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Il sermone di Simonetta Angiolillo si pone in ideale continuità con il culto donne del 17 giugno 2007, pubblicato in questo sito


Le sorores valdenses

 

 

Letture: Lc. 24, 1-11 e 13-31; Atti 16, 11-15; Rom. 16, 1-16

 

Poche domeniche fa, nel culto delle donne, è stato ricordato il lungo e difficile percorso che ha finalmente portato ad accettare la predicazione femminile nelle chiese, o meglio in alcune chiese per lo più nate dalla Riforma. Ripercorriamo velocemente le tappe principali:

1786 Inghilterra: Sara Mallet fu autorizzata a predicare, da Wesley e dalla Conferenza Metodista.

1821 USA: La quacchera Lucrezia Mott è la prima donna ad essere riconosciuta come ministro della parola.

1962 Italia: Il Sinodo delle chiese Valdesi approva l’ammissione delle donne al pastorato.

1966 Italia: Vengono ammesse le donne alle Facoltà Teologiche Cattoliche.

1967 Italia: Vengono consacrate le prime donne pastore dal Sinodo valdese.

1979 Italia: La chiesa Battista consacra la prima donna pastore

1987 Inghilterra: La Chiesa Metodista, consacra la prima donna vescovo.

1994 Inghilterra: La Chiesa Anglicana introduce l’ordinazione delle donne.

Dunque un percorso lungo, cominciato molto tardi, sicuramente grazie all’Illuminismo, tra i cui principi fondamentali erano libertà, uguaglianza, fraternità, diritti umani, autonomia del potere politico e laicità dello Stato.

In realtà il cammino era cominciato molto prima ed era stato avviato da Gesù stesso, come apprendiamo dai Vangeli, che pur parchi nella loro testimonianza sulla ‘questione femminile’, ci fanno vedere un rapporto privilegiato tra Gesù e le donne, che diventano spesso testimoni attive della sua Parola: la Samaritana (Giov. 4, 1-30) lascia la sua secchia, va in città e dice alla gente “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto: non potrebbe essere lui il Cristo?”; Maria Maddalena (Giov. 20, 11-18), andata al sepolcro e trovatolo vuoto, al solo udire il Risorto che la chiama risponde Rabbunì, Maestro, cioè lo riconosce immediatamente. E Gesù la incarica di annunciare ai discepoli la sua risurrezione. Ed è interessante mettere a confronto la risposta pronta di Maria e delle altre donne con l’atteggiamento dei discepoli che tardano a credere a quanto viene loro annunciato: Lc. 24, 1-11 e 13-31. E naturalmente si potrebbero citare Marta e Maria e tante altre figure femminili nei confronti delle quali Gesù mostra una considerazione particolare.

E passando alla chiesa apostolica, vediamo che in Atti 16, 11-15 è raccontata la conversione di quella che è stata chiamata “la prima persona europea, convertita al cristianesimo”, una donna, Lidia, commerciante di porpora la cui casa diventa il centro della comunità di Filippi (cfr. v. 40); nell’Epistola ai Romani 16, 1-16, al momento del commiato, Paolo saluta 29 persone 10 delle quali sono donne! Particolare che deve far riflettere sui silenzi delle Sacre Scritture nelle quali i protagonisti sono nella quasi totalità uomini; accanto a essi alcuni casi isolati di donne in primo piano e una piccola folla di figure femminili, spesso anonime – la moglie di Pilato, Mt. 27, 19, la figlia di Iefte, Giu.11, 30-40, la donna Cananea, Mt. 15, 21-28 – anonime, ma di esse viene ricordata la fede (“Donna, grande è la tua fede, ti sia fatto come vuoi”: Mt. 15, 28).

La ricerca in questo campo sarebbe affascinante, ma oggi desidero fare un salto in avanti nel tempo, lasciando la chiesa primitiva e arrivando ai movimenti ereticali medievali, e in particolare al movimento valdese. Anche in questo periodo, in questi anni che spesso si definiscono a torto “bui” troviamo una serie di interessanti notizie.

Di Pietro Valdo sappiamo che era ricco e che nel 1173, in seguito a una crisi di coscienza, rinunciò a tutto il suo patrimonio dividendolo in 3 parti: restituì la prima a coloro dai quali aveva preso ingiustamente, diede la seconda ai poveri e l’ultima alle due figlie minorenni che affidò a un Ordine monastico retto dalla badessa Audeburge, donna di grande spiritualità e determinazione. È probabile che il motivo di questa scelta sia da ricercare nel fatto che, in quei tempi, solo la vita monastica poteva accordare qualche spazio alla vocazione femminile. Valdo fece tradurre la Bibbia in volgare, cominciò a predicare, ottenendo un grande consenso, e, dice Stefano di Borbone (frate e inquisitore, 1249-50) “riunì attorno a sé molti uomini e donne perché facessero lo stesso, istruendoli sui Vangeli. E li mandava predicare nelle città circostanti ...”. Cominciarono a chiamarsi i Poveri di Lione.

Nel 1179 Valdo si reca a Roma per ottenere l’approvazione ecclesiastica; in un primo momento il papa Alessandro III dimostra comprensione e apprezzamento per i propositi di vita povera ed evangelica dei fratres valdensis, pur senza accogliere la loro richiesta di predicare la Parola di Cristo.

Nell’anno successivo Valdo viene convocato dal legato pontificio al concilio di Lione, che ne riconosce la “fraternità”, cioè il movimento, e gli impone una Professione di fede con l’impegno di osservare la dottrina cattolica contro le deviazioni ereticali: quindi Valdo ottiene un certo riconoscimento senza però riuscire ad avere l’autorizzazione alla predicazione.

Il monaco cistercense Goffredo d’Auxerre († 1194), che racconta questi fatti, attacca l’ex arcivescovo di Lione Guichard perché aveva tollerato la predicazione valdese e “aveva creato nuovi apostoli né aveva arrossito per le apostole”: se ne deduce che i valdesi avevano goduto dell’appoggio dell’arcivescovo Guichard perfino quando ai predicatori uomini si erano aggiunte le donne. Alla morte di Alessandro III, però, Valdo entrò in conflitto con il nuovo arcivescovo, che gli vietò di predicare nella diocesi e scomunicò i Poveri di Lione (1184); tra le cause anche lo scandalo che suscitava tra i canonici la presenza delle sorores valdenses, predicatrici itineranti al pari degli uomini.

Sulla predicazione dei valdesi disponiamo di altre testimonianze:

Goffredo d’Auxerre così descrive i valdesi “Sono spuntate delle piccole volpi per demolire la vigna del Signore: persone spregevoli e del tutto indegne, che usurpano l'ufficio della predicazione, del tutto illetterate o quasi, o meglio prive dello spirito […], sono andate girando per le città e i villaggi con il pretesto della povertà e con la scusa della predicazione, cibandosi con impudenza del pane altrui, senza lavorare con le proprie mani. Con parole eleganti e squisite aguzzano le loro lingue, si esibiscono come nuovi pappagalli ma ignorano ciò di cui parlano, e non comprendono ciò che vanno affermando […] Tra di loro non mancano anche misere donnicciole, cariche di peccati che penetrano nelle case altrui, curiose anche e parolaie, procaci, malvagie, impudenti, come due di esse, le quali, circa cinque anni fa, […] pubblicamente proclamavano: «Dopo la predicazione ogni giorno più lautamente mangiavamo, quasi ogni notte ci sceglievamo nuovi amanti, passando il tempo senza essere soggette a nessuno, senza preoccupazioni, senza lavorare, senza nessun pericolo per la nostra vita»”. […] Chi, dopo mille anni, ha rimesso in circolazione la giovenca Iezabel, così che gira per piazze e vicoli come una predicatrice sgualdrina?”

Nel 1197-9 il vescovo Ardizio di Piacenza scrive “[i Poveri di Lione] predicano che tutti possono amministrare tutti i divini sacramenti”, perciò “svuotano di significato il sacramento dell’altare” (cioè l’eucaristia) e “sappiamo che hanno osato far consacrare il corpo venerando del Signore perfino alle loro donne, cosa che non si può dire senza spargere un abbondante torrente di lacrime”

Ai passi che abbiamo visto di Goffredo di Auxerre e del vescovo Ardizio, che già ci danno un’idea della scarsa considerazione di cui godevano le donne nel Medio Evo, possiamo aggiungere altre testimonianze:

nel 561 un sinodo di Auxerre dichiara che le donne “essendo impure per natura, devono portare il velo e non possono toccare niente di consacrato”;

nel 1098 Marbode, vescovo di Rennes afferma “La femina è il peggiore dei tranelli tesi dal Nemico, è la radice del male, germoglio di tutti i vizi”;

Filippo da Novara, moralista laico morto tra il 1261 e il 1264, afferma che “Alle donne non bisogna insegnare né a leggere né a scrivere”;

infine Tommaso d’Aquino (1224-1274) sostiene la “inferiorità genetica, qualitativa e funzionale della donna, alla quale manca la somiglianza con Dio e a cui non è lecito esercitare pubblicamente funzioni ecclesiastiche”.

A questa costante denigrazione si accompagnava d’altra parte, non a caso, l’esaltazione sempre maggiore di Maria, vergine e madre per eccellenza.

Descrive bene il clima del tempo un episodio avvenuto nel 1207 a Pamiers, nell’area pirenaica della Francia, nel corso di una disputa tra cattolici e valdesi nel palazzo del conte. Partecipano 3 vescovi, presenzia la sorella del conte, Esclarmonde di Foix, “perfetta” catara (aveva cioè facoltà di predicare e insegnare e faceva parte della gerarchia), direttrice di un convento e donna di grande cultura, ma, vedendola, un frate presente, Stefano della Misericordia, le ingiunge “Signora, andate a filare la vostra conocchia, che non è di vostra competenza parlare in questa riunione!”

Anche la vita monastica, nonostante costituisca la sola possibilità per le donne di esprimere la propria spiritualità, sia pur sotto il controllo di superiori maschi, è aperta solo a poche donne di famiglia nobile e ricca perché comporta l’obbligo della dote monastica e prevede un numero chiuso. Ancora più difficile era la situazione delle vedove e delle ripudiate o separate, non più vergini e quindi costrette a dure penitenze. Eppure nel XII sec. in Europa comincia un movimento di risveglio femminile: aumentano le donne nubili, le donne si spostano di più e tendono astabilirsi in città, trovano occupazione nei settori del commercio e dell’artigianato: dunque una reazione violenta è comprensibile proprio nell’ottica del tentativo di contenere questo fenomeno.

In un contesto così maschilista e sessuofobo ha destato particolare interesse la posizione di Valdo nei confronti della predicazione femminile; Valdo, lo sappiamo bene, esce dall’ortodossia cattolica non per sua scelta ma costretto dalla chiesa, dopo aver cercato di ottenere l’autorizzazione ecclesiastica sia al concilio lateranense a Roma, sia nel successivo sinodo di Lione, in occasione del quale, l’abbiamo visto, sottoscrive un impegno a osservare la dottrina cattolica contro le deviazioni ereticali. Suscita stupore allora che egli abbia permesso (o promosso?) la predicazione femminile, cioè una pratica assolutamente non tollerata dal clero, una pratica che riconosce alla donna un ruolo attivo che era al contrario aborrito dalla società contemporanea. Dice Carlo Papini nel suo bel libro Valdo di Lione e i ‘poveri nello spirito’ “Credo lo si possa spiegare solo tenendo presente il principio fondamentale che è alla base della missione valdese: è lo Spirito santo che sceglie i nuovi apostoli e li manda a predicare. Quando i fratres devono constatare che anche le donne ricevono il dono della parola, ciò significa che lo Spirito divino le ha scelte e non rimane altra via che rispettare quella scelta. Solo questa ferma convinzione di un intervento divino può spiegare l’accettazione di una prassi così sconvolgente per quei tempi, che certo avrebbe attirato sui “Poveri nello spirito” i fulmini ecclesiastici.”

Mi chiedo però se non sia possibile leggere questo atteggiamento come un segno della adesione al modello di vita di Gesù, compreso quindi il suo particolare rapporto con le donne, da parte di Valdo: concorderebbe con tale ipotesi il fatto che egli abbia affidato le figlie a un ordine monastico, per di più retto da una badessa, proprio perché in quel tempo era l’unica istituzione in grado di dare un certo spazio di autonomia e spiritualità alle donne.

Vediamo ora cosa possiamo capire sulle sorores valdenses in base alle fonti, che pure sono estremamente sintetiche e soprattutto di parte, come dimostrano le frequenti accuse di lussuria nei confronti delle predicatrici, uno stereotipo quello della licenziosità cui la tradizione ecclesiastica era solita ricorrere.

Le chiese catare in Linguadoca e in Lombardia avevano ammesso al battesimo le donne, che potevano diventare “perfette”, predicare e insegnare (in genere alle donne), ma non potevano accedere ai gradi più alti della gerarchia e anche nei conventi istituiti per le donne la parità non era raggiunta in quanto l’assistenza spirituale spettava solo ai “perfetti” maschi. Al contrario a partire dal 1182-3, il valdismo accoglie le donne come sorores, predicatrici itineranti su un piano di sostanziale parità con i maschi. E forse la differenza tra le due esperienze dipende anche dal fatto che nel XII e XIII sec. il movimento valdese non è una chiesa come la chiesa catara ma una libera fraternità e sorellanza di poveri predicatori e predicatrici itineranti senza vincoli gerarchici, su un piano di parità. A partire dalla prima testimonianza di Goffredo d’Auxerre, che parla di predicatrici in coppia riferendosi agli anni 1182-3, moltissime fonti confermano che la predicazione femminile valdese, sia in pubblico che nelle case private, era un fenomeno di massa, non una eccezione ma la regola. Potremmo forse vederne un’eco in una miniatura del Roman de la Rose, XIII sec., che raffigura un domenicano che discute con quattro donne: forse valdesi?

Se la scomunica rendeva comunque rischiosa la vita dei predicatori, quella delle sorores lo era molto di più, perché per loro era infinitamente più difficile dissimulare la propria identità: mentre infatti i fratres otevano fingersi commercianti, artigiani, pellegrini, le donne erano subito sospettate, e accusate, di essere prostitute, eretiche, streghe (come ben documenta una illustrazione del XV sec. di Le champion des dames, dove Des vaudoises sono raffigurate, come le streghe, a cavallo della scopa, popolarmente chiamata Passe Martin).

E infatti non mancano le notizie di donne valdesi martiri:

1239: sono catturate Arnalda e Bona Domina: una è bruciata, l’altra abiura;

1249: Stefano di Borbone scrive: “vidi una donna eretica, che fu bruciata, che sopra una cassetta adornata come un altare credeva e tentava di onsacrare il corpo di Cristo … una figlia … con la madre, ma erano ambedue infettate dallo stesso errore .. e furono tutte e due bruciate”

Infine, 1312-14: il primo supplizio “per valdesìa” a Pinerolo riguarda una donna.

E ancora nel Registro delle penitenze del domenicano Pietro Selhan (Sellani), scritto nel 1241-2 ma riferito al 1205-10, relativamente alla Francia troviamo che

a Montaubansu 246 inquisiti, 79 erano i valdesi maschi, 51 le femmine

a Gourdon su 131 inquisiti, 9 erano i valdesi maschi, 21 le femmine

a Montcuq su 84 inquisiti, 9 erano i valdesi maschi, 26 le femmine

Dai verbali dei processi d’inquisizione giunti fino a noi lo storicoPeter Biller è arrivato a ipotizzare che la predicazione delle sorores “avesse delle sfumature particolari, una delle quali può essere riconosciuta: una grande sottolineatura del non uccidere nelle condanne a morte e nelle guerre”. Una delle dottrine fondamentali dei valdesi era il “Non uccidere”, dottrina tanto poco condivisa che il papa Urbano (1088-99) aveva potuto affermare: “Infatti non giudichiamo omicidi coloro ai quali, ardendo di zelo per la madre cattolica contro gli scomunicati, dovesse capitare di trucidarne qualcuno”. Invece, come testimonia nel 1200-1202 Alain de Lille, monaco cistercense e teologo dell’università di Parigi, “i predetti eretici e nemici della Chiesa (cioè i valdesi) affermano che in nessun caso, in nessuna occasione e per nessuna causa o ragione, si deve uccidere un uomo” e addirittura, secondo un testo Anonimo del 1206-8, “ (i valdesi) credono e dicono che chi infligge, o acconsente che altri infligga, una punizione corporale ai malfattori, pecca in modo criminale”. Ci ricorda Biller che 7 nomi di valdesi sono citati nei documenti a proposito della dottrina del non uccidere e di questi ben 6 sono nomi di donne.Per concludere vorrei fare una riflessione: abbiamo visto che tanto la chiesa primitiva quanto il movimento valdese erano caratterizzati dalla presenza piena, attiva e paritaria delle donne, ma è una presenza di cui possiamo solo renderci conto in base a esili indizi, perché in entrambi i casi il successivo processo di istituzionalizzazione ne ha cancellato la visibilità.

È compito di tutti noi, uomini e donne, cercare di ricostruire il ruolo che sorelle e fratelli hanno svolto nei diversi momenti storici, a cominciare da quello nel quale operava Gesù, sforzandoci anche di comprenderne le differenze e le specificità, e solo allora recupereremo quel carattere di “comunità di uguali” che questi movimenti hanno realmente avuto e che è tuttora tanto difficile realizzare nella vita laica e in quella religiosa in tante parti del mondo, Italia compresa.

 

 

     Immagini


Un domenicano discute con quattro donne,
dal Roman de la Rose, sec XIII

 

"Des vaudoises" e "Passe Martin",da Le champion des dames, XV sec.