Sermone della domenica delle Palme, 24 marzo 2013

1 Gesù disse queste cose; poi, alzati gli occhi al cielo, disse: «Padre, l'ora è venuta; glorifica tuo Figlio, affinché il Figlio glorifichi te, 2 giacché gli hai dato autorità su ogni carne, perché egli dia vita eterna a tutti quelli che tu gli hai dati. 3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, il solo vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo. 4 Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che tu mi hai data da fare. 5 Ora, o Padre, glorificami tu presso di te della gloria che avevo presso di te prima che il mondo esistesse.
6 Io ho manifestato il tuo nome agli uomini che tu mi hai dati dal mondo; erano tuoi e tu me li hai dati; ed essi hanno osservato la tua parola. 7 Ora hanno conosciuto che tutte le cose che mi hai date, vengono da te; 8 poiché le parole che tu mi hai date le ho date a loro; ed essi le hanno ricevute e hanno veramente conosciuto che io sono proceduto da te, e hanno creduto che tu mi hai mandato.

Giovanni 17, 1- 8


I vangeli ci consegnano diverse immagini di Gesù in preghiera. Tra queste, il Padre nostro rimane la più nota preghiera di Gesù, anche se la preghiera più propriamente di Gesù è quella al Padre suo, del capitolo 17 del vangelo di Giovanni .
Melantone ne parla, l'11 aprile del 1560 dicendo che “Non fu mai udita nei cieli una voce più piena di dignità, di santificazione, di pathos come quella dello stesso figlio di Dio”.
Nel suo significato globale essa intende preparare il lettore all'ora ormai vicina, quella della croce, anche se nella preghiera si parla di gloria. E nello stesso tempo conclude il messaggio del discorso di addio, incominciato con la lavanda dei piedi in Gv 13.
Quale gloria c'è nell'ora del Figlio di Dio? Non gli Osanna confusi della folla all'ingresso di Gerusalemme, gloria effimera che presto si tramuterà in condanna a morte. Non la gloria umana di cui parla il profeta Geremia, mettendo in guardia il saggio dal gloriarsi della propria saggezza, il ricco della propria ricchezza, il forte della propria forza: Geremia dice “Chi si gloria si glori di questo che ha intelligenza e conosce me, che sono il Signore”. La gloria di cui parla Geremia è molto vicina alla gloria di cui parla qui Gesù in preghiera. E' la gloria a Dio perché si fa conoscere e si fa conoscere rivelandosi in suo figlio, rivelandosi in Gesù Cristo, rivelandosi soprattutto nella croce. Il vangelo di Giovanni collega la gloria con la croce ( cfr cap. 12, 23-24, 13,31): essa è l'espressione dell'immenso amore di Dio per il mondo, il dono di suo figlio.
Per gli altri vangeli, nella morte di Cristo, la mano di Dio è visibile nello squarcio della cortina del tempio: la lacerazione della separazione tra il luogo santissimo, il luogo della presenza di Dio nel tempio, e l'esterno segna anche la lacerazione di ogni muro di separazione. Dio scende dal cielo alla terra e scende fino alla croce.
Nel vangelo di Giovanni la gloria definisce che cos'è la crocifissione, la crocifissione definisce che cosa la gloria è. La croce dischiude la profondità dell'amore di Dio. Ecco il paradosso della vita in Cristo. Lì dove ci si aspetta un re arriva un condannato a morte e lì dove si guarda un morto, ecco il Vivente.
Questo modo di annunciare la salvezza, la vita eterna in Gesù Cristo, condiziona fortemente, disegna quasi l'idea di comunità che Giovanni costruisce.
Una comunità in relazione con il Figlio, perché il Figlio è in relazione con il Padre. Non solo la comunità dei discepoli e con loro la chiesa è fondata sulla relazione tra padre e figlio, ma anche l'unità non ci appartiene, ma è dono. E la comunità ha la sua origine nel farsi comunità di Dio. Decidendo di mescolarsi alla creazione, di migrare, di contaminarsi, l'Eterno ha rinunciato alla propria distanza, alla propria immunità. Immunità: conosciamo questa parola dall'ambito  in cui significa la distruzione, di ciò che è estraneo, negativo, contagioso. Ma essa può essere anche  esenzione  come accadeva nel Medioevo per i signori o i prelati che venivano esentati dal feudatario, perché godevano dell'immunità. Ma, come leggiamo in Filippesi, Cristo è entrato in comunione con il mondo, abbassandosi, rinunciando alla propria immunità, ai propri privilegi e riconciliando la creazione tutta. Ed ecco che conoscere Dio vuole dire conoscere per intero la sua rinuncia all'immunità, al pensiero unico, alla trasmissione gerarchica di sapere, riconoscere che conoscere Dio in Cristo è riconoscersi parte di una comunità. 
Se questo è bello e forse facile a dirsi, viverlo, con il proprio corpo e la propria vita è diverso.
Forse perché le parole che siamo abituati ad ascoltare e a dire sono diverse dalla parola evangelica.
Basta leggere i giornali. Le persone lavorano, anche duramente, più per la  propria immunità, che per vivere in comunità. Quello che faticosamente si guadagna, un relativo benessere, la mia televisione, meglio con schermo piatto, il mio computer, meglio un Ipad o entrambi, non posso metterlo in comune, ho lavorato tanto faticosamente per costruire la mia solitudine. E ora forte è la paura che questo minimo senso di benessere venga tolto.
E così le parole si fanno violente. Violente per paura di perdere, di perdersi. Per paura di dare. Di riconoscere che quello che è la tua vita è un po' anche la mia vita, che i tuoi problemi sono anche i miei problemi, e viceversa. E così, anche nella vita politica, la soluzione è l'eliminazione: quanto più sei distante da me tanto più godo nel ingiuriarti, denigrarti, eliminarti. Comunità e comunicazione sembrano avere spazio solo sugli spazi del web, via internet nelle comunità virtuali appunto.
Eppure la comunità dei discepoli è dono di Dio al Figlio e dono del Figlio al mondo, affinché non si abbia più paura gli uni delle altre, perché il perdersi significa ritrovarsi in Cristo. E questo grazie alla sua parola. La comunità del Figlio di Dio è comunità che comunica.
Il v. 8 descrive il movimento della parola di Dio come dono: “Le parole che tu mi hai dato, le ho date a loro, ed essi le hanno ricevute e hanno veramente conosciuto che io sono proceduto da te e hanno creduto che tu mi hai mandato”.  La parola non è mero comunicato stampa, trasmissione di intenti, pensiero non negoziabile, non questionabile, immutabile. Essa è prima di ogni cosa dono. E il dono ha bisogno, accanto all'iniziativa di chi dà, anche la presenza e l'azione di chi riceve. Le parole  di Dio donate a Cristo, il suo Evangelo, non si reggono solo sull'iniziativa, pur fondante e indispensabile, del Signore. Occorre l'attivo corrispondere di chi le riceve. Per questo colui che è stato mandato manderà a sua volta i suoi discepoli. Affinché il dono della parola alla comunità diventi una conversazione d'amore reciproco, per usare un'espressione che Danilo Dolci riferiva all'educazione. Anche la comunità, la chiesa, le chiese, vivono la tensione tra l'essere immuni o comunicare con il mondo, ma anche al loro interno, come individui. Il rischio è proprio quello di usare la bibbia come un vaccino, che renda puri e incontaminati, distanti da tutto ciò che può essere confusione. E invece l'evangelo vuole essere epidemia, arrivare a tutti e a tutte, utilizzare ciascuno e ciascuna come “soggetti di contagio”.
E' sempre Gesù ad indicare la modalità di essere comunità, di essere chiesa: lo fa all'inizio di questa sezione, con la lavanda dei piedi. La parola del Signore si mette in pratica donando il proprio servizio, facendo della propria vita, un dono.
Non possiamo farcela da soli.
Per questo abbiamo bisogno della preghiera di Gesù: per essere sostenute e tenuti saldi nella sua parola, per vincere la paura, perché non sappiamo pregare. Ma il Signore intercede per noi presso il Padre, affinché non abbiamo paura di essere comunità in lui e possiamo essere mandati e mandate ad annunciare la sua parola.

Cristina Arcidiacono