Sermone del 13 gennaio 2013

Romani 7, 14-25 e 8, 24-25

14 Sappiamo infatti che la legge è spirituale; ma io sono carnale, venduto schiavo al peccato. 15 Poiché, ciò che faccio, io non lo capisco: infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che odio. 16 Ora, se faccio quello che non voglio, ammetto che la legge è buona; 17 allora non sono più io che lo faccio, ma è il peccato che abita in me. 18 Difatti, io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. 19 Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio. 20 Ora, se io faccio ciò che non voglio, non sono più io che lo compio, ma è il peccato che abita in me. 21 Mi trovo dunque sotto questa legge: quando voglio fare il bene, il male si trova in me. 22 Infatti io mi compiaccio della legge di Dio, secondo l'uomo interiore, 23 ma vedo un'altra legge nelle mie membra, che combatte contro la legge della mia mente e mi rende prigioniero della legge del peccato che è nelle mie membra. 24 Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte?

24 Poiché siamo stati salvati in speranza. Or la speranza di ciò che si vede, non è speranza; difatti, quello che uno vede, perché lo spererebbe ancora? 25 Ma se speriamo ciò che non vediamo, l'aspettiamo con pazienza.


Tre motivi vorrei evidenziare nel testo di Paolo appena letto.
Il primo: il desiderio di separare nettamente il bene dal male. Potremmo parlare di un’ansia religiosa di purezza e di perfezione spirituale.
Il secondo: la constatazione amara che ciò non è possibile, che la volontà che desidera il bene non riesce a compierlo e fa il male. Con la conseguente esclamazione drammatica “disgraziato che sono, chi mi libererà da questo corpo di morte?”
Il terzo: la speranza. È Dio che mi libererà in speranza. Una speranza che non è adesso un trionfo ma una paziente attesa.

Si parla di speranza anche in politica. Di un politico di successo si dice che ha una visione, una speranza per il futuro, un disegno progettuale. Se n’è sempre parlato, e se ne parla di solito per giustificare sacrifici duri che ci aiuteranno a superare la difficile congiuntura che stiamo attraversando. Quando ero più giovane, si diceva che la rivoluzione non è un pranzo di gala, e cioè che la libertà futura esige dolori e sacrifici. Il dolore qui sarebbe un mezzo, un punto di passaggio necessario che sarà però riassorbito dal successo finale. In questa luce consolatoria, a tratti trionfalistica, il dolore è stato talvolta interpretato anche dai cristiani.
Accade infatti, che anche tra i cristiani la speranza nasca da una visione del mondo progressista, come il sol dell’avvenire nasceva da un programma politico ben definito. Dalla convinzione, anche, di conoscere la direzione della storia, e di vivere in armonia con il suo futuro, cioè con il bene da realizzare. Il mondo si muoverebbe nella direzione del bene che alla fine si realizzerà. Noi lo vediamo, lo contempliamo, e organizziamo la nostra vita in armonia con quel bene che abbiamo contemplato.
È una visione facilmente consolatoria, perché per affermare la speranza copre le sofferenze dell’umanità in cammino o le vede come il prezzo necessario per raggiungere un bene maggiore.
È una visione questa, così futurologica, così infuturante, che, per voler essere religiosa, è poco teologica e poco radicata nella parola di Dio.
Nelle parole bibliche che abbiamo letto, infatti, la speranza che ci viene incontro è quella che nasce dal dolore, e non vuole passare oltre il dolore per dimenticarlo.
I cristiani devono parlare di regno di Dio, e il regno di Dio non è lo spazio glorioso, dove anche il dolore trova il suo senso. Il regno dovrà redimere il dolore. E la redenzione non è una semplice consolazione. “La fede non può distanziarsi da ciò che è umano, trascurare il grido dei morenti, dei disperati, di quelli che crollano, sono smarriti e aspettano, né passar sopra alle lamentazioni dei Salmi e alla ribellione di Giobbe.”1 
Sono molto belle le parole che si trovano nel salmo 56: “Nel giorno della paura io confido in te … Tu conti i passi della mia vita errante; raccogli le mie lacrime nell’otre tuo; non le registri forse nel tuo libro?” E’ molto intensa l’immagine di Dio che raccoglie le lacrime della sua creatura, non le disperde, le conserva e le registra nel suo libro. Le lacrime di chi muove i suoi passi nella sua vita errante.
È necessario che ogni lacrima sia asciugata, come dice l’Apocalisse, ma chi asciuga le lacrime si china verso la creatura che piange, si ferma in silenzio, si piega con attenzione e partecipazione verso il sofferente. Non sta dritto a contemplare la gloria futura.
Ricordiamo il testo delle Lamentazioni: “Ricordati della mia afflizione, dell’assenzio e del veleno. Io me ne ricordo sempre e ne sono intimamente prostrato”.
Mi ricordo sempre del dolore, e solo da qui può nascere la speranza. Quando sono abbattuto e a terra, quando la mia bocca è nella polvere, se sto in silenzio, forse c’è ancora speranza.

È vero. Il futuro ci è stato promesso. Ma ci sono due modi di andare verso il futuro. Uno è quello di guardarlo direttamente, di fronte. Vederlo, e seguire le strade che si orientano a esso. L’altro, davvero più profondo, e più umano, è quello di andare sì verso il futuro ma senza guardarlo. Dandogli le spalle. Senza vedere la gloria. E guardando invece tutta l’umanità in cammino e sofferente, l’umanità che resta dietro e nelle cui lacrime la storia si muove nel suo svolgersi.
Il regno di Dio alle nostre spalle, e davanti a noi tutto il dolore del mondo. Andiamo verso il futuro, ma volendoci trattenere vicino a chi soffre, e asciugare le sue lacrime. È questa la bellissima immagine dell’angelo della storia, disegnata dal filosofo Walter Benjamin.
Non è giusto dimenticare il dolore, che è l’esperienza umana più intensa. Non è possibile fare del regno di Dio una realtà così disumana.
 
Il brano di Paolo ci indica la giusta prospettiva della speranza cristiana. È una prospettiva che non ha niente di trionfalistico e di edificante.
Sembra che Paolo sia tentato da una visione religiosa: vorrei fare il bene e allontanare il male. Il bene tutto da una parte, nella sua perfezione, e il male sconfitto definitivamente. Ma la sua conclusione è che ciò non è possibile, che la speranza, cui Dio ci chiama, non è la soluzione a questo dramma. È, invece, qualcosa che ancora non si vede, e che bisogna attendere con pazienza. La nostra situazione attuale non è quella della purezza ma quella dei disgraziati. Dice infatti “disgraziato che sono, chi mi libererà da questo corpo di morte?” Così Paolo, il santo, nell’accezione di Lutero, cioè il giusto e peccatore nello stesso tempo.

Questo bisogno religioso del bene luminoso e integro, senza contatto con il male e il dolore, si esprime nei valori che le religioni manifestano con molte sicurezze.
Per esempio i valori della vita o dell’amore (amore come fratellanza, e amore come affetto e sentimento). Sono valori positivi, certamente, ma che quando sono enunciati dalla religione sono spesso assoluti, inesorabili e disumani. E allora le parole parole bellissime si trasformano in violenza.
Questo è successo quando si difende il valore della vita in modo tanto perentorio da contrapporla alla morte. E certo, quando parliamo di valori astratti è senz’altro così: morte e vita si contrappongono.
Ma noi cristiani dobbiamo davvero parlare di valori puri ed elevati?
Dobbiamo parlare di vita, in astratto, o non dobbiamo invece parlare dei viventi? Delle persone che vivono la loro esistenza creaturale? La nostra “vita errante” come dice il salmo 56? Davanti a Dio c’è la vita in sé, in generale, o non piuttosto la nostra vita errante?
E ancora: noi cristiani dobbiamo per forza parlare di amore come valore universale, definito e chiaro, o non piuttosto parlare degli amanti? Gli amanti, quelle creature che davvero si muovono nella direzione degli affetti come si danno e come nascono nella vita errante, nei problemi che sempre gli affetti pongono, perché gli affetti sono sempre relazioni e mai valori assoluti e definiti univocamente.
Oggi si parla spesso dei problemi legati al fine vita e al testamento biologico. Ebbene, se pensassimo alla vita e al suo valore non come un concetto luminoso e astratto, bensì come storia concreta del vivente, allora non saremmo così certi che alla vita si contrapponga in modo così netto la morte, come suo contrario. Anzi, può capitare, e capita, che il vivente che nella sua storia incontri il declino e la malattia, possa guardare alla morte come sorella, come tenerezza e pietà, la morte dentro la sua stessa vita e non fuori di essa come un estraneo.
Un discorso da fare non solo per difendere la dignità della vita e la sua qualità (cosa sempre necessaria), ma per difendere il bisogno di redenzione, la speranza che nasce in quel dolore. Il desiderio di poter proclamare, da quella lontananza, da quell’abbassamento, la venuta felice del regno di Dio.

Se la speranza è teologica, è di Dio, e allora non possiamo costruirla noi. Non è un progetto. La speranza, se è di Dio, deve poter brillare dove non c’è più speranza: quando l’abbiamo persa, quando cadiamo con la bocca nella polvere, quando urliamo “disgraziato che sono, chi mi libererà da questo corpo di morte?”
Come diceva, con sapienza teologica, il filosofo ateo Benjamin, solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza.

Fabrizio Oppo

 

 


1) Ernst Käsemann, Prospettive paoline, Paideia, 1972, p.105