Sermone del 10 marzo 2013

47 In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha vita eterna. 48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri mangiarono la manna nel deserto e morirono. 50 Questo è il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne».

Giovanni 6, 47- 51


Dopo aver moltiplicato il pane e aver dato da mangiare a cinquemila persone, Gesù parla di sé come pane. Ha placato la fame del corpo e ora vuole nutrire la fede. E' di fede che Gesù parla, di ciò che fa sì che chi vede lui vede il Padre che lo ha mandato.
Se il pane è nutrimento della vita Gesù è il pane della vita eterna.
Ma come possiamo nutrirci di questo pane se non riusciamo a condividere l'altro pane, quello che Gesù moltiplica? E lo moltiplica distribuendolo, non compiendo un atto magico, facendo comparire pane che non c'è, ma il testo dice semplicemente che prese i pani che c'erano, assieme ai pesci e, dopo aver reso grazie, li distribuì alla gente seduta. E dopo che si furono saziati riempirono dodici ceste di pezzi che di quei cinque pani d'orzo erano avanzati. Il pane di Gesù e dei discepoli diventa il pane dei 5000, viene condiviso, la moltiplicazione dei pani è in realtà una condivisione.
Anche oggi per poter nutrire l'umanità non sarebbe necessaria una magia, ma proprio lo stesso miracolo narrato in Giovanni e negli altri vangeli.
Abbiamo il pane, ne abbiamo a sufficienza perché tutti e tutte ne possano mangiare, ma lo spreco, lo butto nella spazzatura. Strutturalmente nego la possibilità che il mio pane sia condiviso, così il pane è per i pochi, mentre i molti muoiono di fame.

Ma Gesù non solo dà il pane, è il pane. Qualcosa di così quotidiano e ordinario che quasi non si addice al Cristo. Ci si aspetta il re vittorioso, il profeta degli ultimi tempi e Gesù è il pane. Rivela se stesso come qualcosa che dà nutrimento e sapore alla vita, che le dà una consistenza più forte della morte. La folla dice a Gesù che vorrebbe mangiare sempre di questo pane, proprio come la samaritana gli ha detto che avrebbe voluto bere sempre della sua acqua. La folla pensa alla manna che Dio mandò al popolo nel deserto, vorrebbe un pane che non si esaurisce: Gesù riprende l'immagine della manna ricordandolo come un cibo che non preserva dalla morte. Gesù pane è pane della vita, dono di Dio, che si mescola alla vita, vuole farne parte. Mangiare del pane della vita significa passare attraverso la morte e la resurrezione di Cristo. Gesù nell'usare un'immagine così familiare, in realtà si insinua nella parte più profonda della nostra vita decentrandola. Mangiare il pane della vita significa mangiare Gesù stesso, farlo entrare in me, seguirlo, ubbidirgli. Non è solo colui che dona il pane, che mi dà il pane, lui da una parte e io dall'altra, ma entra nella mia vita, si fa mangiare, vuole diventare parte di me.  E più diventa impertinente, dicendo di essere colui che può nutrire la nostra vita per l'eternità, più la gente dice: “No grazie, preferisco vivere a modo mio: con la mia famiglia, i miei affetti, le mie cose, la mia beneficenza”. Più vuole mescolarsi alla nostra vita, più viene allontanato. Da questo capitolo in poi aumenta l'ostilità nei suoi confronti, fino a lanciargli delle pietre, al capitolo 8 e poi al 10. Fino poi alla croce.
E' una reazione legittima. Dopotutto chi riuscirebbe a sostenere Gesù parte di sé, Gesù che, pane, pasta madre, fa lievitare tutta la pasta, trasformandoci da cima a fondo, facendoci diventare a nostra volta nutrimento.
In Giovanni Gesù usa immagini quotidiane per dire la grandezza dell'amore di Dio. L'acqua, il pane, la luce, che nel loro essere indispensabili chiamano ad uno sguardo nuovo sulla vita. Gesù, il Salvatore e Redentore usa per sé parole che solitamente sono attributi di donne: pane come nutrimento, cura, convivialità, socialità, pane come condivisione, pane come corpo, come sacrificio.
Troppo spesso nella storia, le chiese hanno indicato Gesù come esempio da seguire a donne violate nei loro diritti e nei loro corpi: prendere la propria croce, sopportare in silenzio, sacrificarsi per amore. Ma Gesù è esempio da seguire per tutte e tutti, modello di uomo che si fa anch'egli nutrimento, accoglienza, compassione, uomo lievito che può avere cura delle relazioni che intesse, con uomini e con donne. Mangiare il pane della vita, far sì che Gesù il Cristo prenda dimora nei nostri corpi come pane è riconoscere che i corpi sono santi, che vanno ascoltati, non sopraffatti, non oppressi, non violati.
Il pane della vita è vita stessa, corpo e sangue di Cristo che si dà per il mondo. E' un pane troppo pesante da portare, quasi insostenibile, se non fosse per fede. Basterebbero le briciole di questo pane. Come basterebbe una fede grande quanto un granel di senape. Basterebbero le briciole: come quelle che mangiano i cagnolini nella risposta della donna Sirofenicia, che giunta da Gesù per pregarlo di guarire sua figlia si sente dire:  “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini” “Sì Signore, - lei risponde- ma anche i cagnolini mangiano le briciole cadute dal tavolo dei figli, a mostrare la realtà della grazie di Dio. L'amore di Dio che si rivela in Cristo, la sua salvezza, è sovrabbondante. Anche una briciola di questo pane può bastare per farmi cambiare, un po' di carne e un po' di sangue, perché il lievito faccia il suo ciclo, perché questa briciola porti frutto.
Nessuno è un cristiano fatto; siamo tutti e tutte apprendisti, il pane della vita è qui anche per noi. Soprattutto per noi, che vorremmo cambiare ma ci sembra ormai tardi, che vorremmo cambiare ma forse è troppo presto, o forse è inutile, o forse, in realtà, non vorremmo cambiare. Gesù ci invita alla sua cena dandoci il suo pane, dandoci se stesso. Certo in questo testo possiamo riconoscere degli elementi della cena del Signore, ma prima ancora di quella cena, la cena a cui Gesù invita è una cena spirituale. Prima di mangiare il pane e il vino, di riconoscere in essi il corpo e il sangue, Gesù ci invita a mangiare il pane che è lui stesso, il pane della fede e della salvezza.
Lutero in un suo sermone, nel 1522, si chiede:
“Come può una persona sapere che questo pane spirituale è in lui e che egli è invitato a questa cena spirituale? Deve solo guardare al proprio cuore. Se lo trova ammorbidito e reso accogliente da Dio e disposto a ricevere questo pane di vita, allora può essere sicuro di essere uno degli invitati: da quel momento, ama il proprio prossimo e lo tratta come un fratello: lo nutre, lo libera, lo rialza, non compie nei suoi confronti niente che non vorrebbe fosse fatto a se stesso. E tutto questo è attribuito al fatto che l'amore di Dio ha fatto lievitare il suo cuore con tenerezza e amore, in modo che egli abbia piacere e gioia di servire il prossimo. Accanto a ciò è gentile e ben disposto nei confronti di tutti, non stima se stesso di più degli altri, ha un concetto sobrio di sé, accetta ciascuno come è , non dice male di nessuno, di ogni cosa trattiene il bene e rigetta il male. Insomma, porta frutti perché è innestato su una ricca e feconda vite, Gesù Cristo.” Nostro salvatore e Redentore. Nostro pane, nostra vita.

Cristina Aridiacono