Interventi

Pubblichiamo il testo del sermone che Vittorio De Palo ha pronunciato durante il culto di domenica 11 febbraio 2007


La legge più grande

GALATI 3,10-14

 

Galati 3:10 Infatti tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: «Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica».

Galati 3:11 E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede.

Galati 3:12 Ma la legge non si basa sulla fede; anzi essa dice: «Chi avrà messo in pratica queste cose, vivrà per mezzo di esse».

Galati 3:13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo divenuto maledizione per noi (poiché sta scritto: «Maledetto chiunque è appeso al legno»),

Galati 3:14 affinché la benedizione di Abraamo venisse sugli stranieri in Cristo Gesù, e ricevessimo, per mezzo della fede, lo Spirito promesso.

 

Predicazione

All’inizio degli anni ’80 girò per l’Italia uno spettacolo divertente del comico Roberto Benigni. Fra le altre cose Benigni prendeva in giro i dieci comandamenti, dicendo che essi favoriscono palesemente chi è ricco. Prendeva ad esempio Gianni Agnelli e diceva: che sforzo è per lui quello di obbedire ai dieci comandamenti? Prendete per esempio l’”onora il padre e la madre”; per forza che li onora, con tutto quello che gli hanno lasciato! Grazie babbo, grazie mamma, onoratissimo. O prendete ancora il “non desiderare la roba d’altri”: ma che ha da desiderare, è tutto suo!

In quello spettacolo Benigni prendeva in giro perfino Dio, la sua creazione e il giudizio finale. O per meglio dire prendeva in giro solo ciò che gli uomini sanno e pensano di Dio. Se ci pensate in realtà noi non possiamo arrivare a Dio, conoscerlo, quindi in verità Benigni prendeva in giro solo l’immagine di Dio che gli uomini si possono fare e possono insegnare: Dio, quello vero, è e rimane inaccessibile. Mi viene peraltro in mente, per aprire una piccola parentesi, che nell’Italia di allora un comico poteva prendere in giro i dieci comandamenti, o il giudizio finale, o la divina creazione, oggi che sono passati 25 anni di sviluppo culturale, assistiamo, è successo di recente, ad una autentica levata di scudi e ad un mezzo scandalo, se dei comici osano prendere in giro un semplicissimo cardinale. Forse, da parte di tutti, in questi tempi difficili, un po’ di auto-ironia ci farebbe pure bene.

Ma tornando a Benigni che prende in giro la Legge di Dio, bisogna dire che forse fa bene, se è vero che chi si basa sulle opere della legge, fondandoci sopra la propria vita, finisce col vivere e ritrovarsi in realtà sotto una maledizione.

A chi predica la religione cristiana come un codice legale, fai questo, non fare quest’altro, noi dobbiamo dire: quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione.

A chi vorrebbe che le leggi cristiane diventassero anche leggi dello Stato, e quindi valide e obbligatorie per tutti, anche per chi non è cristiano o lo è in modo diverso, noi dobbiamo dire: quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione.

A chi vuole che la propria interpretazione della Bibbia sia la più autentica, la più vera, cioè una Legge, noi dobbiamo dire: quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione.

Basta che ognuno di noi prenda ciò che reputa essere per lui una “legge”, un codice di comportamento, una “verità”, e dica poi a se stesso: quelli che si basano sulle opere di questa legge, su questo codice di comportamento, su questa morale, su questa “verità”, finiscono prima o poi per ritrovarsi schiavi, come sotto una specie di maledizione.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare a questo punto che nella Bibbia è comunque testimoniata una legge, e che siamo tutti chiamati ad obbedirgli.

È vero, e anche Paolo nel brano di stamani si fonda proprio sulla Sacra Scrittura per testimoniare l’Evangelo; per ben quattro volte in pochi versetti Paolo cita la Parola di Dio per predicare il Vangelo ai Galati, e quindi anche io non mi sottrarrò certo al confronto con le Scritture, anzi, essendo fondamentali per la predicazione del Vangelo in tutto il Nuovo Testamento, voglio affermare che esse, e solo esse in quanto Parola di Dio, devono essere la fonte d’ispirazione e la guida di tutto ciò che riguarda la fede cristiana. Non ciò che della religione ci è stato insegnato, insegnamenti cattolici o protestanti, non il modo in cui i poteri religiosi si sono strutturati e costituiti, legiferando poi per perpetuare se stessi, non ciò che la maggioranza delle persone o dei nostri familiari crede, non ciò che noi vogliamo leggere nella Bibbia, tralasciando invece ciò che ci disturba, non tutto ciò, ma solo ciò che le Scritture testimoniano e indicano. Le Scritture sono degne di fiducia, sono e possono essere una vera fonte spirituale. Al centro delle fede cristiana ci devono essere le Scritture, perché al centro delle Scritture c’è Cristo stesso.

Ma in queste Scritture la relazione nella storia fra Dio e gli esseri umani non inizia con la legge di Mosè, ma con la promessa fatta ad Abramo. Il rapporto con Dio non inizia con la legge, ma con la promessa. Non è sulla legge, su nessuna legge, che bisogna basare la nostra salvezza, costruire cioè la nostra vita ed i nostri rapporti, il nostro bene e quello degli altri, ma sulla misericordia. La legge deve nascere poi, deve nascere dalla misericordia; se noi invertiamo questi fattori diventiamo degli atei, persone che negano Dio. Sapete perché?

Perché le opere della legge siamo noi a farle, noi stessi siamo le nostre opere, operiamo, diciamo così, le opere che facciamo. E le nostre opere, anche quelle buone, sono sempre imperfette e parziali, oscurate dal peccato che le ha precedute o che le seguirà. Questa è la maledizione: riporre la fiducia in noi stessi che invece non ne siamo in realtà per niente degni. Basarsi sulle opere è basarsi su se stessi, e finire quindi col diventare schiavi del peccato. La misericordia divina invece viene spontaneamente e gratuitamente da Dio, per la sola Sua volontà. La misericordia quindi è Dio stesso. Basarsi sulla misericordia è quindi riporre la nostra fiducia su Dio, che ne è degno.

Capite qual è la differenza? Non ci siamo noi che decidiamo cosa e come operare, con Dio che abdicando alla sua sovranità si limita a prendere atto delle nostre decisioni e si comporta solo di conseguenza, salvandoci o condannandoci. No, affinché Dio regni, deve regnare la sua grazia, il perdono gratuito dei peccati, la sua misericordia. La legge, dice il brano di stamani, non ha bisogno di essere creduta ed accettata, ha bisogno solo di essere imposta, ha bisogno di sottomissione ad un potere costituito. La misericordia invece ha bisogno di essere capita, accettata, creduta e vissuta. Ha bisogno di essere voluta, desiderata sempre di nuovo. La misericordia, per esistere, ha bisogno dell’amore di Dio per noi: questa è la nostra salvezza e su questo possiamo fondare tutto, le nostre relazioni con gli altri e con noi stessi. Con la misericordia di Dio i credenti passano dalla schiavitù del peccato alla libertà della grazia.

 

Invece ho la netta impressione che viviamo in tempi di sovranità della legge.

La legge che ci dice come deve essere fatto il nostro corpo: snello, muscoloso, giovane e senza rughe.

La legge che ci dice che bisogna essere realizzati nel lavoro, vincenti in tutto ciò che si fa.

La legge che ci dice come essere buoni genitori, cosa dobbiamo dire e fare ai nostri figli, cosa fargli fare o non fare nella vita, mentre forse sarebbe prima il caso di chiedere a loro cos’è che desiderano dalla propria vita e cosa ne vogliono fare.

La legge che dice come deve essere una famiglia, quali devono essere i nostri compagni sentimentali, cioè persone del sesso opposto al nostro, a meno di rinunciare come coppia ad una uguale dignità sociale rispetto a tutte le altre coppie.

La legge che ci dice come dobbiamo morire, senza lasciare che neanche chi sta già morendo possa scegliere liberamente sul proprio corpo, su se stesso, in quale modo più o meno doloroso o più o meno lungo, quella inevitabile morte debba arrivare.

La legge che ci dice che nella vita bisogna essere sempre forti, e la legge che vieta ad una chiesa di celebrare i funerali di chi non è riuscito ad essere abbastanza forte ed ha concluso la propria esistenza togliendosi prematuramente la vita.

La legge che dice che ormai in Italia lo Stato può sovranamente legiferare sui diritti e doveri dei propri cittadini, o sulle materie cosiddette etiche, solo se raggiunge prima un accordo con una ed una sola istituzione religiosa, mentre forse per una società plurale e libera basterebbe non obbligare nessuno a comportamenti non voluti e lasciare nel contempo libertà personale a tutti.

Io, fratelli e sorelle, credo che abbondi la legge perché manca la misericordia, la fiducia nel futuro, la tranquillità di una sicurezza in se stessi. Non vorrei che lo spazio del cuore fosse occupato, magari a forza, dalla legge, tanto da non lasciare più spazio alla misericordia: credo che rischia di essere questa la maledizione dei tempi d’oggi.

 

E allora noi, come discepole e discepoli di Cristo, dobbiamo credere e annunciare a tutti l’avvento della misericordia, perché Cristo ci ha riscattati e ci vuole riscattare dalla maledizione della legge.

Nell’AT la legge dichiara maledetto colui che rimane appeso al legno, come succede a Cristo. Vuol dire che Cristo, fra noi peccatori e la legge, ha scelto noi, non si è tirato indietro, ha dato se stesso per noi. Lui è morto affinché noi potessimo vivere.

La grazia di Dio consiste nella promessa di salvezza, e comunione con lui, fatta ad Abramo e alla sua discendenza: questa promessa si realizza con Cristo.

Con Cristo non regna più la legge, che a causa del nostro peccato ci condannerebbe, ma regna la misericordia.

Cristo, il benedetto di Dio, spoglia se stesso e si fa maledetto dalla legge, affinché noi peccatori, se lasciata la fiducia nella legge per quella nella misericordia, si possa diventare figli di Dio.

La legge divide, fra chi ha quella legge e chi ne ha un’altra, fra chi ubbidisce e chi la viola, laddove invece la misericordia unisce.

Se regna la misericordia il giudizio sugli altri e su se stessi non dipende più dal fatto se è stata violata una qualche legge, ma se si è disposti a lasciarsi amare, e a lasciarsi cambiare da quell’amore.

Se regna la misericordia la chiesa riesce ad accogliere tutti, senza fissare in maniera troppo rigida dei canoni identitari, come per esempio dei riti codificati, che non devono mai diventare, o anche solo apparire, come se fossero una legge inviolabile.

Se regna la misericordia la chiesa non chiederà più allo Stato privilegi, guarentigie ed ossequio del potere politico, ma vigilerà a che tutti dallo Stato abbiano gli stessi diritti e doveri senza differenze.

Se regna la misericordia i conflitti internazionali e le dispute commerciali non saranno più risolte con la guerra, che è la legge di chi è più forte militarmente, ma con la giustizia di rapporti politici ed economici equi.

Se regna la misericordia le leggi che perpetuano le differenze e le disuguaglianze anziché diminuirle, non avranno più ragione d’esistere.

Se regna la misericordia allora regna Cristo, perché egli è la misericordia di Dio per noi.

Se regna Cristo che è risorto dai morti a vita eterna, allora lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo, vive dentro di noi e accanto a noi, Signore delle nostre vite, Signore della Chiesa, Signore di una legge da mettere sempre al servizio del più debole, del più indifeso, del diverso da noi, di chiunque ha bisogno nella propria vita di una legge fatta di misericordia, dono, rispetto e amore.

Amen.

 

 

 

 

 

 

     di Vittorio De Palo

Nell’AT la legge dichiara maledetto colui che rimane appeso al legno, come succede a Cristo. Vuol dire che Cristo, fra noi peccatori e la legge, ha scelto noi, non si è tirato indietro, ha dato se stesso per noi. Lui è morto affinché noi potessimo vivere.

Non è sulla legge, su nessuna legge, che bisogna basare la nostra salvezza, costruire cioè la nostra vita ed i nostri rapporti, il nostro bene e quello degli altri, ma sulla misericordia. La legge deve nascere poi, deve nascere dalla misericordia.