bannermodello

Sermone di Fabrizio Oppo del 23 giugno 2013


1 Vidi nella destra di colui che sedeva sul trono un libro scritto di dentro e di fuori, sigillato con sette sigilli. 2 E vidi un angelo potente che gridava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e di sciogliere i sigilli?» 3 Ma nessuno, né in cielo, né sulla terra, né sotto la terra, poteva aprire il libro, né guardarlo. 4 Io piangevo molto perché non si era trovato nessuno che fosse degno di aprire il libro, e di guardarlo. 5 Ma uno degli anziani mi disse: «Non piangere; ecco, il leone della tribù di Giuda, il discendente di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli».
6 Poi vidi, in mezzo al trono e alle quattro creature viventi e in mezzo agli anziani, un Agnello in piedi, che sembrava essere stato immolato, e aveva sette corna e sette occhi che sono i sette spiriti di Dio, mandati per tutta la terra. 7 Egli venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono.
8 Quand'ebbe preso il libro, le quattro creature viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all'Agnello, ciascuno con una cetra e delle coppe d'oro piene di profumi, che sono le preghiere dei santi. 9 Essi cantavano un cantico nuovo, dicendo: «Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai acquistato a Dio, con il tuo sangue, gente di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, 10 e ne hai fatto per il nostro Dio un regno e dei sacerdoti; e regneranno sulla terra».
11 E vidi, e udii voci di molti angeli intorno al trono, alle creature viventi e agli anziani; e il loro numero era di miriadi di miriadi, e migliaia di migliaia. 12 Essi dicevano a gran voce: «Degno è l'Agnello, che è stato immolato, di ricevere la potenza, le ricchezze, la sapienza, la forza, l'onore, la gloria e la lode».
13 E tutte le creature che sono nel cielo, sulla terra, sotto la terra e nel mare, e tutte le cose che sono in essi, udii che dicevano: «A colui che siede sul trono, e all'Agnello, siano la lode, l'onore, la gloria e la potenza, nei secoli dei secoli».
14 Le quattro creature viventi dicevano: «Amen!»
E gli anziani si prostrarono e adorarono.

Apocalisse 5

 

Il testo che abbiamo appena letto è tolto dal libro dell’Apocalisse (cap. 5), un testo difficile e spesso avvicinato con diffidenza, per l’esuberanza delle immagini spesso molto lontane dal nostro mondo, per l’uso eccessivo di simboli dal significato poco chiaro.
Il nome apocalisse, che significa “rivelazione”, rimanda a correnti tardo giudaiche (III sec. a.C.) che in genere non trovano traccia nella bibbia, ma erano presenti e consistenti nell’ambiente in cui la bibbia fu scritta. Secondo i seguaci dell’apocalittica, il nostro mondo di vita, il mondo concreto della nostra storia, non ha alcun senso. Sarà distrutto e sostituito da un altro mondo di pace e di gloria. Questo nostro mondo è un mondo sbagliato, segnato dall’errore, perché è il mondo del dolore e dell’angoscia. È il mondo del peccato, è il mondo dove gli esseri umani camminano cercando la strada e non la trovano mai, dove non si è mai santi completamente, perché anche i giusti e i buoni conoscono la macchia del peccato e non sono totalmente puri.
Questo mondo di mescolanze e di contaminazioni non piace agli apocalittici.
A questo mondo sbagliato e immerso nell’errore, gli scrittori apocalittici contrappongono la rivelazione di un mondo assolutamente diverso. Il mondo della gloria, il mondo dei santi che saranno veramente puri come gli angeli in cielo.
Insomma un mondo perfettamente disumano.
Molto opportunamente, quindi, la letteratura apocalittica non è stata accolta nel canone giudaico né in quello cristiano. E quindi, se non per qualche richiamo, non fa parte della bibbia.

Ma allora perché il libro dell’Apocalisse fa parte della bibbia, anzi la suggella e la conclude, come a darle l’ultimo significato?
Probabilmente perché pur adoperando un linguaggio assoluto di fine dei tempi, parla del nostro tempo e, pur ricco di simboli di gloria, non è molto glorioso. Anche se indica un mondo di santità perfetta e di purezza raggiunta non è così santo né così puro, ma invece è contaminato, vicino al mondo della nostra storia complessa e contraddittoria. Il nostro mondo dove i santi sono allo stesso tempo peccatori e il bene è mescolato con il male.

Seguiamo lo svolgimento della narrazione. C’è un trono, ci sono creature maestose e circonfuse di luce. È la grande manifestazione della gloria di Dio. Della vittoria del bene, del trionfo.
E c’è un agnello sgozzato. Sangue, sporcizia e dolore.
Che cosa ci fa un segno così sconveniente in tanta gloria? È una contraddizione. Sembra una raffigurazione da Carnevale. È un graffio, un taglio all’immagine di luce e di bellezza.
Perché questa contraddizione? Seguiamo ancora il testo.
Questo segno contraddittorio, l’agnello sgozzato, appare perché lui solo può leggere il libro dove è nascosto il piano di Dio per il mondo. In quel libro c’è scritto il senso della nostra storia, il significato delle nostre vite erranti in questo mondo. Il significato delle nostre lacrime, il senso della vita, della morte e dell’amore. In quel libro è spiegato il significato dei temi ultimi della nostra esistenza, la risposta alle nostre domande. Ma non si trova nessuno che possa aprirlo e leggerlo. Ecco perché il narratore piange. Sconsolato.
È strano. In un’assemblea di santi circonfusi di luce, nessuno è degno di aprire quel libro e leggerlo.
La situazione che si presenta in cielo con immagini simboliche, in realtà non è molto lontana da noi e dai nostri problemi. Anche noi, infatti, sentiamo il problema del senso e del significato della nostra vita, del dolore e della sofferenza. Anche noi sentiamo il bisogno di una risposta. Anche noi avremmo bisogno di un libro come quello descritto nel testo dell’Apocalisse.
E anche per noi si pone il problema se siamo degni di aprirlo. Forse neppure noi siamo degni di aprirlo. Soprattutto per due ragioni.
La prima è la mancanza di coraggio. L’incapacità, oggi davvero molto diffusa, di avere sogni, di avere visioni, l’indifferenza per le sorti complessive del mondo. I piani di Dio non c’interessano. Noi subiamo certamente le contraddizioni della nostra vita, ma non sempre vogliamo pensare a un mondo diverso. Lasciamo che le cose si dispongano da sole, come capita. Perché sognare e avere visioni non è un leggero perdersi nei pensieri, ma qualcosa di più impegnativo. Ricordiamo il passo del profeta Gioele: "Effonderò su ogni persona il mio Spirito: diverranno profeti i vostri figli e figlie, i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni, su schiavi e schiave effonderò il mio Spirito". (Gioele 3,1-2)
I sogni e le visioni, cioè, sono doni dello Spirito, e i doni dello Spirito, sebbene siano benedizioni, non sono sempre piacevoli, non sempre sono accolti con serenità, anzi possono essere accolti con lacerazione interiore al limite della disperazione. È l’esperienza del profeta Geremia: “Tu mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre, tu mi hai violentato e mi hai vinto; io sono diventato, ogni giorno, un oggetto di scherno, ognuno si fa beffe di me … Sì la parola del Signore è per me un obbrobrio” (Geremia 20, 7-8).
Ecco perché è difficile accogliere il dono dei sogni e delle visioni: non si tratta di un dolce rapimento, ma di qualcosa che può richiedere la divisione dell’anima.
Le visioni non sono soluzioni già fatte e pronte per l’uso. Sono ricerche, speranze, tentativi che richiedono pazienza, dialogo, ascolto. Il sogno e la visione sono grandi orizzonti, aperti dallo Spirito e dal respiro della nostra speranza. Grandi orizzonti che devono essere percorsi e non hanno, però, il cammino già tracciato. In un ampio orizzonte i percorsi possibili sono innumerevoli. Li percorriamo camminando con tremore, tastando il terreno, chiedendo aiuto, ascoltando.
Per questo molti di noi preferiscono non avere sogni. Preferiscono l’indifferenza, la tiepidezza, l’indolenza. Il non pensare. Ci lamentiamo, è vero, delle sorti del mondo, ma non vogliamo impegnarci a cambiarlo.
Per questo motivo, per il nostro rifiuto di sognare non siamo degni di aprire il libro che contiene i piani di Dio per l’umanità, dove sono rivelati nuovi cieli e nuova terra.

La seconda ragione che rende indegni di aprire il libro che contiene il senso della vita è il nostro orgoglio. La nostra superbia. È quell’atteggiamento che caratterizza la nostra vita di credenti quando facciamo della nostra vocazione un perfezionismo spirituale. Quando trasformiamo la nostra fede in un tesoro geloso. In qualcosa da difendere. In un’identità stabile da proteggere contro contaminazioni che ne minacciano la purezza. È l’atteggiamento di chi vuole conservare pura la propria santità. Ricordate le “comunità dei santi” che hanno segnato anche la storia del protestantesimo. Erano comunità che s’isolavano dal mondo malvagio e che elaboravano un delirio freddo e settario. Ossessionate dall’ideale della purezza pensavano solo a se stesse, alla loro immunità dai bacilli pericolosi dell’ambiente circostante. Generavano al loro interno un forte potere di controllo sui loro membri perché non cadessero nel peccato, e diventavano così cittadelle governate dal potere della santità.
Potere della santità. Sembrano belle parole. Ma in realtà denotano un immaginario così assetato di perfezione che può trasformarci i demoni. Perché non c’è niente di peggio della purezza quando la purezza vuole prendere il potere.
Non è passato tanto tempo da quando la nostra Europa è stata sconvolta dalle follie totalitarie. Quando individui capaci e determinati (Mussolini, Hitler, Stalin) hanno ottenuto il consenso delle masse perché ne hanno captato i desideri di cambiamento, di un mondo nuovo. Hanno preso le aspirazioni d’interi popoli e le hanno trasformate in soluzioni definite e perentorie. E violente. I regimi totalitari sono nati non per realizzare il male, ma al contrario per realizzare il Bene. Hanno preso sul serio le aspirazioni umane a un nuovo senso dell’esistenza e di redenzione. Ma hanno trasformato la domanda di senso della vita, che è un respiro ampio e una domanda grande, in una risposta definitiva e ristretta, che si è imposta con violenza. Perché il Bene che si voleva realizzare era infinito e puro e non poteva che schiacciare le persone umane che sono creature finite e deboli.
Questa “tentazione del Bene”, questa pretesa di santità, è quell’orgoglio che ci rende indegni di aprire e di leggere il libro del piano di Dio sull’umanità.

Riassumiamo il brano dell’Apocalisse: c'è un mondo di luce e di gloria e potenza, ma c'è qualcosa che lo incrina e lo sporca, il sangue del dolore rappresentato dall’Agnello.
C'è un libro che contiene tutta la verità e tutta la santità, ma non può essere letto da nessuno dei presenti. E dire che sono tutti santi, tutti in gloria. Quel libro dovrebbe essere cosa loro. E invece no. I santi non sono degni di conoscere la verità. Il libro della verità e del bene non può essere letto dai santi e dai puri. I santi non possono leggerlo perché sono solo santi, non hanno macchia e non sono contaminati. Hanno paura e pensano solo a preservare la loro purezza e la loro forte identità.
Quanto era grande la sapienza di Lutero, che, pieno d’umanità, affermava che i santi sono sempre anche peccatori, e nello stesso momento. Che il credente non è mai uno e identico, ma sempre queste due cose.

Sappiamo dal testo dell’Apocalisse che solo l’agnello è degno di leggere il libro. Perché è stato immolato. Perché ha conosciuto il dolore. Perché non ha ritenuto un tesoro geloso l’essere figlio di Dio, ma si è donato. Si è disperso per amore di un’umanità debole e povera, lasciando perdere la sua identità di appartenenza. Alla solitudine dei santi preferiva la comunione con i peccatori. Una volta incontrando una donna si stupì della fede di lei, come se da lei avesse ricevuto un insegnamento. Ed era una donna. Ed era pagana. Fuori dal recinto della fede d’Israele. (Marco, cap. 7)
È bello e significativo che il libro dell’Apocalisse, ambientato nei cieli elevati, dove le parole ricorrenti sono gloria e potenza, consegni la gloria e la potenza a colui che si è umiliato e abbassato.
Questo libro difficile, che con la spada di fuoco della sua simbologia, ci allontana, non assomiglia alla corrente dell’apocalittica di cui abbiamo parlato all’inizio. A quella corrente di pensiero che considera senza senso il nostro mondo, e che vorrebbe distruggerlo per sostituirlo con il mondo perfetto.
Dietro il fulgore celeste dell’ultimo libro della bibbia c’è il messaggio che dice che la gloria non è un’incommensurabile santità, al di là della storia, ma è condivisione, dono e perdita in questo mondo che è il nostro, con le sue difficoltà e i suoi dolori.

Fabrizio Oppo