Sermone del 30 dicembre 2012

Giovanni 12,44-50

44 Ma Gesù ad alta voce esclamò: «Chi crede in me, crede non in me, ma in colui che mi ha mandato; 45 e chi vede me, vede colui che mi ha mandato. 46 Io sono venuto come luce nel mondo, affinché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. 47 Se uno ode le mie parole e non le osserva, io non lo giudico; perché io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo. 48 Chi mi respinge e non riceve le mie parole, ha chi lo giudica; la parola che ho annunciata è quella che lo giudicherà nell'ultimo giorno. 49 Perché io non ho parlato di mio; ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha comandato lui quello che devo dire e di cui devo parlare; 50 e so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre me le ha dette».


Ripercorriamo questo testo trattenendo alcune parole, l'annuncio che accompagna ciascuno e ciascuna in questo tempo di passaggio, dove alcune parole diventano più importanti di altre, perché un anno finisce e un tempo nuovo, comunque altro, si affaccia. E' tempo di lasciare andare qualcosa che impedisce di crescere e trattenere qualcosa che invece fa fatto lievitare, sbocciare, fiorire.
Ecco alcune di queste parole.

  1. Fede. Per il nostro testo, credere in Gesù è credere in Dio. Il teologo Paul Tillich, in un suo sermone, sottolinea come Gesù gridi, in questo brano, dica ad alta voce, quasi in uno sforzo per farsi capire”Chi crede in me, non crede in me!”. Gesù non è un'autorità accanto a quella di Dio, è lo stesso volto di Dio che illumina il volto di Gesù. Con queste parole si apre uno squarcio sul bisogno tutto umano di conoscere Gesù in quanto essere umano. Dal romanzo Il Codice Da Vinci, al ritrovamento di importanti testimonianze con il Vangelo di Giuda, la curiosità va subito sulla vita concreta di Gesù, dell'uomo di Galilea. Ha amato, si è sposato, quanti fratelli aveva, Maria Maddalena era la sua fidanzata...Sappiamo che questo non è l'interesse dei vangeli. Lo stesso Giovanni al cap 21 dirà che Gesù fece molti altri segni che non sono scritti in questo libro, ma che quelli che sono riportati lo sono affinché la gente creda, “affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome”. Chi crede in me non crede in me. Chi è per noi Gesù? Giovanni ammonisce i credenti e le credenti a fare attenzione alla propria testimonianza di fede. Quando parlo di Gesù, sto parlando di Cristo, della Parola fatta carne, in ultima analisi, sto parlando di Dio  o piuttosto mi soffermo sull'uomo fuori dai canoni, socialista ante litteram, rivoluzionario, marginale? Questa riflessione punta il dito anche sul modo delle chiese di evangelizzare, di parlare di Cristo al mondo. L'impegno sociale, politico, culturale che derivano dallo stare al mondo della chiesa non può essere considerato evangelizzazione, sembra essere la conseguenza di queste parole di Giovanni. Ma possiamo separare il Gesù della storia dal Cristo della fede? La storia dell'arte sembra conoscere bene queste parole di Gesù: quando i grandi pittori hanno dipinto immagini dalle Scritture, dalla nascita di Gesù alla crocifissione, Gesù, non è mai soltanto bambino o soltanto uomo: è già il Risorto. Le parole di Gesù che grida per essere compreso sembrano metterci in guardia da una riduzione semplicistica della nostra fede all'alternativa: seguire un Maestro, un profeta, un grand'uomo o onorare  una Divinità.  Credere in Gesù è credere in Dio, creatore, madre, padre, salvatore. Quello che io faccio annuncia Cristo, con la parola e con l'azione, con il silenzio, in cammino, o non annuncia. E' scelta consapevole, radicale, esplicita.
  2. La salvezza. Gesù non è venuto a giudicare il mondo ma a salvare il mondo. L'evangelo di Giovanni è radicale: la salvezza coincide con l'ascolto e l'accettazione della Parola di Dio. Quest'ultima è sì per tutti e per tutte. Ma la salvezza dipende dal sì degli uomini e delle donne. Non c'è una punizione divina, nel senso di castigo dall'alto: chi non ascolta la parola è già giudicato, esprime contro se stesso il giudizio, il rigetto cioè di Cristo. Per Giovanni la responsabilità individuale è primaria. La terra, il mondo, la storia sono il luogo dove Dio chiama, il teatro della chiamata di Dio. Tuttavia, la salvezza è salvezza dal mondo. Dio ha tanto amato il mondo che ha mandato suo figlio, ma il mondo resta la dimora dell'incredulità. Il dualismo giovanneo, che è stato definito spiritualistico o mistico, è in realtà molto concreto. Nell'incontro con Dio, con il creatore, con il Padre, la storia cessa di essere ciò che noi immaginiamo e diventa nuova. Giovanni scrive per credenti che non aspettano più la venuta immediata di Cristo, che non lo hanno visto di persona, per questo insiste fortemente sull'ascolto della parola come incontro personale. La nuova nascita, per Giovanni, è la realtà degli uomini e delle donne che formano la chiesa.
  3. La chiesa. Per Giovanni la chiesa  è essenzialmente ed esclusivamente la comunione di persone che ascoltano la parola di Gesù e in essa credono. La comunità giovannea condivide l'entusiasmo e la passione della comunità paolina di Corinto dai molteplici doni. Essa si distanza dalla chiesa “istituzione” di Gerusalemme: è una comunità orizzontale, dove non c'è gerarchia e dove tutti e tutte sono discepoli e discepole. E' importante sottolineare la presenza delle donne nella comunità giovannea: il vangelo di Giovanni dà alle donne il ruolo di testimoni, annunciatrici, evangeliste: basta pensare alla samaritana incontrata al pozzo che predica Cristo ai suoi compaesani, o a Maria Maddalena, prima testimone e apostola della Resurrezione. La comunità è sotto la parola. La chiesa viene considerata a partire dai suoi singoli membri: è il singolo che deve ascoltare, credere, avviarsi al discepolato. E' il singolo che è mandato, mandata, anche se agisce in comunione con i fratelli e le sorelle. Oggi come chiese, abbiamo bisogno della buona notizia che annuncia l'evangelo di Giovanni: la salvezza è l'incontro personale con la parola di Dio rivelata in Cristo. La vita eterna è l'amore di Dio. L'ecclesiologia giovannea, che è una conseguenza della sua cristologia è il modo di essere chiesa a cui si sono ispirate le chiese battiste: un forte accento sull'impegno personale, sulla scelta consapevole, sul discepolato, l'importanza dell'incontro individuale con Cristo che si esprime nella comunità. Abbiamo bisogno di leggere e rileggere Giovanni per guardare a noi nella storia, e ritrovarci un po' “impietriti”, imitatori più della chiesa con cui Giovanni polemizzava, la chiesa delle figure carismatiche, poi dei vescovi, la chiesa della delega e non della partecipazione individuale e comunitaria allo stesso tempo.
  4. L'amore. La chiesa di Giovanni è tenuta unita dall'amore. Dopo il vangelo, la I Giovanni, lettera ad una chiesa divisa, insisterà moltissimo sull'amore. L'amore, l'amore di Dio da cui discende l'amore per i fratelli e le sorelle ha ben poco a che vedere con i buoni sentimenti, ben poco a che vedere con le affinità e le consonanze di gusti, di piaceri, di interessi. L'amore che tiene unita la chiesa è impegno. Ubbidienza alla parola, innanzitutto. Per Giovanni l'amore di Dio è  la comunione che viene stabilita per mezzo della parola e mantenuta con la parola. L'unità della chiesa non è qualcosa di meramente umano, anche se essa è sempre più minacciata dall'interno che dall'esterno. L'unità della chiesa è dono che si fonda sull'unità tra il Padre e il Figlio. Essa non è uniformità, l'unità non consiste nel livellare ciò che è diverso: è solidarietà, vincolo carico di tensioni che unisce esseri tra loro diversi. L'unità cristiana implica la libertà del singolo nel dono che gli è stato dato e nel servizio che gli è stato affidato. Insegna a sopportare le tensioni, persino ad accettarle. L'unità non deve essere imposta da qualcuno, pretesa, essa va prima di tutto capita. E insegnata. Lo si è tentato in ogni tempo. Paolo parla di corpo unico in Corinzi, Efesini parla di un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Giovanni parla di dono di Dio, unità che può essere testimoniata solo perché è stata prima prefigurata nel rapporto tra il Padre e il Figlio e trasferita sulla comunità dall'opera e del Padre e del Figlio. Questo ci dice che la libertà della chiesa non è quella che esercito quando entro in un supermercato, in cui prendo i prodotti in offerta e me ne vado  per poi ritornare alla prossima vendita promozionale. E' spazio privilegiato dell'incontro con Dio tramite l'ascolto della parola: allora anche le parole in chiesa sono importanti. C'è un inno, un canto che si insegna alla scuola domenicale, che dice “io son la chiesa, tu sei la chiesa, siamo la chiesa insieme, una chiesa grande, grande come il mondo, siamo la chiesa insieme”. Io son la chiesa perché la parola di Dio ha cambiato la mia vita, tu sei la chiesa perché anche la tua vita è stata abitata dalla parola che si è fatta carne, siamo la chiesa insieme, perché l'amore di Dio ci unisce. Non è un sentimento infantile. La comunità giovannea è una comunità adulta, che rischia l'amore e sull'amore fonda il suo stare insieme.

 

Ascoltiamo oggi queste parole perché non vogliamo rimanere nelle tenebre. Perché la misura dell'anno appena trascorso non sta negli insuccessi o nei fallimenti personali, non sta in quanto non siamo riuscite a portare a termine, nelle mancanze, nelle assenze.  Non sta neanche nei successi, di cui pur vogliamo gioire, ma sta nell'amore di Dio che chiama alla fede. Sta in Cristo venuto per salvare. Sta nella parola attorno a cui nasce la chiesa. Sta in Dio che ci chiama a seguire la verità.
Sta nel sì di ciascuno e ciascuna di fronte a questo dono, di fronte alla libertà che Dio ci dona di essere sue discepole e suoi discepoli. 

Cristina Arcidiacono