Tra impotenza e grazia                                                                                                 home

Sermone di Vittorio De Palo, pronunciato durante il culto del 15 giugno 2008


Giunti presso i discepoli, videro intorno a loro una gran folla e degli scribi che discutevano con loro.Subito tutta la gente, come vide Gesù, fu sorpresa e accorse a salutarlo.Egli domandò: «Di che cosa discutete con loro?»Uno della folla gli rispose: «Maestro, ho condotto da te mio figlio che ha uno spirito muto;e, quando si impadronisce di lui, dovunque sia, lo fa cadere a terra; egli schiuma, stride i denti e rimane rigido. Ho detto ai tuoi discepoli che lo scacciassero, ma non hanno potuto».Gesù disse loro: «O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò? Portatelo qui da me».Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando.Gesù domandò al padre: «Da quanto tempo gli avviene questo?» Egli disse: «Dalla sua infanzia;e spesse volte lo ha gettato anche nel fuoco e nell'acqua per farlo perire; ma tu, se puoi fare qualcosa, abbi pietà di noi e aiutaci».E Gesù: «Dici: "Se puoi!" Ogni cosa è possibile per chi crede».Subito il padre del bambino esclamò: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità».Gesù, vedendo che la folla accorreva, sgridò lo spirito immondo, dicendogli: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più».Lo spirito, gridando e straziandolo forte, uscì; e il bambino rimase come morto, e quasi tutti dicevano: «È morto».Ma Gesù lo sollevò ed egli si alzò in piedi.Quando Gesù fu entrato in casa, i suoi discepoli gli domandarono in privato: «Perché non abbiamo potuto scacciarlo noi?»Egli disse loro: «Questa specie di spiriti non si può fare uscire in altro modo che con la preghiera».

(Marco 9; 14-24)

 

 

Quello che proveremo a meditare stamani è un racconto di esorcismo, di liberazione di una persona, un bambino, da uno spirito maligno. Suo padre lo porta dai discepoli di Gesù, ma essi falliscono e non riescono ad aiutarlo, fino a quando non arriva Gesù stesso.

Perché quando lo spirito maligno vede Gesù, contorce il bambino, lo sbatte per terra e lo fa schiumare dalla bocca? È detto al versetto 20: “Glielo condussero; e come vide Gesù, subito lo spirito cominciò a contorcere il ragazzo con le convulsioni; e, caduto a terra, si rotolava schiumando”. Mamma mia, sembra una scena di un film dell’orrore! Ma se pensiamo che la scena è troppo truculenta non scordiamoci mai che la realtà a volte è fatta di orrore. Fra i molti esempi possibili, questa settimana abbiamo sentito che in una clinica privata solo per avere il rimborso economico hanno asportato un seno sano ad una ragazza di 18 anni raccontandogli che era malata, e tanti altri pazienti sono stati offesi anch’essi nel corpo e nello spirito. Per soldi, come per soldi a Verona una coppia di italiani ha narcotizzato un romeno che lavorava per loro e lo ha bruciato, per incassare i soldi della sua polizza vita.

Tanti altri potrebbero essere gli esempi dell’azione di spiriti maligni.

 

Lo spirito maligno che è nel bambino non sopporta di stare di fronte a Gesù. Cos’è che lo spirito maligno non sopporta in Gesù?

Perché quando nella mia vita sono in preda alla tristezza e all’infelicità, penso sia capitato anche a voi, non sopporto di vedere gente felice, e quasi mi viene la nausea di fronte a manifestazioni di gioia, che mi paiono in quel momento assurde e senza senso?

Lo spirito maligno è detto da Gesù al v. 25 uno spirito muto e sordo. È uno spirito che non parla nulla, muto, che non ascolta nulla, sordo. Gli puoi gridare la bellezza del creato di Dio, l’amore che hai dentro e che vuoi spargere intorno a te, ma lui è sordo, non ti può ascoltare, non ti può sentire. Qualunque domanda tu gli poni sul perché della sua esistenza, da dove viene, dove va, lui non ti risponde perché è muto. Sordo e muto vuol dire assenza di relazione, isolamento totale, e dove la relazione è assente prevale l’oppressione, la cancellazione dell’identità, nel nostro racconto l’identità del bambino; il bambino non è più lui, è posseduto da uno spirito che non parla, non sente, ma procura sofferenza ed impone i comportamenti che vuole lui, cancella cioè la sua identità.

Quanta tristezza e infelicità causa alla nostra società vedere il cadavere riverso sulla spiaggia di una persona che è morta in mare nel tentativo di migliorare la propria condizione di vita, cioè un migrante? Lo so che le persone tendono a voltare subito lo sguardo e a distogliere il pensiero, ma è sicuramente una cosa che invece procura tristezza. E quella tristezza ed infelicità quanto ci fa diventare sordi alle esigenze di quelle persone che invece riescono a sbarcare, alla loro storia personale, a ciò che forse avrebbero da comunicarci se noi ci fermassimo ad ascoltarli? E quanto ci fa diventare muti, senza nessuna voglia di parlargli, di trasmettergli la nostra storia personale, di arricchirgli così l’esistenza?

Dietro la frase “sono clandestini” quanta identità personale viene loro cancellata? E questa assenza di relazione, a noi, quanto ci isola e ci rende sempre più misantropi? Siamo sicuri che di fronte a scene di tristezza e infelicità la strada giusta sia quella di alzare muri sempre più alti? Siamo sicuri che sia un bene dividere le persone per categorie ed etichettarle cancellando la loro identità di singoli individui, la loro vera identità? Ah i rom, ah i politici, ah i datori di lavoro, ah gli extracomunitari, ecc… ecc…

Al v. 25 Gesù dice: «Spirito muto e sordo, io te lo comando, esci da lui e non rientrarvi più». Lo spirito maligno non parla e non sente, ma se Cristo comanda egli obbedisce. E, scacciato il demone, il v. 27 dice: “Gesù lo sollevò (il bambino) ed egli si alzò in piedi”.

Perché il Dio di Gesù Cristo è un Dio della parola, è un Dio che vuole comunione, con ciascuno di noi, vuole relazione, vuole perfino relazione con se stesso, come Dio trino, Padre, Figlio e Spirito Santo, è un Dio che ascolta le nostre preghiere, è un Dio che ci chiama per nome, è un Dio che comanda allo spirito della non relazione, della voglia di isolarci dagli altri, gli comanda di uscire da noi, per renderci liberi e degni di non essere più sbattuti per terra dalla tristezza della vita, ma di stare finalmente in piedi, in piedi davanti al mondo.

Cristo è la relazione che Dio stabilisce con noi. Cristo è colui che ci rimette in piedi.

Messi in piedi da Cristo dovremo anche noi rialzare tutti quelli che sono caduti, soccorrere i feriti, occuparci non più di categorie di persone, ma di persone in carne ed ossa, perché tutti hanno il diritto di poter stare in piedi davanti al mondo, di avere una relazione con noi.

 

Le chiese però, tutte le chiese credo di poter dire, non riescono a compiere sempre e per tutti questo esorcismo. Come i discepoli del racconto, non sempre purtroppo sanno trovare il modo per combattere la tristezza, per sconfiggere il male, per rialzare i caduti, per essere un’ancora di senso profondo in una società riempita da cose inutili, fatte diventare dalla pubblicità l’oggetto dei sogni e lo scopo del lavoro quotidiano.

E, come i discepoli del racconto, le chiese si stupiscono, chiamano perfino a consulto gli scribi e i dottori del cristianesimo, su questa loro impotenza. Ed essi si sperticano nei loro consigli: vanno rifiutate le acquisizioni dell’era moderna, dicono, la capacità critica, la tolleranza religiosa, il considerare la Verità vera solo nelle sue diverse manifestazioni, la ricchezza del pluralismo, la separazione fra stato e religioni, la libertà di coscienza, perché sennò nessuno potrà credere che la chiesa sia ancora necessaria ed utile. In questo, il rifiuto del relativismo e della modernità, predicato da Ratzinger, ed il fondamentalismo cristiano protestante, sono due facce della stessa medaglia. Quanto più la secolarizzazione avanza, tanto più bisognerebbe, per loro, affermare le radici cristiane dell’Europa, tornare a prima dell’era moderna, ad usare la Bibbia non per gli altri, ma contro gli altri.

No, non bisogna rafforzare la chiesa cristiana, cercando di fare a meno di colui che, solo, la può chiamare a raccolta e donarle i suoi carismi, ma anzi bisogna che la chiesa si confessi pubblicamente debole, debole e peccatrice, giustificata unicamente dalla grazia di Dio.

A tutti coloro che noi, come comunità, battezziamo ed accogliamo come membri, dobbiamo dirglielo, che forse, proprio nel momento in cui avranno bisogno della loro comunità, essa li deluderà, o non saprà essere all’altezza, come i discepoli del nostro racconto, che non hanno saputo aiutare il padre del bambino. Alla loro testimonianza di fede dovrebbe, forse, sempre coniugarsi, nella stessa liturgia, la nostra confessione collettiva di peccato.

E neanche il rigore della ricerca del fondamento biblico, l’attenta esegesi dei testi, tipica della nostra predicazione protestante, l’impegno nella società, può mettere al riparo dal fallimento come chiesa cristiana.

Poco prima del racconto di stamani Gesù in Marco 6,7 chiama a se i dodici e li manda a due a due dando loro potere sugli spiriti immondi (“Marco 6:7 Poi chiamò a sé i dodici e cominciò a mandarli a due a due; e diede loro potere sugli spiriti immondi”): perché allora nel nostro racconto ai discepoli non riesce l’esorcismo?

Se ogni cosa è possibile per chi crede, perché con i singoli e con le società, le chiese cristiane spesso falliscono?

Se è stato Gesù a dargli potere sui demoni, perché di fronte al loro stupore per il proprio fallimento è lo stesso Gesù a dire: “O generazione incredula! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò?”. Come ci sentiremmo se dopo che non siamo riusciti ad aiutare qualcuno, a salvare quella persona diventata cadavere su una spiaggia per esempio, come ci sentiremmo se Gesù si rivolgesse così a noi? Fino a quando sarò con voi? Fino a quando vi sopporterò?

 

La risposta è triplice, ma, forse, sta tutte e tre le volte nel padre del bambino.

Il padre del bambino come esempio di fede.

La sua confessione di fede dovrebbe diventare la nostra, di tutti i cristiani: «Io credo; vieni in aiuto alla mia incredulità». Niente certezze granitiche, niente ambizioni sovrumane, niente santi ed eroi quali punti di riferimento. Io credo, vieni in aiuto alla mia incredulità.

Il limite, e quindi anche il fallimento, sono connaturati al nostro essere creature, nel non poter essere come il Creatore. Il fallimento, il limite, è l’antidoto a voler fare a meno di Dio, della sua grazia, che dobbiamo sempre ricordarlo, viene prima di noi, e quindi prima anche dei nostri successi o dei nostri fallimenti. Non è nel nostro essere cristiani il potere, il poter fare qualunque cosa, ma nella preghiera, perché Dio e solo Dio è sovrano nell’esaudirla.

La preghiera è l’attesa che Dio porti avanti la creazione del mondo. La creazione non è già conclusa, ma è in divenire. Ciò che c’è di brutto intorno a noi non durerà, Dio non vuole avere relazione con ciò che fa male alle sue creature.

Questo è il primo aspetto del padre del bambino.

 

Il secondo aspetto del padre del bambino è questo: il padre che porta il figlio sofferente ai discepoli. Il padre che da alla chiesa il suo figlio sofferente. Il padre del racconto è anche, forse, quel Dio padre di Gesù Cristo, che porta il figlio sofferente alla chiesa e al mondo, che glielo consegna in tutta la sua umanità e fragilità. Sofferente perché ha caricato su di se i nostri peccati, i nostri fallimenti, le malattie mortali di cui ci contagiamo l’un l’altro, Parola di Dio fatta carne e in quanto tale condannata dagli uomini all’isolamento e all’assenza di relazione, condannata a non essere ascoltata e seguita, come se fosse morta, ma sempre e di continuo resuscitata da Dio quale Spirito di verità e di amore, insopprimibile da parte di chiunque perché precedente alla stessa creazione del mondo: è Cristo tutto ciò che serve alla chiesa, è Cristo, servo sofferente di Dio, il dono di Dio padre e la nostra redenzione.

È proprio quando la chiesa si accorge che a causa del proprio peccato, del proprio limite, non riesce a salvare quel figlio che Dio gli ha dato, a custodirlo integro e a trasmetterlo puro, la chiesa accetta allora la propria finitezza, parzialità, inconcludenza, e, smettendo di riporre la fiducia in se stessa, si dispone ad essere spettatrice passiva della gloria del risorto, per poi annunciarla al mondo: Cristo crocifisso è risorto. Lì e solo lì, nuda davanti alla croce ed al sepolcro vuoto, essa diventa la chiesa cristiana.

 

Ed infine, quando Gesù ridà al padre il bambino liberato dallo spirito maligno, abbiamo la terza figura relativa al padre: il padre quale esempio di relazione ristabilita.

Là, fra il padre e il bambino, dove la relazione non era possibile, ora lo è. È possibile il dialogo, l’ascolto reciproco, lo scambio di vedute, di esperienze, di ricchezze e talenti.

Instauriamo relazioni con gruppi sociali diversi dal nostro, con altre chiese, con altre religioni, con altri paesi. Non alziamo muri di separazione contro gli altri, muri di incomunicabilità e di indifferenza, muri di regole sociali ed economiche che sappiamo che gli altri non possono accettare, ma rimettiamo in piedi chi è stato abbattuto, chi ha bisogno che gli venga restituita la dignità che appartiene ad ogni essere umano.

 

Tutti abbiamo un limite, un potere parziale sulla realtà che ci circonda, accettiamolo e, quindi, mettiamo i nostri talenti in relazione con quegli degli altri, per costruire qualcosa insieme, per unire parzialità sicuramente più forti se stanno insieme.

E come chiese cristiane non annunciamo mai la grandezza della nostra fede, delle nostre dottrine, dei nostri membri, la nostra autosufficienza, ma anzi, a Cristo che, di fronte ai nostri insuccessi e fallimenti come suoi servitori, ci domanda “fino a quando starò con voi, gente di poca fede e poca volontà, che non riesce ad occuparsi di se stessa e del suo prossimo?”, proviamo a rispondere “Signore nostro, noi crediamo in te, sostieni tu la nostra fede”, ed egli, il Signore nostro Gesù Cristo, come dice Mt 28,20, ci risponderà: “io sarò con voi per sempre, fino alla fine dei tempi”.

Amen.

 

     Lo spirito muto e sordo
Lo spirito maligno è detto da Gesù al v. 25 uno spirito muto e sordo ... Sordo e muto vuol dire assenza di relazione, isolamento totale, e dove la relazione è assente prevale l’oppressione, la cancellazione dell’identità.
Quanta tristezza e infelicità causa alla nostra società vedere il cadavere riverso sulla spiaggia di una persona che è morta in mare nel tentativo di migliorare la propria condizione di vita, cioè un migrante? Lo so che le persone tendono a voltare subito lo sguardo e a distogliere il pensiero, ma è sicuramente una cosa che invece procura tristezza. E quella tristezza ed infelicità quanto ci fa diventare sordi alle esigenze di quelle persone che invece riescono a sbarcare, alla loro storia personale, a ciò che forse avrebbero da comunicarci se noi ci fermassimo ad ascoltarli? E quanto ci fa diventare muti, senza nessuna voglia di parlargli, di trasmettergli la nostra storia personale, di arricchirgli così l’esistenza?