebi).

Amato : " Caro pastore, cari amici, è con particolare soddisfazione che ho firmato oggi questa intesa con voi: è un impegno che avevo con me stesso molti anni prima che avessi pensato che l’avrei firmato io stesso… Il pluralismo religioso è per me un dato essenziale per un paese civile. Probabilmente quando iniziarono, alcuni decenni fa, le predicazioni battiste in questo Paese difficilmente si sarebbe pensato o sperato che alcuni anni dopo lo Stato Italiano sarebbe arrivato ad un grado di civiltà quale quello cui faticosamente siamo arrivati, che ci sta portando a riconoscere la religione come un dato spirituale di fondo della nostra civiltà e le Confessioni come organismi che della religione si occupano verso i nostri cittadini. …… una società democratica, che supera quell’esclusivismo di realtà rappresentate dai partiti politici, non cade nell’inferno dell’individualismo abbandonato a se stesso, soltanto se, ammodernandosi rispetto a quel tipo di realtà in qualche modo totalitaria degli anni trascorsi, riesce a far emergere nella loro importanza un tessuto di realtà diverse (che non nascono oggi per la verità ma ci sono sempre state). In questo, se volete, la nostra firma di oggi , oltre ad essere un adempimento ritardato di circa quaranta anni, è anche un adempimento molto attuale e che promette qualcosa ad un Paese che in fondo di qualche promessa ha bisogno."

Scaramuccia : "A nome delle chiese dell’UCEBI desidero esprimere la nostra piena soddisfazione per la firma della presente Intesa. È un ulteriore passo che la Repubblica compie nel suo cammino di libertà ed è un riconoscimento della nostra esistenza come confessione cristiana con le sue specificità. La nostra presenza sul territorio italiano è datata dal 1863 e da allora attendiamo, dopo le opposizioni e ostilità dei primi tempi fino al regime oppressivo degli anni ’50, un riconoscimento della nostra realtà. …….L’Intesa garantisce alcuni nostri principi peculiari : la pluralità dei ministeri presenti nell’ambito delle Chiese Battiste, il riconoscimento delle Chiese locali secondo la nostra logica congregazionalista, la concezione teologica tipica dei Battisti della separazione tra Stato e Chiesa. …In conformità ai principi espressi nella nostra Confessione di fede ci sentiamo richiamati ad un atteggiamento leale, ma vigile e critico, nei confronti delle istituzioni dello Stato….

Signor Presidente, vorremmo offrirle, quale parola conclusiva, un testo biblico che bene esprime lo spirito della nostra vocazione : "Perché fratelli e sorelle, voi siete stati chiamati a libertà; soltanto non fate della libertà una occasione per fare i vostri interessi, ma per mezzo dell’amore servite gli uni agli altri..(Galati 5:13)."

 

Come vediamo, dunque, c’è stato un lento e lungo lavorio, nel tempo, che tende alla affermazione del diritto all’esistenza di tutte le espressioni di fede , in uno spazio plurale, non discriminatorio, non solo tollerante ma rispettoso delle specificità, delle differenze, delle sensibilità. C’è una spinta, una tensione alla coesistenza delle fedi, alla relazione non ostativa e conflittuale tra fede e legge dello stato, ma pure una lotta terribile a chi sopraffa l’altro. Questa questione è ancora e sempre aperta. Ne sono immagine cruda i conflitti di questi anni, le missioni suicide di questi tempi.

In un tempo , che sembra ripetersi simile a sé stesso nelle sue espressioni più malefiche (odio razziale, sterminio in nome di Dio, pulizie etniche e religiose, in campo cristiano musulmano ebraico ), in un tempo dove sentiamo il grido disperato dei più deboli (come sempre le donne , i bambini, i semplici), è ancora attuale la battaglia per la salvaguardia delle esperienze di fede, per il riconoscimento degli orizzonti di senso che esse indicano, e per il miglioramento della sfera civile che non escluda o osteggi il non credente, o colui che crede diversamente da me. E’ ancora attuale ed importante per il bene comune, trovare i modi attraverso i quali la libertà individuale (compresa quella religiosa) si sposi con quella collettiva, permettendo la coesistenza della differenza e , al meglio, suscitandone il valore.

O pensiamo che le conquiste democratiche, che l’accettazione delle diversità siano acquisite una volta per tutte ?

La battaglia per la libertà di espressione è una battaglia che non mira ad opprimere e a sconfiggere chi pensa diversamente. È una tensione sempre accesa per offrire una possibilità, una strada, un percorso comune e non per portare via con la forza fedeli alle altre fedi, per plagiare coloro che non discernono e sono facili al convincimento.

Non è la competizione tra maschi per conquistare il cuore di una donna. O tra squadre di cui una sola che vincerà il torneo delle religioni. Oggi la nostra testimonianza di fede appare debole e sconfitta se predica contro, appare credibile se apre, se concorre, se accoglie, se spezza le catene dell’odio e dell’ignoranza del diverso perché non conosciuto o non consono ai parametri che mi sono costruito.

L’ecumenismo ne è un esempio significativo.

Come può essere, dunque, la nostra testimonianza di fede ?

Essa non può essere detta come contro qualcosa o qualcuno.

Nessuno può ritenersi proprietario della storia di Gesù il Cristo.

O titolare della corretta interpretazione dei suoi gesti, delle sue parole.

Ma proprio per questo, ve la voglio raccontare io. Vi voglio raccontare come mi ha incontrato.

Per questo la possiamo raccontare tutti noi. E provare a darne interpretazione, significato. Senza pretendere l’esclusiva. Senza tentare di catturare , in una sorta di abigeato religioso, le pecore che stanno altrove.

Perché l’immagine delle pecore rimanda all’idea di una stoltezza, di una incapacità di giudizio, di scelta, di pensiero, rimanda all’immagine del gregge uniforme e senza intelligenza. Perché la metafora del Cristo come pastore e guida ci piace e la accettiamo, ma in quanto alla sua chiamata, come i discepoli, rispondiamo anche con la mente oltre che con il cuore.

Possiamo raccontare ciò che è vero per noi, senza che la parzialità del nostro racconto della nostra testimonianza , renda questa verità talmente debole da farle perdere significato ?

Possiamo raccontare e testimoniare una verità che non sminuisca , per definizione , le altre ?

Se la nostra storia è unica, le altre non sono vere ?

Capite bene che il rapporto tra le religioni , oggigiorno, sta trasformando il nostro modo di dire Dio, di parlare di Gesù, sta cambiando il nostro modo di essere chiesa. Anche l’adesione come membri di chiesa è diversa da prima, avviene con meno enfasi o meno entusiasmo, forse con più sobrietà.

E le nostre chiese diminuiscono di numero e aumentano d’età media.

In altre chiese che crescono in modo significativo , penso ai testimoni di Geova o ai fenomeni dell’evangelismo più emozionale, ma pure alla denominazioni islamiche come gli Sciiti iracheni, o ai fondamentalismi ebraici e ai fanatici kamikaze palestinesi, sembra che il successo vada di pari passo con la diminuzione della capacità di ragionare, o quantomeno questa è l’impressione. Ma poi, se guardiamo anche la trave nel nostro occhio, non possiamo non vedere in loro alcuni tratti caratteristici che ci appartenevano e che non sono più come prima : la passione , l’ardore, l’entusiasmo. Il coinvolgimento, la disponibilità, la determinazione. Tutti elementi che fanno proseliti.

Il soprannome "bibbiani" un tempo affibbiato agli evangelici, oggi viene usato per i testimoni di Geova; i col portori di un tempo pionieristico oggi sono sostituiti dagli insistenti propositori di verità che bussano alle nostre porte. E si potrebbe continuare.

Una osservazione autocritica potrebbe portarci ad affermare che, quantomeno , si è affievolita la spinta evangelistica (cioè la forza con cui si annuncia l’evangelo – che è poi l’unico mandato che ha riscontri biblici importanti !! ) e che le nostre chiese, non più ostacolate e offese, si siano imborghesite e invecchino più o meno serenamente.

Soprattutto le chiese dell’Occidente (quelle che vivono nella parte ricca del mondo…) appaiono stanche e poco incisive. O forse non trovano facilmente modi e tempi della testimonianza.

Anche qui, si alternano momenti di grande apertura e di testimonianza efficace (con grande partecipazione anche numerica) a situazioni perlomeno modeste da questo punto di vista.

Tutto questo ci obbliga a riflettere sempre sul nostro modo di essere chiesa, di essere comunità, assemblea.

Il nostro rapporto con lo stato, la nostra autonomia, il contributo che diamo alla società, la capacità di consenso e decisione democratica, l’apertura alla diversità, l’accoglienza allo straniero, il rafforzamento della nostra organizzazione congregazionalista, i rapporti ecumenici.

Sono tutte questioni che abbiamo davanti. Sono tutte tematiche che si intrecciano con la testimonianza che siamo chiamati a dare al Cristo vivente.

Se può essere in qualche modo rassicurante : ognuno di noi ha un piccolo contributo da dare e un sopportabile peso da portare, poiché il Signore Gesù promette il suo sostegno, perché la comunità non è mai solo la somma dei suoi membri se lo Spirito del Signore la accompagna nel suo non facile cammino di fede.

 

Stefano Meloni
chiesabattistadicagliari.net  8 luglio 2004