Testamento biologico. Un gesto di libertà?

Il testo che segue riporta l'intervento di Fabrizio Oppo al dibattito sul tema del testamento biologico, organizzato dal Centro di documentazione e di studi delle donne e tenutosi a Cagliari, il 6 aprile 2009.


La vita indisponibile

 

Nel dibattito di oggi è stata inserita una voce che proviene dal mondo delle religioni a causa dei nuovi dilemmi morali provocati da sviluppi tecnologici che cambiano e tormentano i problemi ultimi, quelli che la religione interpreta come territori propri, quelli che esprimono forti domande di senso che le religioni hanno sempre voluto offrire.

Di fronte a tali dilemmi è naturale che si sviluppi una domanda di valori condivisi, una ricerca di un ethos comunitario, per trovare qualcosa di solido in un mondo tanto disorientato. Una qualche teoria comprensiva che dia senso e ordine in situazioni di incertezza che richiede responsabilità morali inedite.

Ma il problema di cui oggi trattiamo sembra suggerirci che nemmeno l'ethos condiviso basta più, nemmeno quello delle chiese. Nel caso del testamento biologico è richiesta una scelta che prevede e raffigura una situazione di reale solitudine, una scelta che coinvolge la mia ragione e il mio corpo, con la sua forza ma anche, e qui soprattutto, con il suo declino. Una deliberazione che mi chiede di rispondere della forza e del declino del mio corpo. So che posso avere a che fare con imprevedibilità, vuoti, possibilità. Non posso operare su un terreno solido, non posso adoperare categorie concettuali ferme.

La scelta che sono chiamato a fare non è una scelta sovrana .

Anche se molte voci, soprattutto provenienti dal campo delle gerarchie cattoliche, parlano dell'autodeterminazione e della libertà di scelta che qui si realizzano, come tracotanza, presunzione ecc. qui non si tratta di padronanza sovrana. Non si decide davanti al nulla, come accadeva invece all'Adamo di Pico della Mirandola, nell'Umanesimo italiano, “da nessuna barriera costretto”; si decide davanti e in mezzo a cose che ci condizionano profondamente.

Si tratta di una scelta che è attiva, ma allo stesso tempo recettiva. Parla la mia ragione e la mia volontà, e insieme parla il mio corpo.

È un momento d' irriducibilità , che non può essere normato da leggi positive, proprio perché non può essere assimilato a casi generici.

È una scelta che non può essere compresa (afferrata) da nessun progetto di vita collettivo, anche il più articolato.

Questo momento di vita è davvero eccedente, è davvero trascendente , è davvero indisponibile , perché non può essere compreso dallo Stato, ma anche da nessuna chiesa.

Da tanto tempo, e forse anche nel senso comune, questo termine, trascendenza, è associato a valori universali, a valori alti. Dio, il Bene, il Bello, quando sono puri e non contaminati dal loro contrario. La Vita quando è un concetto luminoso e non contaminato dal suo contrario.

Ma qui, nelle esperienze cliniche che accadono ogni giorno nei nostri ospedali, è richiesta una decisione singola e irriducibile. E nella sua singolarità e irriducibilità è di fatto trascendente, e di una trascendenza non gloriosa perché si realizza nella solitudine.

Mi viene in aiuto, perché questo discorso è intessuto su un registro religioso, un passaggio di Simone Weil (da L'ombra e la grazia , 1947), in cui la filosofa parla della trascendenza di Dio, e dice:

perché noi possiamo capire la distanza tra noi e Dio [la trascendenza di Dio] bisogna che Dio sia uno schiavo crocifisso. È molto più facile mettersi con l'immaginazione al posto di Dio creatore piuttosto che a quello di Cristo crocifisso [è molto più facile pensare alla trascendenza come gloria, piuttosto che come sconfitta, è più facile, ma la trascendenza sta dalla parte della sconfitta e dell'umiltà].

Abbiamo assistito, in questi giorni di discussione,ad affermazioni che sostenevano che la vita è indisponibile.

Io sono d'accordo se si intende quella vita indisponibile di cui abbiamo parlato fin qui, quella vita individuale, concreta e drammatica ,che si esprime in una scelta responsabile e di autodeterminazione difficile.

Ma spesso, chi parla di vita indisponibile, parla di qualcosa di alto, di un valore universale.

E qui si incontrano almeno due difficoltà. Intanto il valore universale è quel concetto che raccoglie in uno (in un unico verso) le singole diversità e il loro senso. Orienta i vari significati in un unico verso.

Quindi non coglie l'individualità, che resta fuori.

L'universale è indifferente alle individualità concrete (sottolinea solo i tratti comuni, l'uguaglianza).

Inoltre è dubbio, o mi pare molto discutibile, che il valore universale della vita sia davvero un valore trascendente, indisponibile, misterioso e, quindi, sacro , intoccabile.

E mi pare dubbio perché i valori universali non sono per niente misteri, ma il frutto che la nostra ragione ha, in pratica da sempre, prodotto. L'universalità è un frutto, e tra i più alti, della storia del nostro pensiero e della nostra filosofia. Non ha nulla di sacro. È una grande operazione concettuale pienamente razionale.

E la vita, come valore universale (la "Vita"), è un concetto chiaro, netto e luminoso.

Qui, a questi livelli di luce piena, posso certo dire che la vita non è la morte, e che quindi bisogna scegliere tra la vita e la morte. Qui è anche possibile quella sovrana libertà di chi può scegliere dall'alto o l'una o l'altra. Da nessuna barriera costretto.

Ma se guardo alle istanze sensibili di quel concetto, se, oltre alla vita guardiamo i viventi , nei momenti in cui non sono sovrani, depositari di chiare evidenze, ma nei momenti del venir meno, nei momenti di mancanza, allora la vita non è così nettamente opposta alla morte.

Sono momenti ce richiedono decisioni di libertà e di autodeterminazione. Non è un'autodeterminazione sovrana, non è espressione di un potere (il poter disporre su se stesso). È libertà di chi delibera in situazione: accettazione matura e sofferta del proprio declino. Del proprio limite. Nel linguaggio cristiano: accettazione della propria creaturalità . Una accettazione che è forma di vita perché è cura di sé , devozione verso di sé. Atteggiamento di pietas verso la propria vita umana, finita e quindi capace di tramontare.

 

12-Apr-2009