Sermone del 6 gennaio 2013

Matteo 19, 16-26

16 Un tale si avvicinò a Gesù e gli disse: «Maestro, che devo fare di buono per avere la vita eterna?» 17 Gesù gli rispose: «Perché m'interroghi intorno a ciò che è buono? Uno solo è il buono. Ma se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». 18 «Quali?» gli chiese. E Gesù rispose: «Questi: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso. 19 Onora tuo padre e tua madre, e ama il tuo prossimo come te stesso». 20 E il giovane a lui: «Tutte queste cose le ho osservate; che mi manca ancora?» 21 Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi ciò che hai e dàllo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi, vieni e seguimi». 22 Ma il giovane, udita questa parola, se ne andò rattristato, perché aveva molti beni. 23 E Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico in verità che difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. 24 E ripeto: è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio». 25 I suoi discepoli, udito questo, furono sbigottiti e dicevano: «Chi dunque può essere salvato?» 26 Gesù fissò lo sguardo su di loro e disse: «Agli uomini questo è impossibile; ma a Dio ogni cosa è possibile».


Incominciamo il nuovo anno parlando di...soldi. Non è qualcosa che entusiasmi. La vita quotidiana è piena di problemi e pensieri legati ai soldi ed ecco che anche in chiesa devo ascoltare una predicazione che parla di soldi. Che cosa mi vorrà dire? Qualcuno mi vuole fare i conti in tasca?
La Bibbia, certo, parla anche di denaro. Ma le Scritture non sono un prontuario da farmacista e cercare alla voce “denaro” vuol dire incappare in racconti di uomini e donne alle prese con Dio: è nella relazione che le Scritture parlano ieri come oggi e il denaro, di per sé strumento di scambio, segno di benessere, in se stesso non condannato da Dio nelle Scritture, può diventare un idolo se usato come fine e non come mezzo. Un idolo se usato per opprimere, soggiogare, creare ingiustizie. Allora non è tanto o non solo del denaro che dobbiamo parlare, ma dell'uso che ne faccio, del potere che gli attribuisco e che gli permetto di avere su di me.

Gesù ha appena detto che il Regno dei cieli è per coloro che assomigliano ai bambini, quando questo giovane gli viene incontro. Egli sembra sinceramente interessato a compiere un passo importante per la salvezza, chiede a Gesù che cosa deve fare di buono per avere la vita eterna. Conosce i comandamenti, sembra quasi sorpreso dalla prima risposta di Gesù. Così poco? Osservare i comandamenti? La vita eterna non sembra poi così impossibile da ottenere. Poi chiede: “Che cosa mi manca ancora?”
La risposta di Gesù questa volta lo spiazza, o, come dice il testo, lo rattrista. “Se vuoi essere completo”, perfetto... E' come se fossimo davanti a un puzzle complicato. Mancano pochi pezzi ed ecco, quando l'immagine sta prendendo la sua forma, ecco che accade qualcosa che fa andare tutto ..in pezzi. La risposta di Gesù rimanda al giovane la sua mancanza, che mancanza non è, bensì un troppo. Nel troppo pieno delle sua ricchezze per il giovane era necessario fare il vuoto per poter davvero incontrare Cristo; era necessario svuotarsi della propria identità così legata al suo avere per seguire “nudo un Cristo nudo”, per riprendere il motto dei valdesi medioevali.
Non se lo aspettava questo, quel tale che era andato incontro a Gesù: si rattrista, il vuoto è troppo per lui, come si può “avere la vita eterna” se non si ha più niente?

L'evangelo di oggi annuncia ancora una volta che Gesù incontra tutti e tutte là dove sono: non giudica la richiesta del giovane, ascolta, si inserisce all'interno del suo sapere. Ma una volta incontrato, Cristo chiede niente di meno che un cambiamento di prospettiva, chiede una conversione, il ravvedimento, l'andare oltre la propria mente. E il ravvedimento, per questo giovane è lasciare i propri averi, anche il desiderio di “avere la vita eterna”, per comprendere il dono della salvezza.
Il centro di questo incontro non è il denaro in sé ma l'idolatria del denaro che riempie la vita e toglie la possibilità di gustare il dono della grazia. Nonostante questo i versetti che seguono sono occupati da detti nei confronti dei ricchi. Gesù pone il problema del denaro come problema spirituale che interroga anche la nostra spiritualità. E quando parliamo di spiritualità vogliamo parlare di quotidiano: le relazione con le persone, con il creato, e dunque le relazioni con il denaro, il risparmio, la spesa, il mercato.
Oggi, a livello mondiale le chiese sono chiamate a essere consapevoli dei sistemi economici che fanno sì che l'ingiustizia economica sia considerata semplicemente inevitabile e impossibile da contrastare. Vivere secondo giustizia ed equità sembra impossibile, così, a maggior ragione in tempi di crisi come questi la regola sembra essere il “si salvi chi può” e soprattutto mi salvo da solo, o al massimo con la mia famiglia. A fronte di programmi internazionali e nazionali ( vedi il documento Agape del WCC, o L'equomanuale per comunità sostenibili della FCEI:www.fcei.it), di prese di posizioni di Sinodi e assemblee, riscontriamo a livello più locale e individuale che gli aspetti economici della nostra vita sono considerati quasi come tabù: semplicemente non se ne parla, non sta bene. Sia che di denaro se ne abbia o meno. E questo anche nella chiesa. Se da un lato è giusto rifuggire da un certo moralismo, dall'altro c'è qualcosa che non va dal rimuovere, proprio nei momenti spirituali, “cioé quelli in cui si parla delle cose concrete e quotidiane della vita alla luce della Parola di Dio” (Cfr. Daniele Garrone,  “Ambiguità della ricchezza, una tensione tra Antico e Nuovo Testamento”, in Fede e denaro, a cura di Federazione chiese Evangeliche in Italia, edizioni com nuovi tempi, 2002), una dimensione così importante dell'esistenza. Non ci sono ricette, ma non affrontare il problema produce solitudine e isolamento. Che cosa abbiamo da dire come chiesa? E prima ancora che cosa diamo o abbiamo dato ai nostri figli e figlie con le nostre scelte economiche, espresse o inespresse, agite o subite? E soprattutto riusciamo a dare e a dire qualcosa, o la trasmissione è appannaggio piuttosto della televisione, del gruppo di amici etc? La dimensione economica della nostra vita ci vede soggetti consapevoli delle priorità dell'evangelo, credenti responsabili, o persone smarrite nel flusso di dinamiche a cui sentiamo di non poterci sottrarre? Rischiamo forse anche noi, come chiese e come singoli di essere “troppo pieni”, non solo di denaro,  ma di bisogni che non appartengono alla sobrietà di cui ci parla l'evangelo, ma la cui non soddisfazione ci fa sentire colpevoli e non a posto?
Per questo uno studio comunitario su fede e denaro può aiutarci nel nostro cammino di discepoli e discepole di Gesù: aiutarci a conoscere il sistema economico in cui siamo calati e a conoscere anche le sue alternative, a confrontare la conoscenza dei fatti e dei problemi con la Parola di Dio. Parlare di fede e denaro significa parlare di giustizia, pace, mansuetudine, idolatria, agape. Aiutarci ad agire, impegnandoci singolarmente e comunitariamente in gesti di denuncia ma anche di solidarietà, di scelte di comportamento. Seguire Cristo nel quotidiano, togliendo al denaro il potere sulla nostra vita che lo rende sacro.
Jacques Ellul, in un suo studio famoso, L'uomo e il denaro, ormai del 1954, invita a profanare la sacralità del denaro, a spezzare il suo giogo, che leggero non è, togliendogli il suo potere sull'umano. Profanare il dio denaro attraverso il dono. Non è proprio questo l'annuncio dirompente della grazia di Dio, sostituire alla perfezione dell'avere, del fare, la gratuità del dono della vita in Cristo? Non è proprio questo il paradosso dell'evangelo, che fa del dono di Dio in Cristo una grazia non a buon mercato, un'offerta speciale per la quale facciamo la coda al supermercato, neanche un gratta e vinci che illude e droga, ma la nostra stessa vita, preziosa e amata da Dio, una vita in relazione con il Signore?
Anche i discepoli di Gesù si chiedono come sia possibile essere salvati, come è possibile per le donne e gli uomini giungervi. Ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio. Anche che ciascuno e ciascuna, così inseriti nel mercato “inevitabile”, insormontabile, possa informarsi, capire, conoscere, farsi domande, cambiare stile di vita, vivere sobriamente e con attenzione alla giustizia, senza troppi compromessi, riconoscendo l'idolatria del denaro e profanandolo, con il dono. Nulla è impossibile con Dio , nulla è impossibile a Dio. Il Signore è fedele e farà anche questo.

Cristina Arcidiacono