Seguire Gesù è essere trasformati

Sermone di Cristina Arcidiacono di domenica 14 febbraio 2010


Mentre egli stava in piedi sulla riva del lago di Gennesaret e la folla si stringeva intorno a lui per udire la parola di Dio,
 2 Gesù vide due barche ferme a riva: da esse i pescatori erano smontati e lavavano le reti.
 3 Montato su una di quelle barche, che era di Simone, lo pregò di scostarsi un poco da terra; poi, sedutosi sulla barca, insegnava alla folla.
 4 Com' ebbe terminato di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo, e gettate le reti per pescare».
 5 Simone gli rispose: «Maestro, tutta la notte ci siamo affaticati, e non abbiamo preso nulla; però, secondo la tua parola, getterò le reti».
 6 E, fatto così, presero una tal quantità di pesci, che le reti si rompevano.
 7 Allora fecero segno ai loro compagni dell' altra barca, di venire ad aiutarli. Quelli vennero e riempirono tutt' e due le barche, tanto che affondavano.
 8 Simon Pietro, veduto ciò, si gettò ai piedi di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore».
 9 Perché spavento aveva colto lui, e tutti quelli che erano con lui, per la quantità di pesci che avevano presi,
 10 e così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Allora Gesù disse a Simone: «Non temere; d' ora in poi sarai pescatore di uomini».
 11 Ed essi, tratte le barche a terra, lasciarono ogni cosa e lo seguirono.

(Luca 5, 1-11)

 Seguire Gesù è essere trasformati. Lasciare che Cristo entri a casa mia, proprio là dove io sono padrona del mio tempo e delle mie cose,  là dove so quello che faccio, e fidarmi di uno sconosciuto. Anzi fidarmi della sua parola.
 All'inizio del suo testo Luca presenta la parola di Dio. E' la prima volta che nell'evangelo compare questo espressione, allo stesso tempo familiare e misteriosa, come il volto della persona amata o un quadro di un pittore famoso. Quando Luca parla di Parola di Dio, già sta parlando di predicazione, già ha in testa la missione degli apostoli, che dovranno seguire l'opera di Gesù. Nel capitolo 4 l'evangelista ha presentato la figura di Gesù, presentando la sua parola e le sue azioni. Qui Gesù parla come inviato. Si fa portavoce della Parola di Dio. Ma non è semplicemnte un delegato. Gesù porta la parola di Dio e nello stesso tempo è se stesso: il pubblico e il privato coincidono. La voce di Gesù non è solo un megafono, ma essa è un tutt'uno con la parla che annuncia. L aparola si è fatta carne.
La portata e la verità della parola di Dio non si possono misurare in modo oggettivo. Sono indissolubilmente legate alla relazione tra le persone, tra il Padre e il Figlio, tra Dio e i suoi figli. La parola di Dio non ci viene rivelata direttamente: essa è annunciata da qualcuno. Questo, se vogliamo è il limite e la ricchezza della predicazione. Non è una parola a sé stante, ma vive, essa è relazione. E l'elemento relazionale è per Luca costitutivo della Parola di Dio. Ecco perchè il termine “parola”, in greco si traduce a volte con parola, a volte con “azione”, fatto. Questo perchè quando la Parola risuona, essa non parla solo di una vita da sperare, ma suscita davvero, da adesso, in noi una vita nuova, pechè ciascuno e ciascuna riceva la grazia della chiamata, la responsabilità della missione, la liberazione dal peccato e la consapevolezza dei propri limiti. Per Luca, la parola di Dio è in Atti, l'annuncio della morte e resurrezione di Cristo, nel vangelo essa è identificata con la predicazione di Gesù, il luogo in cui Dio si manifesta come il Dio misericordioso e vivente.  
La parola di Dio non è solamente efficace, essa è vivente, dinamica. Luca parla molte di “crescita” della Parola. Manifesta la sua crescita nella nascita e dell'edificazione delle comunità, come racconta il libro degli Atti. La parola cresce quando raggiunge le vite degli uomini e delle donne attraverso la predicazione e le trasforma.
Gesù vide. E' così che inizia la chiamata dei discepoli. E' nell'iniziativa di Gesù, nel suo “vedere” che tutto si decide. Sale su una delle due barche, quella di S imone, si siede, come facevano i rabbi, e insegna. Gesù insegna, ma questo fa da contorno. Al centro c'è il miracolo della pesca. Pietro reagisce un po' da pescatore, un po' da discepolo. La sua reazione è a metà. In quanto pescatore, Pietro non ha niente da imparare da un suo coetaneo, uno di terra, pergiunta. Non si pesca a mezzogiorno, tantomeno dopo aver buttato le reti tutta la notte e quando l'equipaggio è stanco. “Ma sulla tua parola, getterò la rete” Quella parola che è relazione, quella parola che è azione, quella parola che non torna indietro senza aver compiuto il suo compito, trasforma Pietro in esperto pescatore in pescato. Pietro chiama Gesù, maestro, nel senso di capo, mastro. Solo che lui è sulla sua barca e non ha nessun padrone. Ed ecco il miracolo della pesca fuor di tempo, della pesca sovrabbondante. Come Gesà ha visto, così adesso è Pietro a vedere chi ha davanti. La sua reazione di paura “Allontanati da me perchè sono un peccatore” può essere letta in almeno due modi. Il primo è secondo le Scritture: davanti alla manifestazione di Dio la reazione umana è di timore: La reazione di Simone è conforme all'Antico Testamento: non si può vedere Dio e  vivere.Simone, come Mosè o Isaia, ha ricevuto la grazia di una rivelazione e di una promessa divina attraverso un miracolo. La sua risposta è l'unica buona possibile, confessare il proprio limite umano. Ma questa reazione offre un'ulteriore suggestione. Perchè non è Pietro ad allontanarsi? Forse  Gesù è ancora sulla sua barca e Pietro gli chiede di scendere, di farlo nuovamente essere padrone del suo spazio vitale, forse anche fallimentare, stentato, però familiare. Ha sempre fatto così. Gesù trasforma la vita. “Non temere”. Non temere questo cambiamento, non temere la novità. Io sono nella tua barca. A volte penserai che io stia dormendo, penserai di non farcela, di essere sola o abbandonato, ma io sono nella tua barca.  Da pescatore di pesci, sai stato chiamato ad essere pescatore di persone, vive! Attraverso una parola che è vita, relazione, movimento. Una parola che trova di volta in volta il modo di essere ascoltata, di chiamare, ma che ha bisogno di uomini e donne per essere detta, per essere vissuta.
La chiesa di Cagliari ha come simbolo una barca. La barca dell'ecumene cristiana, la barchetta trasportata dalle acque della storia, la barca chiamata a gettare le reti quando sembra non essere il tempo opportuno.
Nelle discussioni nelle chiese, per cercare modi di raggiungere le persone fuori, o di crescere all'interno, quante volte abbiamo detto: “lo abbiamo già fatto e non ha funzionato”. Una frase che assomiglia a quella di Pietro: “Ci siamo affaticati tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. La rassegnazione di Pietro e delle nostre Chiese va, però, presa sul serio perché chi si esprime in questo modo sovente ha dedicato tempo, energie e risorse alla vita della Chiesa.
Nell’associare il miracolo al compito missionario, Luca da una parte sottolinea la reale carenza iniziale, dall’altra afferma che la parola, la presenza di Gesù non solo sopperisce a tale mancanza, ma lo fa in misura eccezionale.
Se a questa considerazione associamo il fatto che i discepoli lasciano tutto per seguire Gesù, ne consegue che la centralità della persona e della parola di Gesù Cristo è il fondamento sul quale poggia la missione della Chiesa. Si tratta, però, non solo di affermare tale centralità, ma anche di lasciare tutto ciò che rischia di mettere in ombra la parola di grazia di Gesù. I pregiudizi, il desiderio di affermazione del tipo di spiritualità che si ritiene l'unica possibile.
Spesso la vita delle nostre comunità sembra atrofizzata perché non riusciamo ad uscire dal cerchio di domande che ricorrono sempre uguali. Come fare a superare la tensione tra preghiera e azione, a viverla positivamente, affindando in preghiera la nostra azione, ad esempio?
Il racconto della pesca miracolosa e del compito affidato a Pietro ci chiama non tanto a cercare qualcosa di originale, ma ad ubbidire alla richiesta di Gesù di gettare le reti. Lo abbiamo già fatto? Rifacciamolo! Possiamo certamente cercare linguaggi e modalità che siano corrispondenti alle sensibilità dei nostri contemporanei, ma non saranno queste che daranno frutto allo sforzo missionario, bensì la fiducia nella parola e nell’azione di Dio. Luca lo esprime bene nella tensione della reazione di Pietro: rassegnazione un po' compassata e slancio fiducioso “ sulla tua parola”. Perchè non è la mia parola, ma trasforma la mia vita nel momento in cui la incontro e l'annuncio: perchè non sono sola, Cristo mi spinge ad agire e non mi abbandona.
Per questo lo studio della Parola è così importante. Su quale parola, potrò gettare la mia rete se non la conosco, se non la medito, se non la interpello in preghiera? Mercoledì ricorderemo la concessione dei diritti civili ai Valdesi ad opera di Carlo Alberto nel 1848. I valdesi erano stati messi ne ghetto delle valli perchè rivendicavano la lettura e il commento, la predicazione, dunque, pubblica, di uomini e donne, e perchè rivendicavano il diritto a non possedere. Questo mi sembra importante. In un'epoca in cui la mia libertà è legata alla mia proprietà, il discepolo di Cristo sa che la libertà è legata solo al Signore, alla sua parola scatenata, che fa fare frutti fuori stagione, e gettare le reti a mezzogiorno. 
Amen