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Sermone di domenica 28 aprile 2013

Isaia 12, 1- 6

1 In quel giorno dirai:
«Io ti lodo, SIGNORE!
Infatti, dopo esserti adirato con me,
la tua ira si è calmata, e tu mi hai consolato.
2 Ecco, Dio è la mia salvezza;
io avrò fiducia, e non avrò paura di nulla;
poiché il SIGNORE, il SIGNORE è la mia forza e il mio cantico;
egli è stato la mia salvezza».
3 Voi attingerete con gioia l'acqua
dalle fonti della salvezza,
4 e in quel giorno direte:
«Lodate il SIGNORE, invocate il suo nome,
fate conoscere le sue opere tra i popoli,
proclamate che il suo nome è eccelso!
5 Salmeggiate al SIGNORE, perché ha fatto cose grandiose;
siano esse note a tutta la terra!
6 Abitante di Sion, grida, esulta,
poiché il Santo d'Israele è grande in mezzo a te


 

Quando ho letto questo testo mi è subito venuta alla mente una celebre poesia di Salvatore Quasimodo:

E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Quasi a dire che c'è un momento in cui il canto si tace: è il momento dell'annichilimento.
Eppure la storia ha riportato la triste musica della Shoah, la testimonianza del fatto che nei campi di
concentramento nazisti era tradizione formare un’orchestra degli internati. Mentre le squadre si avviavano al lavoro o tornavano, i musicisti dovevano suonare delle marce e non solo perché gli uomini delle SS ci tenevano a dare una parvenza pseudo-militare alla vita dei lager” . Infatti, già nel
gennaio del 1941, i prigionieri rinchiusi nel Blocco 24 del campo principale avevano cominciato a eseguire le prove, con strumenti che si erano fatti mandare da casa. La morte, le torture, il dolore, il sangue, la fame, la vita ridotta a niente imperversavano, ma l’orchestra e la musica non potevano mancare!( Cfr. Deborah D'Auria, Musica e Liturgia 2004)
Richard Glazar, uno dei pochi sopravvissuti del campo, affida a Claude Lanzmann un terribile ricordo: “faceva già buio, siamo entrati nella nostra baracca, abbiamo mangiato e dalla finestra non
si finiva mai di vedere il fantastico sfondo di fiamme di tutti i colori immaginabili: rosso, giallo, verde, viola e improvvisamente uno di noi si alzò… sapevamo che era cantante d’opera a Varsavia. Si chiamava Salve e davanti a quella cortina di fiamme ha cominciato a salmodiare un canto per me sconosciuto. Dio mio, Dio mio, perché ci hai abbandonati? Già in passato siamo stati dati alle fiamme, ma non abbiamo mai rinnegato la Tua Santa Legge. Ha cantato in Yiddish mentre dietro di lui ardevano i roghi.

Pensiamo al canto Gospel: gli schiavi neri non potevano cantare il canto della loro terra, così nacque un altro tipo di canto, che fece delle chiese la propria terra di libertà e si rivolgeva a Dio come unica fonte di speranza.

Pensiamo al Risorgimento, al Risveglio. Ai canti delle nostre chiese battiste.

Questo testo funge da cerniera tra la prima sezione di Isaia e quello che segue. Nei capitoli precedenti è narrata la storia del popolo, prima fedele e poi infedele, che ha dimenticato Dio e per il quale l'esilio è giudizio. Ma accanto a questo giudizio c'è anche l'annuncio dell'invio del salvatore, l'annuncio di un cambiamento radicale desiderato da Dio stesso. Il giorno a cui si riferisce il nostro testo è quello di cui si parla nel cap. 2, 4 : “Trasformerà le loro spade in vomeri d'aratro, e le loro lance in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un'altra e non impareranno più la guerra”.
Questo è il giorno del canto, della lode.
Io ti lodo, Signore.
Ti lodo perché sei un Signore che ricordi. Ricordi chi sono, ricordi il mio peccato, la mia lontananza da te, il mio essere recalcitrante. Ricordi e ti adiri, ma hai il coraggio di ricominciare, torni, tu sei la mia consolazione.
Il primo motivo di lode è dunque il fatto che Dio ricorda, ma il suo ricordo non lo imprigiona, non diventa rancore, ma apre ad una nuova possibilità di vita.
La vita nuova che Dio mi offre è chiamata da Isaia salvezza: ed è davvero nuova perché non canto più a Dio o di Dio, ma Dio è il mio canto. “Il Signore è la mia forza e il mio cantico”.
Che cosa canto? Posso cantare la lode, l'allegria, la tristezza, l'angoscia, la speranza, posso cantare la mia preghiera, ma come posso cantare Dio?
Per provare a rispondere a questa domanda mi viene in aiuto l'antico testo delle Scritture, scritto in ebraico e non vocalizzato: questo vuol dire che la bibbia ebraica era scritta solo con le sue consonanti: oltre alle vocali mancavano i segni musicali che indicavano con quale modalità essa andava cantata e salmodiata: sì, perché il popolo di Dio cantava Dio, cantava la sua parola, nella quale si rivela Dio stesso. L'assenza di questi segni, che è certo una grande perdita, costringe però all'interpretazione, offre la libertà dell'ascolto e del canto. Così non c'è un'unico modo di cantare Dio, proprio come non c'è un'unico modo di leggere la Bibbia.
Il cantico scaturisce come acqua fresca che sgorga dalla fonte. Il v. 3 è un po' il perno del nostro testo: mi dice che la salvezza mi viene donata come l'acqua, che non mi appartiene, mi dice che la salvezza è qualcosa che si muove, scorre, non può essere trattenuta se non a costo di diventare stantia. Il paragone con l'acqua mi fa anche uscire da una dinamica forse un po' intimista, per farmi sentire parte del creato tutto: dice sempre Isaia al cap. 41:

I miseri e i poveri cercano acqua, e non ce n'è;
la loro lingua è secca dalla sete.
Io, il SIGNORE, li esaudirò.
Io, il Dio d'Israele, non li abbandonerò.
Io farò scaturire dei fiumi sulle nude alture,
delle fonti in mezzo alle valli;
farò del deserto uno stagno,
della terra arida una terra di sorgenti;
pianterò nel deserto il cedro, l'acacia,
il mirto e l'olivo selvatico;
metterò nei luoghi sterili
il cipresso, il platano e il larice tutti assieme,
affinché quelli vedano, sappiano,
considerino e capiscano tutti quanti
che la mano del SIGNORE ha operato questo
e che il Santo d'Israele ne è il creatore.


Mi rimanda alle parole di Gesù alla samaritana incontrata al pozzo: “Chi beve dell'acqua che io gli darò non avrà più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui una fonte d'acqua che scaturisce in vita eterna”.  La fonte della mia salvezza fa divenire me fonte d'acqua.
Ma come posso oggi cantare, quando tutto sembra crollare? Come posso cantare  di fronte alla precarietà lavorativa, all'assenza di prospettive, di fronte alla solitudine del dolore e della malattia?
Per questo è necessario il plurale, passare alla comunità che canta. Per il pensiero biblico il peccato non è qualcosa che ha a che vedere solo con le singole persone, ma la frattura tra l'umano e Dio è qualcosa di comunitario, di popolo. Così come lo è la salvezza. Il popolo, la comunità, sono il luogo in cui è possibile cantare in coro questo cantico, in cui la mia voce si unisce a quella di altri e altre e Dio è cantato, il suo cantico prende le voci, i ritmi, le melodie di ciascuno e ciascuna, in una melodia a volte dissonante, a volte contrappuntistica, ma in ogni caso plurale. Cantare Dio oggi è riconoscere con coraggio che la morte, nelle sue diverse forme, non ha l'ultima parola. Che il canto può farsi protesta, lamento, silenzio anche, lode, sempre affermazione che il Signore non abbandona il mondo e le sue creature.
La comunità diventa il luogo in cui l'esilio, la crisi possono essere prese in carico in modo collettivo, diventa luogo in cui il ricordare di Dio si rispecchia nel ricordare della comunità; il perdonare di Dio ha la sua eco nella pratica del perdono tra fratelli e sorelle, in cui la salvezza prende la forma di un modo diverso di vivere l'essere corpo, nella riconoscenza, nella gratitudine. “La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente, ammaestrandovi ed esortandovi gli uni gli altri con ogni sapienza, cantando di cuore a Dio, sotto l'impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui”.

Cristina Arcidiacono