Sermone del 10 febbraio 2013

28 Circa otto giorni dopo questi discorsi, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, e salì sul monte a pregare. 29 Mentre pregava, l'aspetto del suo volto fu mutato e la sua veste divenne di un candore sfolgorante. 30 Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, 31 i quali, apparsi in gloria, parlavano della sua dipartita che stava per compiersi in Gerusalemme. 32 Pietro e quelli che erano con lui erano oppressi dal sonno; e, quando si furono svegliati, videro la sua gloria e i due uomini che erano con lui. 33 Come questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bene che stiamo qui; facciamo tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. 34 Mentre parlava così, venne una nuvola che li avvolse; e i discepoli temettero quando quelli entrarono nella nuvola. 35 E una voce venne dalla nuvola, dicendo: «Questi è mio Figlio, colui che io ho scelto: ascoltatelo». 36 Mentre la voce parlava, Gesù si trovò solo. Ed essi tacquero e in quei giorni non riferirono nulla a nessuno di quello che avevano visto.

Luca 9, 28-36


Come Pietro Giacomo e Giovanni semiaddormentati scendiamo dal monte dove Gesù si è recato a pregare con la visione di questa scena così gloriosa. Ritroviamo la nostra quotidianità, gli incontri, gli scontri, la routine, le abitudini e....la dimentichiamo. In questo tempo che ci avvicina alla Pasqua siamo chiamate e chiamati dalle Scritture a centrare nuovamente la nostra vita su Cristo, sul suo messaggio, sulla sua persona. Questo racconto non vuole essere qualcosa di folkloristico ma attiene alla riflessione teologica del tempo in cui Luca scrive. Fare teologia era per la chiesa vivere la propria fede nel culto, non scrivere trattati alla scrivania. Luca presenta dunque una cristologia a due livelli: uno giudaico,in cui Gesù è presentato come adempimento del primo Patto, sulla scia di Mosé e uno ellenistico i cui Gesù è l'inviato di Dio, che si abbassa fino a raggiungere l'umanità. La ricezione di questo episodio nel corso del secoli ha più diviso la chiesa che averla edificata: diverse “eresie” si sono appoggiate a questo testo: Marcione, che eliminava l'Antico Testamento dal canone, vi vedeva una critica radicale proprio della prima alleanza, gli gnostici si sentivano rassicurati nell'affermare che Gesù aveva solo un'apparenza umana, ma la sua identità era pienamente divina, fino alla teologia ortodossa, per cui questo episodio è fondamentale nella spiegazione della doppia natura di Cristo.
Se dunque questo testo nell'antichità era fortemente sentito perché esprimeva al meglio la cristologia di molti cristiani, appare oggi distante dalla sensibilità dei credenti, che pure non possono fare a meno di scorgervi la bellezza, fermata dalla storia dell'arte in quadri come quelli di Raffaello, Tiziano, dal mosaico nell'abside del monastero del monte Tabor.  E' interessante notare come Raffaello raffiguri nella parte alta del suo dipinto la trasfigurazione, mentre riporti nella parte bassa la guarigione dell'indemoniato, che Luca racconta subito dopo, non separando le due scene, realtà dello stesso cammino di Gesù.
Siamo dunque all'incrocio di interpretazioni diverse e diversi cammini e per questo è importante ripercorrere il testo.
Luca collega il nostro testo con ciò che precede: “Dopo questi discorsi”. Prima Gesù ha annunciato la sua passione e la sua morte, ma ha anche parlato del prezzo del discepolato e del fatto che chi si vergognerà di lui e delle sue parole, di lui stesso si vergognerà il figlio dell'uomo nella sua gloria. Fin dal contesto sono presenti gli elementi della gloria e della morte. “Otto giorni dopo” è annotazione temporale propria di Luca, che non è presente né in matteo né in Marco, che riportano questo episodio. Otto giorno durava la festa dei tabernacoli o festa delle capanne, legata alla vendemmia e poi diventata occasione per ricordare il periodo nel deserto: per sette giorni si dormiva in tende fatte di rami. Nel tempo la festa aveva assunto carattere messianico e l'ottavo giorno si festeggiava il regno messianico, del quale il banchetto sotto la tenda era la prefigurazione.
Gesù va con i tre discepoli sulla montagna a pregare. In Luca nei momenti importanti Gesù prega. Quello che avviene è all'interno di un contesto di preghiera, in cui la relazione con Dio è più stretta.
Ed ecco che l'aspetto del volto di Gesù diventa altro. Luca, a differenza di Marco e Matteo non dice che muta, che subisce una metamorfosi, ma che appare altro. Gesù non è diventato diverso da ciò che era un attimo prima ma ha rivestito, per un istante, la sua vera identità. L'aspetto differente non indica una diversa natura ma una relazione tra Dio il padre  e il figlio che qui viene manifestata. C'è un altro momento in cui questa relazione è stata manifestata: il battesimo. Assieme al volto c'è la descrizione dell'abito, bianco tanto da emettere lampi, bianco come quello degli angeli che annunciano la resurrezione. L'abito sottolinea come Gesù appartenga alla sfera celeste.
“Ed ecco” una nuova scena. Accanto a Gesù così altro compaiono due figure che conversano con lui, Mosè ed Elia. La legge e i profeti, ci dice la tradizione, quella stessa legge e profeti che il Risorto spiegherà ai due discepoli che se ne vanno verso Emmaus, delusi dopo la morte di Gesù. Parlano con Gesù della sua dipartita, del suo “esodo”, letteralmente, che avrà luogo a Gerusalemme, portando a compimento la volontà di Dio.   “Esodo” rinvia alla morte di Gesù, ma anche alla liberazione della sua resurrezione, riprendendo il carattere di liberazione dell'esodo biblico. L'esodo della morte non sarà l'ultima parola di Dio, ma questo esodo andrà dal venerdì di passione a Pasqua e da Pasqua all'ascensione, che Luca racconta come un momento i cui i discepoli sono condotti fuori dalla stanza in cui erano
I versetti 32-33  sono occupati dalla reazione degli spettatori della scena. I discepoli sono quasi storditi dal sonno. Nell'antichità il sonno era una porta tra il divino e l'umano e la scena sottolinea più la fascinazione, l'ipnosi quasi che lo spavento. E' come se avvenisse un esodo anche per i discepoli. Diversamente che al Getsemani, non si lasciano vincere dal sonno, ma vedono la gloria di Cristo e dei suoi interlocutori. E' questo essere portati quasi nel momento divino che fa dire a Pietro di restare. Plasticamente la scena si divide in due: in alto Gesù, Elia e Mosè nella loro gloria e in basso i tre discepoli che vengono coinvolti dalla gloria stessa. Il termine gloria, doxa, è usato nel senso biblico di splendore, gloria divina. E se nell'Antico testamento il luogo della gloria è il tempio, qui la gloria trova il suo posto in Cristo risorto, qui, come unica volta prima della risurrezione stessa. Pietro diventa il protagonista della scena: la sua reazione non è molto chiara, tanto che anche Luca dice che non sapeva che cosa stesse dicendo. Ecco che ritorna un accenno alla festa dei tabernacoli, che ricorda l'esodo e con esso vuole annunciare il tempo escatologico. Pietro non parla dunque a sproposito, ma non ha ancora compreso che la tenda, il luogo di incontro tra umano e divino non ha bisogno di essere costruita perché è Gesù stesso.
Ed ecco una voce dal cielo. Essa sembra rispondere a Pietro. Se la trasfigurazione è qualcosa di visivo, ora è l'udito a essere allertato. Come al momento del battesimo si aprono i cieli e si ode una voce. Questa volta non la sente solo Gesù. La nuvola segna la presenza di Dio, non è opposta alla luce, ma dice che Dio è lì. Come durante l'esodo di Israele la presenza di Dio guidava il popolo come una nuvola di giorno, qui essa non si oppone alla luce della gloria, ma sottolinea ancora più fortemente la presenza di Dio stesso.
In gioco non c'è tanto la messianicità di Gesù, ma la constatazione che Dio è presente in Gesù Cristo. La voce che dice che Gesù è il Figlio scelto mette Gesù, quest'uomo né re né profeta, che viene da Nazareth e non da Gerusalemme, al centro, come la rivelazione definitiva di Dio. La trasfigurazione sta alla vita di Gesù come la resurrezione alla morte, segna l'rrompere del divino nella sua persona. Se nel battesimo la voce era indirizzata a Gesù, qui si rivolge ai discepoli: “Questo è il Figlio mio, che ho scelto. Ascoltatelo.” La tematica dell'elezione, al posto dell'”amato” che è presente in Marco e Matteo, pone Gesù sulla scia profetica di Mosè, riportandolo alla sua missione e al suo popolo. Il termine “l'eletto” così come l'imperativo “ascoltatelo” orienta l'attenzione sul lato della missione profetica di Gesù, l'annuncio della salvezza. E in questo annuncio Luca inserisce la sofferenza, la Passione che Gesù sta per affrontare. Riconoscere in Gesù l'eletto vuol dire obbedirgli, prendere la propria croce e seguirlo.
La voce costituisce il punto culminante della rivelazione. Alla voce di Dio corrisponde la solitudine di Gesù. Dei discepoli viene detto il silenzio. Fino a Pentecoste non racconteranno niente della divinità di Gesù, così come fino a Pasqua non comprenderanno niente della sua Passione.

Il racconto lucano della trasfigurazione avvicina in modo molto stretto la gloria di Cristo e la sua morte, la doxa e l'exodos. La sollecitudine di Dio è tanto grande che si immerge nella storia umana con l'invio di suo Figlio. La luce e l'ombra della trasfigurazione sembrano riassumere il piano salvifico di Dio, così come il dialogo di Gesù con Mosè ed Elia e la sua solitudine finale.
Scendiamo dal monte con Gesù e i suoi tre discepoli in silenzio. La vita continua come prima ma niente può essere uguale. Sappiamo qualcosa che solo la croce potrà chiarire appieno squarciando il velo dell'incomprensione: seguire Gesù, il Figlio di Dio, il salvatore, è andare verso la croce. La trasfigurazione è avvenuta per Gesù, ma anche per i suoi discepoli, anche per la comunità dei credenti. Nel quotidiano, nella routine, la gloria di Dio in Cristo illumina la nostra vita, rende festivo il giorno feriale, ma rischia di essere folklore, o religiosità popolare, se non passa attraverso la via stretta della croce. E' monito che mette in guardia dalle promesse di sola luce sfavillante, dai sorrisi imperituri, dal successo che mai viene meno, dalla prosperità perenne. Di fronte alla luce anche consolatoria, incoraggiante della trasfigurazione non possiamo non restare in tensione nel vedere la solitudine di Gesù, solitudine della croce, abbandono. E' questo il mistero della salvezza, che non cessa di sconcertare e che deve farlo, per non farci assopire definitivamente e impedirci di metterci in cammino con Cristo.

Cristina Arcidiacono

A lato: Raffaello, Trasfigurazione