Confederazione elvetica e Strasburgo (II)

La Riforma a Ginevra. Giovanni Calvino

Sergio Ronchi

Su terra elvetica, Berna cerca di estendere verso il versante romando la propria presenza religiosa e politica e Ginevra ne rappresenta una importante tappa.

Questa città, al tempo, ancora non faceva parte della Confederazione, ma era indipendente: una città in crisi, che cercava di sottrarsi all’egemonia sabauda non meno che a quella francese di Francesco I. Perciò, a Berna guarda con speranza mista a timore. Vive in una contingenza internazionale economicamente e politicamente critica; è centro commerciale europeo di primaria importanza, che assiste all’avvento di una nuova classe, mercantile e capitalistica; una nuova classe imprenditoriale che scalza la piccola nobiltà ginevrina e la corte del vescovo-conte. A tutto ciò va aggiunta anche una componente religiosa. Da un lato, artigiani e mercanti si mostrano sensibili alla protesta luterana e richiedono il ritorno al messaggio evangelico nella sua purezza, insieme alla libertà di predicare e a nuove forme di vita spirituale. Dall’altro, l’elemento religioso presenta pure una dimensione politica che – come sottolinea Giorgio Tourn – «[…] coinvolge gli uomini al potere come il popolo, la vita interna della repubblica e le relazioni internazionali».1

E proprio sotto il profilo spirituale e culturale, la situazione nella Svizzera romanda – puntualizza Valdo Vinay – «[…] era allora a un livello piuttosto basso e mancavano gli uomini per una vasta azione di rinnovamento della chiesa».2 Però, a Ginevra iniziarono una predicazione evangelica due autorevoli personaggi: Guglielmo Farel e Pietro Viret. Essi spianarono la strada a un giovane avvocato francese, umanista e fecondo pensatore, uomo riflessivo e travagliato, che visse la propria conversione non in modo esplosivo (alla Lutero), ma come graduale e profonda maturazione interiore: Giovanni Calvino, nativo di Noyon in Piccardia.

 

Giovanni Calvino

 

 

Buon conoscitore della Scolastica, prudente seguace a Bourges dell’umanista e giureconsulto italiano Andrea Alciati (docente di Diritto romano presso quella Università, su nomina dello stesso Francesco I), umanista e amante della filologia, a contatto con un ambiente colto e aristocratico che ne forgerà la complessa personalità, Giovanni Calvino (1509-1564) si avvicina e aderisce alle convinzioni evangeliche a Parigi, dove si reca per motivi di studio nel 1523. Frequenta il Collège de La Marche per trasferirsi in un secondo momento nel Collègede Montaigu (avrà come compagno di corso Ignazio di Loyola), ma nel 1528 il padre lo indirizzerà agli studi di giurisprudenza. Si trasferisce, così, a Orléans, nella cui Università insegna Pietro de l’Estoile, che suscita nel futuro Riformatore profonda ammirazione. Terminati gli studi di diritto a Bourges nel 1532, fa subito ritorno a Parigi. Si dedica agli studi umanistici e in quello stesso anno darà alle stampe, a proprie spese, un lavoro di mera erudizione, un commento al De clementia di Seneca, ben accolto negli ambienti culturali parigini. In esso, spiega Alister McGrath, «abbondano dotte spiegazioni di vocaboli ed espressioni latine, inframezzate da robuste etimologie di parole greche».3

La Parigi di quegli anni è percorsa dall’esigenza di un rinnovamento evangelico della Chiesa di Roma, non teso a rotture. E probabilmente Calvino già da tempo è in contatto con tali ambienti; in particolare, frequenta il medico Nicola Cop. Questi, nominato rettore dell’Università parigina, il 1° novembre 1533, giorno di Ognissanti, tiene una prolusione centrata sul biblico «Beati i poveri in spirito» (Matteo 5,3), dagli accenti sia erasmiani sia luterani (la base era fornita da una predica del Sassone): la Legge riduce in schiavitù, mentre Cristo redime. Scoppia un autentico scandalo: Cop viene accusato di eresia e si trova costretto a rifugiarsi a Basilea.

Anche Calvino viene coinvolto nell’intera vicenda e, sotto lo pseudonimo di Carlo d’Espeville, abbandona Parigi per Angoulême, presso un suo amico, il canonico Luigi du Tillet. E molto probabilmente qui, usufruendo della ricchissima biblioteca del padre di questi, getta le basi della sua Istituzione della religione cristiana. L’anno successivo si reca a Noyon e poi fa ritorno a Parigi, dove aveva mantenuto in gran segreto rapporti con quel movimento evangelico. Ma il fanatismo cattolico non gli dà tregua; così, tra la fine del 1534 e i primi del 1535 abbandona la Francia per recarsi a Basilea passando per Strasburgo. Là, il futuro Riformatore di Ginevra si dedica a studi letterari e biblici e, ai primi del 1536, pubblica l’Istituzione (Religionis christianae institutio), in difesa degli evangelici fatti oggetto un po’ dovunque di pesanti quanto infondate calunnie. Infatti, la dedica proprio a Francesco I, fautore del luteranesimo in funzione antiimperiale in Germania ma persecutore degli evangelici in Francia. Calvino lo implora di porre fine a tutto ciò. Con tale opera, egli si propone di fornire una sommaria esposizione della dottrina della Riforma sui temi principali della fede cristiana. In sei capitoli – che tradiscono tutti l’innegabile influenza di Lutero – tratta la Legge (analisi del Decalogo), la Fede (spiegazione del Credo apostolico), la Preghiera (illustrazione del Padre Nostro), i sacramenti (battesimo eCena), la confutazione del carattere sacramentale attribuito da Roma ai restanti cinque riti, la questione della libertà cristiana unitamente a quella dei due poteri (ecclesiastico e politico).

Nella primavera di questo stesso anno, Calvino si reca a Ferrara, alla corte estense, presso Renata di Francia (moglie di Ercole d’Este e figlia di Luigi XII), di sentimenti evangelici. Là trovavano rifugio molti francesi costretti ad abbandonare la patria per motivi religiosi. Su tale periodo si hanno molte leggende e pochi dati documentali. Comunque, dopo poco Calvino fa ritorno a Basilea, per poi recarsi ancora una volta in Francia e, infine, dirigersi verso Strasburgo dove intende stabilirsi. Ma le vicende politiche lo obbligano a deviare verso sud e a passare per Ginevra. Qui arriva la sera del 5 agosto. Il suo destino di Riformatore è ormai segnato.

 

Calvino e Ginevra

 

 

Nella città elvetica il partito riformista si consolida: la politica bernese fa sentire sempre più intensamente la propria influenza; Farel predica senza soste. Benché l’intera cittadinanza ginevrina abbia deciso di aderire alla Riforma, «[…] la situazione in città» sottolinea Tourn – «permane fluida, sia sotto il profilo spirituale che politico, e gli uomini impegnati nell’opera di riforma non si sentono all’altezza del compito».4 Farel – che aveva letto l’Istituzione –vede in Calvino l’uomo giusto, «inviato da Dio». Gli chiede di rimanere. Calvino non ne ha troppa voglia: preferisce dedicarsi ai propri studi; non si sente uomo d’azione. Farel ne è irritato:

 

Nel nome di Dio onnipotente io ti dichiaro: tu prendi a pretesto i tuoi studi, ma se rifiuti di dedicarti insieme a noi a quest’opera del Signore, Dio ti maledirà, poiché tu cerchi te stesso anziché Cristo.

 

Alla fine si lascia persuadere. Scriverà in seguito:

 

Quella parola mi spaventò e mi scosse talmente che io desistetti dal viaggio che avevo intrapreso, non tanto perché così mi si consigliava ed esortava, quanto piuttosto a causa d’un terribile scongiuro, come se Dio dall’alto avesse steso su me la sua mano per arrestarmi.5

 

Inizialmente, Farel riesce con insistenza a ottenere per Calvino dal Consiglio cittadino l’incarico di lettore della Scrittura nella Cattedrale di S. Pietro; qui tiene anche studi biblici sull’epistolario paolino. Ciò, però, non significa accettazione della sua persona. Infatti nessuno si preoccupa del suo sostentamento (soltanto nel febbraio 1537 riesce a ottenere per il suo ministero sei scudi) e il suo nome non risulta nemmeno nei registri cittadini di quell’anno 1536. Eppure il lavoro da svolgere era immane, perché se i ginevrini avevano aderito alla Riforma, tuttavia ora si trattava di edificare sul serio su base evangelica. Così, Calvino prende in mano la situazione.

Negli anni 1536-1538 Calvino getta le basi della sua intensa attività riformistica politico-morale-religiosa. Il Consiglio cittadino approva la riorganizzazione della vita ecclesiastica a seguito della soppressione del cattolicesimo. Nel culto viene introdotto il canto dei Salmi; si istituisce un tribunale civile per le cause matrimoniali, in sostituzione di quello precedente, ecclesiastico; diventa obbligatoria l’istruzione religiosa. Si tratta del primo atto di riorganizzazione della chiesa ginevrina.

Il 16 gennaio 1537 Calvino presenta al Consiglio gli Articoli (Articuli de regimine ecclesiae), formulati da lui e da Farel. Il Consiglio li approva per vie generali, a eccezione della celebrazione frequente della Cena e della disciplina. A proposito della prima questione, vi leggiamo:

 

Sarebbe molto auspicabile che laCena di Gesù Cristo venisse data per lo meno ogni domenica, quando cioè la chiesa è tutta radunata, tenendo conto della grande consolazione che i credenti ne ricavano e dei benefici che ne derivano in tutti i sensi: anzitutto le promesse offerte alla nostra fede […]; poi le esortazioni volte anzitutto a farci riconoscere i doni meravigliosi, le grazie che Dio sparge su di noi, e poi a vivere cristianamente, uniti in spirito di pace e di fraternità come membra di un unico corpo.

Gesù non l’ha infatti istituita perché la commemorassimo due o tre volte all’anno, ma perché ci fosse occasione frequente per mantenere in esercizio la nostra fede e la nostra carità, perché la comunità dei credenti ne facesse uso quando è radunata in assemblea come attesta il libro degli Atti (cap. 2), riguardo ai discepoli di Nostro Signore che erano perseveranti nel rompere il pane, formula questa che sta a indicare laCena.6

 

Invece, circa la disciplina, essa andava esercitata da membri onesti della comunità cui spettava di sorvegliare sulla condotta morale dell’intera cittadinanza in vista di una condotta personale autenticamente cristiana, quartiere per quartiere. A tal fine si rendeva necessaria – in modo particolare per la gioventù –l’elaborazione di un testo catechetico sommario e semplice. Così, Calvino riassume l’Istituzione del 1536 in un volumetto divulgativo in lingua francese, Istruzione e confessione di fede usate nella chiesa di Ginevra, in edizione latina l’anno successivo presso uno stampatore di Basilea, Catechismo ovvero istituzione della religione cristiana. Il volumetto esce prudentemente anonimo. Le intenzioni sono del tutto chiare e inequivocabili: «Noi ci siamo adoperati» dichiara Calvino «non già a presentare delle nostre opinioni personali, ma a servire con semplicità e fedeltà alla pura parola di Dio».7 E, appunto a proposito del ruolo e dei poteri dei pastori della chiesa, possiamo leggere:

 

Poiché il Signore ha voluto che tanto la sua parola quanto i suoi sacramenti venissero dispensati mediante il ministero degli uomini, è necessario che vi siano pastori ordinati nelle chiese, i quali ammaestrino il popolo in pubblico e in privato nella pura dottrina, amministrino i sacramenti e col buon esempio istruiscano tutti a santità, purezza di vita. Quelli che disprezzano questa disciplina e quest’ordine sono ingiuriosi non solo verso gli uomini, ma anche verso Dio e perfino come eretici si ritraggono dalla società della chiesa, che in nessun modo può sussistere senza ministero.

 

Il che non implica un potere assoluto da parte dei pastori stessi. Al contrario:

 

Ma ricordiamoci che quel potere che nella Scrittura viene attribuito ai pastori è tutto contenuto e limitato nel ministero della parola. Infatti, Cristo non ha dato questo potere propriamente agli uomini, ma alla sua parola, della quale egli ha fatto ministri gli uomini. Pertanto, osino pure arditamente ogni cosa mediante la parola di Dio, di cui sono costituiti dispensatori; costringano ogni potenza, ogni gloria e ogni altezza del mondo a cedere e ad obbedire a questa parola; comandino per mezzo d’essa a tutti, dal più grande al più piccolo; ; edifichino la chiesa di Cristo; demoliscano il regno di Satana; pascolino le pecore, uccidano i lupi, ammaestrino ed esortino i mansueti; redarguiscano, riprendano, rimproverino e convincano i ribelli, ma tutto mediante la parola di Dio. Ma se si volgono da essa ai loro sogni e alle invenzioni della loro mente, non sono più da accogliere come pastori, ma, essendo piuttosto lupi rapaci, bisogna cacciarli via. Poiché Cristo ci ha comandato d’ascoltare, se non quelli che c’insegnano ciò che hanno tratto dalla sua parola.8

 

Dipoi, Calvino e Farel presentano al Consiglio una Confessione di fede, redatta in lingua francese, da far sottoscrivere obbligatoriamente dall’intera popolazione ginevrina; chi si rifiutava doveva essere bandito dalla città. La proposta viene accettata. Berna, però, è contraria a quella Confessione e i nuovi tre sindaci neoeletti non sono particolarmente favorevoli ai due Riformatori. Il Consiglio decide di conformarsi alla prassi ecclesiastica in vigore nella chiesa bernese (l’impiego di pane azzimo nella celebrazione della Cena e l’osservanza del Natale, della Pasqua, dell’Ascensione e della Pentecoste). Inoltre il 31 marzo 1538 Berna convoca un sinodo a Losanna per decidere sulle cerimonie ed estende l’invito a Calvino e a Farel, cui il Consiglio chiede di aderire alle richieste di Berna. I due non cedono; viene loro vietato di predicare a Pasqua. Hanno contro anche la popolazione. Decidono di predicare comunque e in chiese diverse e si rifiutano di celebrare laCena, causa la divisione degli animi – sarebbe stata una profanazione. Terminato il sermone, scendono dal pulpito. Davanti a un atto tanto inaspettato quanto inaudito, il Consiglio concede loro tre giorni per abbandonare la città. Temendo un ritorno del cattolicesimo, Berna interviene a loro favore – ma inutilmente. Entrambi si recano prima a Zurigo e poi a Basilea. Quindi, Farel si recherà a Neuchâtel, dove continuerà la propria opera di Riformatore e dove si spegnerà, e Calvino a Strasburgo.

 

Calvino a Strasburgo

 

 

I tre anni di Strasburgo risultano per Calvino un periodo estremamente fecondo, anche se sul piano economico estremamente duro (con conseguenze sulla sua salute fisica). Diventa pastore della locale comunità dei francesi esuli (circa quattrocento; la sua ecclesiola gallicana). Dal febbraio 1539 inizia l’insegnamento di Nuovo Testamento presso l’Accademia, fondata l’anno precedente dal pedagogista tedesco Giovanni Sturm.Inoltre, collabora con il Riformatore della città, Martin Bucero. Soprattutto, riesce finalmente ad attuare la sua Riforma, impeditagli a Ginevra: il contatto quotidiano con la chiesa evangelica strasburghese gli permette di meglio capire e affrontare la vita di una comunità riformata (dalla liturgia al culto, dall’insegnamento ai giovani al ruolo di anziani e diaconi). Tale esperienza, mai maturata fino ad allora, sarà poi calata nella realtà ginevrina. Osserva a ragione Giorgio Tourn: «[…] si può dire in un certo senso che la chiesa di Ginevra fu una chiesa di Strasburgo perfezionata».9

Sul piano degli affetti, Strasburgo significa per Calvino anche una vita coniugale. Infatti, per una serie di ragioni personali comincia a dar corpo all’idea del matrimonio, che contrarrà nel 1540 con una donna della sua comunità, Idelette de Bure, vedova di un anabattista di Liegi, Giovanni Stordeur. La vita coniugale fu felice, ma breve: la moglie morirà nove anni dopo. Così Calvino scriverà a Viret:

 

Sono stato privato dell’eccellente compagna della mia vita, la quale, se fosse stato necessario, avrebbe affrontato con me non soltanto l’esilio e le privazioni, ma la morte stessa. Durante tutto il tempo della sua vita, è stato il mio aiuto fedele nel ministero; non mi è mai stata causa del minimo impedimento.10

 

Nel 1539 pubblica un Salterio (diciotto Salmi e tre cantici [il Cantico di Simeone, i dieci comandamenti e il Credo apostolico]), in collaborazione con il poeta Clément Marot, attivo alla corte di Francesco I, e la seconda edizione latina dell’Istituzione, in diciassette capitoli, che Calvino stesso nel 1542 tradurrà in francese; nel 1540 dà alle stampe il suo primo commentario biblico, L’epistola ai Romani; nel 1541, in francese, il Piccolo trattato sullaCena.

In quello stesso 1539 i principi protestanti della Lega di Smalcalda hanno un incontro a Francoforte e Calvino – nella viva speranza di intercedere presso Francesco I in favore dei suoi correligionari francesi – si unisce alla delegazione strasburghese. Frattanto (26 marzo), il vescovo di Carpentras, cardinale Jacopo Sadoleto, umanista e partigiano di Erasmo da Rotterdam, scrive ai sindaci e ai Consigli ginevrini una lettera in latino in pieno stile ciceroniano in cui deplora la loro adesione alla Riforma, approfittando del momento sfavorevole per Farel e Calvino. Li richiama alla tradizione cattolica:

 

Noi camminiamo in questa fede comune della Chiesa, facendo tesoro delle sue leggi e dei suoi precetti […] Inoltre, quando ricorriamo a queste norme di espiazione e di riparazione e le applichiamo, abbiamo fiducia di trovare perdono e misericordia presso Dio.

Per questo non ci arroghiamo alcun diritto al di sopra del parere e dell’autorità della Chiesa […] e le cose che sono state stabilite e tramandate dall’autorità dei nostri antenati – uomini della massima saggezza e santità – noi le accogliamo con grande fede, come se fossero state veramente dettate e prescritte dallo Spirito Santo. […]

La Chiesa cattolica, per darne una definizione concisa, è quella che in ogni parte del mondo, in ogni tempo passato e presente, unita e concorde in Cristo, è stata dovunque e sempre diretta dal solo Spirito di Cristo: in essa dunque non può sussistere alcun dissenso, perché tutte le sue parti sono connesse le une alle altre e tendono ad un unico fine. […]

[…] avere sentimenti conformi a quelli di tutta la Chiesa ed obbedire con scrupolosità ai suoi decreti, alle sue leggi ed ai suoi sacramenti, oppure dare la propria approvazione a uomini in cerca di novità e discordie?

Questo è il punto, fratelli carissimi, questo è il bivio ove la strada si divide in due direzioni: di esse l’una ci conduce alla vita, l’altra alla morte eterna. […]

[…] come si potrà accettare, dico, il fatto che essi [Farel e Calvino] abbiano cercato di lacerare la sposa unica di Cristo? […]

Della Chiesa cattolica e dello Spirito Santo costoro […] si professano avversari, cercando di spezzare l’unità, di introdurre vari spiriti, di disperdere i ocnsensi e di suscitare discordie nella religione cristiana […]

[…] prego ed esorto voi, miei fratelli di Ginevra, affinché […] ritorniate in comunione con noi e rendiate un fedele omaggio alla nostra madre Chiesa ed operiate con noi in uno stesso spirito. […]

Che Dio vi guidi e vi protegga con benevolenza, miei fratelli amatissimi!11

 

La risposta di Calvino, Epistola a Sadoleto, arriverà nell’arco di cinque mesi, il 1° settembre. Egli non contrappone una Chiesa a un’altra; esorta piuttosto a combattere il partito («fazione») del papa a favore di una riforma della Chiesa nella sua totalità. E, al pari di Sadoleto, offre anch’egli una definizione della Chiesa:

 

[…] la Chiesa è l’insieme di tutti i santi dispersi ne mondo intero ma uniti da un unico insegnamento, quello di Cristo, e che mantengono l’unità della fede, insieme alla concordia e alla carità fraterna, unicamente in virtù del suo Spirito. Fra cotesta Chiesa e noi non sussiste alcun contrasto, anzi la consideriamo come una madre, con il rispetto dovuto, e l’unico desiderio nostro è di essere sempre in comunione con lei.

A questo tu obbietti che la nostra ribellione sovverte ed annulla ciò che la comunità dei credenti ha approvato ed accolto da oltre millecinquecento anni. A questo riguardo non ti chiedo di schierarti dalla nostra parte convinto ed in buona fede (cosa che farebbe senza difficoltà non dico un cristiano ma un qualsiasi filosofo); mi sento però in dovere di chiederti di non abbassarti a queste calunnie, che compromettono gravemente la tua reputazione e l’opinione che di te hanno le persone serie. Sai benissimo infatti, Sadoleto (e qualora tu lo negassi dovremmo smascherare dinnanzi a tutti la tua doppiezza d’animo), che siamo nella linea della prassi antica assai più di quanto lo siate voi; non solo, ma la nostra azione tende esclusivamente a questo: far sì che venga restaurato e ripristinato nella sua purezza il volto della Chiesa antica deturpato e corrotto da gente ignorante e poi totalmente cancellato dal papa e dalla sua banda. […]

La vita e la stabilità della Chiesa poggiano essenzialmente su tre elementi: la dottrina, la disciplina, i sacramenti; a questi si può aggiungere come quarto elemento il culto, che ha lo scopo di aiutare il popolo ad una vita di pietà.12

 

Intanto, a Ginevra la situazione va vieppiù involvendosi sia sul versante religioso sia su quello politico.

Dopo la cacciata dei due predicatori evangelici, il rischio di un fallimento della Riforma era del tutto reale. La chiesa era stata affidata a quattro pastori poco degni; il malumore fra i seguaci di Farel e di Calvino cresceva di giorno in giorno sino al rifiuto di prendere parte allaCena; la disciplina stava venendo meno. Calvino si sente così in dovere di esortare i ginevrini (25 giugno 1539) a non infrangere la comunione fraterna, perché non si ha chiesa autentica senza la predicazione della parola e la celebrazione dei sacramenti; e chiede loro di desistere dal proposito di cacciare quei quattro pastori: «Finché è affidata loro la cura delle vostre anime, li dovete considerare vostri padri. […] Anche la chiamata degli attuali vostri pastori non è avvenuta senza la volontà di Dio […]».13

Inoltre, si costituiscono due partiti avversi: i guglielmini (dal nome di Farel), favorevoli ai due Riformatori, e gli articolanti (dagli articoli del Trattato, firmato nel 1539, che pose fine a una vecchia controversia con Berna), avversi a Calvino, fautori del Consiglio. Questi ultimi condussero le trattative con buona dose di approssimazione e superficialità, tanto da ledere gli interessi di Ginevra e da metterne in pericolo l’indipendenza. Una sommossa ne chiede gli arresti e Berna interviene a loro favore. La situazione precipita: nuovi tumulti porteranno all’esecuzione di due articolanti e, nell’ottobre 1540, i guglielmini riescono a ottenere il controllo della città e chiedono a Calvino di fare ritorno a Ginevra.14

Calvino viene a conoscenza di tale invito il 20 di quel mese, mentre si trova a Worms per il Colloquio di religione fra cattolici e protestanti. È riluttante; paragona Ginevra a una «camera di tortura», a fronte della quale preferisce la morte; temporeggia. Bucero lo vuole a Strasburgo, ma Farel e Viret lo esortano a tornare sui suoi passi. Soprattutto Farel; il quale addirittura si reca a Strasburgo e replica la stessa scena di quattro anni prima. Calvino cede. Così scrive all’amico, il 24 ottobre:

 

Se avessi una possibilità di scelta, farei qualsiasi cosa piuttosto che dartela vinta in questo affare. Ma poiché non posso dimenticare che non mi appartengo, offro il mio cuore immolato in sacrificio al Signore.15

 

Presa una decisione irreversibile, Calvino non si reca subito a Ginevra; prima, deve prendere parte insieme a Bucero alla Dieta di Ratisbona inaugurata, presente l’imperatore, il 3 aprile 1541.16 Dopo Ratisbona, Ginevra.

 

Il ritorno di Calvino a Ginevra

 

 

Il Calvino trentaduenne che il 13 settembre 1541 faritorno a Ginevra non è più il giovane irruente e inesperto di tre anni prima; è ormai diventato un eccellente organizzatore, un autentico “pastore d’anime” e un solido intellettuale molto stimato nell’ambiente dei “dotti”. E la realtà politico-religioso-ecclesiastica che si trova innanzi è estremamente complessa.

Ricevuto dal Consiglio, si assume l’impegno di organizzare la vita ecclesiastica cittadina; né nutre alcun sentimento di rivalsa nei confronti dei propri avversari. Su questo punto lascerà delusi i guglielmini:

 

Io do tanta importanza alla pace pubblica e alla concordia che mi controllo. Questo elogio non possono rifiutarmelo neppure i miei avversari. Ogni giorno alcuni dei miei nemici divengono spontaneamente miei amici, altri cerco di trattarli amichevolmente e sento che così andrò bene avanti, sebbene non abbia sempre successo.17

 

Calvino sa che l’uomo non appartiene a se stesso, che egli non appartiene a se stesso e quindi che l’unico suo compito è quello di predicare la parola di Dio e di vivere in conformità a essa. Il suo primo atto, ritornato nella città elvetica, consisterà infatti nel predicare la domenica successiva nella Cattedrale di S. Pietro, gremita di folla: riprenderà la spiegazione del testo biblico nel punto esatto in cui fu costretto a interromperlo il giorno dell’esilio.

 

Gli «Ordinamenti» del 1541. Su richiesta dei Consigli cittadini (il Piccolo Consiglio, il Consiglio Generale e il Consiglio dei Duecento), il mese successivo al suo rientro, in venti giorni Calvino redige gli Ordinamenti (Ordonnances ecclésiastiques de l’Eglise de Genève), subito adottati dai Consigli medesimi e successivamente riconosciuti dalla cittadinanza come Costituzione della Repubblica ginevrina (1543). Vi viene delineato lo schema giuridico-organizzativo ecclesiastico. Su base neotestamentaria (Efesini 4,11; I Corinzi 12,28; Romani 12,7) vengono riconosciuti quattro ministeri: i pastori (si devono occupare principalmente della predicazione dell’evangelo, dell’amministrazione dei sacramenti e dell’esercizio della disciplina ecclesiastica); i dottori (spetta loro «insegnare ai fedeli la sana dottrina, affinché la purezza dell’evangelo non venga corrotta a causa dell’ignoranza o di cattive opinioni»); gli anziani (hanno il compito di vigilare sulla condotta dei cittadini e di interessarsi delle condizioni morali di ogni singolo nucleo famigliare); i diaconi (si occupano dell’assistenza ai poveri e ai malati e della gestione dei beni ecclesiastici).

Sempre in funzione del governo della chiesa, Calvino istituisce il Concistoro e la Venerabile Compagnia dei pastori.

Il Concistoro, costituito da tutti i pastori (la Venerabile Compagnia) e da dodici anziani (in corrispondenza dei quartieri urbani), svolgeva mansioni disciplinari; doveva occuparsi sostanzialmente dell’ortodossia dottrinale (in funzione più di recupero del credente che della sua esclusione dalla comunità e dalla comunione di fede; un autentico lavoro pastorale a esclusiva cura fraterna dei più deboli spiritualmente). A fondamento di tale istituzione è posto l’onore di Dio: il corpo di Cristo non può venire contaminato.

La Venerabile Compagnia era una commissione ecclesiastica preposta alla scelta del corpo pastorale e all’insegnamento dottrinale.

Gli Ordinamenti, inoltre, gettavano le basi dell’insegnamento, della formazione: si era resa necessaria l’apertura di una scuola di teologia. Così, Calvino dà vita all’Accademia (l’attuale Università), articolata in due corsi: inferiore e superiore. Nel primo, della durata di sette anni, veniva impartita una istruzione elementare e media (abecedario,latino e greco, filologia classica, principî di dialettica); nel secondo, si studiavano filosofia e, in modo particolare, teologia. Calvino avrebbe voluto introdurre anche lo studio del diritto e della medicina, ma ciò poté realizzarsi soltanto dopo la sua morte.

Tale sorta di organizzazione non tradisce punto una tendenza autoritaria da parte del Riformatore di Ginevra. Piuttosto, essa è espressione della sua ecclesiologia. Secondo lui, la chiesa presenta quali note caratteristiche la predicazione della parola e una retta amministrazione dei sacramenti. La predicazione dell’evangelo comporta, appunto, una disciplina sia sul piano personale sia sul piano sociale. Così – fra l’altro – scrive Calvino sulla Chiesa:

 

Inizierò con la Chiesa, in seno alla quale Dio ha voluto raccogliere i suoi figli, affinché non solo fossero nutriti dal ministero di lei in età infantile ma affinché essa eserciti una cura materna costante nel guidarli sino al raggiungimento della maturità, anzi della meta finale della fede. Non è lecito infatti scindere queste due realtà, che Dio ha congiunte: essere la Chiesa madre di tutti coloro di cui egli è padre.18

 

Però, tale rigore (erano soggetti a punizione ogni tendenza di ritorno al cattolicesimo, la bestemmia, la derisione della fede evangelica e dei suoi ministri, i litigi, i comportamenti moralmente discutibili, il gioco di carte, lo scarso rispetto nei confronti dei genitori…) comincia a dare origine a un malumore sempre crescente che impegna il Riformatore fino al 1555; mentre fino a dieci anni prima la situazione generale è alquanto contenibile. L’obbligo di recarsi al culto diviene maggiormente rigido a partire dal 1547; si moltiplicano i processi disciplinari e dottrinari; la tensione in città aumenta. Arbitro del giudizio definitivo davanti al Concistoro (e non già al Consiglio) è proprio Calvino, il cui parere è vincolante.

 

I processi disciplinari. Il primo viene istruito nel 1546 nei confronti di Pietro Ameaux, un membro del Consiglio, arricchitosi commerciando in carte da gioco. La sua attività subisce un tracollo e in più il Concistoro gli nega il divorzio dalla moglie adultera. Allora, lancia accuse contro Calvino, che definisce un piccardo malvagio predicatore di una falsa dottrina. Il Riformatore si sente offeso non come persona, bensì quale ministro di Dio; così, viene arrecato oltraggio anche alla stessa gloria divina. Alla fine, dopo un braccio di ferro tra il Consiglio dei Duecento e il Concistoro, il colpevole viene condannato a pubblica ritrattazione.

Un altro ha luogo nel medesimo anno, ai danni di Giacomo Gruet, sostenitore del libero amore e persona di scarsa moralità; l’accusa: aver attaccato sul pulpito della Cattedrale di S. Pietro un volantino molto offensivo nei confronti di Calvino («Grosso pancione, tu e i tuoi compagni fareste meglio a tacere. […] Quando il popolo ne ha abbastanza sa ben vendicarsi!») ed essere in possesso di documenti sovversivi, trovati nella sua abitazione sotto il pavimento nel corso di una perquisizione. Venne processato, torturato e, infine, decapitato. Poi, gli scontri fra Calvino e le potenti famiglie Favre-Perrin.19

 

I processi dottrinali. Dopo l’esecuzione di Giacomo Gruet, i ginevrini cominciano a tradire una insofferenza sempre crescente nei confronti di una disciplina tanto rigida, ma Calvino riesce a dominare ancora una volta la situazione; che, però, raggiunge livelli altissimi, allorquando questi dal pulpito della Cattedrale di S. Pietro dichiara a chiare lettere l’intenzione di non distribuire laCena ai «dispregiatori condannati», minacciando anche di non continuare nella propria opera riformatrice qualora obbligato ad andare contro la parola e la volontà di Dio. In più, crescente era anche il fastidio per il peso politico che andavano assumendo i rifugiati francesi nelle vicende cittadine. L’unica strada da battere per i ginevrini era quella di demolire l’autorità del Riformatore, seminando dubbi circa la sua ortodossia scritturale. È proprio questa la chiave di lettura dei processi dottrinari.

Il primo di numerosi processi si svolge nel 1543, imputato l’umanista protestante Sebastiano Castellion, vecchia conoscenza strasburghese di Calvino, cui lo stesso a Ginevra aveva affidato la direzione della Scuola latina (Collegio). Teologicamente era alquanto aperto e sosteneva idee non del tutto conforme ai tempi; aveva anche pubblicato una traduzione in latino della Bibbia non poco libera e sosteneva che quando si metteva al rogo un eretico non si bruciavano delle idee, ma si mandava a morte un uomo. Esprime il desiderio di svolgere il ministero pastorale, ma Calvino non glielo concede. Così abbandona Ginevra per una cattedra a Basilea. Per onestà storica, va aggiunto che Calvino stesso gli rilascia un certificato in cui spende per lui parole di stima.

Un secondo, nel 1551, si svolge contro un ex carmelitano, il parigino Girolamo Bolsec, che nel corso dell’incontro settimanale dei pastori sferra un attacco contro la dottrina della predestinazione – punto che, nel corso del processo, ribadirà in quanto negazione del libero arbitrio e della giustizia divina. Il Consiglio si rivolge alle chiese di Basilea, Berna e Zurigo. E Berna stigmatizza ogni sorta di contesa e raccomanda la riconciliazione. Il Consiglio dà ragione al Riformatore e ordina l’espulsione dell’imputato dal territorio ginevrino.

Le accuse di Bolsec vengono reiterate da un ex monaco, Giovanni Trolliet; il quale considera l’Istituzione un testo negativo per la fede. Il Consiglio ne ribadisce invece la correttezza dottrinale ma, a un tempo, considera Trolliet un «brav’uomo e buon cittadino».20 Calvino viene ormai a trovarsi in una situazione molto critica e le sue difficoltà sia circa la disciplina sia circa la dottrina vanno crescendo. Siamo al 1553, l’anno del processo e della condanna al rogo di Michele Serveto – unico caso di condanna a morte nella Ginevra di Calvino.

 

Il caso Serveto. Vecchia conoscenza di Calvino (nel 1534 a Parigi questi desiderava incontrarlo, ma quello mancò all’appuntamento), personaggio di rilievo della corte spagnola (studiò diritto a Tolosa), medico (a lui si deve la scoperta della circolazione polmonare del sangue), filo-evangelico e appassionato di questioni teologiche, Serveto è già tenuto d’occhio dall’Inquisizione ed è in odore di eresia, per accuse all’epoca estremamente gravi: ancora ventiseienne dà alle stampe un breve scritto in lingua latina, Gli errori della Trinità, in cui nega la legittimità di tale dogma.

Nel XVI secolo, infatti, aveva fatto la propria apparizione il movimento degli «anti-trinitari» dalle tendenze mistico-razionalistiche. Serveto sosteneva che la natura divina, inconoscibile, assumeva forma per mezzo della parola di Dio e dello Spirito Santo: la prima si era incarnata in Cristo, nel quale umanità e divinità si fondevano; il secondo rappresentava il principio dell’immortalità nell’uomo, che veniva così quasi divinizzato. Come scrive Roland Bainton:

 

Questa era una teoria che Calvino riteneva ancor più esecrabile della negazione della Trinità. Infatti per il riformatore francese Dio era così assolutamente trascendente, che ogni commistione di questo genere fra l’umano e il divino gli appariva come impensabile sacrilegio. […] Serveto associava alle sue teorie il ripudio del battesimo dei pargoli e anche il sogno rivoluzionario di un ripristino del cristianesimo primitivo.21

 

Fuggiasco per le sue idee teologiche Serveto viene arrestato a Vienne e messo nelle mani dell’Inquisizione. Riesce a evadere e nel suo peregrinare che avrebbe dovuto portarlo a Napoli, dove intendeva riprendere la professione medica, passa per Ginevra; riconosciuto, viene arrestato (13 agosto 1553), processato e condannato al rogo (26 ottobre) – tutto a sola opera del Consiglio (anzi, Calvino, per alleviargli le sofferenze, chiese inutilmente che la pena fosse commutata in decapitazione). Scrive correttamente Alister McGrath:

 

Il procedimento giudiziario contro Serveto […] intendeva dimostrare la loro impeccabile ortodossia, come premessa per scalzare l’autorità religiosa di Calvino in città. Il Concistoro […] fu completamente scavalcato dal Consiglio cittadino nello sforzo di escludere Calvino dall’occuparsi del caso. Eppure, nonostante tutto, egli non poté essere completamente emarginato in una questione così importante di controversia religiosa. All’inizio egli fu coinvolto nel caso come primo promotore dell’accusa, sia pure in forma indiretta, e successivamente come consulente esperto in teologia; questa consulenza, tuttavia, avrebbe potuto esser data da qualsiasi altro teologo «ortodosso» del tempo, sia protestante che cattolico-romano.22

 

A Calvino, insomma, spettava soltanto di stabilire se si era in presenza di una eresia oppure no; tutto il resto era di stretta competenza della magistratura, che doveva applicare le vigenti leggi. Sbagliato era, in ogni caso, come precisa Giorgio Tourn, «[…] il credere che una città potesse essere cristiana al 100% e che la si potesse fare diventare cristiana con la legge. Serveto, come molti altri martiri, fu vittima di questo errore».23

In ogni caso, la condanna di Serveto è un tragico indelebile episodio di intolleranza, che ancora oggi fa riflettere (anche se non si tratta – è notorio – di un caso isolato nella tormentata Europa del XVI secolo). Tanto che nel 1903 sul luogo dell’esecuzione venne eretto un monumento di condanna di «un errore che appartiene al suo secolo».

 

Le elezioni del 1555. A seguito di questo grave episodio, Ginevra diventa teatro di tumulti manovrati dal partito dei Libertini (fondamentalmente i perrinisti, fautori della potente e influente famiglia Perrin) – cioè di quanti avevano sposato la causa della libertà dal giogo della disciplina moral-religiosa – decisi a riconquistare le proprie posizioni.

La situazione finanziaria non era delle più floride e così il Consiglio prende una decisione nei confronti dei moltissimi rifugiati, provenienti in massima parte dalla Francia e dall’Italia. Questi, nella maggioranza dei casi svolgevano attività liberali e possedevano ricchezze più o meno ingenti. Si trattava di far entrare tali capitali su suolo ginevrino. Si decide così di riconoscere loro lo stato di cittadini (riconoscimento applicato raramente nel periodo 1540-1554). Fra l’aprile e il maggio 1555 la situazione finanziaria cambia e, con essa, anche quella politica. Le nuove elezioni – nonostante il tentativo dei perrinisti di bloccare il voto ai neo-cittadini – si mostrano favorevoli ai partigiani di Calvino, che aveva dalla sua i numerosi ugonotti provenienti dalla Francia.24

 

5. Il pensiero politico di Calvino

Ginevra diventa una città austera; diventa la città di Giovanni Calvino. La situazione cambia.

Il Concistoro si rende indipendente dal potere politico e viene ricercata l’assoluta libertà di predicazione; il Consiglio non interviene più nelle questioni disciplinari; viene limitata l’ingerenza di Berna in materia dottrinale; prevale un forte rigorismo etico. La missione che pretendeva di assumersi Calvino consisteva nell’edificazione di una repubblica di santi, il cui unico pensiero e scopo era la gloria di Dio (soli Deo gloria). Per questo, quando si pensa alla Ginevra calvinista sorge l’immagine di una città-Chiesa, di una teocrazia. Ma le cose si mostrano ben più complesse.

Ginevra era, al tempo, una cittadina in piena fermento, travagliata, colma di esigenze, soprattutto di rinnovamento spirituale. E Calvino, come scrive Giorgio Tourn, seppe appunto interpretarle

 

[…] creando una comunità cristiana valida, strutturata, che poteva ragionevolmente contrapporsi alla coerente e complessa struttura dell’antica comunità ecclesiastica […] mantenendo con rigore una linea di assoluta indipendenza nei riguardi non solo del cattolicesimo franco-sabaudo […] ma altresí del protestantesimo bernese,25

 

dal quale anche lo divideva una differente concezione dei rapporti tra comunità cristiana e potere politico (questa fu, fra l’altro, motivo della sua cacciata dalla città nel 1538).

Identificandosi comunità religiosa e società civile, inevitabilmente si assisteva a una commistione dei due poteri. Però per Calvino le due sfere sono e devono rimanere distinte e separate fra loro, per quanto entrambe siano sottomesse alla signoria di Dio; e lo Stato deve vigilare sull’attuazione della Riforma, senza limitare l’autonomia della Chiesa – per cui, una collaborazione diventa del tutto inevitabile. Dio ha affidato a entrambe le autorità quegli strumenti che sta a esse utilizzare nei rispettivi ambiti al fine di mantenere la disciplina; fra loro intercorre una effettiva ed essenziale diversità. Scrive Calvino:

 

La Chiesa infatti non dispone della spada per punire i malfattori né di una legislazione per frenarli, né di carceri, ammende, o altre punizioni cui sono soliti ricorrere i magistrati. Non corrisponde anzi al suo spiritoche il colpevole sia punito suo malgrado, ma che faccia professione di pentimento con una punizione volontaria. Siamo dunque in presenza di una sostanziale differenza, in quanto la Chiesa non usurpa nulla di ciò che appartiene in proprio al magistrato, e questi non è in grado di compiere ciò che è fatto dalla Chiesa.26

 

Dunque, l’autorità del magistrato da un lato e l’autorità della Chiesa dall’altro, complementari fra loro: alla prima spetta di far rispettare al popolo il Decalogo (la religione va riconosciuta [prima Tavola] e l’ordine e la pace sociali mantenuti [seconda Tavola] amministrando la giustizia in tutti i suoi molteplici aspetti; come pure preservare la sicurezza del Paese anche con la spada) e alla seconda di predicare la parola di Dio, di adempiere cioè al ministero spirituale suo proprio che deve incidere sulla vita quotidiana del cristiano; il quale può santificarsi soltanto nella quotidiana realtà della vita civile e politica. Tale concezione emerge appieno – lo abbiamo visto più sopra – dalle Ordinanze del 1541.

In definitiva, il pensiero politico di Calvino non può affatto essere classificato né come clericale né come laico. Egli, puntualizza Valdo Vinay, «[…] vuole una società edificata ed organizzata secondo la parola di Dio». Quest’ultima «[…] deve riformare il culto e la vita civile e politica, perciò il suo insegnamento ha una importanza fondamentale».27 Calvino, in altri termini, era convinto della insopprimibile necessità di una società cristiana. Il che comporta una corresponsabilità dei due poteri: pastore e magistrato sono entrambi ministri di Dio e devono perseguire il medesimo fine della salvezza dell’uomo; in forza di ciò non possono combattersi l’un l’altro. Ma le tensioni fra le due sfere erano, invece, all’ordine del giorno. Il che obbliga a rivedere una serie di luoghi comuni sintetizzabili nell’espressione «la Ginevra di Calvino»; a chiarire il concetto di Ginevra quale città teocratica.

Non si tratta di un predominio delle autorità ecclesiastiche su quelle civili. Al contrario: Calvino si è speso al massimo affinché la Chiesa si mantenesse libera rispetto allo Stato, all’autorità civile, per l’incompatibilità fra i due uffici (spirituale e secolare). Non escludeva certo il cumulo di due cariche diverse in una medesima persona. Però, quando un sindaco di Ginevra sedeva in Concistoro quale anziano, doveva deporre le insegne del suo ruolo civile. In altre parole: non siamo di fronte a una concezione clericale della società. Se così fosse, non si spiegherebbe perché il calvinismo ha prodotto nella storia così importanti fermenti democratici. Piuttosto, precisa Giorgio Tourn, «Ginevra è teocratica nella misura in cui pretende attuare nelle sue mura una riforma religiosa in cui siano egualmente impegnati Chiesa e magistrati».28

Dunque, Calvino non era certo “il despota di Ginevra”. Si rifletta – in conclusione – su alcuni dettagli non sempre noti.

Egli ha dovuto combattere del continuo per rendere il Concistoro autonomo rispetto al potere del magistrato: le sedute del Concistoro erano presiedute dai Consigli; i dodici anziani erano di nomina dei Consigli (due scelti dal Piccolo Consiglio, quattro dal Consiglio Generale e sei dal Consiglio dei Duecento). Oppure: nel 1539 Calvino ricevette la cittadinanza da Strasburgo; Ginevra, invece, gliela negò sino al 1559 (cinque anni prima della sua scomparsa) – impedendogli, in tal modo, di accedere ai varî ruoli della magistratura. Non solo: i Consigli potevano cacciare via Calvino in qualsiasi momento, anche se non esercitarono mai tale diritto.

 

Calvino e l’economia, il lavoro, la proprietà privata, l’ordine economico e sociale

 

 

Ma Calvino non si ferma qui. Ha saputo intervenire in modo determinante e con altrettanta lucidità nella vita economica della città elvetica. Con i profughi Calvino vi accoglie anche – di conseguenza – lavoro, idee, capitali.

Il calvinista è il prototipo dell’uomo serio, attivo, sobrio, lavoratore instancabile e scrupoloso; in quanto eletto da Dio, opera in forza della sua vocazione attribuendo – scrive Giorgio Spini – «[…] dignità e responsabilità sacerdotali alla propria fatica nel mondo […] ogni professione è un sacerdozio».29 Fede, comunione con Cristo non sono nella teologia calviniana concetti quietistici, passivi. Tutt’altro: vanno intesi in senso dinamico. «Agire» scrive Calvino «significa sottomettersi in tutte le cose all’azione di Dio.»30 Così facendo – cioè lavorando, con un costante riferimento a Dio attraverso la rivelazione in Gesù Cristo – l’uomo ritrova se stesso, la propria piena umanità. Il lavoro come impegno vocazionale, viene così ad assumere una dimensione nuova: contemporaneamente, partecipazione all’opera di Dio e servizio reso agli altri nell’ambito della propria professione, qualunque essa sia, perché tutte sono rivestite di pari decoro. Per questo, togliereall’uomo il lavoro è come togliergli la vita stessa. Allora, non può esservi sfruttamento del lavoro umano, che va giustamente retribuito; né spazio per la disoccupazione, che priverebbe l’uomo della propria dignità. Chi non può lavorare va assistito dalla Chiesa e dallo Stato. Agire in tal modo equivale a dare all’uomo quanto Dio stesso gli concede per vivere. Il datore di lavoro non può quindi fissare arbitrariamente il livello del salario, in quanto esso è una espressione della grazia divina; perciò, l’uomo non può disporne a propria discrezione e piacimento – così facendo arrecherebbe offesa sia a Dio sia al suo prossimo. Però, non essendo tutti nella fede, bisogna trovare una soluzione adeguata. Scrive André Biéler:

 

[…] è necessario trovare sul piano puramente umano qualcosa di corrispondente a questo metro per misurare il salario.

Il giusto prezzo, è il prezzo del mercato, o il prezzo fissato dall’autorità. Ma ogni cristiano deve sapere che questa norma umana è molto relativa ed egli non può fidarsene in modo assoluto a causa del disordine sociale nel quale vive il mondo. […] Il fatto oggettivo di un prezzo fissato in un modo o nell’altro non dispensa, dunque, il cristiano dalla sua responsabilità nei confronti di colui che, superiore o subordinato, lavora con lui o per lui.31

 

E per regolamentare le contribuzioni Calvino propone il contratto salariale; e il salario è sempre direttamente proporzionale ai bisogni reali del lavoratore.

Anche la divisione del lavoro rispecchia una conformità al disegno divino, in quanto espressione necessaria dell’interdipendenza e solidarietà degli uomini fra loro. E di tale divisione del lavoro «complemento indispensabile» è il commercio. L’angolo di guardatura è ancora una volta teologico. Scrive a ragione Bièler: «Gli scambi sono resi necessari perché si possa realizzare l’ordine sociale armonioso che Dio ha prescritto tra gli uomini. Il traffico materiale è il segno della comunione spirituale dei membri della società».32 Per questo esso deve tendere a rendere gioiosa la vita dell’uomo; e se si allontana da questo fine, cade nell’imbroglio, perverte l’ordine divino. Sostiene Calvino:

 

Per nutrire gli uomini nella giustizia e nella pace è necessario che ciascuno possieda il suo, che si facciano vendite e compere, che gli eredi succedano a coloro cui devono succedere, che le donazioni abbiano luogo, e che ciascuno possa arricchirsi con la sua industriosità, col suo vigore, con la sua destrezza o con altro mezzo. Insomma la vita associata esige che ciascuno goda di ciò che gli appartiene.33

 

A Ginevra era stato introdotto un vero e proprio controllo dei prezzi di alcuni generi alimentari, come carne, vino, pane; ogni spreco era bandito, mentre il denaro disponibile veniva interamente investito in funzione produttiva.

Con queste sue intuizioni, teologicamente motivate e fondate, il Riformatore di Ginevra ha anticipato di alcuni secoli scoperte delle moderne scienze economiche. Il che si nota in particolare a proposito del commercio del denaro.

La Scolastica, fondandosi sulla concezione aristotelica dell’intrinseco carattere improduttivo del denaro, non considerava lecita e legittima la riscossione di interessi per denaro prestato, anche se poi venivano ammesse delle eccezioni.

A differenza di Lutero e di altri Riformatori, fedeli a concezioni medievali, il Francese affronta la questione in termini del tutto nuovi e insoliti per i tempi, scoprendo che il prestito di denaro rende possibile la costituzione di capitale; il denaro è cioè produttivo e funzionale allo sviluppo economico. Così, Calvino sostiene la legittimità degli interessi sui prestiti destinati all’impresa (ma con tasso regolamentato, per impedire lo strozzinaggio); invece, gli indigenti dovranno ricevere i prestiti di cui necessitano senza essere tenuti a corrispondere alcun interesse. Non meno chiaro è sulla questione della proprietà privata e della ricchezza. Commentando l’ottavo comandamento («Non rubare» [Esodo 20,15]), afferma tra l’altro:

 

Dobbiamo tener presente che quanto ciascuno possiede, non lo ha per caso fortuito, ma grazie al dono di colui che è padrone supremo e signore di ogni cosa, per questo motivo non si può frodare qualcuno delle sue ricchezze senza violare la dispensazione di Dio.

Vi sono molti tipi di furto. Uno è violento, allorché con la forza, in modo brigantesco, si ruba e si saccheggia il bene altrui. L’altro si serve della frode maliziosa, quando subdolamente si impoverisce il prossimo ingannandone la fiducia Altro è l’astuzia più nascosta allorché si incamera con belle parole, o con la falsificazione di una donazione o in altro modo, quanto doveva appartenere ad un altro.

[…] Chi non compie il dovere che la sua vocazione comporta verso gli altri, si trattiene per sé quanto appartiene agli altri.34

 

E, di conseguenza, chi possiede ricchezze le deve mettere a disposizione dei più indigenti. La proprietà privata è legittima e l’autorità secolare deve proteggerla dall’avidità umana; mai, però, deve essere edificata sullo sfruttamento e sull’imbroglio. Quindi, la ricchezza va equamente distribuita: Dio si serve dei ricchi per aiutare i poveri; tant’è che Calvino definisce i ricchi «servitori dei poveri». È contrario alla comunanza dei beni predicata da alcuni gruppi anabattistici. Al potere politico spetta disciplinare l’ordine economico e alla predicazione della parola di Dio orientare responsabilmente e con giustizia in tale direzione il potere civile.

 

Un ethos nuovo

 

 

Calvino si prefiggeva di forgiare un tipo di uomo avvezzo alla responsabilità civile, sociale, ecclesiastica e, quindi, dedito all’auto-critica e all’esame di coscienza, proprio sul fondamento biblico della comunità cristiana come corpo di Cristo e sulla base del sacerdozio universale dei credenti. Sul piano della vita associata ne deriva che – sottolinea Valdo Vinay – «la diaconia della chiesa sollecita anche l’amministrazione cittadina a riorganizzare saviamente le opere assistenziali. Infatti uno dei quattro sindaci deve vigilare su di esse».35

Tutto questo insieme ha sollecitato l’interesse di sociologi e storici, che hanno ritenuto di intravedere nel pensiero e nella civiltà calviniste l’origine del processo e dello sviluppo capitalistico. Ad aprire la discussione fu l’economista, storico e sociologo tedesco Max Weber, che nel 1905 pubblicò il celebre saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.

Weber analizza nelle sue caratteristiche il capitalismo moderno dell’Europa occidentale (libertà dell’iniziativa economica, accumulazione del capitale funzionale all’investimento e al conseguente mantenimento dell’attività produttiva, organizzazione razionale del lavoro, ecc.) e sostiene – a differenza del pensiero marxista che tale capitalismo è sotteso uno «spirito», non determinato da fattori economici strutturali, bensì – al contrario – da elementi di natura etico-religiosa, da identificare nell’etica protestante di marca riformata (calvinista). «Il lavoro sociale del calvinista nel mondo» scrive Weber «è esclusivamente lavoro a maggior gloria di Dio.» Questo carattere ha pertanto anche il lavoro professionale, che è al servizio della vita terrena della comunità. E l’amore del prossimo «[…] si manifesta in prima linea nell’adempimento dei doveri professionali imposti dalla lex naturae e prende così il carattere obiettivo ed impersonale di servigio reso all’ordinamento razionale del mondo sociale che ci circonda».36

In pratica, Weber formula una ipotesi – e un progetto di lavoro – sulle origini dello «spirito del capitalismo», aprendo in tal modo all’indagine storico-sociologica nuovi orizzonti: l’influenza delle concezioni religiose sull’intero assetto sociale, civile, politico, morale e culturale. In particolare, prende in esame il contributo della Riforma alla formazione del mondo moderno.

Con Lutero, ma specialmente con Calvino nasce un’etica professionale che seppellisce una volta per tutte il Medioevo. Ma è altresì vero che Weber ha preso un grosso abbaglio storico, volendo ricondurre al Calvinismo le origini del capitalismo. Egli, infatti, si riferisce principalmente al Puritanesimo del XVII secolo, posteriore cioè a Calvino e influenzato da varie correnti, religiose e non, estranee al suo pensiero. Inoltre, quel suo Puritanesimo di riferimento non è certo della miglior marca, tanto da prenderlo a esempio. Scrive Ugo Gastaldi:

 

L’uomo d’affari puritano che egli ci ha descritto è un cattivo calvinista, in cui la morale professionale del calvinismo originario è ormai arrivata a forti compromessi, e più in generale, in Inghilterra ed altrove, il calvinista ha una mentalità capitalistica nella proporzione in cui è venuta meno la sua fedeltà alla Bibbia e a Calvino. L’importanza inoltre attribuita da Weber alla predestinazione per la formazione dello ‘spirito del capitalismo’ la si ritiene generalmente esagerata.37

 

Il protestantesimo – in ultima istanza – non ha affatto generato il capitalismo, bensì un ethos che fa del cristiano, secolarizzato e non, una persona professionalmente responsabile. Lo stesso Weber, in fondo, si rese conto come fosse contingente, storico, il contributo protestante allo sviluppo del capitalismo, distinguendofra l’ideale perseguito da una religione e l’influenza effettiva sul corpo sociale, sull’uomo. Inoltre, mentre per quel tipo di puritanesimo di cui sopra l’«ascesi intramondana» del lavoro assurse a virtù, per Calvino non aveva niente affatto carattere meritorio. Anzi, proprio per quanto concerne le sue concezioni economiche, sarebbe corretto parlare – come fa André Biéler – «[…] di un socialismo personalista, o se si preferisce, di un personalismo sociale, che ricerca un equilibrio sempre nuovo tra la salvaguardia dei diritti e dei beni della persona e il rispetto delle necessità della società».38

 

Calvino teologo

 

 

Se Calvino ha fatto di Ginevra quello che abbiamo visto e ha tirato sul piano pratico certe conseguenze e non certe altre, ciò è dovuto esclusivamente alla sua teologia che – per brevità – potremmo definire “esegetica”, cioè fondata essenzialmente su una attenta lettura e una scrupolosa analisi dei testi biblici, condotta da umanista qual era – tutta tesa a far comprendere il puro evangelo e non già a offrire un sistema dottrinario di tipo scolastico, così qualificandosi come teologo biblico. Pur rifacendosi a Lutero, Zwingli, Bucero e Melantone, Calvino non solo è riuscito a dare corpo organico e ad approfondire i discorsi da questi iniziati, ma ha saputo anche inventare – come fa notare Giorgio Tourn – «[…] un metodo teologico, che non solo raccoglie l’eredità luterana, ma pone fine alla riflessione medievale per sempre».39 La teologia calviniana partecipa dell’assolutezza e radicalità dei Riformatori della prima generazione (solus Christus, sola Scriptura, sola Gratia, sola fide) e nella sua essenza è radicata nel profondo nella rivelazione biblica; è, quindi, rigorosamente cristologica.

 

Scrittura e Tradizione. Per Calvino, la Bibbia nella sua totalità è l’unica fonte della rivelazione divina e la sua infallibilità consiste nel sentire in essa parlare lo Spirito Santo. La parola che essa contiene è la parola di Dio quale si esprime in Gesù Cristo, fine ultimo della Sacra Scrittura, unica testimonianza resa a Cristo: ogni singolo libro canonico tende esclusivamente a lui. Solo questa parola è il fondamento della fede e della Chiesa. Ed è ancora e sempre questa unica e assoluta parola (che non va punto a identificarsi con le singole parole) il criterio di veradicità e di fedeltà anche della tradizione cristiana. E circa la tradizione, con i suoi errori e difetti, Calvino accoglie i simboli della Chiesa antica, in quanto commento fedele della Scrittura. Essa, è, in ogni caso subordinata alla Scrittura stessa.

 

Dio e uomo. Al centro della teologia calviniana è l’idea dell’assoluta sovranità di Dio. Il Dio di Calvino è un Dio sempre operante nella sua creazione, fondamento, garante e custode dell’esistenza umana che da lui dipende in senso assoluto. Per questo, scopo di ogni creatura è la glorificazione di Dio. È a questo punto che entra in gioco la dottrina della predestinazione. Essa, in realtà, non è al centro della teologia del Riformatore; al centro sta la sovranità assoluta di Dio, la libera e sovrana elezione di Dio, che permea nel profondo l’intero suo pensiero (dalla creazione [l’uomo è l’opera più alta del Dio creatore, che lo sorregge con la sua grazia] alla provvidenza [il Dio provvidente è un Dio che lavora in direzione della propria auto-glorificazione e che dirige l’intero corso tanto dell’universo quanto dei singoli individui, stabilendo fin dall’eternità ciò che deve accadere e accade nella storia dell’umanità tutta]). Espressione di detta libertà sovrana di Dio è anche la dottrina della doppia predestinazione (a salvezza e a perdizione, secondo «l’eterno decreto di Dio»). Del resto, Dio non è separato dal mondo; tanto che per Calvino la teologia verte sull’inseparabilità della conoscenza di Dio e dell’uomo («conoscenza di Dio e conoscenza di noi stessi»). Dio rivolge, così, la propria vocazione a ogni uomo affinché ne accetti la grazia sovrana; ed essa diventa operante per l’azione dello Spirito Santo nel singolo credente. L’uomo, a sua volta, non è una marionetta o un automa nelle mani divine, ma un essere pienamente responsabile anche se tutto corroso dal peccato (pessimismo antropologico). Questa elezione è, però, resa possibile dalla rivelazione di Dio in Gesù Cristo. Allora, il credente calvinista cerca di produrre nella propria esistenza quotidiana frutti conformi a tale elezione in Cristo. In lui Dio ha eletto prima della fondazione del mondo e a lui gli uomini devono guardare per conoscere la propria elezione; in lui natura umana e natura divina sono distinte ma non separate, unite ma non fuse insieme; in lui si ha la giustificazione come perdono dei propri peccati e imputazione della sua giustizia;40 soltanto per mezzo di lui si può avere piena e lieta comunione con Dio.

 

La Chiesa. Anche l’ecclesiologia di Calvino è strettamente legata all’idea di elezione. La Chiesa è invisibile (eterna, al di là del tempo, costituita dai predestinati di ogni generazione) e visibile (l’insieme di credenti autentici e di ipocriti e miscredenti); essa è la comunione universale di eletti. E è solo attraverso gli occhi della fede è reso possibile intravedere la chiesa invisibile all’interno di quella visibile. La Chiesa è creata dalla parola di Dio ed è il corpo di Cristo; comunque, è e rimane un semplice strumento nelle mani del suo Signore, perché questi e non già essa salva. Perciò a Cristo solo essa deve obbedienza. L’unità è resa possibile dall’opera di Cristo, senza cui non si ha né comunione né Chiesa. Poi, solo lo Spirito Santo distribuisce i propri doni ai singoli credenti: doni diversi a seconda del servizio che ognuno è chiamato a dare. La Chiesa, allora, è articolata nei quattro ministeri, in conformità al Nuovo Testamento (pastori, dottori, anziani e diaconi), che non sono una istituzione umana in quanto istituiti da un comandamento del Signore – organizzati dall’alto (cioè da Cristo) e non già dal basso (cioè da se stessa sulla base della propria spiritualità). Si ha vera Chiesa laddove viene predicato la parola di Dio e amministrati i sacramenti (segni distintivi [notae ecclesiae]).

 

I sacramenti. Per Calvino i sacramenti (battesimo eCena) sono un segno esterno, l’espressione della benevolenza di Dio nei nostri confronti, e sono intimamente connessi alla parola senza la quale non sarebbero comprensibili né giustificabili. Essi non hanno in sé una virtù salvifica; sono semplici strumenti nelle mani di Dio, segni del patto di Dio con il suo popolo. Essi presentano un aspetto oggettivo (l’azione di Dio) e uno soggettivo (la risposta dell’uomo); in essi bisogna distinguere fra segno (offrono Gesù Cristo), sostanza (Cristo stesso con tutti i suoi benefici) ed effetto (l’azione salutare di Cristo: giustificazione, santificazione, redenzione, vita eterna).

a. Battesimo. Il battesimo incorpora il credente in Cristo, segno di una nuova esistenza che deve saper portare frutti nella vita ecclesiastica e civile. Per suo tramite si è accolti nella Chiesa; esso è il segno del nuovo patto di grazia, il segno della nostra purificazione, la partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo, suggello della salvezza ma non già la salvezza stessa. Il battesimo degli infanti equivale alla circoncisione: diversi per forma esteriore, ma identici nella sostanza (la promessa di Dio); anche gli infanti fanno parte del popolo di Dio, della Chiesa.

b. Cena. Sul secondo sacramento Calvino assume una posizione intermedia fra Lutero (consustanziazione) e Zwingli (puro simbolo), anche nel senso di una pacata riflessione («il corpo di Cristo è la che sanguina con le membra lacerate»).

Nella Cena, celebrata attraverso segni materiali, visibili (pane e vino), sono da considerare tre elementi: il significato, la sostanza e l’effetto.

Innanzitutto, i segni materiali: ricevere il pane e il vino equivale a ricevere il corpo di Cristo, il mangiare è un mangiare per fede (la masticazione diventa un nutrirsi di Cristo, pane della vita, è un partecipare alla sua umanità e non solo un atto spirituale) che non implica punto una «trasfusione di sostanza». Cristo è la realtà che viene congiunta ai segni per il tramite dello Spirito Santo: esso, cioè, rende possibile la presenza corporea del Cristo risorto nella Cena e ne fa il nutrimento spirituale. Allora, le parole dell’istituzione «Questo è il mio corpo» non vanno intese né in senso letterale né figurato o parabolico, bensì sacramentale («il segno riceve il nome della cosa significata»).

Circa il significato, esso consiste nella promessa impressa nel segno che conduce a Cristo. E la promessa conduce direttamente alla sostanza della Cena; ovvero a Cristo stesso con il suo corpo e con il suo sangue, alla sua opera redentrice. E dalla sostanza si giunge all’effetto: essere resi partecipi, addirittura essere integrati nell’opera di salvezza; Cristo offre ai comunicanti i benefici della sua morte e della sua risurrezione, il proprio corpo di sofferenza e di gloria.

Calvino era dell’idea di celebrare laCena ogni domenica; per tal fine, infatti, questo sacramento è stato istituito: i cristiani devono ricordare la passione di Cristo; la loro fede deve essere fortificata (in base a essa si riceve il corpo di Cristo); la bontà di Dio da loro pubblicamente esaltata.

Nella celebrazione della Cena il credente riceve il corpo di Cristo, ma lo riceve per fede. Ciò – in altre parole – implica che Cristo non può essere ricevuto senza fede. «L’indegnità di chi riceve il sacramento» scrive Valdo Vinay «svuota questo del suo contenuto e della sua verità.»41 Per tale ragione, nella dottrina sacramentale calviniana «la Cena» sottolinea Giorgio Tourn «è da ricollegarsi alla cura pastorale, all’edificazione della chiesa, alla disciplina più che alla confessione di fede».42 Infatti, questo sacramento nell’Istituzione viene analizzata all’interno del Libro IV, dedicato ai mezzi che Dio mette in opera per condurre alla fede.

 

L’«Istituzione della religione cristiana» del 1559. Nel suo insieme, la teologia di Calvino può essere definita dialettica: ogni suo singolo elemento poggia sull’altro (a esempio: alla potenza di Dio si contrappone la sua misericordia; la Chiesa è visibile e invisibile); una dialettica che ruota, in definitiva, intorno al rapporto continuo fra Dio e l’uomo. Ma è altresì, nel contempo, spiega Giorgio Tourn, una teologia «[…] in situazione, cioè un riflettere di fronte alla realtà ed ai problemi della storia cristiana sulla base di un’intuizione perennemente identica a se stessa: quella della presenza attuosa di Dio».43 E, oltre a essere “dialettica”, è anche una teologia “storica”, nel senso che è direttamente determinata da situazioni concrete; scaturisce da una riflessione della fede nell’ambito della comunità ecclesiastica nel suo rapporto immediato con la società civile e, in primo luogo, con la parola di Dio. Per questo, l’opera fondamentale di Calvino, l’Istituzione della religione cristiana, (1536 [in latino], 1539-1541, 1550-1551 e 1559-1561 [in latino e in francese]), in quattro Libri, non è un trattato dogmatico e sistematico sui grandi temi teologici, quanto piuttosto uno strumento di lavoro frammentario il cui scopo – scrive ancora Giorgio Tourn – «[…] non è quello di fornire un panorama della dottrina cristiana nel suo insieme, ma di permettere la comprensione del testo sacro».44

Libro primo. Tratta della dottrina di Dio (Dio Padre), con particolare riferimento alle altre due dottrine della creazione («la potenza di Dio rifulge nella creazione e nel costante governo del mondo») e della provvidenza («Dio ha creato il mondo per mezzo della sua potenza, lo governa e lo mantiene con quanto vi è contenuto per mezzo della sua provvidenza»). La conoscenza di Dio e dell’uomo sono strettamente legate fra loro in un mutuo rapporto. L’uomo ha una conoscenza naturale di Dio, ma è una conoscenza confusa; una conoscenza perfetta si può avere soltanto mediante Cristo; il quale, a sua volta, può essere altrettanto pienamente conosciuto solo attraverso la Scrittura, che contiene la parola di Dio espressa in forme umane. Il Dio creatore e provvidente è un Dio trinitario («nella Scrittura ci è insegnato che fin dalla creazione del mondo in una sola essenza divina sono contenute tre persone»).

Libro secondo. Tratta della dottrina della redenzione (Dio Figlio) con riferimento alla teoria del peccato originale e alla cristologia. A causa di Adamo l’umanità tutta è precipitata nel peccato; per cui, l’uomo è ora privo del libero arbitrio ed è soggetto a ogni male e tutto ciò che egli produce è degno di condanna. Malvagio quale è, l’uomo è servo del peccato e, quindi, con la propria volontà non può desiderare bene alcuno; allora, Dio opera nel suo cuore e si rivela padre e salvatore degli uomini in Gesù Cristo, nel quale si assommano due nature in una sola persona. Questi assomma in sé il «triplice ufficio» di profeta, re e sacerdote «per poter comprendere a qual fine il Padre lo abbia inviato tra gli uomini». La sua mediazione fra Dio e gli uomini produce la salvezza dell’umanità, per mezzo della sua morte, della sua risurrezione e della sua ascensione; egli «ha realmente meritato per noi la grazia di Dio e la salvezza. In questo secondo Libro sono anche trattati la questione della Legge (viene condotto un esame del Decalogo, comandamento per comandamento) e il rapporto di continuità fra i due Testamenti.

Libro terzo. Tratta di Dio Spirito Santo e analizza le dottrine della fede («la fede è una conoscenza della volontà di Dio tratta dalla sua Parola»), della rigenerazione («siamo rigenerati per mezzo della fede»; «[siamo riconciliati] con Dio per mezzo della sua clemenza»; «siamo santificati dal suo Spirito»), della giustificazione («la dottrina fondamentale della religione cristiana», che nega le indulgenze e il purgatorio dei «papisti») e della sovrana elezione divina provata dalla Scrittura («l’elezione eterna con cui Dio ha predestinato gli uni alla salvezza e gli altri alla dannazione»). Vengono affrontate anche la questione della libertà cristiana (consta di tre elementi: «le coscienze dei credenti», l’ubbidienza alla volontà di Dio nella libertà dalla Legge, la libertà rispetto alle «cose esteriori») e la preghiera («la preghiera è il principale esercizio della fede; per mezzo di essa riceviamo quotidianamente i benefici di Dio»).

Libro quarto. Tratta della Chiesa, nella sua vita interna (ministeri, sacramenti, disciplina ecclesiastica) ed esterna (rapporti con il «governo civile»). A causa della nostra debolezza Dio ha voluto donarci «mezzi esteriori e ausilii per chiamarci a Gesù Cristo suo Figlio e mantenerci uniti a lui». Così, egli ha affidato l’evangelo alla Chiesa, affinché si continuasse a proclamarlo (i suoi insegnamenti ci vengono trasmessi mediante i pastori e i dottori e ha istituito i sacramenti). Viene condotto un lungo confronto tra la falsa e la vera Chiesa: la Chiesa cessa di essere tale se ne vengono sovvertite le fondamenta (la dottrina degli apostoli e dei profeti), come si è «verificato in tutto il papismo», che «ha annientata l’antica forma del governo ecclesiastico», pervertita «ogni pura dottrina» ed esercitata «una crudele e infernale tirannia sulle anime» (alla Chiesa del papato sono dedicati otto lunghi capitoli e uno all’autorità dei Concili).

 

«Soli Deo gloria»

 

 

Gli ultimi anni di vita sono stati per Calvino anni di profonda e intensa sofferenza fisica (emicranie persistenti, dolori di stomaco, disturbi di circolazione, complicazioni polmonari, tossi, emorragie, regime alimentare molto rigoroso per evitargli ulteriori sofferenze), ma pure di soddisfazione: ormai la “sua” Ginevra aveva imparato ad amarlo come un padre, nonostante la sua durezza e la sua intransigenza: il fine era quello di servire Dio e nessun altro e, quindi, quello di mettere se stessi umilmente da parte. E così, negli ultimi mesi di vita, i ginevrini – su richiesta del Consiglio – pregarono quotidianamente per lui. Comunque, continua a lavorare: nel 1557 rifiuta un invito di recarsi in Polonia, ma eserciterà sotto forma epistolare una forte influenza sulla nobiltà di quel Paese (la Chiesa riformata vi troverà ampia espansione); predica; insegna;prende parte alle riunioni del Concistoro e della Venerabile Compagnia sino ai mesi di febbraio e marzo 1564.45 Ginevra lo vedrà per l’ultima volta nella Pasqua di quell’anno: trascorrerà gli ultimi mesi nel proprio letto. E da lì, a un mese dalla morte, ai suoi colleghi pastori recatisi da lui in visita Calvino terrà un discorso:

 

Quando venni per la prima volta in questa chiesa, non v’era quasi nulla di fatto. Si predicava ed era tutto. Si cercavano gli idoli e li si bruciava. Ma non v’era riforma alcuna. Tutto era in tumulto. Ho sostenuto qui battaglie tremende. Alla sera sono stato salutato per beffa dinanzi alla mia porta dagli spari di 50 o 60 archibugi. Pensate quanto dovesse essere spaventato un povero e timido studioso, quale io sono, e come, lo confesso, sono sempre stato? […] Quando fui richiamato [da Strasburgo] non ebbi da tribolare meno di prima, per assolvere il mio compito. Mi facevano inseguire dai cani gridandomi dietro, e i cani mi afferravano per gli abiti e per le gambe. […] Sono passato attraverso molte lotte e le vostre non saranno meno dure; ma più gravi delle mie. Poiché voi vivete in tempi tristi. […] Ho avuto molte debolezze e voi avete dovuto sopportarle, e tutto ciò che io ho fatto non vale nulla. I malvagi approfitteranno di questa mia parola. Ma lo ripeto che ciò che ho fatto non vale nulla e io sono una misera creatura. Eppure posso dire ancora che ho desiderato il bene e che i miei vizi mi sono sempre dispiaciuti e che il principio del timore di Dio è sempre stato nel mio cuore. Perciò potremo dire che non mi ha fatto difetto la buona volontà, e io prego che mi sia perdonato il male compiuto, se ho fatto qualcosa di buono seguitelo. Quanto alla mia dottrina, ho insegnato con fedeltà […], non ho mai tentato di corrompere o di deformare un passo della SAN Scrittura.46

 

Voleva servire la causa della Riforma a Ginevra e così fece, questo dichiarando e promettendo (e mantenne) nel farvi ritorno definitivo nel 1541. Il suo stesso stile di vita ne è conferma e testimonianza. Era vissuto da povero e alla sua morte il suo patrimonio venne valutato intorno ai 200 scudi; il 25 maggio fa dare al tesoriere della città disposizioni a non erogargli più lo stipendio, perché ormai prossimo alla fine. Morirà due giorni dopo.

La tomba di Calvino, a Ginevra, è in realtà una tomba con un nome che non le appartiene, perché dove le sue spoglie giacciano nessuno lo sa. Per disposizione testamentaria egli aveva richiesto una sepoltura anonima. Forse era preoccupato che il cimitero di Plainpalais diventasse meta di pellegrinaggi. Infatti, nel 1543 aveva pubblicato in francese un polemico Trattato delle reliquie, nel quale chiedeva che si approntasse un inventario di reliquie nei varî Paesi europei. Ma non solo. Egli aveva speso l’intera sua esistenza nel servizio all’evangelo, che gli imponeva di mettersi da parte davanti al Dio vivente. Pochi giorni prima di morire, cita in latino il versetto di un Salmo: «Sto in silenzio, non aprirò bocca, perché sei tu che hai agito» (39,9). Nel citato discorso ai pastori il Riformatore di Ginevra dice anche: «Nulla ho mai scritto mosso dall’odio verso altri, ma sempre ho avuto come fine quello che stimavo esser alla gloria di Dio […]».47 Scrive Jean Cadier: «Nessuna pietra segna la sua tomba. Cosí morí senza gloria colui il quale, durante tutta la sua vita, aveva proclamato che a Dio solo appartiene tutta la gloria».48Soli Deo gloria.

 

1 G. Tourn, Introduzione a G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, 2 voll., UTET, Torino 1971, I, p. 25.

2 V. Vinay, La Riforma protestante, Paideia, Brescia 1970, p. 139.

3 A. E. McGrath, Giovanni Calvino. Il Riformatore e la sua influenza sulla cultura occidentale, Claudiana, Torino 1991, p. 87.

4 G. Tourn, Nota biografica, in G. Calvino, op. cit., I, p. 61.

5 Cit. in V. Vinay, op. cit., p. 152.

6 G. Calvino, Il «Piccolo trattato sulla SAN Cena» nel dibattito sacramentale della Riforma, a cura di G. Tourn, Claudiana, Torino 1987, p. 115.

7 Cit. in V. Vinay, Introduzione a G. Calvino, Il catechismo di Ginevra del 1537, a cura di V. Vinay, Claudiana, Torino 1983, p. 6.

8Ibid., pp. 60, 61.

9 G. Tourn, Calvino e la Riforma a Ginevra, Claudiana, Torino 1965, p. 66.

10 Cit. in J. Cadier, Calvino. L’uomo domato da Dio, Claudiana, Torino 1964², pp. 104-105.

11 J. Sadoleto-G. Calvino, Aggiornamento o riforma della Chiesa? Lettere tra un cardinale e un riformatore del '500, a cura di G. Tourn, Claudiana, Torino 1976, pp. 38, 39, 42, 44, 48, 50.

12Ibid., pp. 66-67, 68.

13 Cit. in V. Vinay, op. cit., pp. 167-168.

14 Cfr. A. E. McGrath, Giovanni Calvino, cit., pp. 137-138; V. Vinay, op. cit., p. 168.

15 Cit. in J. Cadier, op. cit., p. 110.

16 Cfr. É. G. Léonard, Storia del protestantesimo, 3 voll. in 4 tomi, il Saggiatore, Milano 1961 e 1964, I, pp. 312-317.

17 Cit. in V. Vinay, op. cit., p. 169.

18 G. Calvino, Istituzione della religione cristiana, cit., II, p. 1198 (IV,1.1).

19 Cfr. V. Vinay, op. cit., pp. 172-179.

20 Cfr. ibid., pp. 179-181.

21 R. H. Bainton, La Riiforma protestante, Einaudi, Torino 1958³, p. 129.

22 A. E. McGrath, Giovanni Calvino, cit., p. 156.

23 G. Tourn, Calvino e la Riforma a Ginevra, Claudiana, Torino 1965, p. 95.

24 Cfr. A. E. McGrath, Giovanni Calvino, cit., pp. 162-164.

25 G. Tourn, Introduzione, cit., pp. 26, 27.

26 G. Calvino, Istituzione…, cit., II, p. 1419.

27 V. Vinay, Ecclesiologia ed etica politica in Giovanni Calvino, in «Protestantesimo», XXVI (1971), n. 3, p. 130.

28 G. Tourn, Introduzione…, cit., p. 32.

29 G. Spini, Storia dell’età moderna, 3 voll., Einaudi, Torino 1965, I, p. 196.

30Corpus Reformatorum, Opera Calvini (O. C.), Braunschweig, 1863 sgg., 52, 81 (commento a Colossesi 1,10).

31 A. Biéler, L’umanesimo sociale di Calvino, Claudiana, Torino 1954, pp. 61-62.

32Ibid., pp. 65-66.

33 Cit. ibid., p. 67.

34 G. Calvino, Istituzione…, cit., I, p. 530 (II,8,45).

35 V. Vinay, art. cit., p. 136. Cfr. anche B. Croce, Ginevra e il calvinismo, in Vite di avventura, di fede, di passione, Laterza, Bari 1953³, pp. 216-220

36 M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, SANsoni, Firenze 1945, pp. 110-113. Cfr. M. Miegge-L. CorSANi-U. Gastaldi, Protestantesimo e capitalismo. Da Calvino a Weber: contributi ad un dibattito, Claudiana, Torino 1983; A. E. McGrath, Giovanni Calvino, cit., pp. 281-314.

37 U. Gastaldi, Dalla Riforma al capitalismo, in «Critica Sociale», LXXI (1979), n. 9, 18 maggio, p. 17.

38 A. Biéler, op. cit., p. 80. Cfr. anche R. H. Tawney, La religione e la genesi del capitalismo, Feltrinelli, Milano 1967, pp. 158-163.

39 G. Tourn, Introduzione…, cit., p. 24.

40 Cfr. V. Subilia, La giustificazione per fede, Paideia, Brescia 1976, pp. 245-279.

41 V. Vinay, Ecclesiologia di Giovanni Calvino, dispensa ciclostilata, Facoltà valdese di Teologia, Roma a.a. 1970-1971, p. 112.

42 G. Tourn, Introduzione, cit., a G. Calvino, Il “Piccolo trattato sullaCena”…, cit., p. 41.

43 G. Tourn, Introduzione…, cit., p. 41.

44Ibid., p. 52.

45 Cfr. G. Tourn, Calvino…, cit., pp. 110-111.

46 V. Vinay, op. cit., pp. 192-193. Cfr. anche J. Cadier, Calvino…, cit., pp. 185-187.

47 Cit. in J. Cadier, op. cit., p. 187.

48Ibid., p. 188.

 

22-Giu-2005