Sermone del 3 febbaio 2013

6 Cercate il SIGNORE, mentre lo si può trovare;
invocatelo, mentre è vicino.
7 Lasci l'empio la sua via
e l'uomo iniquo i suoi pensieri;
si converta egli al SIGNORE che avrà pietà di lui,
al nostro Dio che non si stanca di perdonare.
8 «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri,
né le vostre vie sono le mie vie»,
dice il SIGNORE.
9 «Come i cieli sono alti al di sopra della terra,
così sono le mie vie più alte delle vostre vie,
e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.
10 Come la pioggia e la neve scendono dal cielo
e non vi ritornano
senza aver annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare,
affinché dia seme al seminatore
e pane da mangiare,
11 così è della mia parola, uscita dalla mia bocca:
essa non torna a me a vuoto,
senza aver compiuto ciò che io voglio
e condotto a buon fine ciò per cui l'ho mandata.
12 Sì, voi partirete con gioia
e sarete ricondotti in pace.

Isaia 55,6-12a

Oggi la buona notizia della Parola di Dio ci mette in viaggio in un percorso di spiazzamento, che altro non è che il modo con cui essa stessa raggiunge ognuno ed ognuna di noi nel momento in cui leggiamo le Scritture.
Vi invito a cambiare i vostri posti nelle panche, ad andare dove ci è meno agevole andare: chi è dietro venga avanti, chi è a destra vada a sinistra, andate dove non vi siete ancora mai seduti o solo molto raramente. Che sensazione avete? Novità? Spaesamento? Anche un po' di fastidio magari? E' la prima volta?
Abbiamo la tendenza a ripetere sempre le stesse cose, ad avere abitudini: eppure, tutti gli studi sull'apprendimento sottolineano come per le persone adulte imparare sia molto legato a fare cose nuove, diverse. Non è così per l'infanzia in cui si impara senza sapere di stare imparando, si assorbe ogni cosa; per noi imparare farebbe rima anche con cambiare, anche se molto più spesso cambiare è qualcosa da cui si rifugge. 
Quello che abbiamo appena provato è un po' quello che accade quando la Parola di Dio incontra le nostre vite.
La posta in gioco non è tanto quanto ciascuno e ciascuna legga la Bibbia, ma quanto ci facciamo leggere dalla Parola. Essa è parola esterna, che non viene dal nostro io, che ci fa fare i conti con una distanza. Distanza storica, certamente, ma anche distanza interpretativa, distanza che mette di fronte a qualcosa di non facilmente addomesticabile, se non con il rischio di snaturare il suo senso. Se la nostra lettura non fa che confermare i nostri pensieri, allora la Scrittura diventa facilmente un amuleto da esibire. Lutero parlava di “cuore incurvato”, quando il nostro io si ripiega nella lettura della parola che non è altro da sé, bensì la conferma delle proprie idee. Questo è il principale ostacolo all'ascolto della Parola. In questo senso queste parole di Isaia “ le mie vie non sono le vostre vie”, ci mostrano la resistenza della Parola ai nostri tentativi di monopolizzarla, il cammino di straniamento da noi stessi e noi stesse che occorre fare per metterci davvero in ascolto di una parola Altra. Si può leggere la Bibbia per tutta una vita, riducendola a specchio dei propri interessi e non aver mai incontrato la Parola di Dio, quella Parola che nutre, feconda, compie ciò per cui è stata mandata. Il Nuovo Testamento mette in guardia da questo tentativo tutto umano nel vangelo di Marco, proprio nella spiegazione della parabola del seme che abbiamo letto questa mattina: Gesù dice ai suoi discepoli che a loro è stato confidato il mistero del Regno di Dio, mentre a quelli di fuori tutto viene esposto in parabole affinché “vedendo vedano sì, ma non discernano, udendo, odano sì, ma non comprendano”. E noi che leggiamo ci sentiamo confortati, conosciamo il linguaggio biblico, non rischiamo di essere trattati da esterni. Ed ecco che Marco mette in guardia dal nostro tentativo di “appropriazione indebita” come lettori e lettrici: tutto il vangelo mostra come proprio coloro che sono più vicini al Signore, i suoi discepoli, non lo capiscono, lo fraintendono, lo tradiscono, rinnegano, abbandonano. Gesù, che per tutto il vangelo si sottrae alle definizioni delle persone che incontra si farà trovare dal centurione, sulla croce, che vendendolo morire in quel modo dirà “veramente quest'uomo era figlio di Dio”.
Mettersi in ascolto della Parola di Dio è dunque anche cercare Dio laddove si fa più lontano dalle consuetudini che sono le nostre, laddove le vie si allontanano dai nostri sentieri battuti. 
Queste parole risuonano dopo l'esortazione a cercare il Signore e a convertirsi. Il verbo ebraico “cercare” designa innanzitutto l'iniziativa divina, che cerca l'umanità creandola, ma anche l'umanità cerca Dio: siamo chiamati e chiamate a cercare Dio che ci cerca. Con l'attenzione a non finire come in un racconto della tradizione rabbinica:
Rabbi Baruch aveva un nipote che, un giorno, giocava a nascondino con un amico. “Egli si nascose bene bene e attese che il compagno lo cercasse. Dopo aver atteso a lungo, uscì dal nascondiglio, ma l'altro non si vedeva. Si accorse, allora, che non l'aveva mai cercato. Piangendo, corse nella stanza del nonno e si lamentò del cattivo compagno di gioco. Gli occhi di Rabbì Baruch si riempirono di lacrime ed egli disse: “Così dice anche Dio: Io mi nascondo, ma nessuno mi vuole cercare”.
Mettersi in ascolto della Parola di Dio significa ricercare, cercare senza sosta, andare verso l'altro spinti e spinte dal desiderio. Il Signore si fa trovare e non chiede niente di meno che un cambiamento della propria vita, la conversione. Ascoltare la Parola è qualcosa di ben lontano da stare comodi con le pantofole in poltrona a leggere la Bibbia e lasciare che questo atto sia puramente esteriore.
Come si cerca Dio? Isaia ci dice che un modo per cercare Dio è cambiare rotta, abbandonare la propria strada, tornare al Signore. Lasciare, come Abramo lasciò la sua terra. Sentirsi spiazzati, a disagio forse, infastiditi o proprio contrariate, come alcuni e alcune che proprio non volevano cambiare posto.
E in questo spiazzamento, dopo aver sperimentato la Parola contro, potremo sperimentare quella pro: “Venite, rifornitevi senza denaro, di vino e latte. Perché pagare denaro e non avere cibo? Perché dare il profitto delle proprie fatiche e non saziarvi? Date ascolto a me e godrete di ogni bene e vi delizierete di quel che vi è di meglio. Porgetemi orecchio, venite a me, ascoltate e vivrete”
Restare nella tensione con la Parola, nella sua scomodità, nel conflitto che essa può creare con le nostre abitudini, i pensieri dominanti, permette di sperimentare e godere la nuova realtà che la Parola di Dio dischiude. Una realtà in cui ci sono cose che non possono essere monetizzate. Nel nostro tempo in cui tutto sembra avere un prezzo, in cui la parola d'ordine sembra essere consumo dunque sono, la Parola di Dio apre un'orizzonte in cui il dono è la realtà della relazione. All'assuefazione del mercato, ma anche all'abitudine che fa sì che ripetiamo meccanicamente sempre le stesse cose, le stesse dinamiche, ascoltiamo solo quello che ci è già noto, la Parola schiude la mia vita all'inaudito, all'inedito: mangiare e avere beni senza denaro è possibile nell'economia della grazia di Dio che come chiese siamo chiamati e chiamate a vivere nella sua pienezza. La vita alla luce della Parola è vita che dà valore alle parole degli altri e delle altre, le ritiene degne di attenzione, prende sul serio; è vita che dà valore alle relazioni, allo stare insieme come fondamento per una realtà altra, anticipo del Regno di Dio che per le Scritture è esperienza di condivisione: un banchetto, una festa di nozze, dove cibo e delizie sono per tutti e tutte e soprattutto per quanti e quante non hanno l'invito. Ecco un altro spiazzamento: per chi pensa di essere già a posto, già puro e non bisognoso di conversione, per chi pensa di conoscere già le Scritture senza aver bisogno di farsi ancora interrogare da esse, la Parola di Dio ci dice che quelle persone troveranno sempre delle scuse per non partecipare, come narra appunto la parabole delle nozze.
Non è forse a noi che sta parlando il testo? Dio si rivolge a Israele che sa di essere il popolo eletto e per questo si dimentica di ascoltare. Allora Dio interviene con il suo giudizio, aprendo le orecchie ad altri e ad altre, facendo ingelosire il suo popolo....
Si conclude  qui il Secondo Isaia, la seconda parte del libro del profeta Isaia che ha avuto inizio al cap. 40 e che è caratterizzata dal fatto che la Parola di Dio dura per sempre ( Is.40,8). Adesso viene detto che compie ciò che Dio vuole e conduce a buon fine ciò per cui è stata mandata. E mentre nel cap 40 l'immagine associata alla parola era il paragone tra le piante che appassiscono rapidamente e la vivificante parola di Dio, ora la forza della parola viene paragonata alla fecondità della pioggia e della deve. Il fatto che la parola rimanga non vuol dire che sia statica, ma il rimanere assume l'espressione del permanere, dell'efficacia senza fine di essa.
Questo dice oggi la Parola di Dio: un invito a lasciare le nostre abitudini di pensiero, la staticità dei nostri giudizi e soprattutto pre-giudizi nella fiducia di un viaggio con la Parola. E lei che ci fa  conoscere la realtà di Dio, fatta di un'economia del dono e della grazia, della condivisione e della fiducia, non perché noi possiamo costruire tutto questo da soli, ma perché così vuole Dio e la sua parola è efficace, nei secoli dei secoli. Amen

Cristina Arcidiacono