Sulla strada per Emmaus

Culto di Stefano Meloni del 15 novembre 2009


Luca 24:13-35
Gesù sulla via per Emmaus
Mr 16:12-13; Ml 3:16
13 Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; 14 e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. 16 Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. 17 Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. 18 Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» 19 Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. 22 È vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon'ora al sepolcro, 23 non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto». 25 Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! 26 Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» 27 E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. 28 Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. 29 Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. 32 Ed essi dissero l'uno all'altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr'egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» 33 E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.

Cristo è risorto. Ma ancora oggi è difficile, come allora, accettare questa notizia.
I racconti biblici, negli evangeli, ci mettono davanti ai dubbi alle fatiche alle sofferenze di uomini e donne che avevano intravisto, nella loro misera esistenza, una luce e l’avevano seguita.
E dopo la morte di Gesù, quella luce, quella speranza di una trasformazione radicale e definitiva della loro vita pareva svanire.
Ma cosa ci vogliono dire questi racconti? Cosa significa per loro e per noi oggi la resurrezione di Gesù il Cristo? Perché il Gesù che cammina con i due discepoli, come abbiamo letto nel brano di Luca, sembra quasi arrabbiarsi davanti all’incomprensione dei due?   
Cosa è in gioco: solo la resurrezione di un uomo chiamato da Dio o non soprattutto la possibilità sconcertante che Dio stesso abbia a che fare con la nostra storia umana e voglia declinarla, indirizzarla verso l’amore?

SULLA STRADA PER EMMAUS
Vediamo più da vicino il nostro racconto.

Cleopa e l’amico sono in cammino da Gerusalemme a Emmaus, la testa confusa, il cuore a pezzi, il fisico prostrato. Come ci si sente dopo una sconfitta pesante, una grande delusione, un’occasione perduta. Gesù, il nostro maestro è morto, assassinato, crocifisso. C’è sgomento, c’è silenzio tra loro o forse domande sul perché sia andata a finire così, e così in fretta. Essi probabilmente si chiedono:

Come è stato possibile tutto ciò? Di chi è la colpa? Abbiamo fatto quanto potevamo per salvarlo? E gli altri? Tutti zitti, impauriti, si nascondevano dietro le loro donne. Dov’erano nel momento del bisogno? Dov’era finito il loro entusiasmo e il loro coraggio? Svanito, scomparso, volatilizzato.
E tutta quella gente, il popolo, che voleva sangue e vendetta, che gridava alla liberazione di un altro e alla crocifissione di Gesù. E i capi sacerdoti, che hanno insistito anche se il governatore romano era incerto. Adesso che si fa? Chi riscatterà Israele? C’è un’altra soluzione, un’altra strada? 

Riuscite a immaginare questi due poveri uomini? Stanchi e sopraffatti dal dolore, dalla paura, dallo sconforto di chi ha perso ogni speranza. Il loro dolore non è affatto muto, anzi grida, impreca. Forse scappano per paura di essere scoperti e magari arrestati.
Riuscite a immaginare il loro cuore gonfio di amarezza, di un colore scuro come quel pomeriggio a Gerusalemme, quando tuonò e piovve, sul corpo sanguinante del Maestro in croce? Il loro è il sentimento della grande delusione, come grande era stato l’entusiasmo che Gesù aveva sollevato nei miseri di quella società, nei malati, nei poveri, nei meno abbienti, nei respinti, negli stranieri. La loro è l’amarezza di chi si risveglia da un bel sogno dove la vita poteva essere guidata e accompagnata da relazioni di giustizia e di amore.
Invece c’è da fare i conti con un fallimento, e ricominciare un’esistenza di sopravvivenza.
Il Maestro è morto.

Ma in questa serata primaverile, su questa strada polverosa, in terra di Giuda, c’è un sole basso, verso ovest. E il cammino per Emmaus va più o meno in quella direzione. C’è silenzio. Ai bordi della strada qualche animale, eppure non ci si accorge del forestiero che si avvicina loro e li affianca.
Cosa è accaduto?, chiede loro.
Come se volesse ascoltare le loro lamentele, le loro sofferenze.
Come, non sai il fatto di Gerusalemme? Non sai di Gesù il Nazareno? Il profeta, potente in parole e opere dinanzi a Dio e a tutto il popolo, condannato dai nostri magistrati e crocifisso. 
Certo, alcune donne ci hanno detto della pietra rotolata e parlato di visioni d’angeli. Ma lui nessuno l’ha veduto!
Quell’uomo, un forestiero, uno straniero, allora, li rimprovera
O insensati e tardi di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette!
Li rimprovera sì, ma poi comincia pure a parlare loro.
Vi ricordate di quella volta che … e via via, come in un flashback, racconta alcune puntate precedenti di questo lunghissimo film che narra una storia speciale.
C’è un popolo, anzi una famiglia allargata, che comincia un viaggio, c’è gente che lavora in schiavitù per secoli, c’è un angelo sterminatore in Egitto, c’è un deserto e un popolo che gira a vuoto, avanti e indietro, per quaranta anni, che non sembra possibile che non riescano a varcare quel confine. C’è un uomo che, proprio su quel confine, muore.
Povero Mosè, il Signore lo fece salire dalle pianure di Moab sul monte Nebo, in faccia a Gerico e gli fece vedere tutto il paese: “Questo è il paese che promisi ad Abrahamo, Isacco e Giacobbe e te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai”,
ma gli altri, guidati da Giosuè finalmente ce la fanno. C’è una terra promessa dove finalmente bere latte e mangiare miele. Voi, dice ai due in ascolto, quella terra, la calpestate, ora.
Quell’uomo continua il racconto, i due discepoli ascoltano rapiti, o forse inebetiti e gli pare di ricordare qualcuno degli episodi. La strada è lunga e silenziosa, il sole è sempre più basso e di Lui, in controluce, non si vede più bene neanche il viso.

Questo straniero parla loro di tutte quelle occasioni in cui la speranza era perduta e il Signore della storia l’ha riportata al centro.

Possiamo immaginare un bel tramonto, stasera, in terra di Giuda.
Il loro cuore batte più veloce. Lui parla ancora e cita il libro del profeta Isaia quando dice che c’è un uomo su cui lo Spirito del Signore si sarebbe posato, che avrebbe liberato i prigionieri e dato la vista ai ciechi.
Tutto ciò è già avvenuto, dice.
A Cleopa pare di ricordare qualcosa, forse c’era anche lui quel sabato nella sinagoga a Nazaret, ma non aveva capito niente quella volta lì.
Il maestro aveva ricevuto il libro del profeta Isaia, l’aveva aperto e letto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo Egli mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato a annunziare la liberazione ai prigionieri ed ai ciechi il recupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi e a predicare l’anno accettevole del Signore.
Poi aveva chiuso il libro dicendo “Oggi si è adempiuta questa scrittura e voi l’udite.

L’amico di Cleopa, da quando quel forestiero ha iniziato a parlare, è rimasto zitto.
Ora che il sole è tramontato ed Emmaus è lì dinanzi, i discepoli vogliono ancora sentirlo parlare, perciò gli chiedono con questa bella e indimenticabile frase: resta con noi perché si fa sera e il giorno è già declinato.
Il loro cuore si è riscaldato, batte forte in petto, il suo colore è tornato ad essere un rosso vivo e l’occasione di sentire una parola forte di speranza ... beh, come lasciarsela scappare!
Mangiano e bevono insieme, su un tavolo di legno, e quell’uomo, resta ancora con il volto celato e non riconoscibile.

La pastora Letizia Tomassone, che ben conosciamo, afferma in un suo recentissimo articolo su GE, che la forma anonima con cui il risorto incontra i suoi discepoli sulla strada per Emmaus è molto importante.
In essa, infatti, si possono riconoscere le tracce del passaggio di Dio nella storia, le tracce di coloro che hanno piantato semi di redenzione nel mondo. È sì un risorto anonimo ma è anche ben conosciuto dai nostri cuori, che lo attendono.

È un risorto che ha il volto dello straniero, del non già visto, che porta una parola che suona nuova per noi, che rompe i nostri schemi e ci spiazza. Che rimanda all’umanità comune, all’umanità senza distinzioni per categorie.

La nostra storia si conclude con il Gesù irriconoscibile ma riconosciuto quando spezza il pane e lo offre ai suoi due commensali.

Ora si che abbiamo capito, sei tu, Signore.
Noi sapevamo già ciò che ci dici, da bambini avevamo ascoltato quelle storie, quante volte lette e quante volte mandate a memoria, ma mentre raccontavi, il nostro cuore e la nostra mente scoppiavano perché capivamo con una nuova comprensione, una percezione mai avuta prima. Quelle parole erano vive. La Parola di Dio spaccava in due la nostra ragione, squarciava il velo della nostra cecità.
Non ricordi, Cleopa?
Ora anche l’amico aveva ritrovato suoni e fiato per emettere qualcosa che non fosse solo un sospiro attonito e muto.

Quell’uomo, però, è già andato via.

Questo Gesù che si mostra per primo alle donne, che si mostra nelle vesti di uno straniero da invitare a pranzo, che scompare per non essere proprietà di nessuno, per non essere venerato, questo risorto rimanda alla comunità, alla relazione di mutuo sostegno, all’amore verso il prossimo. Egli va via per non essere posseduto da alcuno e per dare a ciascuno la possibilità di una scelta libera e consapevole.

Anche noi non abbiamo un volto da riconoscere, un corpo da venerare.
In fondo questa è una delle specifiche caratteristiche della nostra fede.
Ma anche noi, come i due discepoli in cammino per Emmaus, quella parola la conosciamo, ci è stata detta e testimoniata da altre e altri, quella parola l’abbiamo riconosciuta.
E come i discepoli, anche noi siamo chiamati a levarci e camminare.
Per raccontare le cose avvenute e cambiare direzione e prospettiva alla nostra vita.
O vogliamo sentirci dire anche noi: O insensati e tardi di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette!

Amen