Riforma protestante

Confederazione elvetica e Strasburgo (I)

 

La Riforma a Zurigo. Ulrico Zwingli (prima parte)

Sergio Ronchi

 

PREMESSA

La scintilla luterana non è circoscritta – lo si sa –alla sola Germania, ma prosegue nel suo “furore” riformatore, con connotazioni proprie, anche e non solo su suolo elvetico, con una progressione che vede coinvolte in ordine Zurigo, Berna, Basilea e Ginevra – cronologicamente preceduta, quest’ultima, appunto, dall’Alsazia con Strasburgo.

Nelle pagine che seguono ho tentato di offrire un quadro d’insieme con le sue luci e con le sue ombre; ho abbondato, per scelta, nelle citazioni al fine di favorire così il lettore nella conoscenza – seppur parziale, va da sé – dei testi dei Riformatori; mi sono soffermato sull’ortodossia riformata (quarto capitolo), in forza della sua importanza (anche per i tempi successivi); ho fornito, nell’ultimo capitolo, una serie di schemi nel tentativo di evidenziare le peculiarità delle liturgie nell’ambito della famiglia riformata, nei suoi rami zwingliano e calvinista – sempre a favore del lettore.

Nonostante una tendenza alla cosiddetta obiettività, il primo capitolo dedicato a Zurigo tradisce un po’ di conscia “partecipazione”: Zwingli è, per certi versi, un Riformatore un po’ anomalo sia quanto a formazione culturale (teologo umanista) sia quanto alla sua teologia (estremamente “personale”) e certo non meno quanto alla sua vita (senza ombra di dubbio, il più combattivo – in tutti i sensi! – e il più politico fra tutti i Riformatori) trascorsa a periodi in campagne militari e, alla fine, consumata tragicamente sul campo di battaglia. Così, egli viene spesso guardato con un certo sospetto; rimane pur sempre un Riformatore posto sul medesimo piano degli altri, nel senso che a lui premeva soltanto il puro evangelo. Così, per meglio coglierne la “diversità” ho “frammentato” la sua biografia intrecciandola con gli eventi della “sua” Confederazione e con il suo pensiero teologico e politico – sempre pervaso, nell’essenza, dalla Scrittura.

Infine, il terzo capitolo dedicato a Ginevra si propone – fra l’altro – di rivisitare, chiarendoli, luoghi comuni, quali la cosiddetta teocrazia di Calvino (fu tutt’altro che “il despota di Ginevra”) e il suo ruolo nel “caso Serveto” – la cui vergogna mai potrà essere né cancellata né giustificata.

Spero, con tutto ciò, di aver apportato un utile contributo alla comprensione di quell’evento del XVI secolo, non temporalmente circoscritto.

 

I

LA RIFORMA A ZURIGO

ULRICO ZWINGLI

 

Il movimento riformatore trova nella Confederazione elvetica una situazione ben differente rispetto alla Germania sotto il profilo e politico e culturale.

Per difendersi dall’espansionismo degli Absburgo, la «lega perpetua» dei tre Cantoni di Schwyz, Uri e Unterwalden con il giuramento del Rürli del 1° agosto 1291 dà vita alla Confederazione Elvetica. L’amore per la libertà e per l’indipendenza fanno così della neonata Confederazione un Paese democratico che vede il potere civile di città e paesi interessarsi in modo diretto alla vita della chiesa: viene abolita la manomorta (il complesso dei beni ecclesiastici), non sono tollerate interferenze negli affari interni da parte di tribunali stranieri, la giurisdizione dei tribunali ecclesiastici è rigidamente circoscritta alle questioni spirituali. Scrive Valdo Vinay:

 

Questa vigilanza politica sulla chiesa farà sentire il suo peso nella decisione a favore della Riforma o contro di essa. I Riformatori potranno contare in certe città, come Zurigo, Berna e Basilea, sulla collaborazione dei consigli comunali che decideranno con loro d’introdurre la riforma della chiesa e le modalità e i mezzi per attuarla. In altri luoghi invece, come a Lucerna, il potere politico si dichiarerà contrario alla nuova predicazione e la renderà praticamente impossibile.

 

A questo motivo politico va ad affiancarsene uno culturale: l’Umanesimo. È un ritorno alle “fonti” classiche e alla critica filologica; è una riscoperta del greco e del latino. L’uomo torna a essere «la misura di tutte le cose» e si mette alla ricerca delle cause del reale anche – e soprattutto – nell’ambito dell’indagine teologica, perché non perde la sua duplice dimensione religiosa e cristiana. Lo conferma Francesco Petrarca: «Quando si tratta di riflettere su questioni religiose, sulle massime verità, sulla vera felicità e sulla salvezza eterna e di parlarne, non sono né ciceroniano né platonico: sono cristiano». E proprio l’Umanesimo esercita nella Svizzera una influenza superiore rispetto alla Germania centrale e settentrionale. Né si dimentichi che a Basilea operava Erasmo da Rotterdam; il quale, fra i suoi numerosi discepoli, contava un giovane prete umanista, Ulrico (Uldrych) Zwingli.

Così, alla Germania luterana va ad accostarsi la Svizzera riformata dalle peculiarità ben definite.

 

Zwingli e le vicende della “sua” Confederazione

 

 

Quando Ulrico Zwingli (1484-1531) nasce a Wildhaus (regione del Tonnenburg, nell’attuale Cantone di San Gallo), l’Impero è sotto la guida di Federico III; Carlo VIII sale sul trono di Francia e dà inizio alle sue campagne di conquista in Italia e la Confederazione Elvetica lotta già da tempo per la propria autonomia e separazione dall’Impero, raggiunta di fatto nel 1499 (ma riconosciuta giuridicamente soltanto nel 1648 con la pace di Westfalia) con la pace di Basilea a conclusione della cosiddetta guerra sveva svoltasi lungo il Reno (dal Vorarlberg fino al Sundgau).

Il sedicenne Zwingli – molto attento alla storia patria (la prima figura che incontra è quella leggendaria di Guglielmo Tell) – vive proprio quegli eventi bellici e in seguito lo troviamo coinvolto come cappellano delle truppe svizzere nelle guerre francesi per la conquista di Milano: a Pavia (1512), a Novara (1513) e a Marignano (1515 [l’odierna Melegnano]). Tocca così con mano la “questione mercenaria”: vede l’arricchimento dei mediatori e l’abbrutimento dei soldati.

 

Contro il mercenariato. Il suo «patriottismo elvetico» lo spinge a condannare tale lucroso commercio di uomini: deve salvaguardare la spiritualità e la moralità della sua amata Confederazione, profondamente convinto che «[…] la pace tra i popoli può nascere solo da una fede comune in Gesù Cristo». Nell’agosto 1521 il Consiglio comunale di Zurigo, nonostante decisioni contrarie precedenti, cede alle pressioni del legato pontificio Ennio Filonardi e del cardinale Schiner e vota a favore dell’invio di truppe svizzere a difesa dello Stato Pontificio. Zwingli tuona dal pulpito della Duomo: «Giustamente i cardinali portano cappelli e cappe purpuree: se li scuoti cadono ducati e corone, se li torci sprizzano il sangue di tuo figlio, di tuo padre, di tuo fratello, del tuo amico». Comincia a manifestarsi, a macchia d’olio, una forte insofferenza popolare contro il servizio mercenario, soprattutto quando i mercenari di Francesco I subirono una pesante sconfitta militare (battaglia della Bicocca, 1522) da parte delle truppe pontificie e imperiali. L’alleanza con i francesi andava ridiscussa insieme alla questione del mercenariato. In quello stesso anno (18 maggio) viene convocata d’urgenza l’Assemblea municipale. L’occasione è, per Zwingli, più che propizia. In tre giorni redige uno dei suoi primi testi dati alla stampa, Una divina esortazione ai confederati di Schwytz. Qui, in uno dei «Cantoni della foresta», il futuro Riformatore di Zurigo contava amici e simpatizzanti della nuova predicazione evangelica; nei pressi sorgeva l’abbazia di Einsiedeln, presso cui per alcuni anni (1516-1518) svolse il ministerio sacerdotale. I primi a leggere il testo sono proprio quelli di Schwytz. In queste dense e forti pagine Zwingli invita con passione a mantenere l’unità nazionale ma anche, nel contempo, a condannare il servizio mercenario; esorta a liberarsi dal dominio straniero, demolisce l’ideologia della guerra e sottolinea con energia la fede in Gesù Cristo.

Lo scritto si apre con l’intestazione: «Ai pii, onorevoli, venerandi confederati di Schwytz, io Ulrico Zwingli, un semplice predicatore dell’evangelo di Gesù Cristo, offro il mio servizio obbediente ed il mio affetto in Cristo». Egli ricorda:

 

[…] i nostri padri non hanno ucciso per denaro, ma hanno combattuto unicamente per la libertà, affinché né essi, né le mogli, né i figli fossero sottoposti miseramente ai soprusi della proterva nobiltà. Una tale libertà è accettevole a Dio che l’ha provato conducendo i figli d’Israele fuori d’Egitto dov’erano trattati spietatamente e ignominiosamente dagli Egiziani e dal loro re.

 

Poi, accusa:

 

Ora, invece, abbiamo cominciato a provare compiacimento di noi stessi e stimarci capaci di quello che appartiene solo a Dio, come purtroppo avviene spesso ad ogni uomo. […] Purtroppo è da tempo ormai che parecchi di noi, in modo inconsiderato e dimentichi di se stessi e di Dio, si sono lasciati condurre dai propri desideri, sicché il diavolo, il nemico d’ogni giusto, ha fatto rizzare il serpente, come al principio della creazione, che nel nostro tempo sono i signori stranieri, per parlarci così: «O uomini forti e prodi non restate sul vostro suolo e sui vostri monti. Che ve ne fate di questa terra scabra? Arricchitevi al nostro soldo; vi frutterà fama e beni, e la vostra forza sarà nota e temuta dagli uomini».

 

Il piacere del denaro ha portato danni morali e materiali, corruzione e rilassatezza dei costumi e, in più, semina divisione tra i confederati. Solo con una vita sobria essi saranno in grado di difendere la propria libertà, ricevuta dagli antenati. La guerra, dunque, va ripudiata senza titubanza perché «[…] facendo la guerra l’uomo pecca grandemente contro Dio e non è più in grado di progredire, ma può solo attirare su di sé l’ira di Dio, accompagnata da una cospicua dose di infamia, sciagura e ignominia». E il denaro acceca, impedendo di capire quanto grave sia «[…] la perdita della nostra stessa carne e sangue e pensiamo solo a servire i signori […]». Ne viene danneggiata anche l’amministrazione della cosa pubblica: «[essa] è tenuta in poco conto, sicché cresce la disobbedienza e non si dà più alcun valore all’autorità. […] In conclusione: la guerra e il denaro dei signori stranieri sono una scuola di ogni vizio e una madre che alla vecchiaia non ci partorisce altro (se sopravviviamo) che cattive coscienze». Accorato è l’appello che Zwingli rivolge ai «[…] cari e onorevoli abitanti di Schwytz […]»; è un appello rivolto loro «[…] per la passione e la redenzione di Gesù Cristo nostro Signore […]», nel cui nome egli esorta: «[…] guardatevi dal denaro dei signori stranieri perché ci distruggerà. Fatelo, mentre è ancora possibile». Quindi, una sola cosa resta da fare: invocare Dio in preghiera, affinché esaudisca e conduca al ravvedimento; e invocarlo con fervore: solo così «[…] egli ci donerà di buon grado senno e la ragione e ci convertirà dal male al bene. Questo fa Dio. Amen». Il testo si chiude con queste parole di avvertimento: «Guardati, o Schwitz, dai signori stranieri; è al disonore che essi ti conducono».

La sua avversione nei confronti del mercenariato si coniuga con quella contro la contaminazione fra chiesa e politica («[è] abominevole il militarismo papale») ed entrambe trovano già espressione in un poemetto cristiano composto sei anni prima, Il labirinto. Si tratta di «[…] una poesia didascalica cristiana in cui il papa non appare più come pastore ma come leone cieco da un occhio e con gli occhiali».

 

Zwingli chiama alle armi contro i cattolici. Nonostante tutto ciò, Zwingli è – e rimane – uno svizzero patriota e uno svizzero che vuole rinnovare e unificare il suolo natio con la forza dell’evangelo e, se la causa lo richiede, anche con vie belliche. Così, di fronte al costituirsi a Waldshut (presso Baden) di una «Unione cristiana» (22 aprile 1529) promossa dai cinque Cantoni cattolici (Lucerna, Uri, Schwyz, Unterwalden e Zug), alleatisi con l’Austria, Zwingli considera necessario un intervento militare per una controffensiva protestante. Del resto, la situazione religiosa comincia ormai a tradire intolleranza e violenze inarrestabili: si registrano episodi di pastori arsi vivi e, per rappresaglia, di monasteri invasi e distrutti; né la predicazione contro-riformata si placa. Convinto che la repressione della Riforma si estenderà a tutta la Svizzera partendo dall’Impero, Zwingli si attiva per raccogliere intorno a sé i cinque Cantoni protestanti e le più vicine città tedesche mentre – nel frattempo – Filippo d’Assia con Giovanni di Sassonia sta cercando di creare un blocco confessionale contrapposto a quello cattolico (la futura Lega di Smalcalda, dicembre 1530-marzo 1531) nel quale vorrebbe avere anche lui. È la mobilitazione generale (5 giugno): Zwingli stesso ha preparato l’offensiva militare fin nei minimi dettagli operativi.

Così, alabarda in spalla, si mette alla guida di circa quattromila zurighesi alla volta di Kappel (fra Zurigo e Zug) Ma le cose, messo piede nel nemico Cantone di Zug, cambiano: senza consultare Zwingli, Hans Aebli, governatore di Glarona, aveva trattato con il nemico. I rispettivi alleati (l’Austria per i cattolici e Berna per Zurigo) si ritirano; il peggio non si verifica e i soldati di entrambi gli schieramenti siglano la pace: gli avversari cattolici offrono agli avversari protestanti un mastello di latte nel quale questi ultimi intingono il pane. Zwingli è costernato e viene costretto dagli alleati a frenare la propria intransigenza. «I suoi alleati» scrive Émile Léonard «lo obbligarono a concludere, il 26 giugno, un accordo che vietava le persecuzioni religiose, lo scioglimento del patto di Waldshute il pagamento da parte dei cantoni cattolici di una indennità di guerra a Zurigo e a Berna». È la prima pace di Kappel.

La situazione politico-religiosa è, comunque, fluida e il pericolo di una guerra di religione voluta da Zwingli non è, quindi, sventato. Questi è fortemente preoccupato: i cattolici tramano ancora una volta con l’Austria, l’imperatore Carlo V convoca una Dieta ad Augusta (21 gennaio1530) e chiede ai protestanti una confessione di fede. I luterani compilano la Confessione augustana e Zwingli invia la propria quale iniziativa autonoma (gli Svizzeri, infatti, non erano stati invitati, a differenza delle sole città della Germania meridionale: Costanza, Mühlhausen e Strasburgo), Apologia della fede, che viene respinta. Zwingli si rifiuta così di aderire alla Lega di Smalcalda (febbraio 1531). Mette in atto anche il tentativo di costituire una lega antiabsburgica (turchi, Venezia e Francia compresi); sarà un fallimento. Inoltre, cominciano a prendere consistenza dissidi fra Zurigo e l’alleato bernese, che alla fine si rivelarono fatali, e diventa vieppiù concreto il pericolo rappresentato dai cinque Cantoni cattolici. «Noi non desideriamo una guerra con i cantoni cattolici,» scrive il 25 gennaio 1531 «ma vogliamo salvare quelli che, senza il nostro intervento,sarebbero perduti per noi e per essi stessi». L’intervento unilaterale bellico è ormai deciso. Berna si dissocia e altrettanto il protestantesimo svizzero. Zwingli rassegna le dimissioni dal suo ministerio presso il Duomo (26 luglio), ma il Consiglio cittadino le respinge; in ogni caso, la sua posizione di forza di un tempo va indebolendosi. La situazione precipita: i Cantoni cattolici radunano le proprie truppe a Zug (4 ottobre), dichiarano guerra a Zurigo (9 ottobre) e si dirigono verso Kappel (11 ottobre). I zurighesi sono stanchi di guerre e dei danni indotti dal divieto di commercio con i Cantoni cattolici;per cui, Zwingli potrà contare su un numero di soldati inferiore a quello preventivato (settecento uomini contro i quattromila sperati). Zwingli parte come cappellano, ma sarà costretto a impugnare la spada e con la spada in pugno, combattendo, morirà. Gravemente ferito, viene ucciso perché non riconosciuto; poi, però, il giorno successivo, il suo cadavere viene squartato, fatto a pezzi e bruciato e le ceneri vengono sparse al vento mischiate a sterco di porco affinché non venissero onorate.

L’intero mondo protestante, da Lutero a Calvino, stigmatizza (dopo averlo lasciato solo) la fine di Zwingli. Lutero ha parole dure, sprezzanti e ingiuste: «“Zwingli ha avuto la morte di un assassino” e “Zwingli ha minacciato con la spada; ha avuto la mercede che si meritava: se Dio l’ha ricevuto nella sua grazia, avrà fatto una eccezione alla regola indicata dalla sua Parola”».

Scrive a ragione Fritz Schmidt-Clausing:

 

Un capitolo su «Zwingli evangelico» non può essere scritto. Fu suo destino rimanere «protestante» nel senso proprio del termine fino alla fine tragica della sua vita. Gli fu negato di essere evangelico in serena tranquillità, anzi, morì da protestante di una Riforma ancora incompiuta.

 

Zwingli e Zurigo

 

 

Per un decennio (1506-1516) Zwingli svolge il proprio lavoro pastorale come parroco di Glarona; poi, nel novembre 1516 si trasferisce nel convento di Einsiedeln; vi rimarrà due anni (1516-1518). Qui, comincia a trapelare dalla sua predicazione un atteggiamento criticonei confronti e della tradizione cattolica (a esempio: violerà, come nella sede pastorale precedente, il voto del celibato) e dell’istituto papale, anche se non si scuote a seguito dell’evento di Wittenberg (31 ottobre 1517) e pur essendo al corrente, probabilmente, delle novantacinque tesi luterane. Non è ancora sospetto all’autorità gerarchica, ma il futuro Riformatore è già in nuce. La sua tendenza teologica del periodo è di matrice erasmiana nell’approccio alla Bibbia. Nel giugno-luglio 1517 va in pellegrinaggio ad Aquisgrana, però guarda con sospetto alla superstizione dei pellegrini e, di conseguenza, cerca di occuparsi di questioni squisitamente religiose. Scrive, infatti, nella sua Spiegazione e fondamento delle conclusioni, o tesi (1523):

 

Nel 1516, prima che si sentisse parlare di Lutero dalle nostre parti, incominciai a predicare l’Evangelo di Cristo e non salivo mai sul pulpito senza cercare di spiegare, in base alla sola Scrittura, le parole del Vangelo che si leggevano nella messa del giorno.

 

Nel 1517 dovrebbe essere trasferito a Winterthur, ma rifiuta e, nel 1519, inizierà il proprio ufficio a Zurigo quale parroco del Duomo (Großmünster). Fin dalla sua prima predica (sul vangelo di Matteo) decide di non attenersi più alla semplice spiegazione del testo biblico indicato dal lezionario, ma tratta l’intero libro (lectio continua). Con tale innovazione egli da un lato si attiene a una antica tradizione inaugurata da Agostino e, dall’altro, si propone finalità pedagogico-didattiche: i fedeli possono finalmente accedere alla Sacra Scrittura nella loro propria lingua. Zwingli è convinto, infatti, che soltanto una conoscenza diretta della parola biblica possa riformare le proprie vite individuali, la chiesa, la società. Arrivano le prime critiche dal canonico del Duomo. Zwingli procede lungo la direzione tracciata e non si avvale mai di uno schema scritto per non far perdere immediatezza alla propria predicazione. A ciò va ad aggiungersi il problema delle indulgenze: il francescano Bernardin Samson non riesce a vendere le indulgenze a Zurigo sia a causa della predicazione di Zwingli sia per il divieto opposto dal Consiglio maggiore. Infatti, molti, in seno a esso,ormai già da tempo mal tolleravano la corruzione romana. Su questo, Zwingli può contare inoltre sul pieno appoggio del vescovo di Costanza. Comunque, i suoi primi nemici cominciano a farsi sentire; egli, però, non si impressiona. Anzi, fa da eco a Lutero diffondendone gli scritti (a lui chiederà un centinaio di copie del suo commento al Padre nostro da vendere in città e nelle campagne zurighesi).

Nel 1519 Zurigo è colpita dalla peste e Zwingli è in punto di morte. Si salverà, ma tale esperienza solca in profondità la sua coscienza: è l’inizio di una crisi spirituale anche se le sue posizioni teologiche cominciano a non essere più umanistico-erasmiane senza per questo diventare già riformate: scrive il cosiddetto Inno della peste, dalle cui parole non traspare punto la teologia della croce di Paolo (permane ancora, fra l’altro, il concetto di merito), ma certo un fede teocentrica ben marcata. I suoi intenti di Riforma si cominciano a intravvedere intorno alla seconda metà del 1520, non sulle tracce di Lutero e attraverso un intenso e fecondo studio di Paolo e di Agostino: scompare l’idea di merito e compare quella di salvezza per grazia, le Scritture sono comprese come sovrana parola di Dio e la fede è fiducia radicale nella sua misericordia.

Il 1520 è, infatti, un anno decisivo per la Riforma: Lutero dà pubblicamente alle fiamme la bolla di scomunica insieme al Diritto canonico, mentre Zwingli – con un atto meno eclatante, ma altrettanto radicale – rifiuta la rendita papale (dodici fiorini annui, percepiti a partire dal 1506, durante il periodo di Glarona). La rottura con Roma è consumata.

La Zurigo del tempo è una cittadina di circa settemila abitanti (dintorni compresi) amministrata da due Sindaci e da due Consigli: il Gran Consiglio (duecento membri), cui spettavano le decisioni politico-religioso-morali, e il Piccolo Consiglio (quarantotto membri), con ruolo amministrativo; i Sindaci ne presiedevano le sedute a turno. Il Consiglio sarà sempre presente e accanto e dietro alle decisioni di Zwingli. Ciò, perché nella sua concezione teologica e politica chiesa e città vanno a identificarsi: un cristiano deve essere un buon cittadino e viceversa; lo stesso vale per gli amministratori, per i magistrati, per quanti hanno responsabilità politiche nei confronti dell’intera collettività. La concezione medievale del corpo sociale come una unità nella quale coesistono due popoli differenti, quello dei chierici e quello dei laici, con la Riforma viene a cadere definitivamente: il corpo sociale acquista saldezza e la distinzione fra comunità cristiana e comunità civile perde di senso, viene annullata. Tale concezione in Zwingli è indubbiamente più accentuatain termini radicali e conseguenti rispetto agli altri Riformatori, Lutero in particolare. Così egli si esprime nel Commentario sulla vera e falsa religione (1525):

 

In che cosa consiste dunque la differenza tra la vita della chiesa cristiana, in quanto esteriormente visibile, e la vita dello Stato? Non ve n’è alcuna, Stato e chiesa esigono la stessa cosa.

 

O, ancora, nella Confutazione dei raggiri degli anabattisti (1527):

 

Il regno di Cristo non si divide quando un cristiano ricopre la carica di magistrato, anzi si instaura e unisce.

 

Pure nella Epistola al lettore a introduzione alla Spiegazione del profeta Geremia (1531):

 

[…] un cristiano non è altro che un cittadino fedele e buono, una città cristiana non è altro che una chiesa cristiana. […] Che dunque? La chiesa e la repubblica non sono forse costituite di spirito e corpo come l’uomo di carne e anima? Infatti, come le innumerevoli piccole parti del corpo umano sono collegate e conservate mediante un unico spirito, così pure chiesa e popolo si fondono mediante un unico spirito in un unico animo e un’unica mente, e quindi in un unico corpo, per quanto grande esso possa essere.

 

Bisogna comunque precisare che tale processo di saldatura della società a Zurigo era già in corso prima del processo riformatore zwingliano: il Consiglio regolava, di norma, le questioni di natura ecclesiastica quale aspetto dell’amministrazione della cosa pubblica. E lo faceva in autonomia. Può rivelarsi indicativo il fatto che

 

[…] l’autorità civile di Zurigo respinse il Consiglio di Zwingli di rinunciare, in quanto istanza statale, al diritto(che essa rivendicava ed esercitava) di pronunciarsi sulla esecuzione o meno della messa al bando di un cittadino da parte dell’autorità ecclesiastica […] svolgendo così in proprio anche questo aspetto della giurisdizione ecclesiastica.

 

Il pensiero politico di Zwingli

 

 

I primi mesi del 1523 Zurigo è scossa da fermenti sociali, che potevano sfociare in una vera e propria guerra civile. Già nel gennaio 1522 il Consiglio aveva deciso di abolire il servizio mercenario, suscitando il conseguente malumore da parte di un gruppo di cittadini abbienti, che variamente ne beneficiavano;e ora, a quella decisione vanno ad assommarsi, in un crescendo, le proteste dei contadini che si rifiutano di continuare a pagare le decime ecclesiastiche. Il pastore di Höng, Simon Stumpf, li incoraggiava in tal senso; lo stesso faceva il pastore di Wytikon, Wilhelm Reubli. Così, nel marzo 1523, parte degli abitanti di questo villaggio avanza richiesta di esenzione dal pagamento della decima al fine di retribuire il proprio pastore. In più, nelle campagne zurighesi andava diffondendosi la predicazione di una riforma moral-religiosa del clero portata avanti dal libraio Andrea Castelberg. Vanno anche formandosi raggruppamenti pubblici, del tutto intenzionati a organizzarsi in vista di una azione comune. E il 22 giugno di quello stesso anno le rappresentanze di sei villaggi (fra cui anche Wytikon) rivolgono al Consiglio una petizione nella quale si sostiene – fra l’altro – che le decime sono fonte di abusi da parte del clero e che, pertanto, esso deve intervenire in favore dei propri sudditi vessati. Ciò non poteva non suonare a severa critica palese dell’autorità del Consiglio stesso e, di conseguenza, a potenziale minaccia dell’unità politico-religiosa di Zurigo. Così, l’autorità cittadina risponde con prontezza varando delle riforme già a partire dal mese di settembre: si costituisce beneficiario di quella imposta ecclesiastica e, nel contempo rassicura i Cantoni di Berna e di Soletta circa il fondamento scritturale della predicazione zwingliana e l’ordine cittadino contro illazioni fatte circolare dai cinque Cantoni cattolici, secondo cui essa era causa di instabilità sociale. In questo contesto, il 24 giugno Zwingli – ispiratore egli stesso della posizione del Consiglio – predica su «La giustizia divina e la giustizia umana». Il sermone sarà dato alle stampe il successivo 30 luglio con il titolo Della giustizia divina e della giustizia umana. Del loro reciproco rapporto.

Fin dal sottotitolo si può evincere come Zwingli intenda evitare ogni possibile fraintendimento: entrambe le giustizie, esercitate in due ambiti di potere, non rimandano – conformemente al pensiero politico medievale (le varie teorie quali quelle dei due lumi e delle due spade) – a due realtà distinte. Piuttosto, esse sono la duplice espressione della signoria di Dio sul mondo: la giustizia umana è imperfetta e non rende l’uomo giusto; per cui, necessita di quella divina, che sola può donare la salvezza all’uomo. Esse, dunque, vivono in un condizionante rapporto di mutualità: la prima è finalizzata all’amministrazione della giustizia per far vivere gli uomini in pace fra loro; la seconda – cui la prima rimanda come proprio compimento – esorta gli uomini all’amore del prossimo.

Le due giustizie si compenetrano; un concetto, questo, che può essere capito se si hanno le idee chiare in merito all’essenza della giustizia divina:

 

Dio è giusto non solo perché rende a ciascuno il suo, secondo la definizione che gli uomini hanno dato della giustizia. […] Egli è giusto perché è la fonte purissima dell’innocenza, della pietà, della giustizia e del bene. Egli è l’essenza stessa della giustizia, della pietà e del bene, cosicché non esiste alcuna cosa pia, giusta e buona che non venga da lui. […] Questa giustizia di Dio, limpida, pura, senza mistura, la contempliamo proprio nella sua parola. […] La giustizia divina è così limpida e bella in se stessa che ci invita a essere come lei. […] Ora i precetti di Dio non vanno intesi come consigli, come affermano i papisti, ma, per l’appunto, come comandamenti, come ciò che Dio esige da noi.

 

In altre parole: l’uomo deve saper perdonare, perché questa è la volontà di Dio; non deve nemmeno uccidere né adirarsi né andare in giudizio né commettere adulterio né giurare né rubare; deve dividere i propri beni con gli altri e operare il bene. Insomma, deve attenersi a un vivere secondo giustizia. Sono le leggi dell’uomo, allora, a regolare il vivere civile; e queste leggi riguardano l’«uomo esteriore», mentre le altre leggi su enumerate concernono l’«uomo interiore»:

 

Nessuno può adempiere queste leggi e quindi nessuno è giusto eccetto Dio solo e colui che, per la grazia, di cui Cristo è il pegno, è giustificato mediante la fede. […]

Secondo la giustizia divina siamo tutti scellerati […] [Dio] ci condona a motivo del suo figliuolo, se crediamo fermamente che questi, per misericordia verso di noi, è morto e ha pagato i nostri debiti.

Secondo la giustizia umana siamo spesso riconosciuti giusti anche se, in realtà, per Dio siamo degli scellerati. Quanto a colui che, oltre ad essere uno scellerato secondo il giudizio di Dio, si comporta anche notoriamente da scellerato ed è riconosciuto come tale dalla giustizia umana, quello sarà rimesso all’istanza che condanna il trasgressore: l’autorità o il giudice.

Ecco, io chiamo questa giustizia umana una misera, debole giustizia in quanto si può essere considerati giusti dagli uomini senza esserlo dinanzi a Dio, poiché dinanzi a lui, nessuno è giusto.

 

Dio chiede all’uomo di amare il prossimo e, quindi, di comportarsi di conseguenza. L’uomo, dunque, non deve praticare la vendetta ma il perdono; in caso contrario, distruggerebbe la civile convivenza, metterebbe in pericolo la pace nel consesso umano. A tal fine, egli ha istituito magistrati e giudici:

 

Se eludessimo anche la nostra misera giustizia umana come abbiamo eluso la divina, la vita associata degli uomini non sarebbe dissimile da quella degli animali irragionevoli: il più forte sarebbe il migliore. Per questo motivo i giudici e i magistrati sono servitori di Dio […]. Chi non obbedisce alla loro giustizia agisce contro Dio sia dal punto di vista spirituale che da quello materiale […]. D’altra parte, chi vive in maniera irreprensibile non per questo è giusto dinanzi a Dio; si mette soltanto al riparo dalla morte e dalla punizione.

 

Allora, bisogna essere sottomessi ai magistrati. Essi, però, d’altro canto, mai devono dimenticare di essere anch’essi al servizio di Dio e, pertanto, si ricordino che «la Scrittura proferisce severe minacce contro le autorità che affliggono o puniscono degli innocenti» e che essi non dispongono «[…] della parola di Dio e della libertà cristiana come dei beni temporali». I magistrati devono permettere e non devono impedire la libera predicazione della parola di Dio:il loro potere non è esteso alle coscienze dei cristiani che governano. Stiano dunque attenti a non andare contro la parola di Dio, contro tutto ciò che essa prescrive:

 

[…] sia lungi da voi, pii magistrati, l’idea di cimentarvi con Dio in qualsiasi modo. Sarebbe una presunzione troppo grande, e andreste a cacciarvi in un vicolo cieco. Poiché è più facile all’uomo tirar giù il cielo che estirpare la consolante parola di Dio. Il cielo e la terra passeranno, ma la parola di Dio non passerà, Matteo 24 [v. 35]. Perciò l’autorità non deve contrastarla, altrimenti la parola stessa la schiaccerà.

 

Alcune pagine sono dedicate alla questione delle decime: esse vanno pagate sino a quando le autorità lo richiederanno. E chi contravviene

 

[…] resiste all’autorità e chi resiste all’autorità resiste a Dio […] D’altra parte, spetta all’autorità vigilare attentamente affinché non si verifichino degli abusi con le decime e, se questo avviene, di correggerli. In breve, se l’autorità non punisce i misfatti, non è onesta. Pertanto non deve lasciarsi trarre in inganno da nessuno. Del resto è risaputo: quando si vede che l’abuso perdura, alla fine si trova il modo di sopprimerlo; e ciò avviene piuttosto mediante tumulti e disordini che con matura riflessione. Sono disposto a provare questa opinione con la Scrittura.

 

In definitiva, noi uomini veniamo corretti da Dio mediante la sua parola e l’autorità secolare a causa della nostra naturale malvagità, del nostro egoismo e cupidigia generatori di atti di violenza; in ultimo, del peccato nel quale siamo stati concepiti. Allora, concludendo:

 

[…] la parola di Dio deve regnare sugli uomini; deve essere loro prescritta, annunziata, esposta e spiegata fedelmente. Il nostro compito è di osservarla e, nella nostra impotenza, ci aiuta solo la grazia di Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo ecc. […] [Dio] ha istituito altresì dei sorveglianti per vigilare attentamente che non sia strappato anche l’ultimo lembo della misera giustizia umana. Questi sorveglianti sono l’autorità costituita che altro non è che quella che porta la spada, cioè quella che chiamiamo autorità secolare, il cui ufficio consiste nell’amministrare ogni cosa secondo la volontà di Dio e, qualora ciò non sia possibile, secondo il comandamento di Dio.

 

Zwingli, il Riformatore di Zurigo

 

 

La Riforma zwingliana a Zurigo si svolge nell’arco temporale compreso fra il 1522 e il 1525.

Fino al 1522 Zwingli celebra la messa e, ovviamente, rimane prete; nella sua predicazione, però, sono contenuti i germi di un rapporto fra Chiesa e Stato del tutto nuovo, che andrà a sfociare nella Chiesa di Stato.

Il vescovo di Costanza minacciava Zwingli di scomunica, perché conviveva con la figlia di un oste, vedova di un nobile di Knonau; ma per lui si trattava di una questione meramente personale. E gli risponde: «Gli scandali di cui soffre la Chiesa hanno come origine i suoi stessi capi». La Dieta federale riunita a Lucerna (maggio 1522), d’altro canto, si era pronunciata a favore del matrimonio dei preti. Circa la dottrina, invece, ai suoi avversari replica: «L’eretico è colui che interpreta i Libri SANti secondo il proprio talento e non secondo quello del Cristo». Il Consiglio, invece, vede con favore la Riforma dai contorni zwingliani. E così Zwingli si rivolge allo Stato: le decisioni del Consiglio sono, in realtà, decisioni dello stesso Zwingli.

Si cerca di fermarlo in ogni modo, tanto più che egli veniva già soprannominato con terrore «luterano» (e di Lutero – fra l’altro –aveva appunto letto La libertà del cristiano). Infatti, il timore era che seguisse le orme del Riformatore di Wittenberg, al quale – del resto – veniva già omologato e considerato un suo discepolo. Né mancavano altri epiteti, quali «banditore di nuovi dogmi» o «corruttore della gioventù»; inoltre, il papa stesso, il tedesco Adriano VI, aveva ventilato l’ipotesi di offrirgli la porpora cardinalizia. Zwingli non si ferma; va avanti appoggiato dal Consiglio: il 10 ottobre 1522 egli rende nota dal pulpito la rinuncia al suo ufficio di prete secolare e il Consiglio crea appositamente per lui «[…] il posto di predicatore evangelico del Duomo. Fu dunque il Consiglio a staccare Zwingli dal clero cattolico ed a creare per lui il primo posto di pastore evangelico».

La predicazione di questo pastore evangelico influenza le decisioni del Capitolo del Duomo (il tributo per il Salve regina non è più obbligatorio e i proventi vengono destinati alle opere sociali cittadine; la preghiera del Coro viene semplificata) non meno di quelle del Consiglio (per esempio, sul servizio mercenario o sull’assistenza sociale); permea, condizionandola, l’intera vita cittadina e tale messaggio viene recepito con nettezza, senza equivoci; Così, il primo giorno di Quaresima di quell’anno a casa del tipografo Christoph Froschauer (editore, nel 1524, del Nuovo Testamento nella traduzione di Lutero oltreché delle principali opere di Zwingli) si mangia carne. Solo uno dei presenti se ne astiene; è, comunque, una presenza autorevole che suonava ad avallo di quella espressione della libertà del cristiano: è Zwingli. Questi, il 29 marzo, pronuncia una predica importante, il primo scritto riformatore di Zwingli: Della scelta e libertà dei cibi. È la proclamazione, senza remore, della libertà del cristiano. Scrive Zwingli:

 

Che cosa dovevo fare io in simili circostanze, quando mi sono state affidate la cura delle anime e la predicazione dell’Evangelo, se non indagare a fondo la Sacra Scrittura e farla risplendere come una luce in queste tenebre, affinché nessuno offenda per ignoranza il suo prossimo e se ne debba in seguito pentire amaramente?

[…] Scrive ancora Paolo, Col. I [1,16]: «Nessuno vi giudichi quanto al mangiare o al bere o a causa delle feste […]»; ascolta bene: nessuno deve considerarsi malvagio quanto al cibo o al bere […] E se a qualcuno piace lo sterco lo mangi pure […].

[…] Ho citato fin qui, e a sufficienza, numerosi passi della Scrittura per dimostrare come al cristiano sia lecito mangiare ogni sorta di cibo.

In breve: digiuni volentieri? Digiuna. Non vuoi mangiare carne? Non mangiarla. Ma lascia al cristiano la sua libertà. Lo Spirito impone alla tua fede il digiuno? Digiuna, ma concedi al tuo prossimo di far uso della libertà del cristiano […].

 

Le prescrizioni ecclesiastiche, però, hanno la valenza di leggi civili; così, tutti i partecipanti a quel “sacrilegio” sono chiamati a deporre davanti al giudice. Il vescovo di Costanza entra in azione e invia a Zurigo una commissione di tre membri, affinché la questione venga dibattuta presso il Piccolo Consiglio, a lui non favorevole all’unanimità a differenza del Consiglio. Ma Zwingli sventa la manovra. E il 9 aprile, in sede di Consiglio, fa delle asserzioni di fede estremamente importanti proprio in senso riformato. Sostiene due cose: Cristo è non già Pietro (dunque, il papa) è il fondamento della Chiesa; la salvezza è frutto esclusivo della fede nel Signore risorto (rifiuto della teologia delle buone opere, delle opere meritorie). In altre parole: la sua ecclesiologia è già riformata ed egli fa suoi i principî-cardine della Riforma del solus Christus e del sola fide. In più, sette giorni dopo per i tipi di Froschauer vede la luce la versione rielaborata definitiva della predica di Zwingli sul digiuno.

La città è in fermento, si divide in fazioni pro o contro la sua predicazione; Zwingli si difende dal pulpito contro le accuse di disonorare la vergine Maria, «madre di Dio»; nella chiesa degli agostiniani il priore, durante la funzione, viene interrotto da Leo Jud – pastore della chiesa di S. Pietro a Zurigo, docente di greco e amico e collaboratore di Zwingli – quasi rasentando la rissa; il parroco di Fislisbach, seguace della nuova fede, viene arrestato. Bisogna, allora, mettere ordine, fissare cioè i principî fondanti l’autentica predicazione evangelica, il fondamento scritturale. Così, molto probabilmente sollecitato dal «vescovo e pastore di questa città di Zurigo», come Zwingli stesso amava definirsi, il Consiglio convoca una disputa pubblica. È la prima e la più importante delle tre dispute dottrinali che si svolgeranno fra il 1523 e il 1524 e che potrebbero essere definite «i certificati di nascita della chiesa riformata di Zurigo».

 

La prima disputa di Zurigo. Il Consiglio è obbligato, ora, a occuparsi di teologia “pura”: dovrà stabilire la linea di demarcazione fra eresia e fedeltà evangelica nella predicazione dei suoi pastori. Il 29 gennaio 1523 oltre seicento persone (di cui quattrocento membri del clero) prendono parte a un dibattito in lingua tedesca (non in latino, non trattandosi di una disputa accademica); sarà un incontro altamente partecipato, che finirà per focalizzare l’attenzione sui due protagonisti principali: Ulrico Zwingli da un lato e Giovanni Faber, vicario generale di Costanza capo della delegazione vescovile, dall’altro. Qui, non è in questione il principio scritturale: esso era già stato imposto da Zwingli nella sua predicazione e, in particolare, in dibattiti precedenti – per esempio, quello del 21 luglio 1522 fra lui e i frati zurighesi. Adesso si tratta di riconoscere ufficialmente nella Bibbia l’unico fondamento della predicazione. Infatti, si legge nella Convocazione della disputa da parte del Consiglio che

 

da un bel po’ di tempo è sorta grande discordia e divisione fra coloro che dal pulpito predicano la parola di Dio alla gente comune; fra questi alcuni ritengono di aver predicato fedelmente e integralmente l’evangelo, altri invece protestano, accusandoli di non agire in modo corretto e pertinente. […]

[…] Noi ascolteremo con attenzione, insieme a quei dotti di cui riterremo opportuna la presenza. E, attenendoci a quello che rivelano la sacra Scrittura e la verità, consentiremo a ciascuno di tornarsene a casa ingiungendo ad una parte di desistere dal proprio modo di predicare, per evitare che chiunque si metta a predicare dal pulpito qualsiasi modo di pensare che gli pare giusto, ma che non trova fondamento nella verace sacra Scrittura. […] Se però, dopo, qualcuno sarà ancora riluttante e non dimostrerà di attenersi alla verace sacra Scrittura, lo tratteremo secondo il criterio che a noi pare giusto, cosa che vorremmo volentieri evitare.

 

A pochi giorni dalla disputa Zwingli redige 67 tesi che nelle sue intenzioni dovrebbero servire da linee-guida per il dibattito, invece Faber intende rigettarle in blocco: «Io sostengo» egli afferma «che le vostre tesi, così come le avete formulate, sono contro l’evangelo e contro Paolo e non conformi alla verità». Ma né egli né altri, sollecitati, riuscirono a provarlo.

In sostanza, vi sostiene l’indipendenza della parola di Dio dalla Chiesa, come si legge in particolare nella tesi 1: «Tutti coloro i quali affermano che l’evangelo non ha valore senza l’approvazione della chiesa, errano e disprezzano Dio». La teologia che le sottende è, senza ambiguità di sorta, puramente riformata: Gesù Cristo è l’unica via di salvezza (tesi 3 e 4); la Chiesa autentica è quella costituita dal suo corpo, cioè da tutti i credenti senza distinzioni clericali, e senza di lui niente si può (tesi 7-9); il papa non ha ragione di essere, perché solo «Cristo è l’unico, eterno sommo sacerdote» (tesi 17); la messa viene respinta in quanto «Cristo ha offerto se stesso una volta sola in sacrifico che dura nell’eternità ed ha valore espiatorio per i peccati di tutti i credenti; da ciò si deduce che la messa non è un sacrifico» (tesi 18); Cristo è l’unico mediatore fra cielo e terra e, quindi, l’intercessione dei santi viene rigettata (tesi 19-21).In seguito, Zwingli le riprende commentandole nella sua importante Esposizione e fondamenti delle tesi o articoli, pubblicata il 19 luglio di quello stesso anno.

Conclusa la disputa, il Consiglio si riunisce in seduta straordinaria, nel corso della quale stabilisce in via ufficiale (e definitiva) che

 

[…] il maestro Ulrich Zwingli possa procedere nella linea sin qui seguita , cioè di predicare il santo evangelo e la verace sacra Scrittura, quando e come gli piacerà, fin tanto che qualcuno non lo persuada di una dottrina migliore. E tutti gli altri preti secolari, curati e predicatori, nelle loro rispettive città, paesi e signorie, non dovranno proporre e predicare nient’altro se non ciò che possa essere dimostrato con il santo evangelo e con la verace sacra Scrittura. E non dovranno sorgere altri litigi, eresie o parole disonorevoli, perché coloro che si dimostreranno disobbedienti e non osserveranno queste prescrizioni saranno rimproverati in modo tale da poter capire che hanno sbagliato.

 

Il principio del sola Scriptura è ormai definitivamente ratificato. Sorsero, però, altri «litigi»: la messa continua a essere celebrata e le immagini venerate. E proprio quest’ultimo punto diventa per la Riforma a Zurigo una questione esiziale: il 1° settembre 1523 Leo Jud esorta a far piazza pulita degli «idoli» e il popolo – che da tempo esortava i cappellani del Duomo a eliminare messa e immagini – accoglie l’invito: la città è scossa da sommovimenti iconoclastici. Del resto, faceva scuola l’esempio wittenberghese di Carlostadio; il quale aveva assunto posizioni estremiste e, appunto, fra l’altro, attaccato il culto delle immagini fomentando un furore iconoclastico (chiese invase e devastate, immagini distrutte: le immagini vanno rimosse fisicamente al fine di rimuoverle anche spiritualmente). Eppoi, lo stesso Zwingli nutre apertamente simpatie nei confronti degli iconoclasti; né si tratta di una posizione teologica dell’ultima ora. Tutt’altro. Egli mostra diffidenza nei confronti degli ex-voto (deride addirittura, in modo particolare, l’usanza di offrire doni in natura) e fin dal 1519 – influenzato da Erasmo – combatte il culto dei santi. In una lettera di risposta al successore di Ecolampadioa Basilea, Myconius, datata 19 dicembre 1522, prende le difese dell’iconoclastia; comunque, predicava da tempo contro il culto delle immagini, perché la questione per lui è in sostanza quella dell’idolatria, vietata dalle e contraria alle Sacre Scritture (al pari dello spergiuro e della blasfemia); in più, le immagini contrastano con la parola di Dio. Il Consiglio è allora obbligato a convocare una seconda disputa.

 

La seconda disputa di Zurigo. Questa seconda disputa, altrettanto decisiva per l’affermarsi e per il consolidamento della Riforma, si svolge in autunno, dal 26 al 28 ottobre, davanti a circa novecento persone (di cui cinquecento appartenenti al clero). Assenti, seppur invitati, i vescovi: Giovanni Faber si limita infatti a inviare un prete come uditore, mentre il canonico del Duomo, Hofmann (ormai da tempo ostile a Zwingli), vi si reca con l’unico fine di sabotare i lavori; e fra i Cantoni protestanti sono presenti con delegati soltanto quelli di San Gallo e di Sciaffusa. All’ordine del giorno vengono messe le due questioni delle immagini (il 26) e della messa (il 27).

Zwingli eccepisce che sia il Consiglio a decidere tempi e modalità pur opponendosi a una decisione immediata (il popolo non è del tutto maturo e deve essere ancora nutrito in profondità con la parola di Dio) e il Consiglio manifesta una prudenza maggiore: teme disordini. Così, decide (Zwingli concorde) di procedere gradualmente e lo incarica di redigere un compendio della fede evangelica, un catechismo; il testo viene dato alle stampe il 17 novembre: Breve istruzione cristiana. Il magistrato ne prescrive l’osservanza:

 

[…] Noi desideriamo che, in completo accordo con il Vangelo, voi siate unanimi a insegnare queste cose nel nostro paese. Se tuttavia tra di voi si trovassero alcuni che, per negligenza o per cattiva volontà, si comportassero irragionevolmentenei riguardi dellaScrittura, noi agiremmo perché essi possano riconoscere fino a qual punto la loro condotta è ingiusta e opposta all’insegnamento del Cristo.

 

È dunque il Consiglio a decidere circa tempi e modi dell’attuazione della Riforma; ciò «[…] portò alla progressiva presa di distanza da Zwingli dell’ala sinistra del partito riformato, fino a quel momento riconosciutosi nella posizione zwingliana».

L’ultimo giorno della disputa Zwingli tiene una predica dal titolo Il pastore (edita l’anno successivo), nella quale delinea con estrema chiarezza la figura dell’autentico predicatore evangelico; e oggi possiamo dire del pastore riformato. Le finalità sono indicate nel sottotitolo: «Come riconoscere i veri pastori cristiani dai falsi e come comportarsi nei loro confronti». A ragione fa notare Ermanno Genre:

 

Lo scritto nasce nel vivo della battaglia per la riforma della chiesa a Zurigo in un momento delicato in cui le sorti della Riforma non sono affatto scontate (reazione del partito cattolico) e in cui si manifesta, in nuce, la protesta di coloro che daranno vita al dissenso anabattista sfidando Zwingli ed il Consiglio sul terreno stesso del Sola Scriptura. Si tratta dunque di un testo di battaglia […]».

 

Queste pagine mirano oltre Zurigo, ai Confederati, al fine di diffondere la Riforma nonostante le ostilità che la circondano; infatti, sono dedicate a un pastore dell’Appenzell, Jacob Schurtanner, che nel suo Cantone deve combattere con tenacia per l’affermazione del puro evangelo.

Il criterio di valutazione per distinguere fra pastori veri e pastori falsi è – secondo Zwingli – l’adesione o meno alla Riforma, essendo essa la battaglia per il trionfo della parola di Dio. Il vero pastore è colui che si spoglia di tutto, che rinuncia a tutto e soprattutto a tutto se stesso, che si conforma e affida senza tentennamenti all’unico modello, Gesù Cristo, l’unico vero e buon pastore (Giov. 10) e che quindi sia coerente nella vita rispetto a quanto predica; per cui, deve saper vivere concretamente nel tempo in cui è posto e combattere contro i nemici di Dio e di Cristo, dell’evangelo stesso:

 

Ora, quando il pastore (o chiunque esso sia) si è svuotato del suo amor proprio, sarà successivamente di nuovo riempito da Dio, vale a dire: porrà in Dio tutta la sua certezza e consolazione. Cristo lo ha detto con forza ai suoi discepoli, che avrebbe avuto cura di loro (dopo che lo avevano seguito) non soltanto con il nutrimento temporale […]; ma ha anche detto loro di non stare in pensiero quando avrebbero dovuto rispondere davanti ai pagani: «perché in quell’ora stessa vi sarà dato ciò che dovrete dire» [Mt. 10,19]. […] il pastore non deve condurre le sue pecore in nessun altro pascolo se non in quello in cui è stato egli stesso precedentemente nutrito, vale a dire: nella conoscenza di Dio e nella fiducia in Lui. Perciò deve anche lui aver prima conosciuto Dio ed aver posto in lui l’intera sua consolazione. […]

[…] è cosa decisiva il fatto che il pastore traduca nella prassi ciò che insegna con le parole come lo esige fortemente Cristo [Mt. 5,19] […] Questo è chiaro: la dove si parla di Dio in modo incantevole ma non si modella la propria vita secondo Lui, vi è soltanto ipocrisia. […]

Vai […] a Cristo che dice [Giov. 10,11]: «Il buon pastore mette la sua vita per le pecore». Se vuoi essere contato nel numero dei buoni pastori devi impegnare la tua vita per le pecore. […] Ma se il pastore scappa nell’ora del pericolo, per le pecore è come se non avessero pastore. […]

[…] ogni pastore, nella misura in cui è un pastore in mezzo alle pecore di Cristo, deve farsi avanti e fronteggiare tutti coloro che lo attaccano a causa di Dio e della sua verace parola e a motivo della fedeltà che egli mostra verso le sue pecore, senza preoccuparsi se deve parlare contro il grande Alessandro, Giulio, il papa, il re, prìncipi o potenti. E non soltanto quando queste potenze schiacciano oltre misura il popolo pio con continue imposte. […]

Ciò [le Sacre Scritture] c’insegna in tutta chiarezza che il pastore non deve disinteressarsidi ciò che fanno il re, il principe o le autorità civili, ma appena scorge che essi deviano dalla retta via deve mostrare i loro errori.

 

Accanto, e contro, i veri pastori troviamo i falsi pastori, che si presentano sempre sotto mentite spoglie, innocenti e inoffensivi; essi si riconoscono dai loro frutti, dalle loro opere:

 

[…] ecco il sommario con cui tu potrai riconoscere i falsi pastori:

1. Tutti coloro che non praticano l’insegnamento non sono che lupi, anche se vengono chiamati pastori, vescovi o re. Osserva dunque: quanti sono i vescovi che insegnano?

2. Coloro che, pur insegnando, non insegnano la parola di Dio ma i propri sogni, sono dei lupi.

3. Coloro che insegnanola parola di Dio ma non in vista dell’onore di Dio, bensì del proprio e di quello del loro capo, il papa, per difendere il loro preteso alto stato, sono dei lupi dannosi che vengono in vesti di pecora.

4. Coloro che insegnano regolarmente ed insegnano anche con la parola di Dio, ma non attaccano i grandi provocatori di scandali, i capi, e permettono ai loro tiranni di agire indisturbati, sono dei lupi adulatori o traditori del popolo.

5. Coloro che non praticano con le opere ciò che insegnano con la parola, non sono di alcuna utilità per il popolo, distruggono più con le loro opere di quanto costruiscano con la parola.

6. Coloro che non prestano attenzione ai poveri ma permettono che siano oppressi ed aggravati, sono dei falsi pastori.

7. Coloro che portano il nome di pastori ma dominano alla maniera del mondo sono i peggiori lupi mannari.

8. Coloro che ammassano ricchezze, che riempiono sacche, borse, granai e cantine, sono autentici lupi mannari. Infine, coloro che, con il loro insegnamento, cercano di piantare qualcosa d’altro che la conoscenza, l’amore ed il timore che si addice ai figli di Dio in mezzo al popolo, sono dei falsi pastori. Essi devono essere allontanati al più presto dalle pecore, altrimenti le divoreranno.

9. Con ciò si capisce facilmente che tutti costoro sono dei falsi pastori che conducono dal Creatore alle creature.

 

Essi, secondo Zwingli, sono sottoposti al giudizio di Dio; e tale giudizio egli rinviene in Deuteronomio13, a propositodella punizione dei falsi profeti e degli idolatri: per loro c’è solo la condanna a morte, perché avranno predicato l’apostasia dal Signore» (v. 6). A conclusione dello scritto, però, Zwingli pronuncia parole di speranza per i falsi pastori:

 

Che Egli voglia attirarvi nella sua conoscenza affinché anche voi, sotto la mano potente e sotto la croce di Cristo, vi umiliate e siate salvati con tutti i credenti! Amen.

 

La terza disputa di Zurigo. I tentativi di convincere il clero cattolico ad abbracciare la Riforma falliscono. Di fronte a queste difficoltà, il 13 gennaio 1524 il Consiglio convoca una terza (e ultima) disputa pubblica: processioni e pellegrinaggi vengono aboliti;il culto delle immagini subisce la medesima sorte (decreto del 15 giugno).

 

La Riforma zwingliana giunge a conclusione. Zwingli procede lungo una progressiva e coerente linea di marcia ormai irreversibilmente tracciata: battesimi (il primo viene celebrato il 10 agosto 1523), matrimoni e funerali cominciano a essere celebrati in tedesco e Leo Jud, da lui incaricato, elabora liturgie idonee; la predica (parte della messa) viene separata dalla celebrazione della Cena del Signore (l’altra parte della messa). Quest’ultima, spostata alla fine del culto, è tenuta quattro volte all’anno (Pasqua, Pentecoste, autunno, Natale) intorno a un tavolo ricoperto da una tovaglia bianca (l’altare era stato rimosso) con l’impiego di bicchieri in legno e la lettura dei relativi testi neotestamentari (ovvero, senza formule di consacrazione) durante la distribuzione degli elementi (pane azzimo e vino). Il discorso teologico di fondo è estremamente sottile e chiaro: «Si realizzava così il nuovo concetto zwingliano di transustanziazione: cioè quel che veniva trasformatonon era la materia ma la comunità dei comunicanti». E nel 1525, anno di pubblicazione del suo fondamentale Commentario sulla vera e falsa religione scritto in latino, traduce e fa distribuire una edizione in lingua tedesca del solo capitolo sulla Cena del Signore (oCena). Inoltre, l’11 aprile di quello stesso anno, presenta in Consiglio una propria liturgia della Cena e ne chiede l’approvazione. Ciò perché «il Consiglio, al quale già altra volta si era rivolto per avere protezione, era divenuto il censore delle questioni interne della chiesa». Infatti, nonostante la costituzione di nuovi ordinamenti ecclesiastici da parte di Zwingli una volta dichiarate decadute le norme del diritto canonico in vigore fino a quel momento, il rapporto con le autorità civili era di subordinazione. E in tale circostanza, appunto, l’approvazione della nuova liturgia è vincolata alla rinuncia da parte sua a una innovazione: la recitazione del Gloria, del Credo e del Salmo 113 doveva essere suddivisa fra uomini e donne. L’approvazione viene concessa il giorno successivo, cosicché la prima Cena riformata viene celebrata la vigilia del Venerdì Santo.

Anche il diritto matrimoniale viene rivisitato dal Consiglio (su suggerimento dello stesso Riformatore), che nel mese di maggio ne stabilisce uno nuovo (altri Cantoni, poi, lo presero a modello). Ciò vale anche per l’istituzione di un tribunale matrimoniale, composto da quattro laici e due pastori, che si occupa anche di divorzi (ammessi in conformità ai testi scritturali). In seguito, però, esso verrà a configurarsi come un vero e proprio organismo di controllo sulla vita e sui costumi dell’intera cittadinanza (per esempio, gli esercizi pubblici dovevano cessare la propria attività giornaliera alle nove della sera). Non si tratta, però, di una sorta di “Stato di polizia” ante litteram. Il discorso è ben diverso: ogni cittadino deve essereun buon cristiano, un cristiano responsabile non solo per se stesso ma anche per gli altri. Ecco per quale ragione i beni ecclesiastici secolarizzati vengono utilizzati per l’assistenza ai più indigenti: la prima mensa pubblica per i poveri – novità assoluta per i tempi – ha sede nell’ex chiostro della chiesa dei Domenicani di Zurigo.

La Riforma di Zwingli è una Riforma che non tralascia conseguentemente neppure gli aspetti della vita associata. Egli rivaluta il lavoro, che considera (e deve essere considerato) una espressione del servizio divino reso al prossimo: l’intera società civile – per così dire – deve farsi carico di quanti sono privi di una attività lavorativa; per questo Zwingli vieta l’accattonaggio. Né trascura la questione della proprietà privata, che è contraria alla volontà di Dio; il quale, però, la tollera purché se ne faccia un uso utile all’altro uomo. E neppure quella del prestito a interesse. Ne tratta in termini puntuali nel suo scritto del 1523, già citato, Della giustizia divina e della giustizia umana. Del loro reciproco rapporto. Vi possiamo leggere, fra l’altro:

 

[…] anche i prestiti a interesse sono qualcosa di empio.

Primo: tutte le ricchezze sono ingiuste. […] le ricchezze appartengono a Dio, che vanno sempre messe a disposizione per il servizio di Dio, per compiere la sua volontà, e dobbiamo possederle come se non le possedessimo. Altrimenti non potrei capire come un ricco possa essere credente, se ciò che gli sta a cuore sono i tesori temporali. Ciò avviene, per l’appunto, quando non li tiene sempre a disposizione del Signore […] stima i suoi tesori più di Dio, cosicché non è credente, e non può neanche essere salvato.

Secondo: i prestiti a interesse non sono conformi alla volontà di Dio, perché Dio ci ordina di imprestare o dare senza sperare di ricevere nulla in cambio […].

 

Infine, il 19 giugno Zwingli istituisce la cosiddetta «Profezia»: incontri regolari di studio biblico su base filologico-esegetica, a sostituzione delle preghiere del coro e del mattutino. La riforma liturgica è ormai conclusa. L’innovazione della «Profezia» vedrà naturalmente la traduzione da parte di Zwingli della Bibbia (la cosiddetta «Bibbia di Zurigo») e la costituzione di una Facoltà teologica (la Fondazione del Duomo viene trasformata in Università ecclesiastica).

Con l’anno 1525 l’opera riformatrice di Zwingli termina. Le sorti della Riforma a Zurigo dopo la sua tragica fine, saranno affidate alle mani del suo successore, Enrico (Heinrich) Bullinger (1514-1575), nominato «primo pastore» il 13 dicembre 1531. Anche egli dovrà fronteggiare il Consiglio, riuscendo spesso vincitore (per esempio, quando esso voleva restringere la libertà di predicazione dei pastori). Molto si spese per il rinnovamento del sistema scolastico, per l’unione nei rapporti con le varie chiese protestanti e, in tempi di persecuzione nei confronti di correligionari, si adoprò nell’accogliere a Zurigo profughi da Locarno, dall’Italia, dalla Francia e dall’Inghilterra.

Comunque, con il 1525 Zwingli non trova ancora riposo: deve “combattere” su fronti interni e dottrinali; dovrà affrontare, in primo luogo, la ferita aperta nei suoi rapporti con gli anabattisti.

 

Zwingli e gli anabattisti. Fra i sostenitori di Zwingli sono da annoverare anche un folto numero di credenti, che – a partire dal 1523 – cominciano a manifestare un certo dissenso, destinato ad accrescersi fino alla rottura definitiva con il Riformatore rispetto alla sua idea di Riforma e, quindi, anche alla prudente gradualità con cui egli procedeva. Fra loro spiccano due figure a lui strettamente legate: Felix Manz (figlio di un canonico del Duomo)e Konrad Grebel (il padre è un membro del Consiglio). Quest’ultimo manifesta aperto dissenso nei confronti di Zwingli nel corso della seconda disputa: le decisioni devono essere immediate e, a proposito della Cena del Signore, l’ostia andava sostituita con il pane di cui lo stesso comunicante doveva servirsi senza attendere l’intervento del pastore (secondo i dettami del Nuovo Testamento) e la celebrazione doveva aver luogo di sera. Con Zwingli è scontro aperto: egli si oppone allo stretto biblicismo di quello, non considerando vincolanti né l’elemento (ognuno poteva ritenersi libero in base alle proprie abitudini) né il momento temporale (si tratta di un fatto secondario ed esteriore), e ne definisce «ansioso» l’insistere su tali punti. Manz e Grebel vedono l’impedimento maggiore nel Consiglio attuale e così propongono a Zwingli di cambiarlo per costituirne uno nuovo con veri cristiani raccolti intorno alla sua persona. Questi non accetta e prende le difese del Consiglio. Grebel lo accusa di considerare quasi idolo intoccabile la sua prudenza e procede con un affondo radicale: la chiesa cristiana autentica non è una chiesa di popolo, ma di pochi eletti che rettamente credono e rettamente vivono (viene SANcito per la prima volta il principio giuridico su base teologica della separazione fra Chiesa e Stato); battesimo e Cena devono essere celebrati alla maniera degli apostoli, spogliati del rivestimento dottrinale cattolico che si richiama innegabilmente alla messa. Al suo posto, scrive Fritz Blanke,

 

[…] si doveva introdurre una semplice cena durante la quale dovevano leggersi le parole della sua istituzione, da celebrarsi non in chiesa, bensì nelle case dei credenti, senza abiti preteschi, con pane comune e comuni bicchieri, come pasto simbolico che dimostrasse l’unità dei credenti fra loro e con Cristo. Non si sarebbe dovuto amministrare il battesimo a bambini, ma, secondo l’uso della chiesa primitiva, ad adulti divenuti credenti, ed esso avrebbe dovuto significare il lavacro dei peccati. Il battesimo e la Cena del Signore avrebbero perso, così, l’aspetto sacramentale.

 

«Fratelli in Cristo», come essi stessi si appellano, è la prima comunità anabattista che si stabilirà a Zollikon (sul lago di Zurigo) e che nasce il 21 gennaio 1525 a casa di Felix Manz: vengono ribattezzate le prime quindici persone (da qui la denominazione di «anabattisti», cioè «ribattezzatori»: non riconoscono il battesimo degli infanti, perché – secondo loro – biblicamente infondato). Scatta la repressione: i «Fratelli in Cristo» vengono imprigionati e processati; il Consiglio convoca dispute (la prima, il 17 gennaio, dalla quale emergerà l’ordine di battezzare entro una settimana tutti quegli infanti che non lo hanno ancora ricevuto) volte a discreditarli evangelicamente e pure socialmente come persone pericolose, con la minaccia di espulsione per quanti ne abbraccino le idee; decreta l’obbligatorietà del battesimo degli infanti (18 gennaio e 1° febbraio) e vieta il battesimo degli adulti (1° marzo). Zwingli stesso, poi, introduce l’uso vincolante dei registri parrocchiali (24 marzo 1526). Vengono eseguite condanne a morte. La prima vittima è proprio Felix Manz, che sarà affogato nelle acque della Limmat (il fiume che bagna Zurigo), il 25 gennaio 1527, per essersi rifiutato di sottomettersi alle decisioni del Consiglio; da Zollikon la comunità deve trasferirsi in altre località.

Zwingli, dal canto suo, approva questa sanguinosa persecuzione (in una lettera a Miconio, scritta anni prima, si leggono parole premonitrici: «Credo che come la chiesa è nata mediante il sangue, così pure non possa essere rinnovata che attraverso il sangue»), in forza di un unico fatto: vede, e a ragione, nel movimento anabattistauna effettiva minaccia per la Riforma a Zurigo; e se fallisce la Riforma, la città cadrà nuovamente nelle morse di Roma. E da tale posizione non si smuove; anzi, la ribadirà anche in altre circostanze (per esempio, nella sua prima predica tenuta al Sinodo di Berna, il 19 gennaio 1528, in cui si rifiuta di considerare il movimento anabattista una chiesa; li definisce addirittura una parvenza di chiesa).

A più riprese, fra il 1523 e il 1527, in cinque scritti, Zwingli si occupa della questione battesimale e, pertanto, si preoccupa di confutare la dottrina anabattista. Nel 1523 pubblica Della giustizia divina e della giustizia umana. Del loro reciproco rapporto (stigmatizza il rifiuto anabattista dell’impegno civile e politico del cristiano); nel 1524 Chi è causa di sedizione (difende il pedobattismo, che paragona alla circoncisione veterotestamentaria); nel 1525 Sul battesimo, sul ribattesimo e sul battesimo dei bambini (vi appare per la prima volta la parola «ribattezzatori») e Risposta al libretto sul battesimo di Balthasar Hubmayer (bavarese, eminente esponente dell’anabattismo tedesco); nel 1527 Confutazione dei cavilli degli anabattisti.

Gli anabattisti costituiscono, in definitiva, una vera e propria questione di Stato. Così, il 12 agosto 1527 il Consiglio organizza un primo incontro, esteso anche all’Appenzell, a Basilea, a Berna, a Coira, a San Gallo e a Sciaffusa al fine di adottare una linea comune nei confronti della minaccia anabattista. Poi, un secondo, il successivo 9 settembre. Questo, il contesto entro cui si colloca la Confutazione, che è nel contempo una risposta di Zwingli a un documento anonimo fatto pervenire al Consiglio, Fraterno accordo di alcuni figli di Dio riguardo a sette articoli. Si tratta dei cosiddetti Articoli di Schleitheim (più noti come Confessione di Schleitheim), redatti il 24 febbraio di quello stesso anno a seguito del Sinodo anabattista (rami svizzero e tedesco meridionale) svoltosi nella cittadina omonima (Cantone di Sciaffusa) e presieduto da Michael Sattler, ex benedettino di Friburgo (in Brisgovia). È, in fondo, più che una confessione di fede, una sistemazione dottrinale di alcuni principî (battesimo, scomunica, Cena del Signore, separazione dal mondo, pastori, uso della spada, giuramento), violati da certi «falsi fratelli», “incorniciati” in una lettera pastorale indirizzata «a tutti coloro che amano Dio e ai figli della luce che sono dispersi dappertutto».

Lo scritto zwingliano è articolato in tre parti: nella prima replica alle accuse mosse dagli anabattisti; nella seconda critica, confutandoli singolarmente, i sette articoli; nella terza tratta il problema del «patto» e dell’«elezione».

In quest’ultima parte, Zwingli elabora una “teologia del Patto”, che va a relativizzare le differenze fra i due Testamenti; per cui, il battesimo degli infanti è omologato alla circoncisione. Tanto più che egli vuole dimostrare «[…] sia con testimonianze, sia con argomentazioni certe, come fosse abitudine degli apostoli battezzare i bambini dei credenti». Il Patto è uno solo; quindi, esso va da Adamo alla chiesa cristiana. Scrive Zwingli:

 

Dio rinnova con lui [Abramo] il patto che aveva stabilito con Adamo e lo rende più chiaro: infatti, quanto più si avvicinava il tempo della venuta del figlio suo, tanto più chiaramente Egli parlava. […] Infine gli promette la Palestina e, come segno di questo patto, la circoncisione. […] rimanevano nel patto tutti coloro che erano stati generati da Abramo.

[…] Quelli […]che appartengono ad un solo corpo sono considerati come una cosa sola. E i bambini, poiché appartengono al corpo del popolo di Dio, non sono esclusi per il fatto che non sono ancora in grado di obbedire e di capire. […] a loro è stata data come segno del patto la circoncisione. E questa, con la sua stessa voce, Dio chiamò patto e segno del patto, per il fatto che chi era nel patto era segnato da questo segno. Paolo, in I Cor. 12 [v. 13] dice: «Noi tutti abbiamo ricevuto il battesimo di un unico Spirito per formare un unico corpo». Anzi, proprio voi anabattisti affermate che, qualora uno voglia avvicinarsi alla mensa del Signore, è necessario che prima si congiunga strettamente, mediante il battesimo, all’unico corpo di Cristo. Queste cose non le dico certo per voler insegnare – ora o in seguito –che il credente sia inserito in Cristo o con la circoncisione o con il battesimo, ma perché voglio mostrare che chi riceve il battesimo o la circoncisione appartiene al corpo della chiesa di Dio. […] Per natura […] viene prima l’appartenere al corpo che il portare un segno di appartenenza a quel corpo.

 

Per quanto attiene all’elezione, essa

 

[…] è immutabile (firma), cioè: libera e niente affatto vincolata […] è al di sopra del battesimo e della circoncisione, anzi al di sopra della fede e della predicazione.

[…] Dio decide liberamente da sé, preconosce e presceglie (con questo verbo infatti si indica l’azione del decidere) quelli che vuole, prima ancora che siano nati. […] la fede è [da noi] ricevuta in seguito all’elezione, alla decisione e alla chiamata di Dio: tutte cose che precedono la fede, ma in questo stesso ordine.

[…] Quelli che muoiono, di questi bambini che sono all’interno del popolo di Dio, sono tutti eletti. […]

[…] Ritengo pertanto che l’argomentazione degli anabattisti sia stata demolita nel suo complesso […].

 

Chiusi i conti con gli anabattisti nella “sua” Zurigo, Zwingli deve continuare a difendere e ad affermare la Riforma a Zurigo e in tutta la Confederazione: il fronte controriformista fomentato e capeggiato dall’avversario di Lutero Giovanni Eck è più deciso che mai. Per questo teologo cattolico Zwingli rappresenta un serio pericolo e, quindi, bisogna combatterlo con ogni mezzo. Anche Zwingli avrà così la sua Worms, che si chiama Baden, in territorio nemico (sotto la giurisdizione dei cinque Cantoni cattolici).

 

La disputa di Baden. La Riforma a Zurigo andava fermata, perché un Lutero era anche troppo. Così i cinque Cantoni cattolici, riuniti a Roma, l’8 aprile 1524 danno vita a una Lega cattolica, il cui fine è quello di staccare Zurigo dalla Dieta confederale e, quindi, di debellare definitivamente la dilagante eresia zwingliana. Nel luglio, la Dieta si riunisce a Zug, suscitando le forti reazioni di Berna, Glarus, Soleurs e Basilea. Mentre Zurigo, alcuni mesi dopo (28 settembre), all’arresto di un pastore risponde con la decapitazione di alcuni magistrati di Schwyz. A fine anno i Cantoni cattolici si accordano con l’Austria. Non si può escludere un conflitto. Zwingli, quindi, elabora un vero e proprio piano di difesa a ogni livello (offensivo, politico, militare). Infatti, per l’occasione, redige addirittura un documento segreto, Piano per una campagna militare, nel quale in cinque paragrafi (strutturazione dell’esercito, attività diplomatica, tattica di offesa e difesa, doti di un generale, cappellania militare)offre una analisi della situazione politica nazionale e internazionale ed elabora strategia e tattica per una autentica campagna militare. Scrive sull’Utilità della propaganda:

 

[…] In primo luogo in tutte le comunità della città e della campagna si deve render noto che tutti dovranno con zelo pregare Dio che non si lasci fare nessun piano o agire contro la sua volontà e (se ciò non contrasta con la sua divina volontà) non conceda la vittoria ai nostri nemici, ma metta in luce l’onore della sua Parola. Ci conceda Eglila grazia di vivere tutta la nostra vita conformemente al suo volere […].

Non è sempre opportuno fare irruzione nel territorio nemico troppo rapidamente; d’altra parte non è neppure sempre opportuno stare sulla difensiva […] In ogni circostanza si abbia cura di confutare le menzogne che [il nemico] diffonderà nel suo paese; si contrapponga la verità del reale stato delle cose per mezzo della stampa; sarà sempre possibile diffondere questi scritti in territorio nemico; in questo modo gli onesti saranno illuminati e la discordia si svilupperà più presto nel campo nemico.

 

Poi, sulla Tattica:

 

Vi sono alcuni accorgimenti riconosciuti da tutti: […] non attaccare il nemico sul far della notte, se lo schieramento è sufficientemente forte ed i soldati valorosi (verso mezzanotte il chiaro di luna sarà più propizio; […] occorre poi provvedere a tendere delle imboscate in posizioni al coperto in modo da attirare il nemico, come accadde in Ai, Giosuè VIII [8,1-13], […] si deve pure impedire che i soldati si disperdano, rubino, saccheggino prima che il nemico sia definitivamente sconfitto; occorre pure provvedere nel modo più rigoroso affinché i singoli non si approprino del bottino […].

 

E, ancora, sull’Assistenza religiosa: compiti di un cappellano militare:

 

[Il generale deve avere] un cappellano coraggioso e cristiano, esperto conoscitore della storia biblica, romana e pagana in genere; sono infattinecessari vigore di sentimento, lealtà nella condotta della guerra e virtù: cose tutte ceh un generale non può insegnare.

Pertanto il cappellano deve insegnare rigida obbedienza nei confronti di Dio e del comandante, affinché i soldati non compiano nessun’azione di cui la loro coscienza li possa rimproverare, perché, quando la coscienza è turbata, manca il coraggio impavido. Il cappellano deve insegnare un atteggiamento virile e il disprezzo di questo mondo per amore di Dio e della giustizia; deve inoltre insistere sul fatto che siamo aggrediti per la nostra fedeltà a Dio e perché non abbiamo voluto accettare la pesante alleanza con la Francia, ecc. […] Tutto ciò il cappellano lo deve fare col ricorso alla Parola di Dio e con l’aiuto di piacevoli aneddoti […].

 

Pensa perfino a quattro diversi piani strategici, a seconda del luogo da cui sarebbe partito l’attacco nemico (se da Zug, se da Baden, se da Rapperswill, se dalla Turgovia); alla scelta delle armi (sostituire le picche con armi da fuoco) e, infine, anche a suoni di tromba differenti per avanzata e attacco (mi-sol) e per ritirata e riparo (fa-do-fa-do-do-do).Lo scontro armato non ha luogo, la Svizzera tedesca prosegue il proprio cammino graduale lungo la strada della Riforma (Berna in primo luogo, con l’ammissione – fra l’altro – della predicazione evangelica). L’avversario cattolico decide, allora, di optare per una disputa dottrinale offensiva. Giovanni Eck si rende disponibile per ripetere quanto fece a Worms tre anni prima nei confronti di Lutero; tanto che l’anno precedente si incontra a Roma con Giovanni Faber per una azione contro il Riformatore di Zurigo. Per questo alcuni storici parlano di Baden come della Worms di Zwingli.

Il 28 gennaio 1521 l’imperatore Carlo V apre i lavori della Dieta di Worms: Lutero deve sottomettersi a Roma; la sua presenza viene garantita da un salvacondotto (nonostante precedenti niente affatto rassicuranti). Egli vi si reca (16 aprile) non per ritrattare, ma per offrire testimonianza alla verità; in caso contrario – lo disse molto esplicitamente – mai avrebbe compiuto quel passo. I lavori si concludono con il cosiddetto Editto di Worms (26 maggio), redatto dal legato pontificio, il cardinale (e umanista) Girolamo Aleandro: il Riformatore tedesco viene messo al bando e altrettanto i suoi seguaci e fautori; i suoi libri sono destinati al rogo; e i libristampati in Germania sono sottoposti a censura ecclesiastica.

Zwingli non ha alcuna intenzione di prendere «un bagno a Baden». E a ragione: il luogo non è punto sicuro. L’anabattista zurighese, l’iconoclasta Nicola Hottinger vi troverà la morte al pari del parroco di Stammheim, Wirth (aveva distrutto una effigie di sant’Anna); un amico di Zwingli, il parroco Öchsli, viene arrestato proprio là; a Baden «[…] la Dieta confederale aveva concluso con l’Austria un trattato per l’estradizione degli eretici […]» e a Baden i Confederati cattolici sono del tutto determinati a mantenere una solenne promessa: «“[di] eliminare dai nostri territori questa nuova fede, di estirparla interamente finché avremo vita e mezzi”».

Zwingli è favorevole al colloquio, ma è prevenuto: intuisce quale sorte sarebbe andato incontro e quale fine avrebbe poi fatto. I nuovi segnali, del resto, sono solo negativi: ai vincitori si garantisce un trionfale ritorno in patria e ai vinti un trattamento «secondo giustizia ed equità». Del resto, Eck è deciso a uno scontro frontale con Zwingli. Fra i due si apre un baratro segnato da scambi di improperi e da confronti dottrinali sulla transustanziazione.

Zwingli è più deciso che mai a non muoversi da Zurigo (aveva proposto Basilea o Sangallo), anche perché è convinto di avere niente da dire a Eck e agli altri (su questo punto sarà assolutamente esplicito): è un uomo prudente, l’Editto di Worms pendeva sul capo degli eretici, la Confederazione sarebbe potuta precipitare in una nefasta guerra di religione. La disputa, però, deve avere luogo in ogni caso e così viene indetta per l’anno 1526, dal 16 maggio al 18 giugno. A lui e agli altri viene concesso un salvacondotto. Ciononostante, continua a non fidarsi e chiede ulteriori garanzie; due, in particolare:sui lavori deve regnare sovrana la sola parola di Dio fissata nelle Sacre Scritture; insieme al salvacondotto pretende degli ostaggi. La risposta a tutto ciò arriva il giorno dell’inaugurazione della disputa: sulla porta del municipio e della chiesa Eck inchioda un foglio con sette Tesi, in cui ribadisce la dottrina cattolica della messa (sacrificio) e dell’eucarestia (presenza reale di Cristo negli elementi) e viene vietata la circolazione delle informazioni (non si possono prendere appunti, la cittadina viene isolata da un nutrito corpo armato). Ma Zwingli non viene isolato. Un pecoraio del Vallese, Thomas Platter, travestito da pollivendolo, lo tiene regolarmente informato; tanto che per suo tramite fa pervenire alla disputa una sua risposta alle suddette tesi di Eck, ribadendo in tal modo l’inutilità della propria presenza fisica al suo processo.

I lavori si concludono senza accordi di sorta, anzi con la messa al bando di Zwingli e dei suoi seguaci: per lui deve essere applicato in termini rigorosi l’Editto di Worms, in quanto discepolo di Lutero. Eppure, adesso, Zwingli dovrà affrontare proprio Lutero e su un terreno minato che (con il disappunto di Giovanni Calvino) dilanierà il protestantesimo cinquecentesco: la controversia sulla Cena del Signore. È l’incontro (e lo scontro) di Marburgo.

 

Il colloquio di religione di Marburgo. Gli anni 1524-1528 sono per il fronte riformato anni molto difficili; anzi, addirittura critici. Sono segnati, infatti, dal dibattito sacramentale sulla presenza reale di Cristo nella celebrazione della Cena del Signore. Non si tratta di dispute accademiche fra teologi; in gioco è il destino della Riforma stessa: se essa naufraga, se l’unità del movimento riformatore nel suo insieme si sgretola, sarà inevitabile ritrovarsi nuovamente sotto l’egemonia papale e pertanto l’evangelo, ancora una volta, verrà ingabbiato.

Nel novembre 1524 Carlostadiopubblica un Dialogo sull’abuso della Cena; e nel gennaio 1525 Lutero gli risponde con Contro i profeti celesti, sulle immagini e sul sacramento. Zwingli, dal canto suo, accetta l’interpretazione sacramentale dell’umanista olandese Cornelius Honius, secondo il quale le parole di Gesù «questo è il mio corpo» vanno rese con «questo significa il mio corpo». Tale lettura va a scontrarsi tanto con quella cattolica (transustanziazione «vera, reale e sostanziale» degli elementi) quanto con quella di Lutero (consustanziazione «in, con e sotto» del pane e del vino), in quanto «commemorazione». Tale posizione viene formulata con estrema chiarezza il 16 novembre 1524 nella Lettera di Zwingli a Matteo Alber, predicatore a Reutlingen, sulla Cena del Signore (predicatore di Reutlingen, amico di Lutero). Nel luglio 1525, gli risponde un fedele discepolo del Riformatore tedesco, Giovanni Bugenhagen; la replica di Zwingli gli arriva pochi mesi dopo, in ottobre. Ne nasce una autentica polemica, che vede coinvolti i Riformatori più in vista: Ecolampadio (Basilea), Bucero e Capitone (Strasburgo) a favore di Zwingli; Giovanni Brenz, Riformatore svevo, dalla parte di Lutero. Il 26 febbraio 1526 il Riformatore di Zurigo pubblica in lingua tedesca Una chiara istruzione sulla Cena di Cristo, accolta dal Sassone con toni alquanto violenti, espressi nel Sermone del sacramento del corpo e del sangue di Cristo contro gli spiriti fanatici del marzo successivo. Il proseguire nella polemica – temeva Zwingli –poteva minare il fronte della Riforma; per cui rimane in forse se replicare o meno. Ma, stimolato dal Riformatore di Basilea e da quello di Strasburgo, il 28 febbraio 1527 tende una mano riconciliatrice a Lutero con Discussione amichevole. Questi, però, non è del medesimo avviso: nel marzo scrive il trattato Le parole di Cristo: «Questo è il mio corpo» sono ancora valide, contro gli spiriti fanatici. La risposta di quello arriva nel giugno con Le parole di Cristo: «Questo è il mio corpo» avranno per l’eternità l’antico significato. Nel marzo 1528, Lutero dà un affondo con Confessione sulla Cena di Cristo. La risposta di Zwingli non si fa attendere, ma questa volta firma congiuntamente con Ecolampadio Due risposte di Giovanni Ecolampadio e Ulrico Zwingli al libro del Dottor Martin Lutero intitolato «Confessione», che vedrà la luce nel mese di agosto.

La situazione teologica sul fronte riformato è ormai assolutamente incandescente; potrebbe nuocere, senza ombra di dubbio, anche alla sua unità politica. Di tale reale preoccupazione, dai risvolti politici nefasti, si fa carico il langravio Filippo d’Assia (a lui si deve, nel 1527, la fondazione a Marburgo della prima Università evangelica) che si mette alla ricerca di una riconciliazione. Solo così si potrà salvare la causa protestante;in caso contrario ci si troverà schiacciati fra papa e imperatore. Indice, allora, un colloquio di religione che avrà luogo a Marburgo il 2-4 ottobre 1529, nel castello, nello stesso studio del langravio – la cosiddetta Sala dei Cavalieri.

Lutero e Melantone sono a capo della delegazione sassone, mentre Zwingli Ecolampadio e Bucero di quella svizzera.

Dopo una serie di incontri preliminari a due informati alla reciproca comprensione (Zwingli-Melantone, Lutero-Ecolampadio), i lavori hanno inizio alle sei del mattino, in lingua tedesca e non già in latino, davanti a Filippo d’Assia e a ventiquattro partecipanti. Lutero scrive sul tavolo con il gesso sotto il tappeto di velluto, in greco, la terza persona singolare del verbo «essere» (secondo altri, invece, «Hoc est corpus meum»). Il gesto è, ovviamente, polemico nei confronti di Zwingli (la presenza reale di Cristo nella Cena contro la presenza simbolica). E in tutte e quattro le sedute la problematica verte proprio su quell’«è». Il clima è molto teso. Lo può testimoniare un episodio.

All’argomentare di Zwingli fondato su un testo a lui caro, Giovanni 6,63 («“È lo Spirito che vivifica; la carne non è di alcuna utilità”»), Lutero replica:

 

E io ho un testo ancora più potente da opporre, sulla base di esso un uomo può ben credere che questo è il corpo di Cristo […]. Se Dio mi comandasse di mangiare dello sterco, lo farei: un servo non domanda qual è la volontà del suo signore. Si devono chiudere gli occhi.

 

Zwingli risponde con una esclamazione improntata a profonda tristezza: «Non è questo che Dio ci comanda!».

Il colloquio si conclude con un nulla di fatto; del resto, proprio Melantone si adopera a farlo fallire, temendo che un compromesso su questo punto con Zwingli avrebbe impedito – come, al contrario, egli stesso auspicava – un riavvicinamento al cattolicesimo (ostile al radicalismo zurighese) e creato difficoltà nei confronti dell’imperatore (la politica anti-imperiale dei Confederati). L’ultima parola, rivolta a tutti, spetta a Lutero, che del resto già da tempo sulla questione sacramentale considerava Zwingli uno «svizzero selvaggio» e uno «strumento del diavolo»:

 

Io non sono né il vostro Signore, né il vostro giudice, né il vostro professore. Il nostro e il vostro spirito non si identificano; al contrario, è evidente che noi non abbiamo lo stesso spirito. Non si può essere dello stesso spirito quando, da una parte, si crede scrupolosamente alle parole del Cristo e quando, dall’altra, si biasima, si attacca, si tratta da falsa questa convinzione […] Così, come ho già detto, noi vi abbandoniamo al giudizio di Dio.

 

La rottura su una retta interpretazione scritturale non viene (ne sarà) sanata. Del resto, non poteva accadere diversamente. Le responsabilità di Zwingli sono innegabili, ma anche quelle dei luterani che non accettano il suo invito all’intercomunione. Scrive giustamente Fritz Schmidt-Clausing:

 

Bisogna comunque dar atto a Zwingli che egli non avrebbe potuto prendere alcun’altra decisione. Il pensiero di Lutero, che gli sembrava ancora troppo cattolico, non solo era contrario alla sua concezione biblica, ma era anche inconciliabile con gli impegni che Zwingli aveva assunto nei confronti dei Confederati. Infatti egli si era ancora recentemente battuto a Berna contro ogni concezione della presenza reale corporea. Se a Marburgo vi avesse aderito, sarebbe apparso poco credibile ai suoi connazionali.

 

Tuttavia, Lutero viene incaricato dal langravio di redigere una confessione di fede comune, i 15 Articoli di Marburgo. Si tratta di una esposizione della dottrina evangelica (Trinità, cristologia, morte e risurrezione di Cristo, peccato originale, dottrina dello Spirito Santo, sacramenti), sulla quale l’accordo non era da mettere in dubbio (gli svizzeri, seppur poco luterani, si adeguano fraternamente). L’unico punto controverso, la presenza reale di Cristo nella Cena, rimane insoluto. Nonostante tutto, il 15° articolo, «Del sacramento del corpo e del sangue di Cristo», tradisce un certo spirito conciliante. Così esso recita:

 

[…] Circa il 15° articolo, noi tutti crediamo, riguardo alla Cena del nostro amato Signore Gesù Cristo, che debba essere celebrata sotto le due specie, secondo l’istituzione di Cristo; che la messa non è un’opera mediante la quale possiamo ottenere la grazia gli uni per gli altri, morti o vivi, che il sacramento dell’altare è un sacramento del vero corpo e del vero sangue di Gesù Cristo e che la manducazione spirituale di questo corpo e di questo sangue è particolarmente necessaria ad ogni vero cristiano.

Quanto all’uso del sacramento, noi crediamo che esso è stato disposto da Dio, come lo è stata la Sua Parola, per condurre alla fede le coscienze deboli mediante l’opera dello Spirito Santo. E, per quanto attualmente non ci siamo trovati d’accordo sulla questione se il vero corpo e il vero sangue di Cristo siano corporalmente presenti nel pane e nel vino, dobbiamo tuttavia esercitare gli uni verso gli altri la carità cristiana, nei limiti concessi dalla coscienza di ciascuno, e pregare assiduamente l’Iddio onnipotente perché ci rafforzi, mediante il suo Santo Spirito, nella retta conoscenza. Amen.

 

Nonostante una buona dichiarazione di intenti da parte di Zwingli, Ecolampadio e Bucero chiedendo di riconoscersi fratelli anche nel dissenso, Lutero e Melantone oppongono un netto rifiuto. Zwingli, allora, convinto della fondatezza scritturale della propria interpretazione, si rivolge al futuro:

 

Mi rivolgo dunque a te, o secolo venturo, perché tu, giudicando in modo disinteressato, voglia emettere una giusta sentenza. Noi non dubitiamo che un’eco di questa lotta giungerà fino a te e che non ti farai impressionare dalle passioni dell’uno o dell’altro […] Tu, o secolo futuro, valuta con scrupoloso esame i risultati certi della questione e guàrdati dall’essere così cieco come siamo noi di quest’epoca in tale dibattito, noi che forse in tutto il resto abbiamo occhi per vedere. Noi ti abbiamo offerto la fiaccola. Addio.