Sermone del 24 febbraio 2013

10 Quando Gesù fu entrato in Gerusalemme, tutta la città fu scossa, e si diceva: «Chi è costui?» 11 E le folle dicevano: «Questi è Gesù, il profeta che viene da Nazaret di Galilea».
12 Gesù entrò nel tempio, e ne scacciò tutti quelli che vendevano e compravano; rovesciò le tavole dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombi. 13 E disse loro: «È scritto: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera", ma voi ne fate un covo di ladri».
14 Allora vennero a lui, nel tempio, dei ciechi e degli zoppi, ed egli li guarì.
15 Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi, vedute le meraviglie che aveva fatte e i bambini che gridavano nel tempio: «Osanna al Figlio di Davide!», ne furono indignati 16 e gli dissero: «Odi tu quello che dicono costoro?» Gesù disse loro: «Sì. Non avete mai letto: "Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto lode"?»
17 E, lasciatili, se ne andò fuori della città, a Betania, dove passò la notte.

Matteo 21, 10-17



Tutti e tutte conoscete il gioco del Monopoly. In italiano bisogna fare attenzione all'accento, che da una ridente cittadina pugliese ci porta alla struttura di mercato che fa sì che non ci siano concorrenti e che ha nell'accumulo di capitale il suo fine.
Forse pochi sanno che le origini del Monopoly risalgono a una donna, Lizzie Magie, una quacchera, membro della Società degli Amici, denominazione protestante nota per la sua non-violenza, che voleva diffondere il pensiero dello scrittore economista Henry George. Quest'ultimo era convinto che nessun individuo potesse rivendicare la “proprietà” della terra e che la terra doveva essere considerato un “bene comune”. Il gioco che aveva inventato Lizzie Magie si chiamava The Landlord game, il gioco del proprietario terriero, c'era un tabellone con un percorso diviso in isolati, ognuno dei quali aveva un nome, delle carte delle probabilità; si giocava con i dadi e con delle finte banconote e i partecipanti aveva del segnalini. Il meccanismo era proprio quello del Monopoly: i partecipanti prima o poi si indebitavano e fallivano tranne uno, il supermonopolista che alla fine vinceva. A questo punto, nel gioco di Lizzie Maggie c'era una regola che non esiste nel Monopoly odierno: i giocatori che stavano perdendo potevano decidere di collaborare. Non avrebbero pagato l'affitto a un singolo proprietario ma avrebbero messo la somma in una cassa comune e come scrisse Maggie “ tutti si sarebbero garantiti il benessere”.

Per garantire il benessere di tutti, soprattutto delle persone più povere, vi era ai tempi di Gesù,  il tesoro del Tempio, in cui i sacerdoti radunavano le offerte. L'Antico Testamento stabilisce delle tasse, che ogni ebreo era tenuto a versare, tasse che servivano alla costruzione di una società in cui la condivisione poteva essere il perno centrale.
Vi era la tassa al tempio, che Esodo 30,11 motiva come “riscatto per la propria vita”, e ricorda  l'uscita dall'Egitto, in altre parole la partecipazione alle spese della libertà che è garantita dal culto a Dio e quindi dal tempio; le primizie erano dedicate ai sacerdoti a Gerusalemme (Es 23,19; Nm 18,13; Dt 26,1ss; Ne 10,35s), che erano una classe non produttiva. Si tratta di un'offerta libera che vuole esprimere la propria gratitudine a Dio per la liberazione dalla schiavitù e include nei beneficiari anche lo straniero bisognoso di sostegno e solidarietà in mezzo ad una comunità a cui non appartiene; le decime, ugualmente, da un lato venivano versate al tempio per il sostentamento dei Leviti, che a  loro volta erano tenuti a dare la decima, dall'altro potevano essere utilizzate dai proprietari per il riposo e la festa: in ogni caso ogni tra anni andavano date ai bisognosi.
La logica che sta a monte delle varie offerte per tempio e sacerdoti, prevede di distribuire i guadagni della produzione anche tra coloro che si trovano in uno stato non direttamente produttivo. I sacerdoti addetti al culto che non potevano coltivare dei campi, le vedove che non disponevano dei mezzi di produzione e in generale i poveri dovevano essere sostenuti dai profitti di coloro che erano in grado di produrre.
Il tesoro del tempio, contenuto nei locali più interni, protetti dai diversi cortili che cingevano il tempio, conteneva le decime e le tasse: i sacerdoti però dovevano aver incominciato ad accumulare le decime invece che condividerle: le cronache del tempo, riportate dallo storico Giuseppe Flavio, raccontano che quando i Romani distrussero il tempio rapinandone il tesoro, trovarono ricchezze immense, che non avrebbero dovuto esserci.

E' un terremoto economico quello che porta Gesù nel tempio. Spesso questo testo è stato usato un po' moralisticamente per sanzionare l'uso del denaro in chiesa e allora parlare di soldi, o invitare a comprare un libro della Claudiana o abbonarsi a Riforma può essere un mercanteggiare nel tempio, ma l'analisi del testo e dell'ambiente storico da cui trae origine mostra come il Regno di Dio irrompe nel quotidiano smascherando gli interessi privati che creano esclusione e disuguaglianza. Le tavole dei cambiavalute e i venditori di colombi erano sempre stati nel cortile del tempio ed erano necessari. Al tempo di Gesù infatti in Palestina si utilizzavano tre tipi di monete: La Dracma, valuta greca voluta da Alessandro Magno, il denaro, valuta romana e il mezzo siclo, valuta ebraica. Per l'offerta al tempio si poteva utilizzare solo il mezzo siclo. La conversione del denaro era dunque necessaria e simbolicamente indicava anche la conversione del popolo al Dio di Israele, che aveva liberato dalla schiavitù d'Egitto e che liberava da qualsiasi impero altro.
I colombi, invece, erano gli animali che venivano utilizzati per i sacrifici dalle persone meno abbienti ed erano dunque i più economici. La deriva si ebbe nel momento in cui i sacerdoti si occupavano di questi due uffici, il cambio delle monete e la vendita degli animali per i sacrifici, chiedendo un rincaro sui prezzi, “facendo la cresta” e compiendo dunque un'ingiustizia nei confronti delle persone più povere.
Qual è il peccato di coloro che mercanteggiavano? È duplice. Da un lato c'è lo sfruttamento dei poveri e dall'altro c'è l'accumulo di denari e di ricchezze che tradisce una paura per il futuro, la paura di non farcela, di dover pensare a salvaguardare i propri interessi prima di quelli della comunità in cui si è inseriti. Volevano avere il monopolio.
Questo è lo scossone che Gesù porta a Gerusalemme ed è questo l'episodio che funge da cardine tra le acclamazioni della folla e quelle dei bambini che gridano nel tempio “Osanna al Figlio di Davide”. Il tempio è il luogo del culto di Israele, del giusto rapporto tra Dio e il suo popolo e questo rapporto è stato incrinato. A essere tradito non è stata tanto la sacralità del luogo, o l'atmosfera di contemplazione, quanto l'ideale di comunione che unisce Israele.
Lo spirito dell'accumulo del denaro, l'insensibilità verso le difficoltà dei poveri, il mercanteggiare per il proprio profitto è espressione di una concentrazione sulla proprietà privata che tradisce la causa comune. Dietro le varie forme di accumulo privato si nascondono le paure che la comunità non ce la possa fare. Non ce la fa a pagare il tributo che chiede Roma, non ce la fa a rimanere unita per far fronte alle usurpazioni del governatore Ponzio Pilato, per affrontare l'aggressione delle truppe, non ce la fa a seguire i comandamenti di Dio, a osservare la legge, ad aggiudicarsi il Suo favore e la Sua benevolenza. Si tratta di perdita della fede nella causa comune. Persa la fede nel cammino comune, ciascuno prova a salvarsi come può. Allora si forma l'idea che il mio privato è più importante del pubblico, e più gente salta giù dalla nave, più questa va alla deriva. L'abbandono della fede nella comunità è anche miscredenza in quel Dio che ha scelto Israele come popolo, non come agglomerato di individui. La salvezza per Israele è sempre espressa come una salvezza collettiva. Il sacrificio della comunione, per favorire la salvezza privata significa quindi cadere vittima dell'idolatria di sé stesso/a che viene sostenuta dall'accumulo di denaro e potere.

Dopo il gesto di Gesù, il tempio è luogo di poveri, ciechi, zoppi, bambini, che fanno indignare i capi sacerdoti e gli scribi.
Care sorelle e cari fratelli,
L'evangelo di oggi rivela Cristo come colui che rimette al centro il bene della comunità, il bene comune: la comunità contro il monopolio. Sappiamo essere contemporanei di questo annuncio? Assumerlo, viverlo? Spesso usiamo il termine “prendere posizione”. Qual è la nostra posizione?Siamo qui la folla confusa, che riconosce in Gesù un profeta, ma non è disposta a seguirlo sulla via della croce, anzi, preferirà a lui Barabba? Siamo forse i sacerdoti  che si indignano perché non hanno capito o proprio perché hanno capito che i loro privilegi sono giudicati per quello che sono? Vorremmo essere i bambini, che soli, lodano il Messia gridandolo, rumorosamente, scuotendoci dal torpore, chiamando alla gioia. Siamo più verosimilmente gli zoppi e i ciechi, che ricevono l'evangelo come giudizio su un mondo ingiusto, dove il monopolio del mercato viene venduto come unica possibilità e come salvezza, che vengono guariti e guarite da Cristo. E' l'evangelo che ha già preso posizione, che si rivela nel capovolgimento di valori che opera Gesù e si rivelerà appieno nella sua croce. E la sua resurrezione è evento comunitario che chiama alla speranza tutti e tutte. Se ciascuno e ciascuna è chiamato per nome ad un incontro personale con Cristo è in vista di una speranza molto più ampia del proprio orizzonte, una speranza che costa, costa i propri interessi, la propria autosufficienza. Costa le decime e le primizie, affinché tutti e tutte possano vivere dignitosamente. Questo è il mondo di Dio, questa è la nostra vita, per la quale possiamo pregare, perché è qualcosa che non possiamo costruire da soli e da sole, che non dipende da noi eppure per noi e per tutti e tutte è preparata.

Cristina Arcidiacono

Predicazione inserita all'interno del ciclo di studi biblici su fede e denaro. In particolare cfr Equomanuale 1.